domenica 21 novembre 2010

Tornavento


Tornavento. Nella pianura quello che impressiona è lo spazio che si apre (improvviso e spettacolare) davanti quando il vento spazza via nebbie e sulfuree fuliggini. 
Per cui c'è da invocare, dopo giorni di pioggia:"Torna vento, torna"...


venerdì 19 novembre 2010

Un saluto ad Adriana Zarri, teologa ed unica donna presente al Concilio Vaticano II



Parabole
di Adriana Zarri
in “il manifesto” del 21 agosto 2010
Gettonare. Un tempo non usava (forse perché ancora non c'erano i gettoni) è uno dei tanti neologismi (di buono o di cattivo gusto) che ci siamo inventati. E non è neanche bello, ma ormai ce lo dobbiamo sopportare. Gatti Fra cani e gatti c'è una dialettica, diciamo pure una decisa guerra, combattuta sul piano letterario del simbolo e della narrazione, e sul piano esistenziale con obiettive zuffe, a suon di abbaiamenti, di miagolii e di soffi felini. Anche a livello umano c'è una dialettica tra... filocani e filogatti, cioè tra gli amatori dell'uno o dell'altro animale. Dichiaro subito di essere una filogatta. Dei gatti amo tutto: la bellezza, la morbidezza, le fusa che gorgogliano nella loro tiepida gola; ed amo anche gli amatori dell'amato felino che sono molti: tra uomini donne, laici ed ecclesiastici, papa compreso. Anche il papa. Non so i precedenti ma il pontefice attuale è, lui pure, un amante dei gatti, ed io gli perdono certe direttive che mi lasciano perplessa per via di questo amore comune per i mici. Naturalmente questo amore è poco per sbilanciare la perplessità che è molta, ma sempre qualcosa è e insieme al suo amore per la musica, mi rende simpatico anche lui che - per tanti altri versi - simpatico proprio non sarebbe. Evviva quindi il gatto che svolge persino una funzione ecclesiale. Cani Il cane mi piace molto meno. Estroverso, deciso (se non lo fermiamo) a puntarci le zampe sul petto per giungere a darci una linguata sulla faccia, lo sporcaccione. E tuttavia sempre una bestia è: creatura di Dio ed amico dell'uomo e anzi ha ispirato tanta buona e cattiva (specialmente cattiva) letteratura sulla sua fedeltà, quasi che il gatto e altri animali non fossero altrettanto fedeli e amici. Comunque occupiamoci anche di lui e registriamo, con soddisfazione, la notizia che dice in calo gli abbandoni che funestavano le scorse estati, quando i padroni (è il termine odioso che in questo caso ben si giustifica) li abbandonavano sulla strada, per non avere l'impiccio di un animale durante le vacanze. Ma un animale amico non è un impiccio: è un buon compagno. Portiamoli perciò con noi i nostri cani e i nostri gatti: ci faran compagnia e - se proprio non possiamo portarli - affidiamoli ad un amico fidato perché facciano compagnia pure a lui. Se poi non abbiamo un cane e neanche un gatto consoliamoci con qualche altro animale. Ed io mi metto in pari, rispetto alla mia carenza canina e felina, con uno scoiattolo che scorazza nel giardino e nel bosco saltando da pianta a pianta con la sua grande coda rossa e spazzolando la corteccia degli alberi. E se poi non bastasse, tenete conto che ho anche saltanti lucertole e ramarri smeraldini, per non dir poi di lunghe code di formiche e di rotonde chiocciole che si appendono, come gioielli, sui rami delle piante. Cani, gatti, scoiattoli... l'importante è che ci sia sempre qualche animale, perché più bestie ci sono più il mondo è bello.

lunedì 15 novembre 2010

sabato 13 novembre 2010

Adesso qui


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E dopo, tornato a casa ecco qualche altra foto...

Pettirosso

Pastori macedoni nel Parco del Ticino

venerdì 12 novembre 2010

Sei personaggi in cerca...

