sabato 30 giugno 2012

Le guerre (perse) di Ada


Laura Pariani, Di corno o d'oro, Sellerio, 1993


Le guerre di Ada
13 novembre 1887
Illustre signor Sindaco,
io, Marchini Ada, maestra elementare nella scuola del vostro paese, stanotte oso indirizzarvi una lettera molto particolare.
Sono qui seduta nella mia stanzetta, al mio tavolo, di fronte al letto. È tutto in ordine, ma io... io non sono niente affatto in chiaro con me stessa e provo dolore, nostalgia, qualcosa di simile a una nuova fatica di nascere.
Ho messo i miei libri in una cassa, che spero voi avrete la compiacenza di spedire a mia sorella, Marchini Virginia, a Cremona (l’indirizzo lo troverete tra le mie carte). Ho bruciato i miei diari. Ormai libri, diari, opuscoli, non mi servono più, imperfetti e incompleti come sono. I fatti mi hanno sopraffatta, vinta.
Il potere dei fatti, in cui ho sempre creduto... Ma cos’è il potere? Che cosa sono i fatti? E pensare, riflettere, non genera anche questo dei fatti? O no?
Scusatemi se perdo tempo, signor Sindaco, se non arrivo subito alla questione, cioè al perché di questa lettera, che io spero avrete la cortesia di leggere fino in fondo. Ma è una notte strana, in cui mi affiorano ricordi singolari e il mio cuore ci si perde. Mi tornano alla mente soprattutto quelle mie interminabili discussioni notturne con me stessa, davvero combattute e dolorose, sulla qualità della vita che bisogna costruite a questo mondo, perché tutti vivano meglio. Pensiero fisso di questa Marchini Ada, sveglia di notte e affamata, che cammina su e giù per la sua stanza, con lo scialletto sulle spalle, quando dal canale sale la nebbia sul far del mattino, a piedi nudi, senza zoccoli, per non disturbare i vicini.
L’idea di un mondo giusto e buono mi è nata dentro quand’ero ancora ragazza; si è impossessata di me; dai libri che leggevo mi è penetrata dentro e si è aggiunta alla mia naturale impazienza: “ In verità, io ti dico, oggi sarai con me in Paradiso ” .. Ah, il paradiso in terra! Io avevo il sogno di questo mondo nuovo e bello, che io avrei aiutato a costruire..,
Lo vedete? Per lo spazio di qualche riga sono tornata a essere nuovamente quella ragazza di allora, mossa da quella fiducia. Mio padre, salumaio, voleva che io studiassi qualcosa di pratico e che io prendessi in mano la bottega; ma io volevo cambiare il mondo. Vi faccio ridere, signor Sindaco? Vedete: il paradiso si lascia scorgere di rado: questa è la sua prerogativa. E, chi vuole, storca pure la bocca. Ma in un momento della nostra esistenza, almeno per un momento, bisogna aver potuto credere all’impossibile.


Pensierino. La Pariani impasta lingue: quella colta del Dutur del Regio Manicomio di Villa Pasterla - Crivelli di Mombello e quella di Eurosia Scampini ricoverata ed affetta fa demonomania, il linguaggio burocratico e poliziesco della sottoprefettura del Circondatario di Busto Arsizio e quella perdutamente nostangica del bracciante Carlen emigrato sull'altopiano tra Argentina e Bolivia... Chi vive nelle nebbie intorno al Ticino si trova a casa sua in queste pagine, apprezzera' o storcera' leggermente il naso su qualche vocabolo dei dialetti locali . Apprezzera' i tentativi di dare forma ad una nuova lingua che nasca da queste basi e non dal linguaggio dei manuali per computer.

martedì 26 giugno 2012

Prima che se ne vada

 Dal Lamento del vecchio puparo in Gesualdo Bufalino, Il Guerrin Meschino, Bompiani, 1993.

