martedì 31 marzo 2009

Gli uomini che si sono fatti da sé

Antefatto. Bussa alla porta di una ricca casa una persona. E' l'uomo che dovrà uccidere la moglie dell'importante uomo politico. La donna è sola in casa, ma attende il suo assassino, lo fronteggia, lo stupisce con le sue intuizioni. Ecco un frammento del loro serrato dialogo.

- Non direi, però, che è (ndr si riferisce al marito della donna) così totalmente imbecille come lei lo considera: nel caso in cui mi trovo, sì, non c'è dubbio, si è comportato scioccamente, senza precauzione... Ma è un uomo che si è fatto da sé, almeno così mi ha detto, così dicono tutti: e si è fatto molto ricco, molto potente...
- Lei ha un'idea da romanzo rosa, da manuale americano del successo, sugli uomini che si fanno da sé. Io conosco non solo mio marito, ma una cerchia piuttosto vasta di uomini che si sono fatti da sé: e posso assicurarle che sono stati fatti, tutti, dagli altri; i quali, a loro volta, sono stati fatti da circostanze, combinazioni e intrallazzi che, anche se arrivano all'altezza della storia, restano fortuiti e miserabili... Nell'ultima guerra, mio marito era nei battaglioni della milizia fascista insieme a Sabatelli, che è poi diventato ministro dei lavori pubblici: entrambi volontari. Tutto qui. E Sabatelli lei non immagina nemmeno che cretino è. In una società bene ordinata, onesta, in cui non si fanno carte false, in cui la capacità e il merito camminano da soli, la sorte più benigna li avrebbe portati sulla soglia di un ufficio pubblico, come uscieri, e la più maligna oltre la soglia di un carcere. Invece...
(da Leonardo Sciascia, Il mare colore del vino, Einaudi, p.102)

Alla fine la donna costringe il suo assassino a ... il seguito nel racconto il Gioco di società di Leonardo Sciascia.

Commento. Che grande nostalgia di parole chiare come queste di Leonardo Sciascia. Non sentiamo invece che chiacchiericcio insulso, ovunque.

sabato 28 marzo 2009

Cammino zen in poesia

Cammino zen in poesia
(Il signore, cui appartiene quell'oracolo che sta a Delfi, non dice né nasconde, ma accenna. Eraclito)

Ma dove comincia l'io
dove finisce il vuoto?
(Fabrizia Ramondino, Il tostapane)

né volto
né immagine
né segno alcuno nulla:
più che il vuoto
un nulla.
(David Maria Turoldo, Così, da tutta una vita)

Forse un suono
una nota sommessa
almeno,
un colore:
invece
un oceano nero di nulla
(David Maria Turoldo, E lui incombe)

E se voglio raggiungerti, devo
liberarmi dalla volontà di cercarti:
andare oltre la stessa mente
solo lasciarmi pensare.
(David Maria Turoldo, Solo lasciarmi pensare)

E' l'Essere il globo che tutto contiene
e naviga nell'oceano del Nulla
(David Maria Turoldo, Nell'oceano del Nulla)

e là
dove la Parola muore
abbia fine il nostro cammino.
(David Maria Turoldo, Oltre la foresta)

video

Il Popolo delle Illibertà

Il senatore Marino, nella seduta del Senato per l'approvazione della legge sul testamente biologico, ha citato Aldo Moro all' Assemblea Costituente, che dichiarava (durante la seduta del 28 gennaio 1947): «Ogni trattamento sanitario può venire rifiutato».

Il Popolo delle Illibertà non ha mai capito cosa significa Stato e non lo vuole capire. Ha un'altra idea dello stato: non laico, ma codino, non democratico, ma autoritario, non costituzionale, ma presidenzialista.

Il Partito (soft) Democratico è massacrato dalle sue contraddizioni. Vive questa stagione di tardo compromesso storico (interno) cercando di far convivere anime che sono antitetiche. Rifiuta sdegnosamente di dialogare con la sinistra, non quella rissosa che si divide in mille rivoli, ma il popolo della sinistra che è rimasto orfano.

giovedì 26 marzo 2009

Via Zen


Lo Zen è la derivazione giapponese del Buddhismo Chan, che è la rielaborazione cinese della dottrina indiana dell’illuminazione.

