mercoledì 30 novembre 2011

Scoperte

Varie vicissitudini mi hanno costretto a ripristinare un vecchio locale nel seminterrato che usavo da ragazzo come studio, poi divenuto garage e poi ancora discarica di ogni cianfrusaglia ritenuta indegna di stare in casa, ma non abbastanza per una discarica. Così prima di ripristinare questo locale si è dovuto fare una decina di viaggi all'ecocentro per smaltire ogni tipo di inutilume: vi risparmio l'elenco che farebbe invidia a molti improvvisati rigattieri dei mercatini rionali.
Beh finalmente ecco il locale ripristinato: silenzioso ancora più di tutta la casa, ma allo stesso tempo ancora più appartato del mio studio méta, purtroppo, di ogni viandante che passa.
Inutile dire che il primo arredo di questo locale è stato un impianto stereo per ascoltare in santa pace musica ad ogni ora del giorno e della notte senza disturbare nessuno. Poi un vecchio divano di seconda o terza mano (le fodere dimostrano con una evidenza raccapricciante ogni passaggio), una scrivania con un tavolo da giardino ed una poltroncina con le molle, un vecchio televisore attaccato ad un lettore DVD (l'antenna per la TV per fortuna non arriva in questo locale lontano da dio e dagli uomini) ed infine qualche quadro di quelli che "non si sa mai dove mettere perché non c'è posto in casa" (vecchi quadri di una zia ricevuti in eredità e che mi sembrano fantastici).
Ma il colpo più riuscito è stato l'aver scovato un vecchio giradischi funzionante ed un pacco di gracchianti dischi 33 giri dei tempi che fu: su quei dischi ho passato tante ore della mia infanzia ed adolescenza ed ora eccoli qui, inspiegabilmente sfuggiti a diluvi di tecnologia.
C'è tra i dischi un fantastico cofanetto con tutto Bach per violoncello suonato dal mitico Casals, c'è una raccolta di musica classica (come si usava un tempo) che spazia su tutto lo scibile classico ed operistico e che è segnata dall'usura dell'ascolto in modo indelebile. Il primo disco che metto è però il concerto n. 1 di Wieniawski suonato niente popò di meno che da Itzhak Perlman accompagnato dalla London Philharmonic Orchestra diretta da Seiji Ozawa (EMI edizioni 1973).
Le "ore qui volano serene" (come direbbe una meridiana "ottimista") e nella musica chissà perché mi trovo sempre bene...




     

lunedì 28 novembre 2011

Libri predestinati

Ci sono libri ai quali siamo predestinati. Non trovo altra spiegazione.
Annoto su un pezzo di carta il titolo di un libro segnalato da una intervista su RAI Radio3. L'argomento è di quelli che mi appassionano e l'intervista attizza la mia curiosità. Inutile dire che la libreria ben fornita più vicina al mio paesello è a circa 25 chilometri. Questa è l'Italia dei libri: uno sconfinato deserto nel quale a molta distanza puoi raggiungere un'oasi. C'è sempre la vendita on-line, ma anche quella se non hai una certa soglia di spesa, è gravata da spese di spedizione incomprensibili.
Approfitto di un giro a Milano nel WE per fare un salto da Feltrinelli e, con mio sommo disappunto, quando arrivo a destinazione scopro che il famoso bigliettino con il mio appunto non c'è più nella tasca. Non potendo fare affidamento sulla mia memoria che è notoriamente corta, prendo a vagare per le decine di scaffalature sperando di avere una illuminazione. Mi dirigo nella parte della libreria dove sono esposti libro di filosofia, psicologia , antropologia e simili e, sempre più ubriacato dalla quantità spropositata di libri stoccati in questo supermercato di parole, assumo sempre più un'aria sconsolata. Non mi è di aiuto una breve consultazione con la commessa (trattasi non di bibliotecario, ma di una generica commessa) alla quale chiedo se i libri sono divisi per casa editrice oltre che per autore. Un improvviso lampo cerebrale mi ha fatto ricordare che l'edizione di quel libro è Bollati-Boringhieri.
Torno a girare per gli scaffali dirigendomi sulle "novità" e scorro i titoli con le variopinte copertine che attirano l'occhio del consumatore di libri.
Ma ecco il miracolo, tanto più sorprendente quanto inatteso: il libro è lì davanti a me con la sua copertina assolutamente anonima (non c'è una figura, non un fregio, non una fascetta colorata, nulla) e lo acchiappo al volo con un sorriso. Eccolo:
Per ragioni imperscrutabili la scannerizzazione della copertina ha fatto venire questo colore.
L'originale è un bel arancio, ma anche questo viola si addice...
P.S. Del libro parlerò poi...     

