lunedì 7 gennaio 2008

Piero Meldini, La falce dell'ultimo quarto, Mondadori, 2004

Allo scoccare della mezzanotte di mercoledì 31 dicembre il vecchio anno schiattò. Come la maggioranza dei bisestili, era stato meschino e scorbutico, e pochi lo rimpiansero. Nel medesimo istante, roseo e sorridente, nacque l'anno nuovo. (p. 99)

Erano le quattro del pomeriggio. Bartolomeo si era soffermato a guardare la distesa marina, piatta come una lastra tombale. L'acqua e il cielo avevano lo stesso colore azzurrino, tant'è che non si capiva dove finisse l'una e dove cominciasse l'altro. Pareva che il molo di fronte segnasse il confine di questo mondo, e che al di là si spalancasse uno spazio inerte, solitario, scialbo e vacuo. Così, forse, era fatto l'oltretomba; e così, simili a gabbiani, veleggiavano le anime dei morti. (p. 107)

A ogni passo la nebbia si faceva più fitta. Ormai non si vedeva più in là di una spanna dal naso. Senza più punti di riferimento, né alcuna nozione dello spazio e del tempo, il mercante procedeva lento e guardingo, aguzzando inutilmente la vista e parando il bastone come un cieco, quasi che da un momento all'altro potesse precipitare dentro un baratro. Il miglio scarso che separava la sua abitazione dal porto gli sembrò una distanza incommensurabile; interminabili i tre quarti d'ora del tragitto. Solo quando arrivò alle prime casupole del borgo di Marina e potè proseguire tastando i muri si sentì un po' più sicuro. Non temeva di inciampare, né di fare brutti incontri. Quella che provava era una paura che affondava in ricordi antichi e che riaffiorava di tanto in tanto nei sogni. Era la paura di dissolversi; di disperdersi in una miriade di atomi disertori; di diventare polvere e fumo. Forse la nebbia non era altro che pulviscolo di trapassati. Nell'aria che stava respirando c'era forse qualche particella di suo padre e sua madre. E di Marino, e di Costanza, e dei suoi tre angioletti. Forse anche qualche particella di lui stesso bambino. Di lui giovanotto. «Morti e sepolti entrambi» rabbrividì Bartolomeo. «E io sono la loro tomba.» (p. 108)

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