Non si può parlare in modo specifico di religione, filosofia o disciplina mistica, poiché non ha niente a che fare con dogmi, sistemi o contatti con qualche divinità; è una conoscenza intuitiva dell’assoluto che non può essere insegnata per mezzo di libri o discorsi. “Se si ha lo Zen nella propria vita, non si ha più nessuna paura, nessun dubbio, nessun desiderio superfluo, nessuna emozione estrema. Non si è turbati né da atteggiamenti ingenerosi né da azioni egoistiche. Si serve l’umanità umilmente, attuando con misericordia la propria presenza in questo mondo e osservando la propria fine come un petalo che cada da un fiore. Sereni, si gode la vita in beata tranquillità” (101 storie Zen a cura di Nyogen Senzaki e Paul Reps ed. Adelphi , Milano 1973).

Commento. Mi è sempre sembrata lontanissima l'esperienza Zen dalla nostra vita occidentale (europea). Il percorso lungo e complesso dalla primitiva dottrina indiana molto spiritualista, all' "adattamento" del Buddhismo prima alla cultura cinese (più pragmatica) e infine a quella giapponese, credo non abbia un corrispettivo in occidente. Naturalmente mi sbaglio, ma , come dire, il mio non è un punto di vista "scolastico" o da studioso della materia, ma semplicemente da "ravanatore" dell'anima.
Mi colpisce questa ricerca dell'allontanamento dall'Io (dimenticare il sé) che è la premessa alla via spirituale. Parte dal concetto che il centro è vuoto. Di conseguenza (per estensione) anche il mondo è vuoto e non esiste dualismo (mondo-dio, materia-spirito, bene-male) e per questa strada si raggiunge la terza méta che è l'Illuminazione. L'Illuminazione si raggiunge lasciando alla spalle la ragione, le parole perdono valore ed è il risultato di una intuizione involontaria ed inaspettata.
"Per ottenere il satori non occorrono né ragione né volontà: dicono sia come quando, smettendo di pensarci, affiora alla mente qualcosa che avevamo dimenticato ed improvvisamente riusciamo a ricordare".
Guardo la mia foto della lanca del Ticino e mi immergo nella natura (ho già usato due pronomi personali, mannaggia com'è difficile 'sto Zen!), spero di sparire, qui.

Post ripristinati

Per un problema tecnico non è stato possibile accettare post. Ora la funzione è ripristinata. Chi vuole scrivere può farlo nei commenti o inviando direttamente una mail. Ciao. Guglielmo

mercoledì 25 marzo 2009

Vivere nel ricordo

" Vivere nel ricordo è il modo più completo di vita che si possa immaginare: il ricordo sazia più di tutta la realtà ed ha una certezza che nessuna realtà possiede. Un fatto della vita che sia ricordato è già entrato nell'eternità e non ha più alcun interesse temporale. "
Soren Kierkegaard

Commento (arduo e temerario commentare Kierkegaard). Ricordarsi di vivere, anzi di aver vissuto è come dire che non si sta vivendo ora, o non lo si sta facendo compiutamente. Ho parlato anch'io (spesso) dei miei ricordi: ricordi d'infanzia, ricordi d'amore, ricordi di incontri. Sono dolcissimi ed eterni per me (la mia piccola eternità assai "temporanea"). Ora vorrei incontrare di nuovo.

martedì 24 marzo 2009

Dialoghi al supermercato

La commessa si avvicina a mia mamma. La vedo con la coda dell'occhio mentre mi dirigo con passo svelto verso il reparto biscotti. Prendo Oro Saiwa e Rigoli in pacco famiglia e torno verso il carrello. Sento la commessa che dice.
- Sa signora, questa notte mi è morto il cane. Ero tanto affezzionata alui. Era il cane di mia mamma e gli ho sempre voluto bene.
Mia mamma sorride. Anch'io sorrido.
- Mi faceva compagnia. Io sono sola e mio padre e mia mamma non ci sono più e adesso anche il cane.
Mia mamma sorride e le dice
- Ti faceva compagnia
E lei
- E si sa signora ho solo una cugina a Varese che non vedo mai e il cane...
Toglie un portafoglio dalla tasca del grembiule, è uno di quelli di stoffa, tutti colorati, che piacciono ai bambini.
- Vede la foto del cane la porto sempre con me con quella di mia mamma e di mio papà...
La mostra. Le dico che era un bel cane. Sorride. Ritira il suo portafoglio.
- Adesso ne prendo un altro di cane, così mi fa compagnia un po'
- E si, i cani fanno compagnia
Ci allontaniamo col nostro carrello pieno di spesa verso le casse del supermercato.

