domenica 29 dicembre 2013

Queste le parole di Erri de Luca...



Queste le parole di Erri de Luca alla festa di riapertura ai cittadini dei suoli ex area nato


Quando sono nato erano già lì, le navi da guerra grigiochiare con le scritte bianche. La portaerei stava piantata in mezzo al golfo come una pialla sul banco del falegname, intorno era all'ancora il resto dell'intera squadra navale della Sesta Flotta degli Stati Uniti. Era il dopoguerra, che aveva scelto Napoli come capitale militare del Mediterraneo.
Altre simili flotte e presenze succedevano a Manila nelle Filippine, a Saigon in Vietnam. Condividevamo con quei porti lo sbarco di migliaia di soldati in libera uscita, scesi a sfogare astinenza e malincuore. Dei reati che commettevano in città ne rispondevano alla magistratura militare USA: Napoli era in Italia per convenzione geografica, di fatto era una colonia americana d'oltremare.
Così nella mia infanzia quelle navi facevano parte del panorama. Le vedevo tra il Vesuvio e Capri quando mi capitava di sgambettare sui viali spelacchiati della Villa Comunale.

Il porto era consegnato all'uso militare. La città aveva eletto all'epoca un sindaco monarchico, armatore navale, che però aveva la sua flotta a Genova. Napoli aveva solo un minuscolo scalo commerciale. Ogni tanto arrivava un transatlantico, il suo ingresso nel golfo faceva l' effetto di un re che scendeva in giardino. Per un breve passaggio il suo colore, blu, rosso,nocciola, ricopriva il grigio pallido della portaerei. Poi scomparvero i transatlantici e restò la tinta uniforme che ho riconosciuto in quella della nebbia.
Napoli è città spalancata, senza difese naturali. Perciò a prenderne possesso sono venuti tutti gli eserciti, i mercanti, i fuggitivi, i pirati, i regni. Abbiamo ospitato tutte le divinità, poi una sola, la definitiva, ma il sentimento religioso del luogo è dipeso dalla terra più che dal cielo. Dipende dal terrore di abitanti di un suolo sismico e appoggiato a un vulcano catastrofico. Da noi si cerca di ammansire il suolo, più che di placare l'ira dei cieli. Perciò il santo protettore del luogo è specializzato in eruzioni.

Ultimi stranieri a governare il golfo sono stati i militari della Sesta Flotta.
Penultimi furono gli occupanti tedeschi, espulsi dalla più forte insurrezione popolare di una città italiana nel 1900. Le 4 giornate del '43 sono state il più potente riscatto di libertà popolare della storia italiana. Una qualunque altra città , anche per meno di questo, ci avrebbe fondato una sua seconda data di nascita. Noi a 70 anni tondi da quei giorni non abbiamo stappato neanche una bottiglia per un brindisi.

Oggi siamo in quest'area restituita alla città dal ritiro spontaneo del comando NATO. Il Comune con l'aiuto della Fondazione del Banco di Napoli Assistenza Infanzia ha tenuto a bada le pressioni e le ambizioni speculative interessatissime. Cinquant'anni fa si poteva parlare di "Mani sulla città", oggi si tratta di grinfie e affondano anche sotto la città. Napoli non vuole privatizzare, non vuole svendere al peggior offerente il suo bene pubblico.
Quando si chiacchiera su qualche giornale del nord di classifiche del buon vivere, Napoli è data ultima. Ma il fatto che da noi l'acqua sia un bene pubblico e altrove no, questo per me è civiltà.Non rientra però nei parametri bugiardini delle classifiche bon ton.

Oggi non ci sono più truppe straniere e l'area nella quale i cittadini mettono piede per la prima volta è simbolo di ritorno alla sovranità sul proprio suolo. Questo comporta anche un ritorno di responsabilità. Non abbiamo scuse, oggi non ci bombardano dal cielo le fortezze volanti che hanno infestato di incubi i sonni della generazione che ci è finita sotto. E se scavando troviamo uno di quei proiettili, è inesploso. Mentre se scaviamo oggi troviamo in piena esplosione i veleni interrati dai nuovi nemici, che sono dotati della nostra stessa carta d'identità. Hanno venduto a mercanti del nord la terra e la salute dei figli.
Oggi gli occupanti hanno abiti civili e non se ne andranno come se ne sono andati tutti gli stranieri, per decorrenza termini di storia. Se ne andranno se su questo luogo sorgerà una gioventù a risanare i guasti di crimini di guerra compiuti in tempo di pace.
Se una gioventù si accollerà il compito di raschiare dalla politica, dalle banche, dai centri di potere pubblico i residui tossici delle complicità.
Se questa gioventù avrà l'impeto del libeccio che sta scuotendo il sud di questi giorni e chiede di essere imitato.

