sabato 31 dicembre 2011

Per finire in bellezza il 2011 alcune foto e qualche pensierino

Fresco zucchero a velo sulle foglie accarezzate dal sole tenero d'inverno  

Cuscino soffice e vellutato per folletti birbanti

Il Ticino e il Monte Rosa sono di questo mondo e riscattano con la loro bellezza
qualsiasi bruttezza  

mercoledì 28 dicembre 2011

Il Pio Monte della Misericordia di Napoli

Nella parte più antica di Napoli, in una vecchia strada trafficatissima e stretta tra due coltri di case, in Via dei Tribunali, 253 si può visitare una delle istituzioni più importanti di Napoli. Dal sito si può leggere come nasce questa leggenda. Oltre che occuparsi della salute più poveri (l'Ospedale degli incurabili e quello di Casamicciola a Ischia), si occupa anche di carcerati utilizzando solo personale laico (sia donne che uomini (e nel '600 le confraternite erano solo maschili). 
Potete oggi trovare qualcosa di simile in questa Italia disgraziata? Forse solo negli ambulatori di Emergency a Palermo e Bari e qualche oscuro prete nelle stazioni di Milano (Fratel Ettore) e Genova (Don Gallo).
Come nasce l’Istituzione? Sette giovani napoletani, appartenenti ad importanti famiglie nobili, si radunarono nel 1601 allo scopo di praticare le opere di carità; l’Istituzione, in principio, raccoglieva fondi da destinare a beneficio degli infermi ricoverati nell’Ospedale degli Incurabili. I fondatori, Astorgio Agnese, Giovan Battista d’Alessandro, Giovanni Andrea Gambacorta, Girolamo Lagnì, Giovan Battista Manso, Giovan Vincenzo Piscicelli e Cesare Sersale, decisero che a turno si nominava un Mensario, che aveva il compito di raccogliere fondi per la beneficenza, nell’arco di un mese.
Nel 1603 si compilarono le Regole del Monte (Capitolazione), approvate l’anno successivo con assenso del Re Filippo III e riconosciute dal Papa Paolo V nel 1605.
Dopo aver costruito la loro Chiesa e palazzo, fu fondato un Ospedale, ancora oggi esistente ad Ischia in località Casamicciola, ed un Oratorio alle carceri della Vicaria.
Fatto del tutto eccezionale per un’aggregazione di laici, anche le donne furono ammesse come benefattrici nel 1611.
L’Istituzione, a differenza di molte associazioni nate in quei tempi che soccombono o si trasformano, riesce a sopravvivere ad eruzioni, pestilenze, rivoluzioni e cambiamenti politici, arrivando in piena autonomia gestionale fino ad oggi.
Nel corso degli anni il Pio Monte della Misericordia ha accumulato, per donazioni e lasciti vari, un patrimonio (anche) artistico enorme: oltre ad un Caravaggio (Opere di misericordia) , si può ammirare un dipinto di Battistello Caracciolo (Liberazione di San Pietro) e altri quadri di Francesco de Mura, Ribera, Giordano ecc

Dal palco riservato al Mensario ed al Consiglio
davanti all'altare con il quadro di Caravaggio (mia foto)


Il mascherone "scacciademoni" davanti alla porta di ingresso
delle sale del Consiglio (Mia foto)


La piazzetta vista dalla pinacoteca (Mia foto)

martedì 27 dicembre 2011

Notizia: bruciato il Rifugio Guglielmina di Alagna

Il 22 dicembre è andato a fuoco uno dei rifugi simbolo della Valsesia, situato a 2880 metri sul Col d’Olen ad Alagna: il Rifugio Guglielmina. Le fiamme sono partite la mattina presto e intorno alle 10 arrivavano già al tetto alimentate da un fortissimo vento. Per fortuna le 9 persone presenti nel Rifugio si sono messe in salvo.

Ci sono stato ad agosto 2011 al Rifugio, in una bella passeggiata con mio figlio, ed abbiamo pranzato lì a base di taglieri di formaggi e salumi e polenta cuncia innaffiate da un ottimo vino dei colli novaresi. L'atmosfera è di quelle che non si dimenticano: accogliente e calda in questa costruzione storica (è stato costruito dalla omonima famiglia nel 1878) posta davanti al Col d'Olen sul massiccio del Monte Rosa. Poi è stata una occasione speciale: il ritrovarsi a parlare "tra uomini" delle nostre cose.

Per chi volesse saperne di più, cliccare qui.

lunedì 26 dicembre 2011

Bada, Narciso, caschi nel fiume


NARCISO

Ragazzo,
bada, caschi nel fiume!

Nel fondo c'è una rosa
e nella rosa un altro fiume.

Guarda quell'uccello! Guarda
quell'uccello giallo!

Mi sono caduti gli occhi
dentro l'acqua.

Dio mio!
Cadi! Ragazzo!

... e nella rosa ero io stesso.

Quando perí nell'acqua,
compresi. Però non spiego.

Federico Garcia Lorca


Pensierino (per spiegare). La conoscenza viene dopo l'esperienza.

giovedì 22 dicembre 2011

(1200^ post) Ho finito un libro dopo otto anni

Ho finito di leggere oggi un libro che ho iniziato nel 2003, otto anni fa, quando una persona cara me l'ha regalato. Eppure è un testo smilzo, in tutto 51 pagine. "Sarà impegnativo intellettualmente" penserete voi. Per niente, non direi proprio. E' un libro scritto molto piano (nel senso di scrittura scorrevole) e si legge con facilità, senza intoppi. Le note al testo sono pochissime e servono a tradurre le citazioni, in genere, di poesie e quindi non distolgono fastidiosamente dalla lettura. Eppure...
E' vero il libro l'ho abbandonato tante volte: forse mi aveva indispettito questa sua semplicità e la sua filosofia mi era sembrata troppo pragmatica. Eppure ogni tanto lo andavo a ripescare sotto la pila di libri che giacciono sul comodino o sul piccolo tavolino vicino allo scrittoio dove tengo le cose da leggere. Riemergeva e scompariva a fasi alterne come fosse un grande ciclo naturale. E già questo era un fatto straordinario: molti libri, sotto quella pila informe, spariscono e non riemergono più, dimenticati.
La ripresa del libro a distanza di tempo non comportava la perdita del filo del discorso e questo è sicuramente un punto a favore di questo scrittore o meglio si potrebbe pensare che non essendo un romanzo e non avendo una trama, un intreccio da raccontare e portare a conclusione, la ripresa era semplice. Poi naturalmente c'era sempre la possibilità di uscire da qualche incagliamento del testo saltando una pagina, non ditemi che non l'avete mai fatto anche voi. Quindi forse non ho letto neppure tutte le 51 pagine...
Un libro che parla del camminare è già di per sé un libro strano. Che bisogno c'è di parlare del camminare, si deve semplicemente fare e non leggere per trovare una qualche giustificazione a questa attività dell'uomo così naturale e benefica per il fisico e per la mente. Forse questo è uno di quei motivi che mi avevano fatto smettere di leggere il libro, un po' indispettito. Ma si sa gli americani sono fatti così: ti danno il libretto delle istruzioni anche quando compri un martello. Certo posso capirli per il martello: ci sono tanti che utilizzano il martello per scopi assolutamente impropri e, forse, questa precauzione (di fornirle le istruzioni) è necessaria. Ma il camminare che c'entra ? Questa attività è cosa naturale che una volta imparata non si scorda più, al limite nelle estreme età dell'uomo non riuscirai a farlo ancora o più, ma avrai sempre in mente come farlo. Ecco si questo era un buon motivo per mollare quel libro: l'ovvietà è noiosa.
Ma poi perché riprenderlo? Alla fine l'ho capito, ma molto tardi, all'ultima pagina, quando l'ho finito : lo leggevo per la dedica in fondo, scritta a penna, di sole tre parole.   

mercoledì 21 dicembre 2011

Stagione teatrale 2011 (prima parte)

Il teatro rimane la mia passione. Passione che da buon provinciale non ho mai potuto coltivare. Inutile dire che la RAI TV è assente (colpevolmente) da anni su questo fronte trasmettendo rare repliche ad ore impensabili della notte. Delle TV private non mi occupo: puro ciarpame !
Da due anni seguo lo "storico" teatro dell'Elfo di Milano e questa è la prima parte del cartellone 2011 più qualche incursione al teatro Aut off.