Oh pescator dell'onda

lunedì 23 marzo 2009

Cecilia Bartoli - Vivaldi - Bajazet - Sposa son disprezzata

(La musica che ascoltate in sottofondo)
"Sposa son disprezzata" libretto di Agostino Piovene.

Sposa son disprezzata,
fida son oltraggiata,
cieli che feci mai?
E pur egl'è il mio cor
il mio sposo, il mio amor,
la mia speranza.
L'amo ma egl'è infedel
spero ma egl'è crudel,
morir mi lascierai?
O Dio manca il valor
valor e la costanza.

Commento. Il preludio a questa cantata ci conduce lentamente e solennemente in una attesa piena di tensione emotiva e di rassegnata premonizione di eventi tragici. Dalle prime parole capiamo subito che l'argomento è l'amore non corrisposto, il tradimento, la sofferenza d'amor.
La sposa è "disprezzata" perché non più amata, mentre lei ama ancora. La sua disperazione è capire che il suo amore è inutile.

domenica 22 marzo 2009

Passioni e méte


(Cliccare sullimmagine per ingrandire)

Mettere insieme due passioni, quella della tecnologia e del camminare, porta a degli esiti esaltanti di questi tempi. Tracciare un percorso GPS a piedi nei boschi del Parco del Ticino (tra Naviglio e fiume Ticino) e poi guardarselo con Google Earth offre un'altra dimensione spaziale, pone il tuo camminare, lento, curioso, dentro un paesaggio più ampio.
La fredda descrizione del tempo, del luogo, dello spazio, ti mette di fronte al tuo andare per il mondo apparentemente con una méta (quella di tornare a casa). Sai benissimo che in realtà è una méta fittizia, provvisoria.

Ma non puoi fare a meno di muoverti ed andarci.

Name: Alzaia naviglio
Date: 22/mar/09 8:34 am
Distance: 6,96 kilometers
Elapsed Time: 1:18:33
Avg Speed: 5,3 km/h
Min Altitude: 125 m
Max Altitude: 191 m
Start Time: 2009-03-22T08:34:17Z
Start Location:
Latitude: 45.494571º N
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End Location:
Latitude: 45.494581º N
Longitude: 8.792922º E

Angelo della Badia di Bernate

venerdì 20 marzo 2009

Incontri tra generazioni 2

Devo dire che in paese tutti conoscono tutti e non è molto difficile scoprire il nome di questa o quella ragazzina.
Poniamo il caso che l'abbia individuata questa impertinente ragazzina e che voglia, in uno slancio pedagogico, "darle una lezione".

Le cose andrebbero più o meno così.

Io (al telefono) - Signora, scusi se la disturbo, vede... sua figlia mi ha rivolto per strada dei pesanti apprezzamenti, abbastanza imbarazzanti per un uomo della mia età con tanto di capelli bianchi.
Signora (con tono indispettito) - Apprezzamenti? Come si permette di pensare che mia figlia, che è una bambina, possa dire delle cose così ad un vecchio.
Io - E' appunto per questo che le telefono, signora. Mi sono stupito anch'io che una ragazzina che pare così a modo e ben vestita, si permetta di dire cose che non mi permetto nemmeno di ripetere.
Signora - Lei si sbaglia sicuramente, anzi mi dica il suo nome, perché mi sa che è lei che ha infastidito mia figlia: con tutti i depravati che girano in Italia oggi.
Io (affondo) - Senta scusi, ma se fossi stato io ad importunarla la sua bambina perché l'avrei chiamata? Mi sembrava che le potesse interessare un comportamento di sua figlia che, evidentemente, evidenzia qualche problema dovuto a motivi che spetta a lei ed a suo marito affrontare.
Signora - Lasci stare mio marito che se sa una cosa del genere la viene a cercare e la gonfia di botte. Lei è un impertinente, l'ho capita subito, sà? Con quest'aria da finta persona perbene, che si interessa all'educazione delle bambine. Lei, sicuramente, aveva altri fini. Non si permetta di chiamarmi più e stia lontano da mia figlia altrimenti la denuncio.

