lunedì 25 gennaio 2010

Per Nichi



Commento. Quanto è lontana la Lombardia con il suo teatrino politico e le candidature della nomenklatura.

domenica 24 gennaio 2010

Mail da me stesso

Per quegli strani ed imperscrutabili scherzi della tecnologia, mi è arrivata una mail ieri da … me stesso. Già l’evento si manifestava in modo sospetto, ma quando ho letto che era un commento al mio piccolo racconto della scorsa domenica ho capito che la cosa si faceva seria. Infatti le aspettative (negative) si sono concretizzate all'apertura di questa missiva misteriosa in modo puntuale. Campeggiava una sola parola nel testo del messaggio: “banale” , seguita da quattro punti sospensivi (una sospensione accentuata e minacciosa).
Ora non bisogna sempre ascoltare le voci che ci arrivano dall'esterno, tanto più quando arrivano da misteriosi buchi neri del web: per fortuna la natura ci aiuta e facciamo già una discreta selezione fin dall'ascolto delle migliaia di messaggi diretti o indiretti ai quali siamo sottoposti quotidianamente, poi abbiamo affinato (dovremmo averlo fatto, almeno) una tecnica di selezione critica che ci porta a prendere in considerazione quelli più significativi, vagliarli, farci sopra qualche ragionamento ecc ecc. Questo almeno è il meccanismo che ci fa sopportare la pressione, a volte enorme, che viene dall’esterno e trasformarla in stimoli positivi. Un'amica, interpellata in proposito, sentenziava (saggiamente) di non prendere in considerazioni quel vigliacco "banale", frutto amaro, a suo dire, di una lettrice astiosa.
Ma una voce sibilata dal nostro alter ego mette in difficoltà perché è subdola e la cosa rende irrimediabilmente ansiosi. Prima, naturalmente, ho cercato scappatoie tecniche dispiegando ogni conoscenza informatica per rintracciare la provenienza della mail importuna, poi, non avendo raggiunto alcun risultato, mi sono messo a guardare quell'unica parola ricambiando il sentimento di astio che emanava. Già, ma il dubbio si era ormai insinuato come un tarlo nel legno tenero, e allora non rimaneva che rileggere quel “pezzo” e vagliarlo con l'occhio non già benevolo del padre che guarda il figlio, ma con quello accigliato del maestro che legge il componimento dell'allievo, anzi di uno degli allievi meno dotati.
Il verdetto finale, l’avevo sospettato fin dall’inizio ma non volevo rassegnarmi, è stato coincidente con quello del misterioso alter ego: “banale”. Giudizio in appello non impugnabile (non esiste la cassazione nel giudizio letterario).
Così per cercare un pannicello caldo da mettere sulla ferita sanguinante del mio ego [contrazione primordiale dell’invadente io] non è rimasto che rituffarmi nell’avventura della scrittura, ma ora la prospettiva era diversa, decisamente diversa.
Non mi potevo muovere che verso una scrittura “per sottrazione”: una specie di distillato di parole da sorseggiare a dosi infinitesimali, dosi omeopatiche. Questa tecnica ha degli innegabili vantaggi non tanto sul fronte della scrittura, che anzi è assai più intensa e macchinosa (cancellare le proprie parole già scritte è faticoso), ma sul fronte dell’utilizzatore finale (l’Avvocato Ghedini mi perdonerà l’appropriazione indebita di questa sua felice locuzione): il giudizio è praticamente immediato, senza appello e nello stesso tempo è anche, per la natura stessa dell’opera valutata, più indulgente. Rimane solo nel lettore il sospetto, non del tutto infondato, che l’autore si sia sforzato poco per partorire questa piccola cosa, ma gli sarà grato del fatto che comunque non gli ha fatto perdere molto tempo [sembra quest’ultimo l’unico vero problema di oggi].
Non continuo oltre perché, come si dice da noi, diventerebbe più la bagna dello stufato e quindi passo alla piccola “opera” odierna che è nata nell’occasione di un concorso de La Feltrinelli intitolato 128 battute al quale ho partecipato con questa cosa [poesia? short story?]…

Meglio essere cane
insospettabile intelligenza
nascondersi al temporale
essere amato per questa paura
ricevere una benevola carezza.


