lunedì 29 dicembre 2008

Federico Fellini-Amarcord (La nebbia)



"Dov'è che sono. Mi sembra di non stare in nessun posto. Ma se la morte è così, non è un bel lavoro. Sparito tutto: la gente, gli alberi, gli uccellini per aria, il vino...Te cul"

Una visita. Visita ad una vicina malata terminale. Le persone diventano fragili quando si stanno spegnendo. Tutto è un po' ovattato nella casa, come se il mondo esterno fosse lontanissimo e non si ha più voglia di sentirlo. Si ascolta se stessi, i rumori sinistri del proprio corpo o il ronzio fitto dei propri pensieri. I ricordi diventano la vita di tutti i giorni: come se fossero ripassati di continuo per non essere dimenticati o forse perché ormai si ha la percezione che si sta passando a vivere tra quelli che sono ricordati.
"Ti ricordi -dice A. al marito- quando siamo andati al paese in Sardegna e M. era piccola, aveva solo quattro mesi?"
"Mi ricordo -dice il marito, guardando il soffitto-, si stava bene. La bambina dormiva tutta notte anche se faceva quaranta gradi di giorno. Tutti dormivamo bene, allora."
Guarda il tavolino ingombro di flaconi di medicinali.
"Adesso ci tocca prendere un sacco di pastiglie. Mi alzo ogni ora dal letto e anche il cane si sveglia e mi segue mentre vado in bagno".
Sorrido. Mi offre un bicchiere di vino.
"Non lo prendi anche tu, S.?" gli dico. "Non posso, ho tutti i valori che sono sballati. -Surrussa per non farsi sentire dalla moglie- Ci stiamo ammalando tutti. La tensione...".
Sorrido imbarazzato, guardando il cane che tenta di salire sul divano senza riuscirci e attirando lo sguardo di S. che si distrae un attimo.
"Ciao Anna, arrivederci. Ti vengo a trovare ancora".

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