mercoledì 23 novembre 2011

Bello o brutto, segno tutto

Località 4 strade Vanzaghello
(SS 527-341: Bustese e Gallaratese), c/o villa con rivendita di miele (45 35.744N 8 47.180E) 
Pensierino. La saggezza popolare è affilata come un rasoio e lascia il segno.

sabato 19 novembre 2011

Rimane solo un becco giallo nella nebbia

Una foto così l'ho pubblicata qui a Gennaio, ma era l'altro profilo del merlo...

giovedì 17 novembre 2011

I' piango ed ella il volto co le sue man’ m’asciuga





I' piango; et ella il volto
co le sue man' m'asciuga, et poi sospira
dolcemente, et s'adira
con parole che i sassi romper ponno:
et dopo questo si parte ella, e 'l sonno. 
(Canto 359 vv. 67 e segg.)

Francesco Petrarca - Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta)
(XIV secolo)
Quando il soave mio fido conforto

martedì 15 novembre 2011

Vecchi proverbi

Un vecchio proverbio milanese recita così:"Pan e nus mangiò da spus, nus e pan mangiò da can".
Nella lucida e feroce sintesi di questo proverbio c'è tutto, non manca nessun particolare: c'è il pane come alimento "della festa"[almeno per quando lo era], c'è la miseria di chi mangia più noci che pane e pur non morendo di fame si percepisce come un animale e c'è il gioco degli uguali/contrari che ci fa vedere che la vita ha più punti di vista che sono solo in apparenza antitetici.  In fin dei conti è sempre mangiare pane e noci, eppure basta uno spostamento di prospettiva per buttarci nella disperazione più nera o nella festa più gioiosa.

Un altro proverbio affilato come un rasoio sentenzia:"Baréta rusa (*) o mèrda". Questa è l'alternativa del disperato che gioca il tutto per tutto. Successo ed insuccesso sono egualmente a portata di mano.

(*) Allude alla berretta cardinalizia. Il proverbio è stato usato anche da Dario Fo in un vecchio spettacolo su Portella delle Ginestre (1970 circa).

domenica 13 novembre 2011

Un vecchio errore, vuole inseguirmi...




Un vecchio errore
vuole inseguirmi
e incatenarmi
e trascinarmi lì davanti
ad ogni specchio per dirmi
guardati.

Io non mi guardo
giro lo sguardo
la so a memoria
fin troppo questa storia è uguale
che non ci sia
o che ci sia.


Ci provi lo specchio a inghiottire nell'apparenza
l'orgoglio è quello che voglio
e la mia assenza.


Vedi
vedi ho pagato già
il mio soldo di verità.

Un vecchio errore
pagato caro
un gesto avaro avevo il cuore duro
allora
ero più amaro ero più giovane.

Niente di niente
spiega alla gente
cosa vuol dire cosa vuol dire amare l'amore
senza mai fare neanche un errore.

Ci provi lo specchio a inghiottire nella sua acqua cupa
non l'apparenza ma il volto che l'assenza sciupa.

Vedi
vedi ho pagato già il mio soldo di verità.

Un vecchio errore
pagato caro
un gesto avaro avevo il cuore duro
allora
ero più amaro ero più giovane.

Niente di niente spiega alla gente
cosa vuol dire cosa vuol dire amare l'amore
senza mai fare neanche un errore
neanche un errore
neanche un errore.