© Guglielmo Gaviani 17/11/09

martedì 19 gennaio 2010

La Palermo che ho visto

Chiesa della Martorana, Torre dei Venti (Palazzo degli Allemanni), Juventus Cleb in un vicolo del porto, "Museo" (in strada) dei carretti siciliani, Un palazzo nel quartiere Martorana, su un muro di Via Ernesto Basile, una delle tante "edicole" del centro con la sua dedica,  un cortile di Via Montevergini, un vicolo vicino al mercato Ballarò.  

















domenica 17 gennaio 2010

Racconti della Domenica (2): La cartolina


Frugando nelle tasche e nella valigia aveva accumulato un discreto numero di biglietti di ingresso a musei, palazzi e ville, quelli dei parcheggi, dei mezzi pubblici utilizzati, di pedaggi autostradali e persino dei bar, supermercati, trattorie dove era entrato a far spesa o per mangiare. Ora si era messo ad ordinarli per data. Queste piccole tracce gli avevano fatto ricostruite le tappe di un viaggio dell’estate passata. Poi sarebbe passato alle fotografie, alle guide che gli erano servite per orientarsi nelle visite e alle cartoline. Si perché quando andava in un posto aveva sempre l'abitudine di acquistare delle cartoline, ma non da spedire, se le teneva gelosamente, le usava come segnalibro o infilate in qualche guida, riposte in quelle buste di carta velina che danno i vecchi cartolai. Aveva avuto sempre l'idea che chi è di passaggio in un posto, da turista o, ancora di più, per lavoro, non capisca affatto un paese, un paesaggio (lasciando perdere le persone che sono incomprensibili comunque). Gli sembrava che il forestiero che passa veloce sorvoli le cose, ne percepisca particolari insignificanti, ascolti voci casuali, assapori odori nuovi e talmente diversi che finisca per confonderli. E così gli sembrava che acquistare cartoline servisse a capire qualcosa di più: chi aveva scattato la foto conosceva i luoghi, aveva atteso le stagioni migliori, le luci del giorno che meglio valorizzassero un paesaggio, un monumento. Erano le condizioni ideali per scattare quella foto, in quel posto, condizioni uniche ed irripetibili. Le sue foto potevano solo essere casualmente efficaci.  
Certamente alcuni luoghi erano sfuggiti al visitatore che nella sua frenesia di visitare i monumenti più importanti, si era fatto sfuggire quel angolo di panorama, un vicolo nascosto, la piccola chiesa di campagna ed allora la cartolina colmava il vuoto, completava il paesaggio riempiendo di nuovi particolari, avrebbe fatto capire qualcosa di più di quel luogo che altrimenti gli sarebbe apparso casualmente affascinante o insignificante.
A dire il vero anche le foto che scattava lui gli aprivano nuovi orizzonti, ma in modo del tutto involontario: le foto di panorami ampi o di piazze, di strade affollate facevano scoprire sempre qualche particolare che non era stato messo a fuoco. Aveva fotografato una cosa ed ecco che, inaspettatamente, qualcosa d'altro faceva capolino, spuntava all'improvviso chiedendo attenzione, imponendosi come il vero centro della fotografia. Far scorrere le foto, per lui, voleva dire scoprire anche queste cose minute, nascoste, in secondo e terzo piano, particolari involontariamente inclusi nel quadro. Gli piaceva alla fine scartare il resto della foto e ritagliare quel particolare, rivisitarlo con nuovo occhio, metterlo in luce, in primo piano, riabilitarlo e dargli la giusta cornice.  L’insignificante, involontario ed inatteso diventava protagonista.
Forse era questa la sua filosofia di vita.
(segue altrove)