Quest' area oggi torna alla sovranità del popolo di Napoli. Non è che un simbolo e un inizio. Va ripresa sovranità sulla terra, sull'acqua, sull'aria, sulla salute pubblica, sulla rappresentanza politica, sul futuro di questa nostra madre-terra.

erri de luca

mercoledì 25 dicembre 2013

Dedicato a mio padre Peppino e a mio nonno Guglielmo


Beethoven Piano Concerto No 3 C minor, Arturo Benedetti 

Michelangeli, Direttore Carlo Maria Giulini & Wiener Symphoniker.


Ricordi (mancati, ma non del tutto). Non ho potuto assistere ai concerti di papà con mio nonno per ragioni anagrafiche (il nonno è morto l'anno prima che nascessi). Il primo suonava il pianoforte , il secondo l'organo e si cimentavano in concerti come questo con l'organo che faceva la parte dell'orchestra. Dopo naturalmente ho ascoltato mio padre suonare ed il mio posto preferito era sotto al pianoforte a mezza coda che lui aveva nel salotto rosso. Per quei casi della vita, ho una registrazione di circa 30 minuti di mio padre effettuata con un vecchio registrazione Geloso a nastri.
Chi ha la fortuna di avere un musicista in casa mi può capire quando dico che la musica dal vivo suonata da non professionisti è tutta un'altra cosa: non sarà perfetta l'esecuzione, ma è proprio l'imperfezione il bello.

mercoledì 18 dicembre 2013

Mia famiglia , una commedia di Eduardo De Filippo

Finita la guerra ed il boom ecco arrivano le disillusioni e la famiglia tradizionale si sgretola.La commedia di De Filippo (messa in scena nel 1955) anticipa molti temi di grande attualità. 

«Poi la guerra; poi la caduta del fascismo. Caduta che ci mise di fronte alla crudezza di una realtà spietata. Perché con il fascismo caddero illusioni, idoli e miti. E l'umanità, giovani e vecchi compresi, capí che gli incrollabili e i potenti si reggono in piedi fino a quando sono le nove e tutto va bene. E questo non è successo solo da noi, ma in tutto il mondo. Allora non crediamo piú a niente, ed ecco che si vive all'arrembaggio...alla giornata: minuto per minuto. Qua nun ce stanno denari che bastano. Si spende quello che guadagni nel mese in corso, quello del mese appresso, e quello che forse guadagnerai. Ed allora, noi ci troviamo di fronte a due specie di disordini: finanziario e morale».