Non si dovrebbe diventar vecchi.
Ormai confondo le gesta, dimentico le casate,
m'impennacchio di parole morte;
durlindane e olifanti, non ci credo più.
La gente che viene è sempre di meno.
Ieri erano tre, stamani un solo bambino,
con un cartoccio di semi accanto.
S'è seduto sulla panca e aspetta,
ma forse ha solo male ai piedi,
fra un minuto se ne andrà.
Prima che me ne vada,
incominciamo.


Pensierino. A volte mi faccio prendere dall'ansia del vecchio puparo,
comincio a scordare le storie
e allora, mi affretto ad incominciare,
prima di rimanere solo.


lunedì 25 giugno 2012

domenica 24 giugno 2012

Ricettine di nonna Giuse

Polpelline con ricotta

Ingredienti
Carne cruda
Ricotta
1 uovo
Parmigiano
Sale e pepe pb

Preparazione
Si unisce alla carne l'uovo, la ricotta ed il grana. Si fanno delle polpettine usando un chiucchiaio e si mettono a friggere per pochi minuti dentro una pentola con poco olio (senza infarinarle). Serve solo per indorare le polpelline. Poi si mettono al forno coperte con stagnola.

Come contorno.

Zucchine con l'acqua minerale 


Ingredienti
Zucchine tagliate a fiammifero
Cipolla o scalogno
2 bicchieri di acqua minerale
1 foglia di alloro

Preparazione
Si prepara il soffritto, si aggiungono le zucchine e si fanno insaporire poi si mettono due bicchieri di acqua minerale (non abbiate paura se le zucchine galleggiano) e si aggiunge la foglia di alloro spezzata con le mani. Si cuoce per circa 20 minuti fino ad assorbimento del tutto.

giovedì 21 giugno 2012

In un vecchio palco della Scala (ma non era il '93)

A volte mi capita di poter andare a La Scala di Milano a gratis. Non posso scegliere lo spettacolo, né il giorno. Diciamo che è un pacchetto dono che rispetta il motto "a caval donato..."
E quindi eccomi in un vecchio palco della Scala (come diceva la vecchia canzoncina del Quartetto Cetra) tutto di broccati rossi trapuntato ad ascoltare, su scomodissime poltroncine e sgabelli, l'opera di Giuseppe Verdi Luisa Miller diretta da Gianandrea Noseda ed interpretata , tra gli altri, da Daniela Barcellona nella parte della perfida Federica.
Il libretto è tratto dalla tragedia Kabale und Liebe (Intrigo e amore) di Schiller. Quindi la serata non si presenta con i migliori auspici in fatto di leggerezza e felicità. Ma persino l'altra volta che il "pacchetto dono" era una opera in polacco che parlava di campi di concentramento, inspiegabilmente mi era piaciuta molto (c'è qualcosa di perverso, lo riconosco, nel mio rapporto con la musica). E Luisa Miller non è stata da meno: un'opera che non conoscevo e considerata, inspiegabilmente, "minore" di Giuseppe Verdi ed invece piena di belle sorprese come il quartetto del secondo atto, anche grazie agli interpreti davvero bravi (in particolare oltre a Daniela Barcellona - una specie di vichinga-teutonica che sovrastava in maniera imbarazzante tutti - e alla Elena Mosuc (bravissima) nella parte di Luisa, c'era l'eccellente basso Leo Nucci, applaudito più volte a scena aperta. Anche l'arruffianata di mettere due interpreti orientali (visto che nel pubblico erano presenti in modo consistente Giapponesi e Cinesi) non stonava affatto e Kwangchul Youn ha saputo interpretare in modo convincente il cortigiano Wurm, che finisce ammazzato nell'ultima scena dell'opera.


Pensierino. Il posto più a buon mercato in platea costa 110 € e questo è solo il prezzo della poltroncina, poi occorre un abito adeguato (per il decoro proprio e della sala) e lì la spesa può essere davvero essere impegnativa. I puaritt  (poveri in canna) come me ed i miei amici che "usufruivano" a gratis di un palchetto, si presentano in abiti davvero imbarazzanti: io ad es. avevo uno spezzato "invernale" in lana e la temperatura viaggiava oltre i 25 gradi a Milano quella sera... Mi sono fatta una ragione che d'estate non posso andare a La Scala.

mercoledì 20 giugno 2012

Seconda parte della stagione teatrale

La scelta in questa seconda parte della stagione teatrale è caduta sula rassegna le Nuove storie sempre all'Elfo-Puccini di Milano.