(c) Guglielmo Gaviani 2010

venerdì 15 gennaio 2010

Carmen Palmiotta: I POETI NON HANNO PAURA DEL BUIO


17/12/2009 16.33.52

I POETI NON HANNO PAURA DEL BUIO

movimento I -pneuma/I poeti non hanno paura del buio,/ tanto che indagano il mare/ e le sue creste/ e le sue spume/ e le sue voci/ quando la notte/ piano/ avanza vestita di opale/ e inquieta i grigi./ I poeti spaccano il buio/ con abbagli vivi di neve fresca/ che danza fiocchi di luna./ E tornano nel buio/ poi,/ nel grembo del buio./ E raccattano ululi/ senza scuse di stelle,/ e farfalle di grida/ e spirali di mani/ e incroci di rosari/ e bestemmie./ I poeti non hanno paura del buio,/ ne scavano anzi il ventre/ e raschiano il fondo del buio/ con cucchiai di pena,/ forti/ di mille fantasmi raggrumati/ negli antri di mille/ memorie./ Strati/ di oblique trascendenze./ Non hanno paura del buio/ i poeti/ quando levano àncore d’angoscia/ e precipitano nei vuoti/ del pneuma fluttuante/ e navigano a vista/ sulle ali piumate/ di un traguardo indefinito./ I poeti sfidano il buio/ e lo accolgono/ e lo guidano/ nella tela d’immenso/ d’inaspriti giorni,/ nelle lande spettrali/ dove sole s’indovina./ Il buio dei poeti/ è luogo benedetto/ unica riva/ al loro forte andare/ unico approdo/ alle parole/ che si fanno verbo/ che si fanno carne/ che si fanno sangue./ E forse/ sarà luce./
movimento II - pragma/ I poeti non hanno paura del buio,/ quando mangiano avanzi/ di follia/ nei cortili deserti/ della mente./ Quando suonano la banda/ alle feste patronali/ sotto il buio del cielo/ contro il buio del cielo/ illuso di colori d’artificio./ E non hanno paura/ quando dolore oscuro/ nutrito di buio/ li trafigge a tradimento./ Quando lacrime comuni/ eppure amare per sé sole/ li solcano come aratri,/ come lame./ Bevono le loro lacrime/ i poeti/ nettare di buio e redenzione/ fino alle viscere della pena./ Non aspettano/ strisce di sogno/ avvolte di aurore,/ premio al cammino./ Non s’illudono/ di toccare una grazia/ vergine e ignara/ di buio./ Su di sé prendono/ le ballerine di Pavese/ il milione di scale di Montale/ e ne distillano/ piccoli fiori candidi/ in ampolle di universo./ E ancora una volta/ forse sarà luce./
movimento III - sintagma/ Forse sarà luce./ Esploderà la supernova/ e nascerà buco nero./ E i poeti saranno lì/ in latebre d’angoscia/ infinitesimale/ a saziarsi di polvere di cieli./ Si ricorderanno di Nietzsche/ allora/ i poeti/ e come un figlio accoglieranno/ il caos dentro di sé/ e la sua ontologia./ Sarà l’unica obbedienza/ l’unico teorema/ l’unico filo./ E sarà buio il caos/ un mare di schegge di buio/ di trottole fluorescenti/ di evanescenti grumi./ Soli/ i poeti andranno/ nel ventre del cavallo di Troia/ e sapranno che forse/ questa volta/ l’astuzia non avrà la meglio/ forse/ questa volta/ il coraggio innalzerà il vessillo./ Luminoso./ Ma non saranno certi./ I poeti s’inchineranno/ alla Sibilla e alla sua caverna/ col capo disadorno/ di alloro/ con la fronte prona/ gli occhi guizzanti./ E forse/ quando usciranno/ sarà luce./ E se non sarà luce/ andranno ancora/ e cercheranno la nera ragione/ di squarci rosati/ d’illusione/ e partoriranno con dolore/ e con lo sguardo fiero./ ….. perché i poeti non hanno paura/ del buio.
PS C'è speranza se intelligenza e cuore tornano ad esprimersi.

domenica 10 gennaio 2010

L'attenzione [della serie Racconti della Domenica]