22/10/11 Teatro Out off. Mitigare il buio, testo e regia di Francesca Sangalli con Paola Campaner, Serena Di Gregorio, Stefania Ugomari Di Blas. La protagonista, "Babba di minchia", racconta tre anni della loro vita insieme visti attraverso il filtro della nuova eroina giovane: un'eroina diluita, leggera, da fumare, tirare e infine da iniettarsi in vena. Una non vita proiettata, sognata e immaginata come una favola macabra a tinte pastello. Ambientato a Milano nel 2010.
Paola Campaner, Serena Di Gregorio, Stefania Ugomari Di Blas

28/10/11 Elfo. Racconto d'inverno di William Shakespeare con Ferdinando Bruni, Cristina Crippa e Elena Russo Arman. Gelosie, equivoci, tremende vendette, sentimenti a lungo sopiti, questi gli ingredienti di una commedia a lieto fine, ma che lascia l'amaro in bocca.
Ferdinando Bruni, Cristina Crippa e Elena Russo Arman

5/11/11 Elfo. The History boys di Alan Bennett con Elio de Capitani e Ida Marinelli. Pirotecnico testo che racconta la storia della preparazione di alcuni studenti in un oscuro college di periferia che ambiscono ad entrare nella più blasonate scuole del Regno Unito. Il Preside, che bada ai risultati, affianca agli insegnanti della scuola, un nuovo professore che dovrebbe dare una sferzata di novità agli allievi.


11/11/11 Elfo.  Iancu. Un paese vuol dire di Francesco Niccolini e Fabrizio Saccomanno con Fabrizio Saccomanno. Una domenica dell’agosto 1976 in un paese del Salento il piccolo Fabrizio si prepara alla recita scolastica e nel frattempo dipinge, con pennellate variopinte, gli abitanti del paese, con tic, manie e soprannomi. Quando, la piccola comunità è scossa da un evento: un famoso bandito scappato dal carcere di Lecce è stato visto nelle campagne del paese. Tutti si mettono sulle sue tracce, anche le chenge (le gang) dei bambini.  
Fabrizio Saccomanno

19/11/11 Elfo. Senza confini - Ebrei e Zingari di Moni Ovadia. Grandi musicisti in scena che percorrono sonorità strabilianti. Devo dire deludente Moni Ovadia, forse perché lo ricordavo nel Folk Internazionale negli anni '70: una fantastica band che aveva un repertorio di musiche dell'est europeo. Indegnamente posso dire di avere suonato nello stesso concerto per due volte: una al Teatro Uomo e l'altra allo stadio di Ancona (si parla di preistoria 1975 o giù di lì).
Moni Ovadia

4/12/11 Freddo di Iars Norén con Angelo Di Genio, Michele Di Giacomo, Alessandro Lussiana, Federico Manfredi.
Diretto in origine da Lars Noren, in Svezia, è l'adattamento di un episodio realmente accaduto, in cui tre neo-nazisti uccidono a calci e pugni un ragazzo coreano adottato da genitori svedesi. E' abberrante constatare quanti elementi in comune abbia con l'episodio accaduto a Verona (il primo maggio 2008 cinque nazi skin hanno ucciso a forza di botte Nicola Tommasoli). Al tempo lo spettacolo destò i propositi di molte persone per iniziative analoghe per la lotta contro il razzismo, ma poi il silenzio...



lunedì 19 dicembre 2011

Girovagando per strada (Napoli esiste ? Terza parte)

Girare a piedi per Napoli è la cosa migliore, anche se non manca la metropolitana e un buon servizio di pullman (il biglietto UNICO giornaliero costa 3.20 € per tutti i mezzi, comprese le funicolari).
Scopri che Napoli è come New York. Cosa ti capita quando svolti dietro a Manhattan ? Ti trovi direttamente nel Bronx senza rendertene conto. Quando sulla centralissima Via Toledo ti allontani dalla Galleria Umberto I, dal San Carlo, dal Castel Nuovo e da Piazza Plebiscito e ti muovi verso Piazza Carità e svolti in un qualsiasi stradina sulla sinistra, ti trovi direttamente nei Quartieri spagnoli: le sfavillanti vetrine del centro si perdono in pochi metri nei tetri vicoli sovrastati da panni stesi a tutte le ore del giorno e della notte.
Quartieri spagnoli

Al n. 182 della stessa via trovi il Palazzo Zevallos con dentro (se non sei sfortunato come me) gli estremi autoritratti di Caravaggio (Davide con la testa di Golia e il Martirio di sant'Orsola), ma poco oltre, scendendo a destra per la Via Benedetto Croce, entri prima nella Piazza del Gesù, passi davanti al Monastero di Santa Chiara e poi ti tuffi di nuovo nel centro storico percorrendo la Via San Biagio dei librai che incrocia Via Duomo (San Gennaro) e prosegue con la Via Vicaria Vecchia che ti porta fin quasi dentro il Corso Umberto I ed alla Piazza Garibaldi.

Piazza del Gesù
[Per inciso è imbarazzante dover ammettere che la Galleria Umberto I è meglio tenuta della Galleria di Milano. Ma non è l'unico esempio: la Stazione Centrale di Napoli è curata e pulita al pari di tutte le fermate delle linee metropolitane, delle stazioni delle funicolari e dei mezzi pubblici ed ad un livello molto superiore a quello della capitale meneghina.]

Certo è che quando ci si infila nella Via San Biagio dei librai nelle ore di punta, non si deve soffrire di antropofobia e, vi assicuro, che percorrere queste vie è una esperienza divertente e rilassante a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Ballo in Piazza San Bartolomeo



sabato 17 dicembre 2011

A Napoli il maglioncino non va di moda...

Questo e altri manifesti dello stesso tono sono appesi ovunque a Forcella, nei Quartieri Spagnoli, a Chiaiano e Fuorigrotta ecc. Il signore col maglioncino non è molto amato e ci si stupisce (ma non più di tanto) che a sinistra trovi tanti convinti estimatori. Ma "la sinistra" è una categoria superata per chi sta smantellando tutte le conquiste sociali , dei diritti e salariali dei lavoratori e per molti che pensano di essere moderni perché guardano alla "sinistra" si Blair o semplicemente ai democratici americani come un modello.

Non ci rimane che magnarce o padrone
Pomigliano d'arco è diventato l'esempio su cui costruire le "nuove relazioni sindacali" di Sergio Marchionne e sappiamo questo eufemismo che cosa vuol dire. Si sa che questi manager moderni usano un linguaggio da Bocconi o da Harward.
Ieri una interessante conferenza nella mia profonda provincia milanese sulla presentazione di un libro fatto da 4 operai di Pomigliano su come si è arrivati all'accordo in FIAT.



AA.VV., Pomigliano non si piega
Ed. A.C. Editoriale, febbraio 2011
pp. 205, Euro 8,00

Il referendum del 22 giugno 2010 sull’accordo imposto da Marchionne ai lavoratori FIAT di Pomigliano ha segnato una pagina fondamentale della storia delle lotte operaie in Italia: la prima di un nuovo capitolo, che ha trovato nel referendum di Mirafiori dello scorso gennaio la sua immediata continuazione. Malgrado la propaganda incessante FIAT (fuori e dentro la fabbrica), le minacce, i reparti confino per i sindacalisti ecc ecc più del 40% degli operai ha detto no all'accordo.