IANCU, UN PAESE VUOL DIRE

uno spettacolo di Koreja
testo Francesco Niccolini e Fabrizio Saccomanno
regia Salvatore Tramacere
scene Lucio Diana

con Fabrizio Saccomanno
progetto Fabrizio Saccomanno
produzione Cantieri Teatrali Koreja



Trama. Una domenica d'agosto del 1976 il bandito Mesina fugge dal carcere di Lecce ed inizia una furibonda caccia all'uomo nei paesini del Salento. La storia è raccontata da un ragazzino di otto anni ed è un affresco di quella regione con tutto il suo mondo mitico ed arcaico ancora vivo ma irrimediabilmente segnato da una "modernità" che si affaccia aggressiva.
Commento. Inutile dire che l'impasto di lingue (salentino, italiano) mi affascina sempre e da qualcosa in più alla rappresentazione.


THE ITALIAN FACTORY

di Chiara Boscaro
regia Riccardo Pippa
scene Roberta Monopoli, Erica Sessa
con Alejandro Bruni Ocaña (Playboy), Andrea Panigatti (Robin Hood), Carlo Bassetti (Gregario), Enrico Pittaluga (Stakanovista)
luci e suono Nicolò Leoni
Teatro in-folio - Scuola d'Arte Drammatica "Paolo Grassi"



Trama. Tre metalmeccanici e un camionista dell'est che vuole caricare una macchina, a due giorni dal Ferragosto, combattono per non essere ridotti ad esuberi. Sei mesi di presidio all'interno dello stabilimento di Viale Zara 341 a Milano. Loro hanno il knowhow, dicono, ma gli è rimasta solo quella macchina. Loro vogliono lavorare. Dicono che è un diritto. Discussioni, trattative, speranza e disillusione.
Commento. Convincente. 


TU (NON) SEI IL TUO LAVORO

di Rosella Postorino
uno spettacolo di Sandro Mabellini
con Silvia Giuliano, Umberto Petranca
produzione Litta_produzioni in collaborazione con Napoli Teatro Festival Italia - Produzione esecutiva Teatro Litta



Trama. Lei che è il suo lavoro, un lavoro che (crede) importante per la sua realizzazione e lui che è senza lavoro rischiando per questo di essere niente. Vite obbligate alla marginalità, nonostante curriculum infiniti ed inutili (università, master, specializzazioni ecc ecc). Vicenda maledettamente contemporanea con una critica serrata e feroce a chi vive sulla precarietà sfruttandola (agenzie collocamento, centri di formazione, consulenti del lavoro, selezionatori di personale ecc ecc).
Commento. Forse lo spettacolo più riuscito della rassegna. Dialogo fitto e che scava nelle due psicologie dei personaggi.


LE MATTINE DIECI ALLE QUATTRO

testo e regia Luca De Bei
scene Francesco Ghisu
costumi Sandra Cardini
con Federica Bern, Riccardo Bocci, Alessandro Casula
luci Alessandro Carletti
suono Marco Schiavoni


Trama. Tre ragazzi di una borgata romana ogni mattina all’alba aspettano l’autobus che li porterà al lavoro. La ragazza, italiana, fa le pulizie, i due ragazzi, uno italiano e uno romeno, lavorano in un cantiere edile. Nella nebbiosa e buia strada che li accoglie alle quattro del mattino o poco meno c’è spazio per un fulmineo quanto struggente innamoramento.  Ma il destino tragico li aspetta anche alle dieci alle quattro.
Commento. Convincente. 