Pensierino. Chi non ha sbagliato in amore, alzi la mano. Calma , calma non sbracciatevi, ho capito...

mercoledì 9 novembre 2011

Nel giardino, di notte, qualcuno danza



Enrico era scivolato fuori dalla porta di casa che il cuore gli batteva forte e si era portato una torcia portatile per farsi luce. Il giardino era come affondato nella notte, non si distingueva nulla e bisognava farsi largo nel sottobosco che sembrava essersi intrecciato serrandosi ad ogni intrusione. Procedeva con fatica, cercando di non fare rumore. In lontananza dietro al muro di cinta solo l'abbaiare di un cane insistente e fastidioso. Sulle gambe sentiva come mille mani che lo accarezzavano, le felci con le loro foglie come lunghe dita, l'erba sottile e tagliente già bagnata di una fresca rugiada. Agli alberi era rimasto solo il tronco mentre le fronde si confondevano con la notte non lasciando passare nemmeno un raggio della luna piena che pure era già spuntata e campeggiava nel cielo. Ma ecco proprio la luce della luna illuminava lattiginosamente il lato della serra. Le finestre lasciavano appena trasparire una luce altrettanto fioca proveniente dall'interno, quasi che all'interno avessero acceso delle candele. 
Il bambino si era avvicinato silenzioso ed aveva sbirciato attraverso la finestra. Il mondo là all'interno sembrava di favola: la luce tremolante più che creare luce produceva ombre mobilissime che si stagliavano sulle pareti, gli attrezzi sembravano danzare, ma anche figure umane si muovevano. Enrico non riusciva a mettere a fuoco nessuna immagine definita, appena riusciva ad acchiapparne una gli sfuggiva come se gli scivolasse tra le dita e si sciogliesse in quelle ombre. Si era fatto prendere dall'emozione e ci volle un po' di tempo prima che decidesse di seguire una sola immagine per distinguerla tra le altre, per separarla, per riconoscerla.
Aveva provato con una figura che indossava una specie di sciarpa di seta che sembrava gonfiarsi come una vela alla luce della candela. L'immagine sembrava materializzarsi per poi svuotarsi, librarsi nell'aria per poi cadere pesantemente a terra confondendosi con il ciarpame accumulato là dentro.
Enrico lentamente si assuefaceva a quell'atmosfera e solo ora apprezzava i particolari, affinava la sua capacità di discernere, di selezionare. Ora poteva percepire anche una musica, come un suono attutito, lontano e gracchiante che pareva essere prodotto da una di quelle radioline portatili. Il volume era talmente basso da confondersi con il fruscio della notte nel giardino. Così quella danza al soffio di una musica inesistente sembrava un po' macabra o forse era solo un effetto della luna piena che splendeva indifferente su tutto.
Ora distingueva una figura: un attimo si era girata verso la finestra ed un raggio improvviso aveva colpito il suo viso. Non poteva essere che la persona inquieta del secondo giorno. Era lei che indossava quella sciarpa di seta. Nell'angolo, poi, c'erano anche gli occhi fissi del nero che guardava dal cespuglio. Erano immobili, guardavano anche loro la danzatrice, la finestra e la testa del bambino che spuntava illuminata dalla luna. Erano calmi e fiduciosi, guardavano senza ansia, senza voglia di possedere, senza ombra di invidia. E sotto quegli occhi, per la prima volta Enrico aveva visto affacciarsi un sorriso appena accennato. A chi sorrideva? Alla ballerina dalla sciarpa svolazzante o ad Enrico, spettatore in incognito? 
Ecco che una grande ombra che stava sullo sfondo della stanza venire alla ribalta. Era una terza persona, enorme di statura, con una testa piccolissima, avvolta in un ampio tabarro nero che sembrava coprire tutta la stanza e lanciava ombre enormi allargando le braccia. Anche quella figura danzava con un movimento apparentemente sgraziato che ad ogni momento pareva travolgere tutto. Eppure gli altri apprezzavano ed incoraggiavano il nuovo danzatore. Tutti sembrano adattarsi alle sue goffe movenze e la figura con la sciarpa schivava abilmente i movimenti troppo maldestri dell'uomo col tabarro.
Enrico era rimasto lì a bocca aperta, come stesse ascoltando una fiaba del nonno: tutto evocava mondi fantastici ed improbabili dove lui si trovava a suo agio, da cui non avrebbe mai voluto separarsi. 
Ma un brivido freddo lo colse all'improvviso alla schiena quasi fosse una sferzata sulla groppa di un cavallo già teso dallo sforzo del galoppo. Non gli rimase che scuotersi di dosso quello stato di torpore che l'aveva preso e correre, senza nemmeno accendere la pila verso la lucina che si vedeva in lontananza sulla facciata bianca della casa. In un attimo era nel suo letto sotto le lenzuola profumate per tuffarsi in un altro ed imprevedibile sogno.

lunedì 7 novembre 2011

Su quest'ardesia ch'è la nostra mente non sarebbe meglio cancellare piuttosto che scrivere ?