Commento. Forse è stato meglio il silenzio.

giovedì 19 marzo 2009

Incontri tra generazioni

Sono un signore dai capelli bianchi, ma di vedute (credo) abbastanza larghe. Questa mattina , nella mia consueta passeggiata quotidiana nelle vie del paese (un paese della provincia di Milano, assai tranquillo), vengo apostrofato più o meno così da due ragazzine dodicenni che viaggiano insieme sulla stessa bicicletta.

Ragazzina - Hey signore, ti voglio bene...
Faccio finta di nulla e proseguo a piedi.
Ragazzina - Non posso fare a meno di te...
Faccio segno con la mano come per dire "l'hai sparata grossa".
Ragazzina - Lo sai che hai un bel culo?
Tiro avanti.
Ragazzina - Si proprio un bel culo
Accelero il passo.
Ragazzina - Mi fai arrapare
Proseguo. Mi sorpassano in bici.
Ragazzina (rivolgendosi all'altra)- Mi ha guardato il culo!

Commento.  Non ho parole
  

Il Signore della mosche, destra/sinistra e Scalfari


Il signore delle mosche (titolo originale Lord of the Flies) è il più celebre romanzo di William Golding, scritto nel 1952.  Da questo romanzo è stato tratto il film Il signore delle mosche (1963), di Peter Brook. La trasposizione cinematografica ha spostato le date facendo avvenire i fatti nel 1984 (un futuro lontanissimo) nel pieno di una guerra atomica.
Ricordo la vicenda: un gruppo di ragazzi al massimo dodidenni provenienti dall'Inghilterra e di ceto alto, viene inviato in Australia per proteggerli dalla guerra nucleare incombente. L'areo, durante la traversata dell'oceano, precipita e  si salvano sono i bambini che finiscono su un atollo del Pacifico. I ragazzi reagiscono a questa situazione tentando di imitare le regole del mondo degli adulti, ma trasformano quello che poteva essere definito un paradiso terrestre in un vero inferno, dove emergono paure irrazionali e comportamenti selvaggi. 

C'è al fondo di questa vicenda un fondamentale pessimismo sulla natura umana, sulle sue capacità di affrancarsi dall'irrazionalità e di convivere anche con le proprie fragilità e paure.

Norberto Bobbio ha sempre indicato come "diversità" tra destra e sinistra proprio l'atteggiamento opposto sulla natura umana: quello della destra "pessimistico" e quello della sinistra "ottimistico". Da cui derivano (o dovrebbero derivare!) comportamenti e prassi politiche diverse. Ad es. da qui nasce per la destra "la necessità" della diseguaglianza e l'organizzazione piramidale e gerarchica della società. Altro dovrebbe dire la sinistra , anche se poi Eugenio Scalfari (uno dei massimi pensatori "riformatori" che stanno di fianco al PD) è tra i propugnatori dell'acculumazione capitalistica, l'unica secondo lui che può reggere alla penuria di risorse del mondo, come ha più volte sentenziato in suoi recenti articoli. Ma dire che Scalfari è di sinistra (anche in una accezione molto larga), mi pare frutto dei nostri tempi assai confusi.
Inutile dire che il corrompimento della politica ha fatto saltare le discriminanti fondamentali ed ora annaspiamo in un continuo camaleontismo in cui si gioca allo scavalcamento dell'avversario ovunque si ponga. Gli esiti di questa politica sono sotto gli occhi di tutti. 