NEVER NEVER NEVERLAND

dramaturg Renato Gabrielli
concept e regia Alessandra De Santis, Attilio Nicoli Cristiani
creazione e interpretazione Alessandra De Santis, Giorgia Maretta, Attilio Nicoli Cristiani, Emanuele Sonzini
assistenza al progetto Beatrice Sarosiek
luci Antonio Zappalà
produzione Teatro delle Moire con il contributo di Progetto Être/Fondazione Cariplo, Comune di Milano – Cultura, NEXT Laboratorio delle idee per Oltre il palcoscenico.



Trama. 
L'isola che non c'è delle Moire è fatta di abiti saltati fuori da cantine, solai e vecchi bauli, teatro di un rituale di vestizioni e svestizioni, travestimenti giocosi e ossessivi. Infinite metamorfosi come segno di un ambiguo desiderio di ritorno all'infanzia, di un'affannosa ricerca d'identità. Una raffinata performance che mescola l'ironia e alla ferocia dolente, il rigore formale al piacere della creazione a ruota libera, non sottoposta ai vincoli di un rigido confine tra i linguaggi, tra gesto immagine, suono e parola. Qua e là affiorano brevi frammenti dal Peter Pan di J. M. Barrie, che rimandano a visioni oniriche di lagune incantate e sirene. Ma i suoi significati passano soprattutto attraverso le movenze dei quattro, le loro diverse fisicità, i panni in cui si avvolgono rapidamente e di cui si liberano un istante dopo. (Dal sito del Teatro dell'Elfo)
Commento. Personalmente non mi ha convinto, perché mi piace il teatro della parola e non del movimento e qui c'è solo questo incessante movimento di vestirsi e denudarsi e la parola (soprattutto cantata) è creata altrove: l'attore o l'attrice mima come se cantasse o recitasse in playback. Evidentemente si ispira molto agli spettacoli di travestiti o drag queen.





pater_familias



di Fiammetta Carena
regia Maurizio Sguotti
scene e costumi Francesca Marsella
movimenti Davide Frangioni
musiche e luci Enzo Monteverde
con Tommaso Bianco, Alberto Costa, Vittorio Gerosa, Alex Nesti, Nicolò Puppo, Maurizio Sguotti
produzione Kronoteatro








Trama.
Scontro generazionale tra il figlio "che non sa fare niente con le mani" ed il padre che fa l'autista dei pulman con l'hobby del modellismo. Il padre ha costruito un labirinto ed è ossessionato dalla leggenda del Minotauro. Il figlio esce con una compagnia di skinheads, vuoti, violenti. ferocemente razzisti e di cui lui stesso subisce la violenta perché è considerato "un perdente". La compagnia induce il figlio alla violenza verso una ragazza che vedono in discoteca ballare con un negro . Poi non basta più ed allora la violenza viene rivolta verso il padre.
Drammatico e violento , fin dalla musica tecno sparata a palla e con un movimento in scena di sei tavoli che creano e disfano spazi.
Commento. Convincente. Mi chiedo a chi serve questo teatro, ma forse è una domanda sbagliata. Chi vive dentro quella realtà violenta e deviata non va certo a vedere queste cose e non può essere "convinto" di nulla. Chi invece ci va a vederlo è già convinto. E' un teatro "confermativo", allora ?

lunedì 18 giugno 2012

Coelett



Luis Balocch
E 'l Coelett 'l diseva: né amour né odi.
L'òmm che 'l se creda de vess chissà che
rôba, l'òmm, 'l sa on figh secch. Tucc
ball de fà buj quel ch'e1 dis. Tutt quel che
gh'emm, tutt quel che femm, tusscòss l'è
vanità e fiaa traj via.
Num e i besti a gh'emm on medesim
destin. Andà sott terra. E per sti pòch dì che
vivom semm bordegaa de tucc i malann
del mond.
I mòrt, quej, san piûu nient. Gh'è pûu nient
per lor. Nissun guadagn. Amour. Gramità.
Tutt quell che in vita a gh'even a l’è bella
che finii.
De quel che femm incoeu, doman, fra on
ann, fra on secol, ghe restarà on bel nient.
E allora vadavia ’l cùu su la proeusa di besii!