L’attenzione

Si era svegliato ed aveva avuto la netta sensazione che qualcosa di veramente eccezionale gli sarebbe successo. Si era fatta la doccia, sbarbato, vestito di tutto punto e poi si era guardato allo specchio, sorridendo, ed aveva detto “Si è una giornata speciale e sono pronto”. Non era il primo giorno che si svegliava con quella sensazione e ripeteva quel rituale, ma era come se la notte avesse l’effetto di cancellare anche il più piccolo dubbio.
Attendere era diventato il suo modo di vivere: non sapeva nemmeno lui cosa attendesse di preciso, ma sapeva che qualcosa sarebbe successo. E la cosa gli metteva un certo buon umore, un inspiegabile buon umore perché, intanto, nulla succedeva di così importante da poter giustificare il suo ottimismo.
L'attesa affinava l'attenzione: guardava, osservava attentamente, soppesava, ascoltava, odorava, valutava le sensazioni di calore o di freddo, di ruvido o di liscio che gli venivano dalla pelle, gustava arrotando la lingua cibi e liquidi, insomma aveva i cinque sensi in allarme.
Man mano che il tempo passava non si perdeva d'animo, rimaneva fermo nel suo atteggiamento d’ascolto, pronto, vigile, sveglio, attento.
Persino la notte quando si coricava, in quello stadio tra veglia e sonno, appuntava l'udito e sbarrava gli occhi nel buio per capire se qualcosa succedesse, a sua insaputa, approfittando del suo momentaneo calo d’attenzione o quel melanconico sottile scetticismo che prende la sera.

-   Vieni su corri, pigrona
-   Non ce la faccio, non ce la faccio
-   Dai, su, spicciati
-   Eccomi, che fretta c’era di arrivare qui in cima?
-   Vieni qui e poi capirai
-   Che c’è?
-   Guarda
Si apriva un largo orizzonte dalla collina che sovrastava il lago ed oltre le colline poi ancora, là in fondo le montagne. Sopra il poggiolo c’era una panchina per fermarsi ed ammirare lo spettacolo. Non c’era più bisogno di parole. Guardavano e sorridevano. Scoprivano un altro paesaggio, altri prati lontani, altri specchi di laghi e tornavano a sorridere ed a sorridersi.
Ecco, questa è la beatitudine: guardare e perdersi. Insieme.
Ma ecco la sveglia intonava la sua suoneria e, ancora una volta, si alzava con un sorriso.

Con il tempo si era fatta un'idea brutalmente semplice di tutto quanto gli stava succedendo e se l’era tenuta stretta e nascosta come un prezioso segreto.
     
© Guglielmo Gaviani
Buscate 10/01/2010






Al patetico ottimismo del mio racconto, non posso che accostare, come contrappunto, questa poesia di Gesualdo Bufalino tratta dalla raccolta L'amaro miele.

Poscritto, dopo molti anni

Se qualcuno stasera è infelice come me.
qualcuno come me, sprangato in una stanza,
dopo aver visto due volte lo stesso film,
solo con un baule di parole sbagliate,
di ricordi bugiardi, in un paese di neve,
fra due lenzuola bianchissime, solo;
se qualcuno stasera è come me nel mondo
uno straniero che domani se n'andrà...

Amico che di là dei monti
per ascoltarmi stringi gli occhi come una volta,
ricordi i balli prima della guerra.
e Jole e Minia e la signora forestiera,
ricordi il sole del trentanove
sui nostri visi brutti, le nostre risa di poveri,
l'intercalare “Quien sabe?” di moda tutta un estate,
finché significò qualcosa...

Poi la luna si chiuse nei pozzi,
l'unghia d'inverno recise
i mazzi di robinie spruzzolati di sangue,
migrarono gli uccelli dai nidi delle caserme...
Chi guarirà dentro di noi tutti quei morti
che palpano con mani cieche
la notte smisurata che li mura?
Chi nel nero tizzone risveglierà una guancia
per ripetere “t'amo “ ai ponte della Bettola?