mercoledì 18 marzo 2009

Risotto, zafferano di Aquila e cipolline di Como


(da L'uovo alla kok di Aldo Buzzi, Adelphi, p.69)
Purtroppo la buona ricetta non basta; il sapore del risotto alla milanese sta perdendo la sua squisitezza perché lo zafferano, che gli da quello straordinario aroma, esce ogni anno più insipido dalle bustine. Lo zafferano di Aquila, questo misconosciuto tesoro italiano, è sempre più raro e viene sostituito da zafferano importato quasi privo d'aroma e ridotto a semplice colorante.
Col risotto alla milanese si possono mangiare, e questo stupirà forse qualcuno, delle cipolline sott'aceto. Ecco come.
Col cucchiaio (il vero milanese mangia il risotto col cucchiaio perché lo cucina molto «all'onda», ma si mangia benissimo anche con la forchetta) spiana bene il risotto sul piatto, operazione che a certi sembra volgare come quella di annodare il tovagliolo intorno al collo, ma che va comunque fatta. Dissemina lungo il contorno, ma senza invadere l'orlo del piatto che deve sempre restare immacolato, alcune cipolline di Como sott'aceto rosso tagliate in quarti, e spargi sul risotto qualche goccia dell'aceto delle cipolline. Mangia il risotto completando or sì or no il boccone con un pezzetto di cipollina.

Noterella. Come eredità di famiglia, una vecchia zia, mi ha consegnato una copia del trattato di cucina di Pellegrino Artusi datata 1911 (la 14° edizione dell'opera). Delle 700 e passa ricette che vengono proposte praticamente non ce n'è una che si possa fare oggi data la complessità delle preparazioni e varietà degli ingredienti richiesti. Conservo il libro, oltre che per bibliofilia, per due buoni motivi: una ricetta di crostata (semplice negli ingredienti e deliziosa, ma la semplicità è complicata!) ed una poesia "Pesco in fiore" della poetessa e pittrice locale Maria Colzani (Milano, 1879 - Gornate Olona, 1977) scritta su un sottile foglio di carta velina (o da forno?) e trovata dentro il libro.

martedì 17 marzo 2009

In mezzo sfocata

(Clicca sull'immagine per ingradirla)

Càpita nelle foto:

un' immagine della realtà

della quale ci sfugge il centro

tutto il resto è nitido.


PS E' una poesia "in fieri": la aggiusto ogni tanto. Quando "scappa" una poesia, bisogna "farla" -:)


lunedì 16 marzo 2009

venerdì 13 marzo 2009

Silenzio

Le parole sono preziose, ma più prezioso è il silenzio
Nietzsche aveva intuito che la parola è
uno strumento di resistenza contro la conoscenza:
"Le parole ci impediscono il cammino. Ovunque i primitivi stabilivano una parola, credevano di avere fatto una scoperta. Ma come diversamente stavano le cose in verità! Essi avevano toccato un problema e, illudendosi di averlo risolto, avevano creato un ostacolo alla sua risoluzione. Oggi, ad ogni conoscenza, si deve inciampare in parole dure come sassi, eternizzate, e invece di rompere una parola ci si romperà una gamba" (Aurora, 47).

Viaggio in India


Non amo i viaggi. O meglio, non amo l'attesa della partenza: mi mette addosso una grande agitazione, una frenesia, come un cavallo scalpitante che attende il colpo di sperone del cavaliere per lanciarsi al galoppo. E forse è proprio questo che non funziona: il viaggio non si fa correndo, con le proprie gambe, confidando nella propria resistenza fisica. Non è commisurato alla proprio corpo. Il viaggio, sempre più spesso, è legato ad auto, treni, aerei, navi.
Il raggio d'azione dei nostri vecchi, fino alla fine dell'800, era di poche decine di chilometri. Nel '900 le grandi migrazioni portavano a fare viaggi spaventosi (anche solo stagionali), ma erano per la sopravvivenza, per tentare di sfuggire alla fame, alla miseria. C'erano viaggiatori per diletto, ci sono sempre stati nella storia, ma erano una minoranza privilegiata. Al massimo c'erano professioni che imponevano il movimento (l'arrotino, lo spazzacamino, l'ombrellaio, il teatrante ecc). Ma non erano "viaggi" come li intendiamo oggi.
Ora invece il viaggio per diletto è diventato consumo di massa.

