mercoledì 20 giugno 2012

Seconda parte della stagione teatrale

La scelta in questa seconda parte della stagione teatrale è caduta sula rassegna le Nuove storie sempre all'Elfo-Puccini di Milano.

IANCU, UN PAESE VUOL DIRE

uno spettacolo di Koreja
testo Francesco Niccolini e Fabrizio Saccomanno
regia Salvatore Tramacere
scene Lucio Diana

con Fabrizio Saccomanno
progetto Fabrizio Saccomanno
produzione Cantieri Teatrali Koreja



Trama. Una domenica d'agosto del 1976 il bandito Mesina fugge dal carcere di Lecce ed inizia una furibonda caccia all'uomo nei paesini del Salento. La storia è raccontata da un ragazzino di otto anni ed è un affresco di quella regione con tutto il suo mondo mitico ed arcaico ancora vivo ma irrimediabilmente segnato da una "modernità" che si affaccia aggressiva.
Commento. Inutile dire che l'impasto di lingue (salentino, italiano) mi affascina sempre e da qualcosa in più alla rappresentazione.


THE ITALIAN FACTORY

di Chiara Boscaro
regia Riccardo Pippa
scene Roberta Monopoli, Erica Sessa
con Alejandro Bruni Ocaña (Playboy), Andrea Panigatti (Robin Hood), Carlo Bassetti (Gregario), Enrico Pittaluga (Stakanovista)
luci e suono Nicolò Leoni
Teatro in-folio - Scuola d'Arte Drammatica "Paolo Grassi"



Trama. Tre metalmeccanici e un camionista dell'est che vuole caricare una macchina, a due giorni dal Ferragosto, combattono per non essere ridotti ad esuberi. Sei mesi di presidio all'interno dello stabilimento di Viale Zara 341 a Milano. Loro hanno il knowhow, dicono, ma gli è rimasta solo quella macchina. Loro vogliono lavorare. Dicono che è un diritto. Discussioni, trattative, speranza e disillusione.
Commento. Convincente. 


TU (NON) SEI IL TUO LAVORO

di Rosella Postorino
uno spettacolo di Sandro Mabellini
con Silvia Giuliano, Umberto Petranca
produzione Litta_produzioni in collaborazione con Napoli Teatro Festival Italia - Produzione esecutiva Teatro Litta



Trama. Lei che è il suo lavoro, un lavoro che (crede) importante per la sua realizzazione e lui che è senza lavoro rischiando per questo di essere niente. Vite obbligate alla marginalità, nonostante curriculum infiniti ed inutili (università, master, specializzazioni ecc ecc). Vicenda maledettamente contemporanea con una critica serrata e feroce a chi vive sulla precarietà sfruttandola (agenzie collocamento, centri di formazione, consulenti del lavoro, selezionatori di personale ecc ecc).
Commento. Forse lo spettacolo più riuscito della rassegna. Dialogo fitto e che scava nelle due psicologie dei personaggi.


LE MATTINE DIECI ALLE QUATTRO

testo e regia Luca De Bei
scene Francesco Ghisu
costumi Sandra Cardini
con Federica Bern, Riccardo Bocci, Alessandro Casula
luci Alessandro Carletti
suono Marco Schiavoni


Trama. Tre ragazzi di una borgata romana ogni mattina all’alba aspettano l’autobus che li porterà al lavoro. La ragazza, italiana, fa le pulizie, i due ragazzi, uno italiano e uno romeno, lavorano in un cantiere edile. Nella nebbiosa e buia strada che li accoglie alle quattro del mattino o poco meno c’è spazio per un fulmineo quanto struggente innamoramento.  Ma il destino tragico li aspetta anche alle dieci alle quattro.
Commento. Convincente. 


NEVER NEVER NEVERLAND

dramaturg Renato Gabrielli
concept e regia Alessandra De Santis, Attilio Nicoli Cristiani
creazione e interpretazione Alessandra De Santis, Giorgia Maretta, Attilio Nicoli Cristiani, Emanuele Sonzini
assistenza al progetto Beatrice Sarosiek
luci Antonio Zappalà
produzione Teatro delle Moire con il contributo di Progetto Être/Fondazione Cariplo, Comune di Milano – Cultura, NEXT Laboratorio delle idee per Oltre il palcoscenico.



Trama. 
L'isola che non c'è delle Moire è fatta di abiti saltati fuori da cantine, solai e vecchi bauli, teatro di un rituale di vestizioni e svestizioni, travestimenti giocosi e ossessivi. Infinite metamorfosi come segno di un ambiguo desiderio di ritorno all'infanzia, di un'affannosa ricerca d'identità. Una raffinata performance che mescola l'ironia e alla ferocia dolente, il rigore formale al piacere della creazione a ruota libera, non sottoposta ai vincoli di un rigido confine tra i linguaggi, tra gesto immagine, suono e parola. Qua e là affiorano brevi frammenti dal Peter Pan di J. M. Barrie, che rimandano a visioni oniriche di lagune incantate e sirene. Ma i suoi significati passano soprattutto attraverso le movenze dei quattro, le loro diverse fisicità, i panni in cui si avvolgono rapidamente e di cui si liberano un istante dopo. (Dal sito del Teatro dell'Elfo)
Commento. Personalmente non mi ha convinto, perché mi piace il teatro della parola e non del movimento e qui c'è solo questo incessante movimento di vestirsi e denudarsi e la parola (soprattutto cantata) è creata altrove: l'attore o l'attrice mima come se cantasse o recitasse in playback. Evidentemente si ispira molto agli spettacoli di travestiti o drag queen.





pater_familias



di Fiammetta Carena
regia Maurizio Sguotti
scene e costumi Francesca Marsella
movimenti Davide Frangioni
musiche e luci Enzo Monteverde
con Tommaso Bianco, Alberto Costa, Vittorio Gerosa, Alex Nesti, Nicolò Puppo, Maurizio Sguotti
produzione Kronoteatro








Trama.
Scontro generazionale tra il figlio "che non sa fare niente con le mani" ed il padre che fa l'autista dei pulman con l'hobby del modellismo. Il padre ha costruito un labirinto ed è ossessionato dalla leggenda del Minotauro. Il figlio esce con una compagnia di skinheads, vuoti, violenti. ferocemente razzisti e di cui lui stesso subisce la violenta perché è considerato "un perdente". La compagnia induce il figlio alla violenza verso una ragazza che vedono in discoteca ballare con un negro . Poi non basta più ed allora la violenza viene rivolta verso il padre.
Drammatico e violento , fin dalla musica tecno sparata a palla e con un movimento in scena di sei tavoli che creano e disfano spazi.
Commento. Convincente. Mi chiedo a chi serve questo teatro, ma forse è una domanda sbagliata. Chi vive dentro quella realtà violenta e deviata non va certo a vedere queste cose e non può essere "convinto" di nulla. Chi invece ci va a vederlo è già convinto. E' un teatro "confermativo", allora ?

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