Giorni più neri altrove m'aspettavano:
mi punse il petto la febbre
con lunghe aguzze scapole di vergine.
scaltro venne un sensale
a contare i miei passi, il mio respiro...
Insolente proposta di esistere,
inutilmente al balcone
il grido dei gallo un'alba mi chiamò

Da allora chiuso nel mio cunicolo, e pieno
d'un minuto rancore, d'un bambino rancore,
come un guardiano di faro in fedele
vivo in attesa d'un naufragio, m'affeziono
ai minimi relitti che la tempesta mi porge,
dirigo sugli scogli ogni barca che mi cerca,
rido da solo strofinandomi le mani...

Dio, tu dici, o chiedi in silenzio :

a guisa dei poliziotti dei romanzi,
ho fiutato nel mondo le Sue peste;
in piedi e in ginocchio, beffato e beffardo,
l'ho ferito e chiamato, l'ho perduto e cercato,
ma il delitto dentro la stanza chiusa
s'è ripetuto ogni volta, all'improvviso...

E poi... ma addio, addio, le parole non servono.


mercoledì 6 gennaio 2010

Búscate en mí - Cercati in me

Sono rimasto folgorato da questi versi di Teresa d'Avila:

Búscate en mí
Alma, buscarte has en Mí,
Y a Mí buscarme has en ti.

Cercati in me
Anima, cercarti ho in Me,
Ed a Me cercarmi hai in te.

[Con i traduttori non sono riuscito a fare di meglio]

Certo un mistico arriva a dei punti di introspezione abissali a volte inquietanti. Ma è impressionante che questo esito finale sia condiviso da molti provenienti dalle strade più diverse.

J.L. Borges ad esempio nell'Elogio dell'ombra scrive:

La vecchiaia (è questo il nome che gli altri gli danno)
può essere per noi il tempo più felice.
E' morto l'animale o quasi morto.
Vivo tra forme luminose vaghe
che ancora non son tenebra.
...
Nella mia vita son sempre state troppe le cose;
Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare;
il tempo è stato il mio Democrito.
...
Posso infine scordare. Giungo al centro,
alla mia chiave, all'algebra,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono.

Ed Emily Dickinson nella sua poesia 1695

There is a solitude of space
A solitude of sea
A solitude of Death, but these
Society shall be
Compared with that profounder site
That polar privacy
A soul admitted to itself -
(L'ultimo verso non c'è nei manoscritti originali. Sembra sia una aggiunta editoriale.)

C'è una solitudine di spazio,
una solitudine di mare,
una di morte, ma
faranno lega tutte quante
a paragone con quell'estremo punto,
quella polare ritrosia
di un'anima ammessa a se stessa.
Finita infinità

(traduzione di Mario Luzi, Meridiani)

E poi e poi...

domenica 3 gennaio 2010

Carlo Crivelli e i suoi mondi fantastici. Una visita a Brera.

E' sempre bello tornare a Brera e visitare la sua Pinacoteca. L'occasione la mostra antologica su Carlo Crivelli  (Venezia, 1430/1435 – Ascoli Piceno, 1490/1495). Naturalmente come è possibile entrare a Brera e non guardare le sale con i dipinti più (e meno) importanti? Così ecco il giro:
L'Oratorio di Macchirolo XIV secolo (spostato qui e ricostruito a grandezza naturale con la sua mandorla al centro);
Poi le sale dei Fondi oro dal XII al XV secolo [da ammirare la Crocifissione di Gentile da Fabriano e Madonna con bambino di Ambrogio Lorenzetti];
Nella VI sala ci imbattiamo di colpo  nel Cristo morto e tre dolenti di Andrea Mantegna e nella Pietà di Giovanni Bellini.