La seconda cosa che non mi attrae dei viaggi è l'assenza di un motivo. Non mi basta il fatto di andare a visitare un posto mai visto "per vederlo", per mettere una etichetta adesiva sulla valigia (si mettono ancora?) come una tacca sulla colt del pistolero. Un viaggio deve avere un senso, deve nascere dalla volontà di conoscere un posto perché lì c'è qualcosa che può aiutare la conoscenza. Il viaggio verso una méta senza fare anche un viaggio interiore è senza senso.
Mi sorge un dubbio: viaggio poco anche perché viaggio poco interiormente? Lascio questa domanda a mezz'aria.

Di tutti i viaggi, la mia generazione ha adorato e mitizzato il viaggio in India. Musica, arte, spiritualità e naturalmente letteratura. Chi potrebbe dimenticare le atmosfere di Notturno indiano di Tabucchi o le pagine di Herman Hesse del Siddartha?
Ecco queste cose mi riconciliano un po' col viaggio anche se una domanda, insinuante e indisponente, mi viene alla mente: sarà come vedere il film dopo aver letto il libro?

giovedì 12 marzo 2009

Dialoghi ai fornelli

Leggo sul delizioso "L'uovo alla KOK" di Aldo Buzzi il capitolo sui "veri" cuochi. Riferendo una frase dello scultore Arturo Martini "La cucina si fa per istinto. Un altro deve assaggiare la minestra, io, alla vista, avverto se ha il sale", Buzzi conclude: "il vero cuoco non assaggia è un po' come il pianista che suona senza guardare la tastiera".

La cosa mi ha fatto piacere: sono un cuoco, diciamo, da battaglia, metto insieme ogni giorno pranzo con cena (con una certa fantasia) facendomi bastare quello che trovo in frigorifero o (in stagione) nell'orto. E non assaggio mai.
La mia padrona di casa (mia mamma) è invece una di quelle cuoche che seguono il proverbio "quel che tuca al mett in buca" (quello che tocca mette in bocca). E davanti ai fornelli (dove litighiamo praticamente ogni giorno) avvengono dialoghi surreali di questo tipo tra me e lei:
Io - Da quanto tempo hai buttato la pasta?
Lei - Non so, dopo la provo
Io - Gli spaghetti numero 3 cuociono in 3 minuti, "dopo" potrebbe essere troppo tardi
Lei - A me piace ben cotta la pasta
Io - Cotta si , ma se la lasci 5 minuti diventa colla
Estrae uno spaghetto e lo assaggia
Lei - Non è cotta ci vuole ancora un po'
Io - Un po' quanto?


PS Devo confessare che ho un innegabile vantaggio: non uso sale in cucina...

martedì 10 marzo 2009

Far coincidere parole e azioni

Davvero penso sia, nel campionato delle cause perse, la disciplina principe.
Far coincidere parole e azioni. Una vecchia storia oggetto di sarcastici proverbi e modo di dire (fate quello che dico non quello che faccio). Eppure chi non ha provato a cimentarsi almeno una volta nella vita in questa impresa? Il bello è che poi in genere si sceglie anche il momento meno adatto per attuare questo proponimento (sarà un "fioretto"?). E così la mala sorte ci mette immediatamente alla prova facendoci rimangiare, in men che non si dica, quell'incauto atteggiamento. Già perché sembra proprio "incauto" mettersi a fare quello che si dice in un mondo che ha fatto della parola una meretrice da pochi spiccioli. Le parole si comprano come una merce, si scambiano al mercato con uno squallido baratto: parole per potere, prestigio per parole, parole per "visibilità", favori per parole e naturalmente parole per soldi.
E dire che la parola (il verbo) ha nobilissime origini (bibliche persino), ma, come ci ha insegnato don Lorenzo Milani, è associata (la parola) sempre al potere: chi sa più delle 500 parole che conoscono i poveri (si può ancora dire questa parola?) comanda e gli altri giù la testa e zitti.
Ed ora siamo in piena inflazione di parole: se ne dicono molte di più di quelle che si dovrebbe ragionevolmente ascoltare in un giorno, in un'ora.
Un diluvio di parole che non vuol dire capire di più, ma confondere, ottenere esattamente l'effetto opposto. Si è inventato anche un form televisivo, il talk show che è, per natura, una perdita di tempo in chiacchere: futile, leggero, rissoso per riproporre le beghe di cortile di una volta di cui nessuno aveva nostalgia.
Eppure non c'è altra strada per uscirne: occorre provare e riprovare sempre questa difficilissima disciplina e tentare di far coincidere sempre parole e fatti. Non avremo un gran successo in politica, forse nemmeno negli affari, non nel commercio e nelle professioni, temo che anche in amore non andremo molto lontano,  ma la ricerca di questa coincidenza è una di quelle utopie alla quale non riusciremo mai a rinunciare.