Tutto è partito da una "provocazione" di Mat (vedi qui) che faceva l'elogio dell'assenza. E così, rileggendo Gesualdo Bufalino in Piccole stampe degli anni trenta inserito nell'edizione Bompiani di Museo d'ombre...

Le Parche
Forse il nodo d’ogni nostro destino, quello cbe ci perde o ci salva, sta qui, in questa vicemla del ricordare e del dimentimre. Si sa qual é sulla terra la condizione dell’uomo: bruciare un attimo e spegnersi, fiammifero fra due bui. Ma in seno a quel frettoloso bruciare, quante minori cancellature c'insidiano, quante ombre perdiamo senza tregua, come chi si dissangua. Delle quali stoltamente ci facciamo mendicanti e pescatori, senza stancarci di tirar su dal pozzo secchi e secchi di cenere nera. Frattanto s'invecchia, è la legge. Ci si stupisce che gli altri invecchino insieme a noi; gli altri e le cose tutte. Ma non sarebbe meglio se su quest'ardesia ch'è la nostra mente, e su cui il calendario lavora di raspa e di lima, lasciandoci, sentinelle incatenate, a guardare una sponda di nebbie e di spettri; non sarebbe più giusto se su questo palinsesto, su questo intonaco troppo scritto, una mano cancellasse in una volta sola sembianze felici e malecopie corrotte? Insomma non converrebbe più a tutti l'assenza che la presenza, l'amnesia più cieca che la memoria più astuta? Da un così futile dubbio io non so spremere risposte, ma miele e strazio insieme. E come il giocatore al suo tavolo, torno al vizio (benedetto, maledetto) rivisitarmi a ritroso.

sabato 5 novembre 2011

Bufalino, L'uomo invaso, Don Chisciotte e Sancio

Horror vacui mi ha ricordato con un suo post il grande scrittore siciliano Gesualdo Bufalino che amo moltissimo. Pensavo di aver fatto chissà quante citazioni delle sue opere, invece, inspiegabilmente ne trovo poche (forse quella più riuscita è questa e quest'altra). Rimedio immediatamente con una piccola citazione, ma è solo l'inizio di un nuovo ciclo. 

Don Chisciotte torna a casa dopo tanti anni di battaglia. E' stanco ed invecchiato. Lo segue Sancio che, ormai, è diventato il suo custode: ha perso l'ammirata riverenza che aveva quando era partito tanti anni prima ed ha acquisito il compito di salvaguardare il suo padrone da altre, dolorose, esperienze.
Don Chisciotte e Sancio raggiungono una locanda e lì il cavaliere si riposa.

Ricordò l'incontro che aveva fatto, nell'uscir da Toboso, con la carretta d'attori, e come la Morte gli era apparsa, insieme a un Cupido senz'armi, ritta in piedi sul tavolaccio; e come un Diavolo pulcinella, agitando sonagli e vesciche, s'era involato sul somaro di Sancio... Quella volta lui s'era di leggeri convinto che tali apparizioni non fossero quel che parevano, ma quel che dicevano d'essere: non la Morte, il Diavolo, Amore... ma comici di passo, povere maschere erranti.
da L'uomo invaso, L'ultima cavalcata di Don Chisciotte, Gesualdo Bufalino 

giovedì 3 novembre 2011

Sole delicato


Pensierino, Il sole sembra appoggiarsi delicatamente sulle foglie, i rami, l'acqua del canale e le erbe come se rispettasse la natura esausta che sta per ritirarsi a riposo. Avessimo anche noi dei cicli così, forse rispetteremmo di più la natura e noi stessi. Anche il sole ci accarezzerebbe, delicato, sulla guancia senza farci male.