Percorso tutto il corridoio si entra nella grande sala VII nella quale campeggia una enorme tela di Gentile e Giovanni Bellini con la Predica di San Marco ad Alessandria d'Egitto un dipinto dove la fantasia dei pittori si esprime in tanti piccoli particolari inventando architetture, costumi ed animali.
Poi passando nelle altre sale troviamo di TIZIANO vercellio un San Gerolamo penitente, un drammatico Ritrovamento del corpo di San Marco del Tintoretto, un San Sebastiano di Vincenzo Foppa, un Crocifisso con i santi di Giovanni Bernardino e Giovanni Stefano Scotti [i due ladroni crocifissi attirano immediatamente l'attenzione con le loro smorfie di dolore].
Si entra nel lungo corridoio X dedicato all'arte moderna e qui si possono ammirare: una bellissima Rissa in galleria di Umberto Boccioni, un Bue squartato e Fiori secchi di Mario Mafai,  le scolture di Marino Marini, una Testa di toro di Picasso, i paesaggi urbani di Mario Sironi [impressionante il Paesaggio urbano con viandante].
Usciti da questa sezione non ci rimane che riprendere il cammino nelle sale arrivando alla strepitosa sala XXIV con la Pala Montefeltro di Piero della Francesca, Lo Sposalizio della Vergine di Raffaello Sanzio (appena restaurato) e il bellissimo Cristo alla colonna di Donato Bramante. Una sala dove rimanere in silenzio per lunghi attimi a contemplare la bellezza pura.
Le altre sale sembrano perdere di valore dopo aver sostato nella XXIV. Ma c'è un ultimo (forse nemmeno...) colpo di coda con l'arrivo nella sala XXIX e dietro alla parte si scopre La cena di Emmaus di Caravaggio. Ho già parlato di questo quadro, ma non resisto a descriverlo un'altra volta. Si tratta dell'episodio raccontato dai Vangeli
35 Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane. 36 Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". 37 Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. 38 Ma egli disse: "Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39 Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho". 40 Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41 Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: "Avete qui qualche cosa da mangiare?". 42 Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43 egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. 44 Poi disse: "Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi". 45 Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse: 46 "Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno 47 e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48 Di questo voi siete testimoni.
Si conosce un solo nome dei due discepoli: si chiama Cleopa, l'altro rimane sconosciuto nel passo di Luca ( 24,35-48) che ho riportato.
Gesù deve dare la prova di essere il risorto ai discepoli increduli, apre loro la mente e si rivela. Questo è esattamente il momento rappresentato da Caravaggio.

Cleopa si aggrappa al tavolo protendendosi verso il Cristo, l'altro discepolo (nell'ombra) solleva una mano dallo stupore. Ma sono le altre due figure quelle che segnano il quadro e lo completano: l'oste che guarda, sente ma non capisce (la rivelazione non è per lui?), la cameriera che non guarda forse non sente nemmeno, sembra persa in sé stessa nella sua sofferenza (o malattia), il suo volto pallido è vecchio, tirato, non partecipa in nessun modo alla scena, ma questo suo apparente isolamento la pone come alternativa al volto illuminato del Cristo, una alternativa di una umanità chiusa nella sua fatica di vivere.
Chi guarda è posto in questo varco tra i due discepoli e può ugualmente scegliere il suo sentimento di fronte a questa rivelazione: partecipare emotivamente alla scoperta, guardare e non capire, non guardare e rimanere prigioniero nella propria sofferenza.
Si guadagna l'uscita ammirando ancora qualche capolavoro: una Crocifissione di Giuseppe Maria Crespi in cui un Cristo alla croce si staglia in un cielo plumbeo, è il momento della morte; il Portarolo seduto con cesta, uova e pollame di Giacomo Ceruti; il Bacio di Francesco Hayez (per la gioia dei Baci Perugina); un meraviglioso Il carro rosso di Giovanni Fattori ed il delicatissimo Fanciulla nella stanza di Gerolamo Induno.  Naturalmente un grande Quarto stato di Pelizza da Volpedo poi campeggia nell'ultima sala, ma è solo un attimo.
E Carlo Crivelli ? A lui sono dedicate alcune sale che riproducono grandi pale d'altare o quadri e la mostra è completata dalla presentazione di decorazioni di tappeti anatolici coevi per sottolineare la ricerca delle decorazioni finissime fatta dal Crivelli.











