martedì 28 agosto 2012

Milano inizio anni '60, sotto al boom economico ce n'è uno letterario

Come post-fazione all'edizione Oscar Mondadori del libro di Giovanni Testori Il ponte della Ghisolfa, è stato pubblicato un articolo di Camilla Cederna apparso sull'Espresso del 27/05/1960. La Cederna sostiene una tesi contro-corrente: la Milano del boom economico, degli emigrati con la valigia di cartone che arrivano alla Stazione Centrale, delle squallide periferie, della speculazione edilizia selvaggia, delle campagne violentate, delle fabbriche fumose ed impregnate di un sudore sporco, è stata una grande fonte di ispirazione per scrittori, commediografi, pittori e registi che ne hanno esaltato la vita che pure riusciva ad esprimersi nelle balere, nelle polisportive, nei bar e quartieri. La Cederna quindi ribalta l'idea che la Milano degli anni '50 e '60 fosse quella più blasonata de La Scala, della Galleria, del Biffi, del Carcano e di Via Montenapoleone ecc. Le periferie, questo micidiale impasto di fabbriche e casermoni circondato da una campagna ridotta a discarica, rappresentano la "vitalità" alla quale attingono artisti di grande fama.
Questa Milano delle periferie è rappresentata da un evento dirompente che è la commedia di Giovanni Testori La Maria Brasca interpretata da una debuttante Franca Valeri. Il mondo è quello delle operaie di Niguarda.

«Ci si slarga il cuore››, dicono i veri milanesi negli intervalli della commedia, e gli si slarga il cuore perché in scena ogni tanto sentono parlare come piace a loro, «linosare» per stare ozioso, «faccende del lèlla›› per cose di poco conto, «magone›› per malinconia, «morosata» per amoreggiamento, «terronia» per dire meridione, «romper le glorie» per seccare, e «sgammellare» per far fatica. Riconoscono quindi con soddisfazione un tipo di donna che esiste nella realtà, un po' per il carattere e un po' per come s'esprime quando parla in italiano, emettendo spessissimo come fanno le milanesi, proverbi e frasi fatte. «Tanto, finché c'è vita c'è speranza››; «Già che ha fatto trenta faccia trentuno››; «adesso come adesso», e «Perché, si sa, l'occhio vuole la sua parte».

Prima di Giovanni Testori a parlare dell'ambiente operaio dell'Ortica era stato il milanese di adozione Ottiero Ottieri con il suo libro Tempi stretti.
Poi i tentativi sono stati molti: da Franco Fortini che con l'aiuto del musicista Fiorenzo Carpi compone Quella cosa in Lombardia che entrerà nel repertorio di Laura Betti
Poi arriva il tifone Dario Fo con Hanno ammazzato il Mario in bicicletta, Senti come la vossa la sirènna, Quand seri giuina e Ma mì.

Einaudi sulla rivista Menabò Uno pubblica nel 1959 pubblica il libro in dialetto milanese di Lucio Mastronardi Il calzolaio di Vigevano al quale seguiranno nel 1962 Il maestro di Vigevano e nel 1964, Il meridionale di Vigevano, che concluderà una sorta di trilogia.

Sempre su Manabò Due il poeta Elio Pagliarani (anche lui emigrato a Milano) scrive un racconto in versi intitolato La ragazza Carla.

A Milano Pier Paolo Pasolini ambienta la sua sceneggiatura de La vita urlata che poi sarà un film di Luchino Visconti che poi finirà di girare Rocco e i suoi fratelli proprio a Milano.

Camilla Cederna si ferma qui, ma ci sono altri nomi attivi in Milano e molto attenti a quel mondo popolare.
Mi riferisco al grandissimo poeta dialettale Franco Loi che, seguendo il padre ferroviere si trasferisce nel 1937 a Milano dove frequenta gli studi diplomandosi in ragioneria. Successivamente lavorerà come contabile allo scalo merci di Lambrate. La sua "fortuna" letteraria comincerà negli anni '70 (basta solo ricordare il poema Stròlegh), ma è nella città meneghina la sua formazione ed ispirazione (oltra al suo dialetto).

E poi Vitaliano Bianciardi arriva a Milano (anche lui è immigrato) con la sua Vita agra.

Infine mi sembra importante citare Giorgio Scerbanenco (un emigrato, guarda caso!) che aveva già una lunga carriera alle spalle negli anni '60 e che col suo occhio indaga la criminalità minuta ed i vizi delle periferie. Lui inventa il noir meneghino con i personaggi come  Duca Lamberti, un giovane medico radiato dall'Ordine e condannato al carcere per aver praticato l'eutanasia su una donna in agonia e che in seguito diventa un investigatore privato che collabora con la questura di via Fatebenefratelli a Milano, Il suo successo poi arriva con Venere privata nel 1966, anche questa una torbida storia di prostituzione e ricatti.

3 commenti:

  1. Che bel post, Guglielmo. Inutile chiederti se c'è ancora il ristorante delle sorelle Pilorini...

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  2. x Pierluigi. Eh si questa Milano (che non ho conosciuto direttamente per ragioni semplicemente anagrafiche) aveva un suo fascino. Io ho conosciuto quella più cupa e chiassosa del '69 che pure aveva mantenuto una sua carica vitale. Poi verranno gli anni di piombo tetri e disperati. E poi nascerà con gli anni '80 quella Milano finta , con i lustrini e paillettes che tanti disastri ha fatto.
    x Giacy. Le sorelle Pilorini ? devo darti due brutte notizie: la prima che non ci sono più, la seconda che non ci sono nemmeno cercando con Google. Hanno scampato almeno in disastro internet ...

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