 da Coelett di Luigi Balocchi (Luis Balocch), La memoria del mondo libreria editrice, 2011

(traduzione -all'impronta- mia)

Il Qoelet diceva: né amore né odio.
L'uomo che si crede di essere chissà che
cosa, l'uomo, non sa un fico secco. Tutte
balle da far bollire quello che dice. Tutto quello che
abbiamo, tutto quello che facciamo, tutto è
vanità e fiato sprecato.
Noi e le bestie abbiamo un medesimo
destino. Andare sotto terra. E per questi pochi giorni che
viviamo siamo sporcati da tutti i malanni
del mondo.
I morti, quelli non sanno più niente. Non c'è più
niente per loro. Nessun guadagno. Amore. Sofferenza.
Tutto quello che avevano in vita è bell'e
finito.
Di quello che facciamo oggi, domani, fra un
anno, fra un secolo, non resterà un bel niente.
E allora vada via al culo su un'aiuola di ortiche.

Pensierino. Va bene Qoelet o Coelett come ti chiama Luis Balocch, tutto sarà vanità, ma tu perché lo scrivi ? Perché hai messo tutto il tuo ingegno, la tua passione, la tua fantasia per dirci che ingegno, passione e fantasia non sono niente ? C'è un corto circuito nel tuo ragionamento che mi convince un attimo e poi mi rivela il suo scopo profondo e inconscio. La tua cantilena è un esorcismo contro l'inutilità della vita che ci assale tutti, ogni giorno, con gli argomenti che tu ci snoccioli copiosi e convincenti. Ma tu ce li racconti questi argomenti, li sviluppi, li macini nel tuo mulino ed allora noi li abbiamo ben presenti, chiari, illuminati sotto potenti riflettori. Ora li conosciamo bene. Ecco la loro potenza svanisce o comunque si ridimensiona. Si, sono alla nostra portata questi argomenti, non ci sovrastano più, possiamo tentare di superarli, senza paura. 


sabato 16 giugno 2012

Piccolo omaggio a Sandro Penna

O casa in costruzione se io non fossi
vecchio quanta gioia in te metterei.
Non potresti restare un po' così
anche un po' meno di quanto vorrei?

L'aria serena torna.
E resta mia
questa non più serena
malinconia.

Tutto pieno di voglie
era, rosse e confuse,
quello che alle mie voglie
calme, le sue confuse.

E' bello lavorare
nel buio di una stanza
con la testa in vacanza
lungo un azzurro mare.

(da Sandro Penna, Poesie, Garzanti, 1989)


Aggiungo, come pensierino, un mio haiku (un po' "nostalgico") e non ci penso più...

mi raggi
sole
e
l'ombra svapora
(forse)

mercoledì 13 giugno 2012

Mu, il vuoto

Scrive Shakespeare da qualche parte: When the light of sense goes out, but with a flash that has revealed the invisible world , cioè, più o meno Quando la luce di senso se ne va, (ma) con un lampo ha rivelato il mondo invisibile.
Da un po' di tempo mi diletto di haiku e più ne leggo e più capisco quanto siano lontani dalla nostra mentalità occidentale. Ultimo trovo in Roland Barthes, L'impero dei segni (uno dei libri miei favoriti e che ho riletto varie volte) un capitolo chiamato TALE che parla appunto di haiku. Cercavo una cosa e ne trovo un'altra che prima non avevo notata o avevo letto con superficialità. E così Barthes mi porta in quell'impero dei segni che tanto ci sconcerta. Come è chiaro, ormai, l'haiku non ha un senso, non esprime sentimenti , non ha scopi didascalici e nemmeno descrive natura ed oggetti. Barthes scrive che è come un "ricciolo grazioso" che si arrotola su se stesso e basta. 
L'appropriazione indebita che l'occidente ha fatto dell'haiku, assimilandolo ad un componimento breve, è del tutto gratuita, o meglio, ne ha fatto un'altra cosa.
Eppure rimane questo fascino un po' arcano dell'haiku (anche per noi) e il solo pensiero che una cultura abbia elaborato un segno per descrivere il vuoto , mi inorgoglisce come essere umano, mi fa pensare che c'è qualcosa di grande in noi. Insomma, con Shakespeare, quando il senso se ne va, rimane una scia rivelatrice di un mondo invisibile che per un istante (il tempo del flash) si (ci) illumina. 