In un teatro una compagnia sta provando una commedia brillante. Solite scene di piccola umanità: un attor giovine non più giovane, una prima donna eccentrica e capricciosa, amori galeotti tra gli attori, "operai" del teatro che armeggiano intorno cercando di far funzionare una macchina che sembra già a pezzi.
Nella scena irrompono sei personaggi, stralunati, spiritati: una donna velata con due bambini (la madre), suo marito, un figlio già uomo, la figliastra (una ragazza giovane e di grande bellezza).
Capocomico. Chi sono lor signori? Che cosa vogliono?
Il padre (facendosi avanti, seguito dagli altri, fino a una delle due scalette). Siamo qua in cerca d'un autore.
Il capocomico (fra stordito e irato). D'un autore? Che autore?
Il padre. D'uno qualunque, signore.
Il capocomico. Ma qui non c'è nessun autore, perché non abbiamo in prova nessuna commedia nuova.
La figliastra (con gaja vivacità, salendo di furia la scaletta). Tanto meglio, tanto meglio, allora, signore! Potremmo esser noi la loro commedia nuova.
Qualcuno degli attori (fra i vivaci commenti e le risate degli altri). Oh, senti, senti!
Il padre (seguendo sul palcoscenico la Figliastra). Già, ma se non c'è l'autore!
Al Capocomico: Tranne che non voglia esser lei...
La Madre, con la Bambina per mano, e il Giovinetto saliranno i primi scalini della scaletta e resteranno lì in attesa. Il Figlio resterà sotto, scontroso.
Il capocomico. Lor signori vogliono scherzare?
Il padre. No, che dice mai, signore! Le portiamo al contrario un dramma doloroso.
La figliastra. E potremmo essere la sua fortuna!
Il capocomico. Ma mi facciano il piacere d'andar via, che non abbiamo tempo da perdere coi pazzi!
Il padre (ferito e mellifluo). Oh, signore, lei sa bene che la vita è piena d'infinite assurdità, le quali sfacciatamente non han neppure bisogno di parer verosimili; perché sono vere.
Il capocomico. Ma che diavolo dice? 
Il padre. Dico che può stimarsi realmente una pazzia, sissignore, sforzarsi di fare il contrario; cioè, di crearne di verosimili, perché pajano vere. Ma mi permetta di farle osservare che, se pazzia è, questa è pur l'unica ragione del loro mestiere.
Gli Attori si agiteranno, sdegnati.
Il capocomico (alzandosi e squadrandolo). Ah sì? Le sembra un mestiere da pazzi, il nostro?
Il padre. Eh, far parer vero quello che non è; senza bisogno, signore: per giuoco... Non è loro ufficio dar vita sulla scena a personaggi fantasticati?
Il capocomico (subito facendosi voce dello sdegno crescente dei suoi Attori). Ma io la prego di credere che la professione del comico, caro signore, è una nobilissima professione! Se oggi come oggi i signori commediografi nuovi ci danno da rappresentare stolide commedie e fantocci invece di uomini, sappia che è nostro vanto aver dato vita—qua, su queste tavole—a opere immortali!
Gli Attori, soddisfatti, approveranno e applaudiranno il loro Capocomico.
Il padre (interrompendo e incalzando con foga). Ecco! benissimo! a esseri vivi, più vivi di quelli che respirano e vestono panni! Meno reali, forse; ma più veri! Siamo dello stessissimo parere!
Gli Attori si guardano tra loro, sbalorditi.

Intermezzo pensieroso. Pirandello capovolge la "finzione" scenica riportandola alla realtà, ben intuendo che ciascuno "recita una parte". Oggi non si recita più, si crede fermamente di essere proprio il proprio "personaggio", non c'è distacco, che significa anche autoironia...