Su questi “accordi” si è letto e sentito di tutto e di più: televisioni e carta stampata si sono sostanzialmente divise tra chi sosteneva la tesi del “sacrificio duro ma necessario” e chi invece appoggiava in pieno il progetto Marchionne, accusando in sostanza gli operai fannulloni di Pomigliano e Mirafiori di essere i colpevoli della crisi economica. Tra tante voci, per lo più provenienti da giornalisti e politici che non hanno messo piede in fabbrica neppure un giorno in vita loro, nessuno o quasi si è premurato di chiedere direttamente agli operai della FIAT come gli accordi avrebbero cambiato, materialmente, le loro condizioni di lavoro e di vita.


mercoledì 14 dicembre 2011

Concerto musicale speranza, Processione d'ammore. (Napoli esiste ? Seconda parte)



Concerto sentito nella Chiesa sconsacrata di San Francesco delle monache (di fianco al Munastero Santa Chiara) il 7/12/2011.

Un momento del concerto di Pino Ciccarelli e la sua banda
Non è sorprendente ascoltare musica a Napoli. Si ascolta ovunque ed in qualsiasi momento della giornata. Sorprendente trovare artisti come Pino Ciccarelli che riescono a mettere insieme una band ed una banda ricavandone un mix perfetto tra tradizione ed innovazione. Non solo: le scuole di banda (e Pino è innanzitutto un didatta) sono una grande realtà a Napoli e rappresentano una alternativa alla deriva di tanti giovani dovuta alla cronica mancanza di lavoro che facilita il diffondersi della camorra. 




lunedì 12 dicembre 2011

Napoli esiste ? (Prima parte)

Ho iniziato da qualche anno questo mio giro per l'Italia attraverso le città più importanti e dopo Torino, Milano, Palermo, Roma e Cagliari, è arrivata la volta di Napoli. Ecco il mio racconto di viaggio.

Non credete a nulla di quello che vi hanno raccontato di Napoli. Napoli è un'altra cosa.

Il panorama. Dove vedere Napoli dall'alto se non da Castel Sant'Elmo? E qui la prima sorpresa: il Vesuvio non esiste. E' uno scherzo dei napoletani, un foto-montaggio per collezionisti di cartoline. In quattro giorni mai si è visto questo fantomatico vulcano. I napoletani hanno il senso dell'humour : intorno a questa montagna che non c'è ci hanno costruito anche una ferrovia (la Circunvesuviana); come dire che intorno ad un sogno si possa viaggiare tranquillamente in treno godendosi il paesaggio. Mi pare un'idea fantastica !
A dir la verità, su questa montagna che non c'è, molti hanno costruito solide case di pietra ed il Piano casa del governo Berlusconi ha aperto la strada nel 2010 a nuove speculazioni edilizie. Dal 2003 si era cercato di mettere un freno alle costruzioni su questo vulcano perfettamente attivo, ma si sa che in Italia le ragioni dei costruttori valgono più di ogni buon senso. E poi, dai, costruire su un vulcano che non c'è è proprio un abuso?
Da Castel Sant'Elmo si vede la Certosa di San Martino e questa era una méta obbligata del mio viaggio.
     
La Certosa di San Martino vista da Castel Sant'Elmo

Stato di servizio di Giuseppe Aimone nato il 10 Maggio 1914 a Roma e residente a Torino. 
Soldato della leva 1914 del Distretto di Torino. Lasciato in congedo illimitato il 10 Ottobre 1934. Ammesso quale Aspirante Allievo Ufficiale il 1 Giugno 1936 e nominato A.U.C. il 1 Settembre 1936. Giunto al 91 Reggimento Fanteria per prestarvi il servizio di prima nomina il 25 Aprile 1937. Ha prestato giuramento di fedeltà in Rivoli il 24 Maggio 1937.
Partito per la Sicilia perché destinato al 116 Reggimento Fanteria imbarcandosi a Napoli il 3 Ottobre 1937.
Sbarcato a Derna il 5 Ottobre 1937. Partito per l'Italia per l'invio in congedo imbarcatosi a Derna il 2 Gennaio 1938 e sbarcato a Siracusa il 5 Gennaio 1938.
Richiamato alle armi per mobilitazione generale presso il 91 Reggimento Fanteria e giunto il 20 Dicembre 1940. Partito per la Tunisia con il 91 Reggimento Fanteria ed imbarcato a Sciacca il 25 Dicembre 1942.
Prigioniero di guerra nel fatto d'arme di Laghouat il 12 Maggio 1943. E' internato nel campo di concentramento di Saida.
Rientrato dalla prigionia imbarcandosi ad Orano il 25 Novembre 1945. Tale sbarcato a Napoli il 1 Dicembre 1945. Presentatosi al Centro alloggio S. Martino di Napoli il 1 Dicembre 1945. Congedato il 24 Dicembre 1945.
 
Il suono cupo e prolungato della sirena annunciava l'arrivo nel porto. Si era svegliato da un sonno profondo senza sogni: da quando era partito da Sciacca tre anni prima alla volta della Tunisia, non aveva più sognato, le notti del deserto erano state così terse da cancellare anche quell'innocuo rifugio. Nella testa di Giuseppe l'Africa era passata come una di quelle folate di sabbia delle notti del Sahara: prima l'impercettibile fruscio degli sterpi, poi arrivava il vento caldo, poi la sabbia più fine, sempre più fitta fino a farti mancare il respiro e all'improvviso calava il vento lasciandosi dietro un silenzio di piombo. Ed ora, quasi istintivamente, aveva guardato nel sacco militare i quattro stracci gualciti che odoravano del campo di prigionia e si era chiesto:"Perché me li sono portati dietro?". Poi, finalmente, si era scosso di dosso il torpore umido della notte ed aveva trovato la voglia di affacciarsi al ponte. La banchina del molo si avvicinava. Napoli 1 Dicembre 1945.
Lo infastidiva la gente sulla banchina, quell'entusiasmo gli sembrava spropositato: l'agitarsi di fazzoletti, il via vai di mezzi da carico e di jeep delle ronde americane, venditori di ogni genere di povera mercanzia che gridavano l'uno contro l'altro prima ancora che all'indirizzo dei passanti... Tornava dopo due anni e mezzo di prigionia con uno dei primi contingenti rilasciati. Nelle orecchie ancora aveva i comandi cui erano abituati dai secondini algerini: con loro non c'era da parlare, pascolavano i prigionieri come avrebbero fatto con le loro capre. Non c'era neanche la speranza di una fuga: da una parte il deserto dall'altra il mare, inutile pensarci... Chi ci aveva provato, contro ogni buonsenso, era finito con la bocca nella sabbia. Chi si era fatta una ragione si era rassegnato a tirare avanti con sette saracche e sette fave a settimana. In bocca Giuseppe ogni tanto sentiva ancora il gusto rancido dell'olio di palma.
Non aveva tentato nemmeno di aggiustarsi addosso la divisa lacera da ufficiale ed era sceso di malavoglia sulla banchina nella folla rumorosa.
Quello stato d'animo era una premonizione: l'orrore non era finito, uno strascico di morte si aggirava nei Quartieri, nei vicoli di Forcella e di Toledo fin su al colle Sant'Elmo. 
Un tuffo al cuore quando si era visto arrivare un soldato inglese con la divisa di un colore indefinito, ma con il segno malamente rattoppato di una pallottola sul petto: avevano recuperato tutto il ricuperabile a Halamein, anche le divise dei morti. E quella pallottola poteva essere uscita dal suo moschetto.
Si era fatto strada fino al Centro San Martino, un vecchio convento diroccato già prima dei bombardamenti e trasformato ora in dormitorio per i reduci laceri che attendevano le tradotte per il nord. Nelle camerate, puzzolenti di fumo e varechina, si era buttato vinto da una grande fatica sulla branda e per la prima volta aveva sognato. 
(tratto da Traversagnetta)
José de Ribera detto lo Spagnoletto per la sua bassa statura (Xàtiva, 17 febbraio 1591 – Napoli, 2 settembre 1652)
San Sebastiano (1651) 