domenica 8 marzo 2009

Ci sono parole che non si dicono

Ci sono parole che non si dicono. Non le vogliamo proprio dire. Forse ci spaventa persino pensarle. E allora cerchiamo un sotterfugio per mentirci e non essere scoperti. L'anima è nuda di fronte a se stessi (ci ricorda sempre Emily). Ma solo se si ha il coraggio di guardare. Altrimenti porta improbabili montoni con grandi colbacchi ed ai piedi pesanti stivali di pelle.
Non parliamo poi quando c'è di mezzo l'amore o più semplicemente l'amicizia. Allora scattano meccanismi ancora più complessi. Non si deve urtare o offendere l'amico o l'amante. Non si deve mentire e quello che si dice deve essere vero o almeno spesso ci accontentiamo del verosimile. Allora si cambia bersaglio, si concentra l'attenzione propria e dell'interlocutore su qualcos'altro, maledettamente vicino alla realtà, ma spostato di quel tanto che basta per non far individuare il vero bersaglio. La fiducia dell'interlocutore fa il resto e si continua a parlare di qualcosa che non esiste.
Si pensa così di salvare amore o amicizia ed invece si incrinano irrimediabilmente.

sabato 7 marzo 2009

Suona la campanella della primavera

(cliccare sulla foto per ingrandire ed avere delle sorprese)

Baremboim, Notturno n. 20 di Chopin



Esiste una bellezza invisibile agli occhi, ma che ti entra dentro, nel profondo. Questa musica ha questa capacità. I ricordi si accavallano e vedo mio padre al piano arrotolare la sigaretta tra le dita, appoggiarla al posacenere e cominciare a suonare. Ecco quella bellezza invisibile è diventata immagini e affetti e emozioni.

venerdì 6 marzo 2009

Alice, Peter Pan e Tremonti

Devo confessarlo: da molto tempo non compro più i quotidiani. La bulimia degli anni passati ha lasciato il posto all'anoressia. D'altra parte i piatti serviti erano indigesti: troppa panna montata o troppo aceto. Non ne potevo più.
Compro oggi la Repubblica e mi riconcilio con un bell'articolo di Pietro Citati intitolato "Peter Pan il bambino figlio di Alice". L'annuncio a titoli cubitali su 5 colonne "Tremonti: il 2009 sarà terribile" mi pare facilmente superabile, senza lasciare alcuna traccia di rimpianto.

Che dire di Citati? Parte da un paradosso che immediatamente mi spiazza:

"Alice appartiene saldamente al mondo che noi abitiamo. Nessuna creatura è più terrestre di lei, e possiede come lei lo "spirito della realtà": ragionevolezza, buon senso, buona educazione, cortesia, diplomazia innata, capacità di giudizio, istinto pratico, tutte le qualità che ci aiutano a vivere sulla terra si combinano nella figura di questa deliziosa bambina vittoriana."

Per proseguire l'articolo mi tocca andare a pag. 48 e sfogliare buona parte del giornale. Non trovo lo "spirito della realtà" con tutte le buone qualità in tutta quella accozzaglia di notizie. Forse pretendo troppo e non colgo "il positivo" che avanza.

D'altra parte anche Citati contrappone alla concretezza di Alice l'alterità di Peter Pan, un bambino-uccello, un mezzo e mezzo che "vive sempre sul margine, sul limite, senza appartenere ad un mondo" che detesta. Non vuole crescere? Si non vuole abbandonare le ali: vuole essere velocissimo.

giovedì 5 marzo 2009

Che cosa sono le nuvole, Pier Paolo Pasolini



- Che so quelle
- Sono le nuvole
- E che so' 'ste nuvole
- Mah
- Quanto so' belle, quanto so' belle, quanto so' belle
- Ah straziante meravigliosa bellezza del creato

In merito alla proposta di legge del senatore Franco Orsi del PdL sulla liberalizzazione della caccia a speci protette ed altre schifezze...