Mu, il vuoto


lunedì 11 giugno 2012

Orto o non orto


Devo dire che non sono portato per i lavori manuali e di bricolage. Le scatole di Ikea con dentro quelle maledette istruzioni e sacchettini di viti e brugole mi mettono addosso una grande frustrazione. Nel giardino mi trovo più a mio agio, ma la mia attività si ferma a semplici operazioni di manutenzione: taglio delle rose e della vite, rinvaso di piante e fiori, innaffiatura, ritocco di qualche siepe e poco altro. Così, quando mi sono deciso di fare l'orto, mi sono tenuto, prudentemente, con un profilo basso: innanzitutto la dimensione (1,50 x 2,20 = 3,3 mq), poi la scelta delle piante (erbe aromatiche, pomodori n.3, sedano n.6, menta, melissa, n.1 pianta di peperoncino) e infine la scelta di aggiungerci dei fiori (viole del pensiero e altri di cui ora mi sfugge il nome).

L'epistolario tra Jean Baptiste La Quintinie (il giardiniere) e l'amico medico Philippe Neuville si sviluppa per lunghi anni sulla dicotomia tra i tempi della storia che sembrano a Philippe incalzanti (ma la resa dei conti è sempre rinviata) e quelli della natura molto più lenti (ma inesorabili negli esiti) di Jean Baptiste.
Tutti, oggigiorno, a somiglianza del Re e della sua amante, diventano pii e appassionati di religione. Mi fanno ridere, quelle persone di cui mi parlate, Jean-Baptiste, e che io stesso incontro talora a Notre-Dame o in altre chiese parigine. La cappella di Versailles, se non mi sbaglio, non è molto lontana dal teatro. Che simbolo! C’è da temere che i più vadano all’una pensando all’altro! Infatti, dovendo mostrarsi a Dio, si pensa prima a mostrarsi agli uomini. E ci si agita, e si commenta, e ci si esibisce, e talora ci si batte. Alla fine si esce dal tempio con gli occhi, il cuore e il cervello umidi, quando l’oratore è stato convincente. Asciutti se, per sventura, ha espresso male il proprio pensiero. Ma l’anima? C’è da scommettere che essa sia rimasta estranea a quel sommovimento dei sensi. Ci si vuole salvare l’anima quando non si pensa che a preservare il proprio corpo, la propria ricchezza e il proprio rango dalla putrefazione prossima ventura. Infatti, ciò che più temiamo non è tanto Dio quanto gli insetti, le pietre e la negra terra che ci terranno rinserrati fino al giudizio universale. Cosa volete che se ne faccia, Dio, di tutti codesti simulacri? Sì, da quando abbiamo messo degli uomini al centro del mondo, ne abbiamo fatto sparire Dio stesso. E sicuramente Lui aspetta. oggi lontano, molto lontano, al di là delle stelle fisse, che finiamo di dissolverci per ricostrulre tutto.”
“No, Philippe, Dio non è così lontano da noi. Forse è fin troppo vicino, e proprio per questo non lo vediamo più. Eppure se ne sta lì in piedi fra i rami della notte, sotto il muschio e nei tronchi degli alberi, in mezzo ai sassi e alle nuvole. Dio si fa beffe del marmo e delle dorature dove gli uomini pensano di venerarlo. Non cercate Dio nelle chiese, Philippe: da un pezzo ha tagliato la corda per una porticina che dà sul mondo. ”
Bibliografia minima (dal mio piccolo armadio-libreria):
Pejrone Paolo, In giardino non si è mai soli, Feltrinelli
Pera Pia e Perazzi Antonio, Contro il giardino, Ponte alle grazie
AAVV, Bestiario ed erbario popolare - il medio Ticino, lamodernanovara, 1988
Pierre Lieutaghi, Il libro delle erbe, Rizzoli
Università di Torino, L'erbario dell'Università di Torino 