venerdì 9 dicembre 2011

In principio era il Verbo poi leggere divenne un vizio



Caravaggio, San Gerolamo
In principio fu il Verbo, dicono. La parola correva docile dal labbro all’orecchio senza tramiti e sensalie. ll
parlante - prete, sibilla, aedo, fool, favoleggiatore - s’imponeva all’uditorio con l’esuberanza dei suoni e dei gesti, con l’odore carnale della presenza. Dovunque il rito si celebrasse, in una radura o in una spelonca, durante una veglia di pastori erranti o attorno a un fuoco di bivacco guerriero, sempre fra l’uno e i molti, fra la voce e l’attenzione, si stringeva urfamicizia ch’era anche una connivenza e faceva le veci della felicita.
Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Forse fu un male: la volta che, sotto forma di mela, fu introdotto nell’Eden l’abbecedario, una garanzia d’innocenza s’interruppe, la parola fu imprigionata in un segno l’esorcismo in presa diretta cessb. Quella notte Shahrazad fu decapitata...
Da allora il banditore non passò più fragoroso per le vie del villaggio, ma si ridusse a nascondere le sue notizie dietro la maschera d’un frontespizio. Fra le due solitudini - dell’autore che rumina e incide con stilo, penna d’oca, macchina da scrivere, nel segreto della sua stanza; e del san Girolamo lettore, curvo sulla polvere degli incunaboli, mentre alle sue ciabatte si strofina un vecchio leone - fra questi due silenzi una festa nefasta cominciò a celebrarsi, un velenoso ludibrio dell’immaginario.

Vogliamo dirla tutta? Nell’istante in cui l’appassionato di novità smise di ascoltarle in cordiale assernblea e si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quell’istante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente.
A questo punto leggere divenne un vizio.

Gesualdo Bufalino, da Cere perse, Leggere, vizio punito


mercoledì 7 dicembre 2011

Le ragioni dello scrivere


La finestra é aperta sull’orto, la lampada fa chiaro da sinistra, come consigliano gli oculisti. E sul foglio immacolato la penna va su e giil facile, senza rimorsi; il polso che la incalza, la mente che la governa, paiono alacri, ben disposti. Quand’ecco nel silenzio della mezzanotte una domanda rintocca di colpo nelle orecchie, un’interrogazione povera e febbrile: “Perché?”.
Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si da corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, rnentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita. La vita ch’è innamoramento impulsivo di se stessi, o abbandono alle quattro dorate, virginee, felici stagioni.
Scrivere, insinua la voce, non significa solo adulare i minuti con la cosmesi dell'imrnaginario, ma nutrirli dei nostri escreti mentali, addobbarli viziosamente delle nostre maschere nere. Rappresenta dunque in qualche modo una colpa: forse macchiarsi le mani d’inchiostro é come macchiarsele un poco di sangue, uno scrittore non é mai innocente.
...

Gesualdo Bufalino, da Cere perse, Capitoli I - La parola ansiosa, Le ragioni dello scrivere


Pensierino. Bufalino ci accompagna nelle tante ragioni dello scrivere che sono altrettanto nobili quanto infami. Forse tutti noi abbiamo avuto diverse e contraddittorie ragione per scrivere. C'è un faro in questa oscurità, le parole di Eduardo de Filippo "Ho sempre detto la verità al pubblico".

P.S. E con questo mi assento per qualche giorno. Mi attende un viaggio. Au revoir.

PPSS Ultima puntata della trilogia il 7/12. Assente, posto lo stesso (è malattia grave !).

sabato 3 dicembre 2011

Firme per il silenzio (inizio trilogia di testi tratti da Cere perse di Gesualdo Bufalino)



Abbazia delle tre fontane (Roma)
Scrittori della penisola, confréres (non so come chiamarvi, sono nuovo del sodalizio), e se provassirno per
un poco, un anno, sei mesi, a tacere? Un silenzio totale, soffice, color del miele... Senza più né un romanzo, né un saggio, né un elzeviro, né una poesia, né un panfletto, un’intervista (né un post su un blog, ndr)...
Bensì, da un capo all’altro d’Italia, telefoni staccati, contratti disdetti, lettere inevase; strette di mano eluse, diti sul labbro, come in certe statue del Settecento lungo i viali d’un giardino granducale. E le giornate allora sarebbero improvvisamente vacanti, una panoplia di graziose e rosee domeniche, un grappolo di ore lietamente infeconde, da piluccare adagio, in pantofole, con la moglie o chi per lei, bricoleggiando con rnartello e chiodi o bruciando nella stufa, un sedicesimo dopo l’altro, i volumi omaggio accatastati sul pavimento...
Che ne dite? Se opzione zero ha da essere, perché non estenderla alle rotative? E allora su, facciamolo questo gesto: incappucciamo le stilografiche, disarmiamo Olivetti e Remington, dopo tanti corpo a corpo cruenti. E prendiamoci una stagione sabbatica, sperimentiamo per la prima volta nei secoli la Cassa Integrazione dell’Alfabeto.

da Gesualdo Bufalino, Cere perse, Firme per un silenzio


Pensierino. Si, il silenzio è soffice e color del miele...

P.S. Prossimo brano di Gesualdo Bufalino il 7/12

Accettando una sfida fotografica di Laura (blog Se Fotografando)

Sozzago, un palazzo nel centro del paese

venerdì 2 dicembre 2011

Acc, arrivo sempre un po' tardi, ma arrivo...


Il Corriere della Sera,in prima pagina, riferisce di un’email “con priorità alta” mandata dalla tv di Stato a conduttori e giornalisti di Radio 1:
“Il ministero [della Salute!!!!] ha ribadito che in nessun intervento deve essere nominato esplicitamente il profilattico; bisogna limitarsi al concetto generico di prevenzione nei rapporti sessuali…”
Da notare che Radio 1 aveva per l’appunto in programma (guarda caso) un lungo speciale sull’argomento. Sarebbe un po’ come vietare ai radiocronisti di “Tutto il calcio” di pronunciare la parola “palla”: ne saranno usciti pazzi, quei poveracci…



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dal blog Zioscriba 

mercoledì 30 novembre 2011

Scoperte

Varie vicissitudini mi hanno costretto a ripristinare un vecchio locale nel seminterrato che usavo da ragazzo come studio, poi divenuto garage e poi ancora discarica di ogni cianfrusaglia ritenuta indegna di stare in casa, ma non abbastanza per una discarica. Così prima di ripristinare questo locale si è dovuto fare una decina di viaggi all'ecocentro per smaltire ogni tipo di inutilume: vi risparmio l'elenco che farebbe invidia a molti improvvisati rigattieri dei mercatini rionali.
Beh finalmente ecco il locale ripristinato: silenzioso ancora più di tutta la casa, ma allo stesso tempo ancora più appartato del mio studio méta, purtroppo, di ogni viandante che passa.
Inutile dire che il primo arredo di questo locale è stato un impianto stereo per ascoltare in santa pace musica ad ogni ora del giorno e della notte senza disturbare nessuno. Poi un vecchio divano di seconda o terza mano (le fodere dimostrano con una evidenza raccapricciante ogni passaggio), una scrivania con un tavolo da giardino ed una poltroncina con le molle, un vecchio televisore attaccato ad un lettore DVD (l'antenna per la TV per fortuna non arriva in questo locale lontano da dio e dagli uomini) ed infine qualche quadro di quelli che "non si sa mai dove mettere perché non c'è posto in casa" (vecchi quadri di una zia ricevuti in eredità e che mi sembrano fantastici).
Ma il colpo più riuscito è stato l'aver scovato un vecchio giradischi funzionante ed un pacco di gracchianti dischi 33 giri dei tempi che fu: su quei dischi ho passato tante ore della mia infanzia ed adolescenza ed ora eccoli qui, inspiegabilmente sfuggiti a diluvi di tecnologia.
C'è tra i dischi un fantastico cofanetto con tutto Bach per violoncello suonato dal mitico Casals, c'è una raccolta di musica classica (come si usava un tempo) che spazia su tutto lo scibile classico ed operistico e che è segnata dall'usura dell'ascolto in modo indelebile. Il primo disco che metto è però il concerto n. 1 di Wieniawski suonato niente popò di meno che da Itzhak Perlman accompagnato dalla London Philharmonic Orchestra diretta da Seiji Ozawa (EMI edizioni 1973).
Le "ore qui volano serene" (come direbbe una meridiana "ottimista") e nella musica chissà perché mi trovo sempre bene...




