martedì 11 dicembre 2007

Elio Vittorini, Conversazioni in Sicilia

"Io ero quell'inverno in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non
di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna ch'io dica che erano
astratti, non eroici, non vivi; furori in qualche modo, per il genere umano
perduto.
Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti sui muri
e chinavo il capo; vedevo amici per un'ora, due ore, e stavo con loro
senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo.
Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi e io avevo le scarpe rotte;
l'acqua che mi entrava nelle scarpe e non vi era più altro che questo:
pioggia, massacri sui manifesti dei giornali e acqua nelle mie scarpe
rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno. [...] Ero quieto;
ero come se non avessi mai avuto un giorno di vita, nè mai saputo che cosa
significa essere felici, come se non avessi nulla da dire, da affermare,
negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare
e nessuna disposizione a ricevere; ma mi agitavo entro di me per astratti
furori, e pensavo il genere umano perduto, chinavo il capo, e pioveva,
non dicevo una parola agli amici, e l'acqua mi entrava nelle scarpe".

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