«Quando sposai tua madre… lei sta qua, lo può dire… ne parlavamo da fidanzati, anzi, io ne parlavo sempre, lei meno… Volevo dei figli. E infatti venisti tu: il maschio! Mi sentii un Dio. E pensai: "Nun moro cchiù". Non vedevo più nessuno; non mi occupavo più di tante cose che mi erano sembrate indispensabili fino a quel momento. Dicevo: "Tengo nu figlio… che me mporta d' 'o riesto!" Mi sentivo felice perché capivo che, finalmente, potevo riversare su me stesso… perché un figlio è parte di te stesso… tutto l'affetto che mio padre e mia madre avevano riversato su di me, evidentemente con lo stesso sentimento mio. E faticavo, faticavo cu' na forza e na capacità di resistenza che facevano meraviglia a me stesso. "Nun moro cchiu". Cammenavo p' 'a strada, e parlando solo dicevo: "Nun moro cchiu". Poi venne il periodo delle malattie; sciocchezze, si capisce, malattie che tutti i bambini devono avere; ma ogni volta avevo l'impressione di tornare a casa e di non trovarti più. E vuoi sapere quali erano i pensieri che mi venivano in mente in quei momenti? Uno dei pensieri che più mi torturava era quello che mi faceva credere che se tu morivi la colpa sarebbe stata mia. Non perché ti avevo fatto mancare qualche cura o qualche specialista; ma perché pensavo: "L'ho messo io al mondo, la colpa è mia!" Tu capisci, allora, che un padre, di fronte a un figlio, la responsabilità se la sente; per quello che deve fare, per come deve vivere quando sarà grande. Che Iddio mi fulmini se una sola volta pensai di fare qualche cosa per costringerti a farti prendere la mia stessa strada, e farti avere il mio stesso avvenire. Perché tu lo devi sapere, questo: nemmeno io sono contento di quello che sono! Io pure, da ragazzo, avevo delle aspirazioni superiori alle mie possibilità. Tua madre lo sa. Scrivevo poesie! Ma poi uno si piega, uno capisce che a certe altezze non ci può arrivare; e, secondo te, non sarebbe stata una gioia per me, di vederti emergere, come non era stato possibile a me? Ecco perché quando venisti al mondo, io dicevo: "Nun moro cchiu". Poi venne la seconda: la femmina. Coppia perfetta: maschio e femmina. "Che fortuna! Bene! Bravo! Il maschio e la femmina! Auguri, auguri…" Ma io già mi ero disamorato; già l'entusiasmo non era più quello del primo figlio; già non intervenivo più quando vedevo una cosa sbagliata; già sentivo da molto tempo mia moglie che diceva: "Albe', ma ti sembra il momento?" come ha detto poco fa. E invece voglio parla'. Può darsi che sono ancora in tempo. Voglio parla'! E voglio dire tutti i luoghi comuni, le frasi più vecchie; non mi vergogno! Voglio citare i proverbi più antichi. L'arta 'e tata è meza mparata. Chi va per questi mari questi pesci piglia. Chi te ne fa una te ne fa mille. Chi pratica con lo zoppo impara a zoppicare. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Meglio l'uovo oggi che la gallina domani. E non ridete? Perché non ridete? Io sto dicendo le cose più antiche, e non ridete? Come vedete un passo lo abbiamo fatto: voi mi sentite dire queste cose rancide e non ridete. E io le dico e non mi vergogno… È importante… è importante assai. Questo significa che voi avete tentato di farmi diventare una cosa inutile; ma che non ci siete riusciti; e che io ho creduto di trovarmi di fronte a gente che vedeva con un occhio più aggiornato del mio e non era vero. È importante… è un miracolo!»


Nella commedia c'è un passaggio sull'omosessualità che viene trattata  per la prima volta in modo esplicito. Il giudizio del protagonista Stigliano-Eduardo è sprezzante e figlio del tempo e dimostra che la società italiana era (forse è ancora) impregnata di pregiudizi. Per fare un solo esempio nel 1949 il partito comunista italiano espelle Pier Paolo Pasolini per «indegnità politica e morale». 

«...quante volte avevo predicato che quel disgraziato non doveva mettere piede in casa nostra... da un uomo che appartiene a una categoria di gente che non ha niente da perdere e che una famiglia non se la potrà mai creare che ti puoi aspettare di buono? Una setta diabolica che funziona da un capo all'altro del mondo... S'impongono servendosi dell'Arte per corrompere e distruggere quel tanto di buono che ci serve a credere nella vita... E si servono del gusto "raffinato". Mettono su negozio? e tutti di corsa al negozio dei "raffinati"...In quella strada c'è la sartoria del "raffinato", in quell'altra c'è il parrucchiere "raffinato"». 

(Commedia vista su RAI5 all'alba di mercoledì 18 dicembre 2013)




lunedì 16 dicembre 2013

Raffaello a Milano

La Madonna di Foligno di Raffaello per la prima volta a Milano a Palazzo Marino dai Musei Vaticani, «regalo» di Natale per chiunque passi di qui.