     

lunedì 28 novembre 2011

Libri predestinati

Ci sono libri ai quali siamo predestinati. Non trovo altra spiegazione.
Annoto su un pezzo di carta il titolo di un libro segnalato da una intervista su RAI Radio3. L'argomento è di quelli che mi appassionano e l'intervista attizza la mia curiosità. Inutile dire che la libreria ben fornita più vicina al mio paesello è a circa 25 chilometri. Questa è l'Italia dei libri: uno sconfinato deserto nel quale a molta distanza puoi raggiungere un'oasi. C'è sempre la vendita on-line, ma anche quella se non hai una certa soglia di spesa, è gravata da spese di spedizione incomprensibili.
Approfitto di un giro a Milano nel WE per fare un salto da Feltrinelli e, con mio sommo disappunto, quando arrivo a destinazione scopro che il famoso bigliettino con il mio appunto non c'è più nella tasca. Non potendo fare affidamento sulla mia memoria che è notoriamente corta, prendo a vagare per le decine di scaffalature sperando di avere una illuminazione. Mi dirigo nella parte della libreria dove sono esposti libro di filosofia, psicologia , antropologia e simili e, sempre più ubriacato dalla quantità spropositata di libri stoccati in questo supermercato di parole, assumo sempre più un'aria sconsolata. Non mi è di aiuto una breve consultazione con la commessa (trattasi non di bibliotecario, ma di una generica commessa) alla quale chiedo se i libri sono divisi per casa editrice oltre che per autore. Un improvviso lampo cerebrale mi ha fatto ricordare che l'edizione di quel libro è Bollati-Boringhieri.
Torno a girare per gli scaffali dirigendomi sulle "novità" e scorro i titoli con le variopinte copertine che attirano l'occhio del consumatore di libri.
Ma ecco il miracolo, tanto più sorprendente quanto inatteso: il libro è lì davanti a me con la sua copertina assolutamente anonima (non c'è una figura, non un fregio, non una fascetta colorata, nulla) e lo acchiappo al volo con un sorriso. Eccolo:
Per ragioni imperscrutabili la scannerizzazione della copertina ha fatto venire questo colore.
L'originale è un bel arancio, ma anche questo viola si addice...
P.S. Del libro parlerò poi...     

mercoledì 23 novembre 2011

Bello o brutto, segno tutto

Località 4 strade Vanzaghello
(SS 527-341: Bustese e Gallaratese), c/o villa con rivendita di miele (45 35.744N 8 47.180E) 
Pensierino. La saggezza popolare è affilata come un rasoio e lascia il segno.

sabato 19 novembre 2011

Rimane solo un becco giallo nella nebbia

Una foto così l'ho pubblicata qui a Gennaio, ma era l'altro profilo del merlo...

giovedì 17 novembre 2011

I' piango ed ella il volto co le sue man’ m’asciuga





I' piango; et ella il volto
co le sue man' m'asciuga, et poi sospira
dolcemente, et s'adira
con parole che i sassi romper ponno:
et dopo questo si parte ella, e 'l sonno. 
(Canto 359 vv. 67 e segg.)

Francesco Petrarca - Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta)
(XIV secolo)
Quando il soave mio fido conforto

martedì 15 novembre 2011

Vecchi proverbi

Un vecchio proverbio milanese recita così:"Pan e nus mangiò da spus, nus e pan mangiò da can".
Nella lucida e feroce sintesi di questo proverbio c'è tutto, non manca nessun particolare: c'è il pane come alimento "della festa"[almeno per quando lo era], c'è la miseria di chi mangia più noci che pane e pur non morendo di fame si percepisce come un animale e c'è il gioco degli uguali/contrari che ci fa vedere che la vita ha più punti di vista che sono solo in apparenza antitetici.  In fin dei conti è sempre mangiare pane e noci, eppure basta uno spostamento di prospettiva per buttarci nella disperazione più nera o nella festa più gioiosa.

Un altro proverbio affilato come un rasoio sentenzia:"Baréta rusa (*) o mèrda". Questa è l'alternativa del disperato che gioca il tutto per tutto. Successo ed insuccesso sono egualmente a portata di mano.

(*) Allude alla berretta cardinalizia. Il proverbio è stato usato anche da Dario Fo in un vecchio spettacolo su Portella delle Ginestre (1970 circa).

domenica 13 novembre 2011

Un vecchio errore, vuole inseguirmi...




Un vecchio errore
vuole inseguirmi
e incatenarmi
e trascinarmi lì davanti
ad ogni specchio per dirmi
guardati.

Io non mi guardo
giro lo sguardo
la so a memoria
fin troppo questa storia è uguale
che non ci sia
o che ci sia.


Ci provi lo specchio a inghiottire nell'apparenza
l'orgoglio è quello che voglio
e la mia assenza.


Vedi
vedi ho pagato già
il mio soldo di verità.

Un vecchio errore
pagato caro
un gesto avaro avevo il cuore duro
allora
ero più amaro ero più giovane.

Niente di niente
spiega alla gente
cosa vuol dire cosa vuol dire amare l'amore
senza mai fare neanche un errore.

Ci provi lo specchio a inghiottire nella sua acqua cupa
non l'apparenza ma il volto che l'assenza sciupa.

Vedi
vedi ho pagato già il mio soldo di verità.

Un vecchio errore
pagato caro
un gesto avaro avevo il cuore duro
allora
ero più amaro ero più giovane.

Niente di niente spiega alla gente
cosa vuol dire cosa vuol dire amare l'amore
senza mai fare neanche un errore
neanche un errore
neanche un errore.

Pensierino. Chi non ha sbagliato in amore, alzi la mano. Calma , calma non sbracciatevi, ho capito...