La bozza di Disegno di Legge del senatore Franco Orsi: una lista di vergogne senza fine.

Dal Senato della Repubblica parte in questi giorni uno dei più gravi attacchi alla Natura, agli animali selvatici, ai parchi, alla nostra stessa sicurezza: una bozza di disegno di legge di totale liberalizzazione della caccia.

E’ firmato dal senatore Franco Orsi (PDL), relatore incaricato di predisporre un testo base unificato, in seno alla Commissione Territorio/Ambiente del Senato di una dozzina di altri ddl "spara-tutto", già depositati l’anno scorso , prevalentemente da parlamentari del PDL e della Lega.

Animali usati come zimbelli, caccia nei parchi, riduzione delle aree protette, possibili abbattimenti di orsi, lupi, cani e gatti vaganti e tante altre nefandezze. La legge 157/1992, l’unica legge che in parte tutela direttamente la fauna selvatica nel nostro Paese, sta per essere fatta a pezzi.


mercoledì 4 marzo 2009

Piove di Fernando Pessoa da Poesie, Passigli editore

Piove. È silenzio, poi che la stessa pioggia
fa rumore, ma con tranquillità.
Piove. Il ciclo dorme. Quando l'anima è vedova
di quel che non sa, il sentimento è cieco.
Piove. Il mio essere (chi sono) rinnego...

Tanto calma è la pioggia che si scioglie nell'aria
(non pare neppure di nuvole) che sembra
non sia pioggia, ma un sussurrare
che di se stesso, sussurrando, s'oblia.
Piove. Non viene voglia di nulla...

Non alita vento, non v'è ciclo ch'io senta.
Piove lontano e indistintamente,
come una cosa certa che a noi mentisca,
come un gran desiderio che a noi mentisce.
Piove. Nulla in me sente...

Pensierino. Piove anche qui e nulla in me sente.

martedì 3 marzo 2009

Una pausa di immagini





Pensierino. Cercare e non trovare. Accorgersi che le cose hanno dentro di sé qualcosa e non capire cosa. E allora osservarle da vicino, minuziosamente, cercando di scoprire il loro segreto.

domenica 1 marzo 2009

Spostamenti

Un luogo dove ti senti a casa tua
non l'hai ancora trovato.
E' bastato uno scarto dalla tua vita di alcuni millimetri
e la traiettoria è cambiata per sempre.
Ti porta fuori strada,
continuamente.
Pare che i sentimenti sfuggano:
eri sicuro di averli acchiappati,
ma scivolano tra le dita.
Impercettibili spostamenti di senso
ti hanno portato mille miglia lontano.
Ora cominci a percepire che forse
non potrai mai raggiungerli.
C. non reggeva i sentimenti. Non dico quelli con la lettera maiuscola (Amore, Amicizia ecc) ma neanche quelli minuscoli (comprensione, affetto ecc). Se n'era reso conto fin dall'infanzia: troppo selvatico e solo, troppo trascurato dagli affetti dei genitori, troppo in balia delle sue fantasie un po' rachitiche. E così, con questa anima rinsecchita, si era trovato a far fronte all'amore, ma non ci aveva creduto tenendosi sempre uno spazio di fantasia chiuso in un piccolo cassetto nel quale non vedeva l'ora di rintanarsi. Ma la vita a volte tira degli scherzi e l'amore (o almeno questo pensava C.) era andato a scovarlo un'altra volta fin dentro quel piccolo cassetto nascosto. Naturalmente C. si sbagliava ancora, non era Amore. E se ne accorse dopo un po', dolorosamente.
Poi si era fatta strada nella sua testa un'idea che forse non aveva mai amato: si sentiva come oggetto d'amore, ma mai che lui avesse veramente amato qualcuno.
Fu così che un giorno decise di provare ad amare, sinceramente, di perdersi dietro un amore, insensatamente.