E naturalmente se volete fare il "pieno" di Raffaello non potete non andare a vedere a Brera lo Sposalizio della Vergine...


martedì 10 dicembre 2013

Intervallo (3)

Villa Clerici Castelletto di Cuggiono (Mi)

I tre corvi
C'eran tre corvi appollaiati su un albero,- Giù, giù; giù il fieno, giù il fieno. C'eran tre corvi appollaiati su un albero.E ancora giù -C'eran tre corvi appollaiati su un albero. Ed eran neri come mai s'eran visti. E ancora giù, sempre giù, sempre giù. Uno di loro disse al suo compagno: "Dove andiamo oggi a far colazione?" "Laggiù giace, in quel verde campo, un cavaliere ucciso sotto il suo scudo. "I suoi cani gli stanno accucciati ai piedi ché voglion far ben la guardia al padrone. "E i suoi falconi volano con tanta forza che nessun uccello osa avvicinarsi." E allora venne giù una giovane cerva correndo il più veloce che poteva, E sollevò la sua testa insanguinata e gli baciò le ferite, che eran tanto rosse. Allora se lo mise sulla schiena e lo portò ad una fossa di terra; Lo seppellì prima che fosse giorno.Lei stessa era morta prima facesse sera. Dio mandi ad ogni gentiluomo dei falconi, dei cani e un'amante così.





lunedì 2 dicembre 2013

martedì 26 novembre 2013

Vieni, passeggiamo in una poesia di Izet Sarajlić (per noi, Kiko)

I critici di poesia

I critici di poesia
Perché i critici di poesia
non scrivono poesia
giacché sanno tutto della poesia?

Sapessero,
forse preferirebbero scrivere poesia che di poesia.

I critici di poesia sono come i vecchi.
Anch’essi sanno tutto dell’amore.
Quello che non sanno è fare l’amore.


Abbracciati

Quei due abbracciati sulla riva del Reno
potevamo essere anche tu ed io.
Ma noi non passeggeremo mai più
su nessuna riva abbracciati.
Vieni, passeggiamo almeno in questa poesia.


Nessuna tu

Tante donne
e nessuna tu.
A Sarajevo
duecentomila donne
e nessuna tu.
In Europa
duecento milioni di donne
e nessuna tu.
Nel mondo
due miliardi di donne
e nessuna tu.

Sole e freddo


mercoledì 20 novembre 2013

Un murales per l'emigrazione (nostra)

Murales di Manuela Furlan sul muro dell'Ecoistituto della Valle del Ticino a Cuggiono (Mi)
Un murales per ricordare quando noi eravamo emigranti in Nord America (St. Louis, Herrin) e in Sud America (Buenos Aires). Il Mandamento di Cuggiono (Mi), 34.000 anime all'inizio del '900, ha mandato 4000 persone solo in America (400 di queste erano del mio paesello).
Sembrano tempi così lontani che neanche ce ne ricordiamo più. Storie di nostri bisnonni dimenticati. Pochi hanno mantenuto rapporti con l'Italia (terra matrigna). Ma forse fra poco ci toccherà riprendere quelle strade o forse altre verso l'oriente. Per cercare fortuna. Per tirar su una famiglia.

Forse è un destino inevitabile che l'Italia ritorni povera. Già le premesse ci sono se dal 2007 al 2012 il numero di individui in assoluta miseria è raddoppiato da 2,4 a 4,8 milioni e, secondo il Censis, oltre 9 milioni di italiani non hanno avuto accesso a cure mediche nel 2011 per ragioni economiche.

martedì 19 novembre 2013

'Sta notte


Ti ho sognata 'sta notte
Avevo conosciuto un'altra te
(Non ho voluto guardare una vecchia foto)
Ci siamo abbracciati
Ho appoggiato le mie labbra sulla tua spalla vicino al collo
Fino a quando mi son svegliato.