Il Padre (rivolto al Capocomico). Il dramma scoppia, signore, impreveduto e violento, al loro ritorno; allorché io, purtroppo, condotto dalla miseria della mia carne ancora viva... Ah, miseria, miseria veramente, per un uomo solo, che non abbia voluto legami avvilenti; non ancor tanto vecchio da poter fare a meno della donna, e non più tanto giovane da poter facilmente e senza vergogna andarne in cerca! Miseria? che dico! orrore, orrore: perché nessuna donna più gli può dare amore.—E quando si capisce questo, se ne dovrebbe fare a meno... Mah! Signore, ciascuno—fuori, davanti agli altri—è vestito di dignità: ma dentro di sè sa bene tutto ciò che nell'intimità con se stesso si passa, d'inconfessabile. Si cede, si cede alla tentazione; per rialzarcene subito dopo, magari, con una gran fretta di ricomporre intera e solida, come una pietra su una fossa, la nostra dignità, che nasconde e seppellisce ai nostri stessi occhi ogni segno e il ricordo stesso della vergogna. È così di tutti! Manca solo il coraggio di dirle, certe cose!
La figliastra. Perché quello di farle, poi, lo hanno tutti!
Il padre. Tutti! Ma di nascosto! E perciò ci vuol più coraggio a dirle! Perché basta che uno le dica—è fatta!—gli s'appioppa la taccia di cinico. Mentre non è vero, signore: è come tutti gli altri; migliore, migliore anzi, perché non ha paura di scoprire col lume dell'intelligenza il rosso della vergogna, là, nella bestialità umana, che chiude sempre gli occhi per non vederlo. La donna—ecco—la donna, infatti, com'è? Ci guarda, aizzosa, invitante. La afferri! Appena stretta, chiude subito gli occhi. È il segno della sua dedizione. Il segno con cui dice all'uomo: «Accecati, io son cieca!».
La figliastra. E quando non li chiude più? Quando non sente più il bisogno di nascondere a se stessa, chiudendo gli occhi, il rosso della sua vergogna, e invece vede, con occhi ormai aridi e impassibili, quello dell'uomo, che pur senz'amore s'è accecato? Ah, che schifo, allora che schifo di tutte codeste complicazioni intellettuali, di tutta codesta filosofia che scopre la bestia e poi la vuol salvare, scusare... Non posso sentirlo, signore! Perché quando si è costretti a «semplificarla» la vita—così, bestialmente—buttando via tutto l'ingombro «umano» d'ogni casta aspirazione, d'ogni puro sentimento, idealità, doveri, il pudore, la vergogna, niente fa più sdegno e nausea di certi rimorsi: lagrime di coccodrillo! 



domenica 7 novembre 2010

Sospesa(o)

Era trascorso il tuo tempo
ed ora,
staccata dal ramo da un colpo di vento,
ti aspettava la terra accogliente,
ma sei rimasta appesa
ad un filo invisibile...

sabato 6 novembre 2010

Non fare che l'Inverno (dedicato a chi so io)

Non fare che l'Inverno, dura mano,
cancelli la tua estate indistillata:
proteggine una fiala, via, lontano,
prima che la bellezza sia annullata.
...
(Sonetto di William Shakespeare)



giovedì 4 novembre 2010

Fotografie di ieri e di oggi

Possiedo un certo numero di vecchie fotografie del paese dove vivo, patrimonio o di famiglia (un vecchio zio appassionato di fotografia) o di ricerche nelle case. Quasi sempre in queste fotografie è presente qualche persona. Non c'erano due cattive abitudini dei fotografi moderni: escludere le persone ("scusa spostati un po' che devo fotografare il monumento") o , peggio, quello di mettere davanti al monumento in posa delle persone sorridenti.
Per il fotografo di 60-80 anni fa la cosa era differente. La foto era un evento in sè. Rarissime sono le persone in posa, se non nelle foto di gruppo di associazioni; molto più frequenti quelle di grandi eventi religiosi (processioni, messe solenni), dei matrimoni più importanti e spessissimo anche di funerali. A dire il vero c'erano le foto di singole persone o di gruppi familiari ristretti (padre madre e figli), ma erano quasi sempre fatte in studio con pose studiate e stereotipate su fondali classici (colonna dorica, tenda drappeggiata). La moglie sta seduta con in braccio i bambini ed il marito fissa l'obiettivo appoggiando una mano sulla spalla di lei che rivolge il viso al marito guardando in sù. Poi ci sono le foto di pargoletti nudi su vaporosi cuscini di taffetà, ma sono sicuramente ricchi pargoli della borghesia.
Nelle foto di scorci di paese (come dicevo prima di questa digressione sui personaggi delle foto), si vedono sempre persone ferme per strada, per niente in posa, come se il fotografo volesse rappresentare il paese mentre vive una normale giornata, con la gente che passeggia o passa in bicicletta, il cane che scodinzola dietro al suo padrone che si è fermato a parlare con un amico, le donne con la sporta delle spesa...
E' una idea di fotografia più aderente alla realtà, non astratta, ma maledettamente concreta e viva.
Ci sarebbe da riflettere molto su come usiamo oggi la fotografia e sul rapporto che abbiamo con la realtà che ci circonda.