mercoledì 9 novembre 2011

Nel giardino, di notte, qualcuno danza



Enrico era scivolato fuori dalla porta di casa che il cuore gli batteva forte e si era portato una torcia portatile per farsi luce. Il giardino era come affondato nella notte, non si distingueva nulla e bisognava farsi largo nel sottobosco che sembrava essersi intrecciato serrandosi ad ogni intrusione. Procedeva con fatica, cercando di non fare rumore. In lontananza dietro al muro di cinta solo l'abbaiare di un cane insistente e fastidioso. Sulle gambe sentiva come mille mani che lo accarezzavano, le felci con le loro foglie come lunghe dita, l'erba sottile e tagliente già bagnata di una fresca rugiada. Agli alberi era rimasto solo il tronco mentre le fronde si confondevano con la notte non lasciando passare nemmeno un raggio della luna piena che pure era già spuntata e campeggiava nel cielo. Ma ecco proprio la luce della luna illuminava lattiginosamente il lato della serra. Le finestre lasciavano appena trasparire una luce altrettanto fioca proveniente dall'interno, quasi che all'interno avessero acceso delle candele. 
Il bambino si era avvicinato silenzioso ed aveva sbirciato attraverso la finestra. Il mondo là all'interno sembrava di favola: la luce tremolante più che creare luce produceva ombre mobilissime che si stagliavano sulle pareti, gli attrezzi sembravano danzare, ma anche figure umane si muovevano. Enrico non riusciva a mettere a fuoco nessuna immagine definita, appena riusciva ad acchiapparne una gli sfuggiva come se gli scivolasse tra le dita e si sciogliesse in quelle ombre. Si era fatto prendere dall'emozione e ci volle un po' di tempo prima che decidesse di seguire una sola immagine per distinguerla tra le altre, per separarla, per riconoscerla.
Aveva provato con una figura che indossava una specie di sciarpa di seta che sembrava gonfiarsi come una vela alla luce della candela. L'immagine sembrava materializzarsi per poi svuotarsi, librarsi nell'aria per poi cadere pesantemente a terra confondendosi con il ciarpame accumulato là dentro.
Enrico lentamente si assuefaceva a quell'atmosfera e solo ora apprezzava i particolari, affinava la sua capacità di discernere, di selezionare. Ora poteva percepire anche una musica, come un suono attutito, lontano e gracchiante che pareva essere prodotto da una di quelle radioline portatili. Il volume era talmente basso da confondersi con il fruscio della notte nel giardino. Così quella danza al soffio di una musica inesistente sembrava un po' macabra o forse era solo un effetto della luna piena che splendeva indifferente su tutto.
Ora distingueva una figura: un attimo si era girata verso la finestra ed un raggio improvviso aveva colpito il suo viso. Non poteva essere che la persona inquieta del secondo giorno. Era lei che indossava quella sciarpa di seta. Nell'angolo, poi, c'erano anche gli occhi fissi del nero che guardava dal cespuglio. Erano immobili, guardavano anche loro la danzatrice, la finestra e la testa del bambino che spuntava illuminata dalla luna. Erano calmi e fiduciosi, guardavano senza ansia, senza voglia di possedere, senza ombra di invidia. E sotto quegli occhi, per la prima volta Enrico aveva visto affacciarsi un sorriso appena accennato. A chi sorrideva? Alla ballerina dalla sciarpa svolazzante o ad Enrico, spettatore in incognito? 
Ecco che una grande ombra che stava sullo sfondo della stanza venire alla ribalta. Era una terza persona, enorme di statura, con una testa piccolissima, avvolta in un ampio tabarro nero che sembrava coprire tutta la stanza e lanciava ombre enormi allargando le braccia. Anche quella figura danzava con un movimento apparentemente sgraziato che ad ogni momento pareva travolgere tutto. Eppure gli altri apprezzavano ed incoraggiavano il nuovo danzatore. Tutti sembrano adattarsi alle sue goffe movenze e la figura con la sciarpa schivava abilmente i movimenti troppo maldestri dell'uomo col tabarro.
Enrico era rimasto lì a bocca aperta, come stesse ascoltando una fiaba del nonno: tutto evocava mondi fantastici ed improbabili dove lui si trovava a suo agio, da cui non avrebbe mai voluto separarsi. 
Ma un brivido freddo lo colse all'improvviso alla schiena quasi fosse una sferzata sulla groppa di un cavallo già teso dallo sforzo del galoppo. Non gli rimase che scuotersi di dosso quello stato di torpore che l'aveva preso e correre, senza nemmeno accendere la pila verso la lucina che si vedeva in lontananza sulla facciata bianca della casa. In un attimo era nel suo letto sotto le lenzuola profumate per tuffarsi in un altro ed imprevedibile sogno.

lunedì 7 novembre 2011

Su quest'ardesia ch'è la nostra mente non sarebbe meglio cancellare piuttosto che scrivere ?


Tutto è partito da una "provocazione" di Mat (vedi qui) che faceva l'elogio dell'assenza. E così, rileggendo Gesualdo Bufalino in Piccole stampe degli anni trenta inserito nell'edizione Bompiani di Museo d'ombre...

Le Parche
Forse il nodo d’ogni nostro destino, quello cbe ci perde o ci salva, sta qui, in questa vicemla del ricordare e del dimentimre. Si sa qual é sulla terra la condizione dell’uomo: bruciare un attimo e spegnersi, fiammifero fra due bui. Ma in seno a quel frettoloso bruciare, quante minori cancellature c'insidiano, quante ombre perdiamo senza tregua, come chi si dissangua. Delle quali stoltamente ci facciamo mendicanti e pescatori, senza stancarci di tirar su dal pozzo secchi e secchi di cenere nera. Frattanto s'invecchia, è la legge. Ci si stupisce che gli altri invecchino insieme a noi; gli altri e le cose tutte. Ma non sarebbe meglio se su quest'ardesia ch'è la nostra mente, e su cui il calendario lavora di raspa e di lima, lasciandoci, sentinelle incatenate, a guardare una sponda di nebbie e di spettri; non sarebbe più giusto se su questo palinsesto, su questo intonaco troppo scritto, una mano cancellasse in una volta sola sembianze felici e malecopie corrotte? Insomma non converrebbe più a tutti l'assenza che la presenza, l'amnesia più cieca che la memoria più astuta? Da un così futile dubbio io non so spremere risposte, ma miele e strazio insieme. E come il giocatore al suo tavolo, torno al vizio (benedetto, maledetto) rivisitarmi a ritroso.

sabato 5 novembre 2011

Bufalino, L'uomo invaso, Don Chisciotte e Sancio

Horror vacui mi ha ricordato con un suo post il grande scrittore siciliano Gesualdo Bufalino che amo moltissimo. Pensavo di aver fatto chissà quante citazioni delle sue opere, invece, inspiegabilmente ne trovo poche (forse quella più riuscita è questa e quest'altra). Rimedio immediatamente con una piccola citazione, ma è solo l'inizio di un nuovo ciclo. 

Don Chisciotte torna a casa dopo tanti anni di battaglia. E' stanco ed invecchiato. Lo segue Sancio che, ormai, è diventato il suo custode: ha perso l'ammirata riverenza che aveva quando era partito tanti anni prima ed ha acquisito il compito di salvaguardare il suo padrone da altre, dolorose, esperienze.
Don Chisciotte e Sancio raggiungono una locanda e lì il cavaliere si riposa.

Ricordò l'incontro che aveva fatto, nell'uscir da Toboso, con la carretta d'attori, e come la Morte gli era apparsa, insieme a un Cupido senz'armi, ritta in piedi sul tavolaccio; e come un Diavolo pulcinella, agitando sonagli e vesciche, s'era involato sul somaro di Sancio... Quella volta lui s'era di leggeri convinto che tali apparizioni non fossero quel che parevano, ma quel che dicevano d'essere: non la Morte, il Diavolo, Amore... ma comici di passo, povere maschere erranti.
da L'uomo invaso, L'ultima cavalcata di Don Chisciotte, Gesualdo Bufalino 

giovedì 3 novembre 2011

Sole delicato


Pensierino, Il sole sembra appoggiarsi delicatamente sulle foglie, i rami, l'acqua del canale e le erbe come se rispettasse la natura esausta che sta per ritirarsi a riposo. Avessimo anche noi dei cicli così, forse rispetteremmo di più la natura e noi stessi. Anche il sole ci accarezzerebbe, delicato, sulla guancia senza farci male.


lunedì 31 ottobre 2011

La bomba di riso

Nessuno si deve spaventare (neanche il Ministro Sacconi che sembra molto agitato), parliamo di un piatto lombardo. Si parte dal classico risotto alla milanese che non può che essere quello de La Scienza in Cucina e l'Arte di Mangiar Bene, Manuale pratico per le famiglie compilato da Pellegrino Artusi (790 ricette) e, in appendice, "La cucina per gli stomachi deboli" (copia del libro originale mi è stata regalata da una cara zia come eredità):


RISOTTO ALLA MILANESE 
Eccovi un altro risotto alla milanese; ma senza la pretensione di prender la mano ai cuochi ambrosiani, dotti e ingegnosi in questa materia.
Riso, grammi 300.
Burro, grammi 50.
Un quarto di cipolla mezzana di grandezza. Marsala, due dita di bicchiere comune. Zafferano, quanto basta.
Rosolate la cipolla, tritata fine, con la metà del burro; versate il riso e dopo qualche minuto la marsala. Tiratelo a cottura col brodo e quando sarà cotto aggiungete il resto del burro e lo zafferano sciolto in un poco di brodo; per ultimo il pugnello di parmigiano.
Basta per tre persone.