   

domenica 10 giugno 2012

venerdì 8 giugno 2012

Un maledetto imbroglio

Rivedo, per caso, in TV Un maledetto imbroglio diretto ed interpretato da Pietro Germi e mi chiedo se film così se ne facciano ancora oggi. Si dirà che tutto nasce da una sceneggiatura d'eccezione basata (liberamente) sul  Pasticciaccio di Carlo Emilio Gadda, ma non è sufficiente questo. C'è qualcosa di più e di meglio: c'è la qualità degli attori (primo tra tutti Pietro Germi), dei caratteristi, ma c'è anche la regia e la fotografia. E poi naturalmente c'è il b/n che esalta il tutto con questi giochi di ombre in fatiscenti androni di vecchi palazzi e commissariati, di stanze d'albergo e lontane case contadine della Ciociaria e poi Roma e la sua piazza Farnese. 

Il commissario Ingravallo esce dal palazzo di Piazza Farnese teatro del delitto.
Il commissario (Pietro Germi), la servetta (Claudia Cardinale) e l'assassinata (Eleonora Rossi Drago).




Nomen omen

Trovo su internet questa G floreale, da colorare a piacere,
come facevamo da bambini.
Ecco questa è un'idea che mi piace e una gran consolazione.
Guglielmo è un nome che non mi sta, come una giacca tagliata male: la indossi e capisci subito che non fa per te. Infatti non è un caso che sono pochissime le persone che mi chiamano così. In paese mi chiamano con un diminutivo (forse perché avevo un nonno molto importante e stimato e io lo sono un po' meno...); poi si sa, nei paesi tutti hanno un soprannome o uno stinco da cui sono nati e quindi io sono "ul fiö da a Durina" (anche mia mamma con quel nome non è messa bene!). Altri mi chiamavano con un vezzeggiativo. Nella mia famiglia d'origine ho un soprannome che tutt'ora mia mamma e le mie sorelle usano (Ciccio mi chiamano, ma anche questo non corrisponde a nulla in quanto non sono affatto "ciccio"). Insomma con i nomi che mi hanno affibbiato non mi ritrovo. Ora ci si è messa anche Giacynta a chiamarmi Guj, confermando (indirettamente) che Guglielmo è troppo pomposo e serio per me...
Dunque se il nome è un presagio (nomen omen, dicevano i latini) , non sono messo bene. Latita la mia personalità in quanto non mi ritrovo nel presagio di quel nome e non mi rassegno al suo destino.  

mercoledì 6 giugno 2012

Passeggiata in bici

Villa delle delizie (Villa Clerici di Castelletto di Cuggiono)
Lungo il Naviglio Grande verso Turbigo
Ecco, questa è la Lombardia: l'eleganza antica e la sciatteria moderna
Mitica bici "Spillo" sotto a Via Traversagnetta
Verso casa (da lontano sembra bello persino il mio paese...)

martedì 5 giugno 2012

Nuovo arrivo nel giardino e nuova torta

Un'amica mi ha portato questa pianta dicendomi che si tratta di essenza molto antica e che se ne ricava una torta altrettanto antica. Siccome anch'io sono "antico", vado a cercare e trovo... 
Il Partenio (Tanacetum parthenium (L.) Sch.Bip., 1844) è una pianta della famiglia delle Asteraceae. In Italia, a seconda dei luoghi, è conosciuta con i nomi di amarella, amareggiola, matricale, maresina ed erba marga. Vive in terreni sassosi (e per questo si troverà benissimo nel mio giardino, che non appena scavo sembra di essere in una cava).