Il Verbo e le tenebre

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 1-18)

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.

Pensierino. Per chiunque creda o meno queste parole dovrebbero far pensare al valore fondante per la nostra esistenza del Verbo=Parola. Non è un caso che proprio dallo stravolgimento e mutazione del senso delle parole parta la grande offensiva dei mistificatori , corruttori e ingordi (non solo di cibi) che affollano la nostra vita pubblica . Ritornare al "senso" delle parole è quindi resistere alle tenebre che avanzano.

P.S. Mi sento "biblico" questa mattina, ma poi passa...

martedì 2 novembre 2010

Il parco ed il monumento a Pier Paolo Pasolini a Ostia


Questa è la considerazione dell'Italia per uno dei più grandi intellettuali del '900. Ma (forse) è molto meglio così...

Per cimiteri

Le "feste" dei morti sono l'occasione per me per visitare i cimiteri. Non si tratta di devozione per i morti, quelli li visito ogni giorno dell'anno nella mia passeggiata in paese; non è nemmeno la visita ai "miei" morti, i morti sono come i figli: dopo un po' sono "patrimonio" di tutti e quindi la visita ad una qualsiasi tomba è la "visita ai morti". Evito accuratamente di frequentare il cimitero proprio nei giorni di sfrenata kermesse che fa molto contenti soprattutto i fioristi. La mia frequentazione nei cimiteri (in orari strani tipo nelle ore di mezzogiorno nelle quali questi luoghi si svuotano all'improvviso) serve per visitare quelle antiche chiese che vi sorgono e che rappresentano nel novarese e nelle aree di campagna di Lombardia e Piemonte una grandissima ricchezza purtroppo dimenticata. Queste costruzioni nel novarese ad es. sono quasi sempre le chiese principali del paese abbandonate per decreti vescovili a causa di pestilenze o altre calamità e che diventano le cappelle intorno alle quali si raccolgono le sepolture dei "nuovi" cimiteri. Per noi questo periodo si situa all'incirca tra l'XI e il XIII secolo. Queste piccole chiese lasciate un po' in disparte dai paesi sono rimaste nella quasi totalità anche dimenticate da "costruttori" e "distruttori" e quindi intatte anche se progressivamente in pessime condizioni generali. Al loro interno poi si trovano affreschi che in alcuni casi sono di pregevole fattura ed in altri rappresentano solo il modo un po' primitivo ed ingenuo di rappresentare la vita dei santi, le fasi della vita di Gesù ed in particolare i due eventi clou (nascita e morte sulla croce). Qui si possono ammirare delle vere e proprie "Cappelle Sistina dei poveri" alle quali sono molto affezionato. E' una religione semplice e molto diretta che non ha nulla a che fare col rito: il prete sull'altare diceva a questi contadini parole assolutamente incomprensibili (parlava in latino ad un popolo di analfabeti). Loro guardavano questo grande fumetto sulle pareti e capivano tutto quello che c'era da capire.
Certo si era messo di mezzo anche il Concilio di Trento a codificare i messaggi pittorici, le figure da usare e quelle da evitare, le simbologie riconoscibili a Palermo come a Varese; eppure i pittori poi ci mettevano del loro ed è nei particolari che si sviluppa la loro fantasia e si creava un feeling con il "fruitore finale".
Cimitero di Cavagliano Chiesa di San Vito. Copia del dipinto eseguito da Gaudenzio Ferrari nella chiesa di Santa Maria delle Grazie a Varallo Sesia. Affreschi del XV-XVI secolo.

Commento a margine. Notate quel calcagno del soldato seduto a terra sulla destra che sporge dal quadro e sembra appoggiato alla cornice. E' di una modernità impressionante.

Oratorio dei Santi Nazaro e Celso (Sec. XII-XIII). Maria fa il bagno a Gesù. 

Commento a margine. Maria (vestita di tutto punto) fa il bagno a Gesù in un bacile e di fianco sulla destra è acceso il fuoco per riscaldare l'ambiente ed una bambina ha pronto l'asciugamano per asciugarlo. In alto un cane dorme tranquillo.