lunedì 18 novembre 2013

Scoprire i luoghi dopo che ci si è passati

Scoprire i luoghi dopo che ci si è passati. Mi capita sempre più spesso. Sarò un viaggiatore imprevidente e distratto, forse. Ma la soddisfazione di scoprire di essere stato proprio in quel posto che ha ispirato qualcosa e che è stato teatro di qualche avvenimento, mi fa venire ancora i brividi. E' una bella sensazione.
Ho parlato della mia "scappata" in Romagna tra Ravenna e Ferrara. Ecco Ferrara poi è stata veramente una "toccata e fuga" eppure poi ho letto l'ultimo racconto dei Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani che si intitola Una notte del '43 e allora...
Ci racconta così questa "storia" Marina Monego (http://www.lankelot.eu).
L’assassinio del console Bolognesi, ex Segretario Federale, provoca la fucilazione di undici persone fra civili e prigionieri politici. In quella notte a Ferrara serpeggiano ansia e paura, circolano voci disparate, la vita della città è sconvolta. Orrore, pietà, paura folle.
“E sembrerà strano che l’esecrazione pressocchè unanime dell’assassinio potesse accompagnarsi immediatamente al proposito altrettanto diffuso di far buon viso agli assassini, di fare atto di pubblica adesione e sottomissione alla loro violenza. Ma così accadde… Curvi, dimessi avviliti nei loro frusti pastrani di stoffa autarchica…” (p.201) i ferraresi aderiscono a Salò.
Ci si interroga sugli autori della strage, si parla degli squadristi veneti, ma la verità è che qualche ferrarese ha fatto la spia e ha rivelato i nascondigli di alcune vittime.
E, finita la guerra, in città prevale il desiderio di dimenticare in fretta, ma è sufficiente?

“Eppure sarebbe bastato ben poco, in fondo, perché l’errore di calcolo che tanti avevano compiuto sotto l’incombere di avvenimenti d’eccezione, quel semplice, umano sbaglio che i comunisti del luogo, insediatisi in Municipio dal ’45, tendevano adesso a trasformare in perpetuo marchio di infamia, diventasse insieme col resto nient’altro che un brutto sogno, un incubo orrendo da cui svegliarsi pieni di speranza, di fiducia in se stessi e nel futuro!
Sarebbe bastata la condanna esemplare degli assassini, e della notte del 15 dicembre 1943, di quella notte decisiva, fatale, sarebbe stato cancellato rapidamente ogni ricordo”. (p.210)

Ferrara non sa fare giustizia, ha una sorta di cuore marcio e Pino Barilari – una figura paragonabile a Geo Josz – è lì a ricordarlo ogni giorno, lui colpevole e vittima (della moglie che quella notte rincasava da un tradimento), al tempo stesso confinato e carceriere, reso invalido da una tabe dorsale, una malattia che sembra infettare la città stessa.
Barilari ha taciuto, ma il rimorso lo spinge ora a ricordare sempre l’eccidio, è una voce inquietante, è colui che scruta dall’alto i ferraresi e ne evidenzia il male segreto.
Ecco dunque il mio passare "involontario" lungo il fossato del Castello, il mio fotografare la Giovecca, l'imbocco di Via Roma, le finestre dalle quali il farmacista Pino Barilati scrutava la folla, ha acquistato una nuova luce (non del tutto tranquillizzante) e mi ha fatto capire (dopo) molte cose. 

sabato 16 novembre 2013

14 Novembre 1951, alluvione del Polesine

L'alluvione secondo la Settimana INCOM

L'alluvione secondo Peppone e Don Camillo


Il numero delle vittime umane è stato di circa cento, ben 89 delle quali nel solo episodio del cosiddetto "Camion della morte" che vide l'automezzo carico di fuggiaschi sorpreso dall'inondazione la notte del 14 novembre a Frassinelle.
...
Il numero dei profughi costretti a lasciare le proprie abitazioni fu compreso tra 180.000 e 190.000 unità.
Andarono perduti 6.000 capi di bestiame bovino. Incalcolabile il numero degli altri animali d'allevamento deceduti.
Dal 1951 al 1961 lasciarono in modo definitivo il Polesine 80.183 abitanti, con un calo medio della popolazione del 22%. Al 2001 abbandonarono il Polesine oltre 110.000 persone. In molti comuni il calo superò, dal '51 all'81, il 50% della popolazione residente.



giovedì 14 novembre 2013

Tre giorni in giro. Ferrara, Bassani, il Ghetto (3)


(Liberamente copiato da qualche parte)

La presenza ebraica a Ferrara precede di secoli l'istituzione del ghetto. Quando esso fu imposto nel 1627 circa 1.500 ebrei vivevano a Ferrara. La chiusura del ghetto durò oltre un secolo. Le porte che l'occupazione francese aprì nel 1796 si richiusero nel 1826, anche se con regole meno rigide, fino all'unità d'Italia del 1861. Anche dopo la sua chiusura, il ghetto rimase il centro della vita della comunità ebraica di Ferrara, che Giorgio Bassani ha immortalato nei suoi romanzi, Il giardino dei Finzi Contini e Cinque storie ferraresi.

martedì 12 novembre 2013

Tre giorni in Romagna (2). Il Battistero Neoniano e il Mausoleo di Galla Placidia

Due mete a Ravenna sulle tracce di Carl Gustav Jung.