Inutile dire che la pianta ha trovato 
impiego (nella
tradizione folklorica)
quale cura del reumatismo articolare
e nella prevenzione delle cerfalee.
Ingredienti per fare una torta con la maresina (grazie a Luisa di Verona)

50 gr. di maresina pestata finemente
3 uova
150 gr. di zucchero
un bicchiere di latte
un bicchiere d'olio di semi
300gr. di farina
una bustina di lievito
un pizzico di sale

Montare a crema le uova con lo zucchero, aggiungere il latte, l'olio, il sale, la maresina tritata e la farina setacciata con il lievito.

Versare in una stampo del diametro di 26 cm. e cuocere in forno a 175° per 35 minuti. Fare la prova stecchino, ogni forno ha le proprie caratteristiche.

domenica 3 giugno 2012

Zitto zitto, piano piano




Ramiro
(sotto voce)
Zitto zitto, piano piano;
Senza strepito e rumore:
Delle due qual è l'umore?
Esattezza e verità.

Dandini
Sotto voce a mezzo tuono;
In estrema confidenza:
Sono un misto d'insolenza,
Di capriccio e vanità.

Ramiro
E Alidoro mi dicea
Che una figlia del Barone...

Dandini
Eh! il maestro ha un gran testone.
Oca eguale non si dà.
(Son due vere banderuole...
Mi convien dissimular.)

Ramiro
(Se le sposi pur chi vuole...
Seguitiamo a recitar.)


CLORINDA
Principino, dove siete?

TISBE
Principino, dove state?

CLORINDA E TISBE 
Ah! perché m'abbandonate?
Mi farete disperare.

TISBE
Io vi voglio.

CLORINDA
Vi vogl'io.

DANDINI
Ma non diamo in bagattelle!
Maritarmi a due sorelle
tutte insieme non si può.
Una sposo.

CLORINDA E TISBE
(con interesse di smania)
E l'altra?

DANDINI
(accennando Ramiro)
E l'altra
all'amico la darò.


CLORINDA E TISBE 
No, no, no, no,
un scudiero! oibò, oibò!

RAMIRO
(ponendosi loro in mezzo, con dolcezza)
Sarò docile, amoroso,
tenerissimo di cuore.

CLORINDA E TISBE 
(guardandolo con disprezzo)
Un scudiero! no, signore.
Un scudiero! questo no.

CLORINDA
Con un'anima plebea!

TISBE
Con un'aria dozzinale!

CLORINDA E TISBE 
(con affettazione)
Mi fa male, mi fa male
solamente a immaginar.

RAMIRO E DANDINI 
(fra loro ridono)
La scenetta è originale:
veramente da contar.

venerdì 1 giugno 2012

Riti


Venere di Willendorf 
c. 24,000-22,000 a.C. 
(Naturhistorisches Museum, Vienna)

Riti
Riti di chiesa. Riti di magia.
Mia madre era cattolica e faceva
i segni della croce sulla pancia
se i vermi invadevano, dopo
una paura, l’intestino. Ricordo
le parole ripetute, i suoni
oscuri, l’oscura ripetuta
cantilena – “Lunnerì santo
marterì santo mierculerì santo
sabbato santo rummèneca è Pasca:
stu verme casca” – E ricordo
la formula per le bruciature
-  “Terra chiara terra scura
‘a carna cotta addiventa crura”-
Arcana anche qui rimbalzava
la rima. E poco importava
che continuasse il dolore:
sarebbe d’incanto sparito.
Com’ era d’incanto venuto.
Michele Sovente (1948-2011)
Pensierino. Gli antichi riti di magia erano di magia bianca, magia tutta al femminile perché prendeva la sua forza dalla natura e la donna/madre era la natura. E' un patrimonio popolare comune a tutta Italia e non solo che oggi è praticamente scomparso. Oggi la magia arriva direttamente per sms e costa dai 10 ai 15 centesimi.  Ma speriamo che anche questo fastidioso intermezzo (quello degli sms, intendo) sparisca d'incanto com'è venuto...