Questa è la ricetta che sempre c'è stata nella mia famiglia: semplice, pratica e gustosa.

Ma ecco l'ingegnosità culinaria cosa combina. Questa è una ricetta che veniva fatta in occasione di grandi feste (Natale e Pasqua) e che ancora oggi nelle riunioni di famiglia si propone.

PREPARAZIONE DELLA BOMBA DI RISO
Si prende il risotto giallo e si mette in una forma tonda con il buco in mezzo (quelle usate per fare i ciambellani) e si mette al forno in modo che si formi una croccante cristicina.
Intanto si prepara un soffritto di cipolla e si aggiungono fegatini , rognoncini ed interiora varie di pollo. Si bagna con vino e si cuoce poco per non far indurire troppo. Si mantiene anche un po' di sughetto.
Quando il riso è pronto si mette in un gran piatto e nel buco in mezzo si depongono i fegatini col loro sughetto 

Buon appetito. 




domenica 30 ottobre 2011

Lieve offerta, Antonia Pozzi



LIEVE OFFERTA
                         Vorrei che la mia anima ti fosse
                         leggera
                         come le estreme foglie
                         dei pioppi che s'accendono di sole
                         in cima ai tronchi fasciati
                         di nebbia -
                         Vorrei condurti con le mie parole
                         per un deserto viale, segnato
                         d'esili ombre -
                         fino a una valle d'erboso silenzio,
                         al lago -
                         ove tinnisce per un fiato d'aria
                         il canneto
                         e le libellule si trastullano
                         con l'acqua non profonda -
                         Vorrei che la mia anima ti fosse
                         leggera,
                         che la mia poesia ti fosse un ponte,
                         sottile e saldo,
                         bianco -
                         sulle oscure voragini
                         della terra.
                         Antonia Pozzi


Pensierino. La lievità, si. Ecco quello che mi manca è una "offerta lieve". Si affastellano i sentimenti come in un magazzino, alla rinfusa e non trovo più niente. Non trovo nemmeno più la chiave del magazzino. Eppure dentro quel deposito confuso c'è tutta la mia vita. Si, mi manca di fare una offerta lieve pescando dentro a quel magazzino.

sabato 29 ottobre 2011

Shakespeare , Il racconto d'inverno e l'allegoria del Tempo (Atto IV, Scena 1 nella traduzione di Goffredo Raponi su Liber liber)

Trama da Wikipedia. Polissene e Leonte sono, rispettivamente, i re di Boemia, una strana Boemia che si affaccia sul mare, e di Sicilia, grandi amici di infanzia. Polissene va a rendere omaggio a Leonte in Sicilia, e vi permane nove mesi, al termine dei quali si accinge a salutare l'amico per tornare nel suo regno. Leonte, dispiaciuto per la partenza, supplica l'amico di restare, e prega anche la propria moglie, Ermione, di dissuaderlo dall'andar via. Inizialmente inamovibile, Polissene cede alle lusinghe di Ermione e decide di prolungare il soggiorno: Leonte, però, sembra turbato dall'eccessiva confidenza tra i due. Poiché Ermione è in avanzato stato di gravidanza, in Leonte si insinua il sospetto che la paternità non sia sua ma dell'amico Polissene. Roso dalla gelosia, incarica Camillo, barone di Sicilia, di avvelenare l'amico: quest'ultimo, sebbene non voglia contraddire il suo re, si trova in conflitto poiché non intende macchiarsi dell'omicidio. Polissene, avvertito da Camillo, decide di fuggire e porta con sé il cortigiano per risparmiarlo dalla punizione di Leonte. La fuga, però, conferma i sospetti di Leonte, che allontana Mamilio, il suo piccolo figlio, da Ermione, e la offende verbalmente, facendola condurre poi in prigione nonostante il suo stato: la condizione le procurerà un parto prematuro, così che Ermione darà alla luce una bimba che chiamerà Perdita. Per sincerarsi dei suoi sospetti, Leonte decide di interrogare l'Oracolo di Delfi, e manda presso di lei Cleomene e Dione, due cortigiani, per raccoglierne il responso.
Nel frattempo Paolina, moglie del barone di Sicilia Antigono, preleva la piccola dalla prigione in cui è nata ed affronta Leonte, dichiarandosi pronta a giurare sulla nobiltà di Ermione. Leonte la caccia in malo modo, ma non trova il coraggio di far uccidere la piccola: la affida così ad Antigono, chiedendogli di sbarazzarsene. Intanto Ermione viene processata, ma il responso dell'oracolo, che avrebbe dovuto decretarne la colpevolezza, depone invece a favore della regina, che viene dichiarata casta e vittima di un marito geloso. Leonte è incredulo, quando giunge la notizia che Mamilio, privato dell'affetto della madre e sapendola accusata dal padre, muore di crepacuore. Alla notizia, Ermione ha un malessere: portata fuori dal tribunale, ne annuncerà la morte Paolina, condendo il suo discorso contro il re con parole severe. A Leonte non rimane altro che scontare il rimorso della morte della moglie e dei figli a causa dei suoi infondati sospetti.
Antigono intanto, giunto alle sponde della Boemia, abbandona la piccola Perdita che viene trovata e raccolta da un contadino ed un pastore, che la accudiscono facendole da padri ma che non ne conoscono la reale identità sebbene capiscano, dai tesori che la piccola ha con sé, che sia di nobili origini. Antigono viene nel frattempo sbranato da un orso e la nave che lo ha condotto in Boemia affonda: in tal modo, nessuno in Sicilia sa che Perdita è stata risparmiata da morte certa dai due uomini. Passano quindici anni e Perdita, divenuta una fanciulla bellissima, si innamora di Florizel, figlio di Polissene ignaro che la giovine fosse figlia di un re. D'altro canto Florizel, per non svelare la sua identità, si spaccia agli occhi dei pastori come un loro simile, assumendo il nome di Doricle.