venerdì 1 gennaio 2010

Libri da ardere

Un professore universitario vive nella sua casa a poca distanza dall'università ed ospita un suo assistente e la sua fidanzata durante i bombardamenti che stravolgono la città, che a poco a poco si spopola. Avanza l'inverno e l'esigenza più importante è "riscaldarsi" a qualunque costo: dopo aver dato fondo a tutti mobili, non rimangono nella stanza che due sedie, una cassa e una stufa cilindrica e, naturalmente, una grande libreria con centinaia di volumi raccolti dal professore in più di 20 anni di studi. E' la ragazza la prima che ipotizza di bruciare i libri per riscaldarsi, con grande scandalo del professore e del suo assistente. Poi le sue argomentazioni fanno breccia ed allora il problema si sposta su "quali" libri bruciare. Quali sono i criteri per scegliere i libri da distruggere nella stufa? Implacabile divora di giorno in giorno tutti i libri che le si gettano dentro con l'unico scopo quello di far sopravvivere i tre inquilini della casa.
Le cose si complicano. La ricerca spasmodica del calore della ragazza finisce per farle apparire possibile di sottomettersi alle attenzioni sessuali del professore che usa semplicemente come "stufa". La lotta per la sopravvivenza fa crollare qualsiasi ostacolo di tipo morale. L'alternativa è fare un giro in città in pieno giorno e diventare bersaglio dei cecchini implacabili dei "barbari" occupatori.
I libri man mano diventano sempre meno ed il cerchio si stringe intorno a pochi libri. L'ultimo di questi è un romanzo adolescenziale che il professore nelle sue lezioni ha sempre stroncato additandolo come un cattivo esempio di letteratura. Ora, inspiegabilmente, lo difende fino all'ultimo. Il suo assistente gli rinfaccia questo atteggiamento contraddittorio ed il professore è costretto a cercare motivazioni di tipo letterario che non convincono il suo interlocutore, ma trovano nella sua fidanzata una insperata sostenitrice. L'assistente ha capito cosa continua a succedere tra il professore e la sua fidanzata e smaschera l'uno e l'altra. Gli avvenimenti precipitano e il professore decide di bruciare anche quell'unico, ultimo libro per resistere ancora un giorno, nella speranza della fine della guerra.
Ma è la ragazza che non accetta più questo ultimo rinvio e corre per strada per farsi ammazzare, seguita dal suo fidanzato.

Pensierino. Libri da ardere? Ricorda altri roghi di libri: la notte del 10 maggio 1933 centinaia di libri vennero bruciati a Berlino in quanto considerati, dalla propaganda nazista, contrari allo «spirito tedesco» (fra gli autori, Mann, Brecht e lo stesso Heine). Durante il rogo, Joseph Goebbels tenne un violento discorso contro la cultura «degenerata». Scrive Bertolt Brecht:

Il rogo dei libri

Quando il regime ordinò che in pubblico fossero arsi
i libri di contenuto malefico e per ogni dove
furono i buoi costretti a trascinare
ai roghi carri di libri, un poeta scoprì
- uno di quelli al bando, uno dei meglio - l'elenco
studiando, degli inceneriti, sgomento, che i suoi
libri erano stati dimenticati. Corse
al suo scrittoio, alato d'ira, e scrisse ai potenti una lettera.
Bruciatemi!, scrisse di volo, bruciatemi!
Questo torto non fatemelo! Non lasciatemi fuori! Che forse
la verità non l'ho sempre, nei miei libri, dichiarata? E ora
mi trattate come se fossi un mentitore! Vi comando:
bruciatemi!


Non fu l'unico rogo di libri anzi nei tempi andati qualcuno, per sicurezza, preferiva bruciare oltre ai libri  anche l'autore. Ma sono storie spiacevoli, nessuno le vuole ricordare, soprattutto i nipoti di quelli che appiccavano il fuoco sotto...

Nella commedia di Amélie Nothomb "Libri da ardere" invece i libri sono l'ultimo combustibile rimasto. Certo Kafka non sarebbe molto d'accordo ("Bruciare libri? Nessun sano di mente vorrebbe mai bruciare dei libri"), ma chi ha freddo perde la ragione e non sottilizza.

Un po' di carica buon 2010