IL TEMPO - Io, che gli uomini tutti metto a prova, ai buoni gioia, terrore ai cattivi;
che creo l’errore e lo rendo palese,
or come Tempo uso le mie ali,
e le dispiego. Non mi fate colpa
se d’un tratto sorvolo sedici anni
e lascio qui non tratto sulla scena
quanto è successo in quest’ampio intervallo: è mia prerogativa
sovvertire la legge di natura
ed impiantare usanze e soppiantarle
in qualunque momento ch’io lo voglia. Immaginate dunque che trascorso
io sia tal quale sono sempre stato
dal primitivo ordine del mondo
fino a quello che impera in questa età. Così com’io son stato testimone
di quanti eventi si son succeduti
nel mondo fino alla presente età,
tale sarò di quelli freschi d’oggi,
salvo a velar la loro lucentezza
col solo raccontarli.
Perciò, vostra pazienza permettendo, do un giro alla clessidra,
e vi racconto il seguito del dramma come se in tutti questi sedici anni
voi non aveste fatto che dormire. Abbandoniamo per ora Leonte,
così straziato dai tragici frutti
della sua forsennata gelosia
da ridursi in clausura, fuor del mondo, e immaginatevi, gentile pubblico,
or nella bella terra di Boemia. Ricorderete che v’ho già accennato
a un figlio di quel re,
che vi nomino adesso: Florizel, mentre passo a parlarvi di Perdita, cresciuta tanto in grazie ed in bellezza da stupire. Ma più non vi dirò
di tutto quello che sarà di lei:
lasciamo qui la cronaca del Tempo appalesarsi nella sua realtà.
Sarà dunque la figlia d’un pastore
e tutto quanto attiene alla sua vita l’argomento ch’io Tempo vi propongo. E voi, se al vostro tempo mai fu dato di trascorrere peggio che ora qui, concedeteci questo;
e sia lo stesso Tempo che vi parla
ad augurare cordialmente a tutti
che mai abbiate a trascorrerlo peggio.
(Esce)

Continua la trama. Polissene e Camillo, desiderosi di capire le strane frequentazioni di Florizel, si mascherano da contadini e, sotto mentite spoglie, si presentano ad una festa campestre desiderosi di spiare il principe. La festa è ricca di danze e di personaggi particolari come il vagabondo Autolico, truffatore e ladro di professione. Polissene, capite le intenzioni del figlio di sposare Perdita, svela la propria identità alla ragazza ed intima a Florizel di lasciar perdere la ragazza, minacciando quest'ultima di non vedere più suo figlio. Camillo consiglia al giovane di tentare una via di fuga: presentarsi a Leonte con Perdita fingendo di essere tornati da lui per cancellare i ricordi dell'accusa di adulterio che Polissene si vide infliggere quindici anni prima; in tal modo Camillo avrebbe potuto anche tornare nel paese natìo, spingendo Polissene a rincorrere il figlio.
Giungono in Sicilia, alla corte di Leonte, prima Florizel e Perdita, spacciata per principessa della Libia; dopo poco arrivano Polissene e Camillo in città, ed anche Autolico con i pastori che trovarono anni prima la piccola Perdita sulla spiaggia boema, desiderosi di dire la verità sulla ragazza, nella quale avevano riconosciuto una discendenza nobile. Si scopre la verità ed i re, con i rispettivi figli, si trovano tutti in casa di Paolina per festeggiare. I due pastori nel frattempo, aiutati da Autolico nel portare la verità a galla, gli strappano la promessa di condurre una vita migliore e senza sotterfugi di dubbia moralità.
Nella casa di Paolina è custodita una statua dalle sembianze di Ermione: Leonte si strugge dal dolore guardando come essa sia perfettamente somigliante alla moglie. Paolina allora svela che la statua è in realtà Ermione stessa, trasformata in statua per magia per non permetterle di morire di dolore: rompe così l'incantesimo, riconducendo la regina a nuova vita. La tragicommedia si conclude con il preannunciato matrimonio tra Florizel e Perdita e tra Camillo e Paolina.



Visto a Milano il 28/10/2011


giovedì 27 ottobre 2011

Morire significa essere una maschera, perché chi non ha la vita di un uomo, è soltanto la maschera di un uomo, William Shakespeare (Enrico IV)


Nella nostra cultura la maschera ha assunto due funzioni: quella di nascondere e quella di spaventare. Ma la lettura fatta alle origini della cultura del mediterraneo porta verso altre interpretazioni.
Nel suo bel libro Karoly Kerényi, Miti e misteri, Universale Bollati Boringhieri, 1979 ci accompagna in un'altra lettura della maschera.  


Testa di Gorgone in terracotta, da Siris-Heraclea (Matera)
Un'altra tunzione quasi inevitabile della maschera e quelle di  spaventare. Vi é un particolare tipo di maschera arcaico che più di tutti gli altri tipi ‘serve a questa funzione: la Gorgone. A questa figura terrificante i racconti mitologici attribuiscono un potere mortifero che da essa s’irradierebbe.“ Con cio pero la funzione particolare della Gorgone non e piu semplicemente di spaventare: e la morte per irrigidimento davanti alla vista terribile. La rigidità e propria di tutte le maschere, anche delle piu antiche maschere teatrali fatte di tela; anzi, in certo qual modo anche dell’ancor piu primitiva pitturazione del volto? Nel mitologema della Gorgone, tale funzione, intensificata, appare come effetto di un essere sovrumano, di un volto che esercita quest’effetto anche dopo essere staccato, insieme con la testa, dal corpo. Maschera e Gorgone non vanno separate, esse sono identiche. I due più antichi tipi di maschera greci - il tipo maschile: Dioniso, e quello femminile, la Gorgone - hanno questo in comune: essi sono le maschere, essi inizialmente potevano esistere per se stessi, senza portatori umani. Ancor prima pero ci deve essere stato un portatore umano: senza questo, la maschera quale invenzione E' inconcepibile.” Prescindendo da quel genere non greco di maschera che nelle tombe micenee o in quelle di Treheniste copriva i volti dei morti, di modo che cio che la maschera rappresentava e cio che nascondeva erano identici, rimane, nella maschera, un momento non trascurabile il fatto ch’essa crea un rapporto tra l’uomo e un altro essere. La maschera nasconde, la maschera spaventa, soprattutto pero essa cred una relazione tra l’uomo che la porta e l’essere che essa rappresenta.
Cosi la maschera, per la sua rigidità inerente, viene messa in connessione anzitutto con i morti che essa, nella sua applicazione arcaica, rappresenta presso diversi popoli.“ Essa crea un rapporto tra i vivi e i morti. Gli uni si trasformano negli altri, o piu esattamente: la maschera determina una loro unione che si compie nell’anima del portatore della maschera, non solo esteriormente. La maschera - così si può definire nel miglior modo la sua funzione - è lo strumento di una trasformazione unificatrice: lo è in senso negativo, in quanto essa elimina i limiti divisori, come nel nostro caso quelli tra vivi e morti, facendo apparire ciò che è nascosto; in senso positivo, in quanto tale liberazione del nascosto, dimenticato o trascurato, comporta, da parte del portatore della maschera, un'identificazione con esso.


domenica 23 ottobre 2011

Larghezza e restringimento

Da Ricordi in penombra. Dialogo sul cinema di Andrea Zanzotto con Luciano Giusti. 


Disegni di Federico Fellini sulla copertina
"Mi verrebbe voglia di approfondire queste cose... Si conquista sempre più col tempo l'idea di larghezza di opportunità che però è il moto contrario al restringimento delle effettive possibilità."


ANDREA ZANZOTTO, IL CINEMA BRUCIA E ILLUMINA, MARSILIO, 2011

mercoledì 19 ottobre 2011

Andrea Zanzotto (1921-2011)


Elegia Pasquale


Pasqua ventosa che sali ai crocifissi
con tutto il tuo pallore disperato,
dov'è il crudo preludio del sole?
E la rosa la vaga profezia?
Dagli orti di marmo
ecco l'agnello flagellato
a brucare scarsa primavera
e illumina i mali dei morti
pasqua ventosa che i mali fa più acuti

E se è vero che oppresso mi composero
a questo tempo vuoto
per l'esaltazione del domani,
ho tanto desiderato
questa ghirlanda di vento e di sale
queste pendici che lenirono
il mio corpo ferita di cristallo;
ho consumato purissimo pane

Discrete febbri screpolano la luce
di tutte le pendici della pasqua,
svenano il vino gelido dell'odio;
è mia questa inquieta
Gerusalemme di residue nevi,
il belletto s'accumula nelle
stanze nelle gabbie spalancate
dove grandi uccelli covarono
colori d'uova e di rosei regali,
e il cielo e il mondo è l'indegno sacrario
dei propri lievi silenzi.

Crocifissa ai raggi ultimi è l'ombra
le bocche non sono che sangue
i cuori non sono che neve
le mani sono immagini
inferme della sera
che miti vittime cela nel seno.