Autore: 
 Giuseppe Muscardini

Nel cinquantesimo della scomparsa di Carl Gustav Jung potrà avere una qualche utilità rievocare un episodio significativo della sua vicenda biografica. A Ravenna ebbe un prodigioso abbaglio che avvalora la concezione da lui teorizzata in diverse pubblicazioni secondo cui nella psiche umana vi sono cose che non sono prodotte dall'Io, ma si producono da sé, e vivono di vita propria.
Si dovrà risalire agli anni Trenta, quando il già affermato psichiatra nativo di Kesswil, autore di numerosi saggi sull'inconscio e all'epoca Presidente della Società internazionale di Psicoterapia, si recò in Italia per dare continuità a quei viaggi e percorsi che erano alla base dei suoi studi sulla psiche umana. A Ravenna, la città cantata da Gabriele d'Annunzio con versi ad alta densità simbolica (glauca notte rutilante d'oro, sepolcro di violenti custoditi da terribili sguardi), gli aspetti misteriosi della nostra mente emersero con inquietante evidenza, e Jung ne registrò personalmente gli effetti.
Affascinato dallo splendore dell'arte musiva che richiama da secoli i viaggiatori di tutto il mondo, lo psichiatra svizzero entrò insieme alla sua compagna di viaggio all'interno del Battistero Neoniano, rivestito di preziosi mosaici. Qui fu attirato dall'immagine di Cristo che allunga la mano a Pietro per salvarlo dalle acque del fiume in cui rischia di annegare, e ne tentò in loco l'interpretazione, disquisendo con la donna sul significato della morte e della rinascita, a suo parere ben manifestato nella raffigurazione. Ma la sorpresa l'ebbe al ritorno dal viaggio, quando a Zurigo decise di approfondire le ricerche richiedendo a Ravenna una riproduzione fotografica di quel particolare del mosaico. Scoprì così che una rappresentazione di Cristo nell’atto di soccorrere Pietro, sulle pareti del Battistero Neoniano in realtà non esisteva. Jung l'aveva solo percepita: si era trattato di un’illusoria parvenza originata in lui dall'incontro fra coscienza e inconscio, in una commistione di impressioni difficili da spiegare sul piano sensoriale.

Il turbamento di Jung a Ravenna non era un fatto nuovo. Già vent’anni prima, nel 1914, aveva avvertito un senso di smarrimento davanti alla tomba di Galla Placidia, l’imperatrice romana figlia di Teodosio I. Mettendo in relazione le due analoghe esperienze, fu naturale per lui richiamare alla mente il leggendario racconto sulla tempesta che nel 424 sorprese Galla Placidia quando da Costantinopoli attraversò il mare per raggiungere l’Occidente. La promessa e il voto di erigere una chiesa a Ravenna e di abbellirla con splendidi mosaici se fosse sopravvissuta ai flutti turbinosi, fu mantenuta dalla raffinata regnante e sorse così la basilica di San Giovanni Evangelista. Ma in epoca successiva un incendio devastò la chiesa e i mosaici andarono distrutti. L’associazione fra la perdita dei mosaici e la mancanza di qualcosa già visibile in precedenza, acquisiva la valenza di una privazione che dovette influenzare la sfera sensoriale di un individuo dotato di conoscenze storico-artistiche. Questa può essere la causa psichica della momentanea percezione visiva di Jung, tanto più credibile se si considera la condivisione dell’esperienza da parte della sua compagna di viaggio, che pure credette di vedere all’interno del Battistero Neoniano lo stesso mosaico. Anche quando una spiegazione fosse stata possibile, lo psichiatra risolse di annoverare il fatto tra i fenomeni e lecose della psiche che emergono spontaneamente dall'inconscio, seppure in assenza di condizioni plausibili per richiamarle. Nel volume autobiografico Ricordi, sogni, riflessioni, si legge testualmente: Il mio caso non è certo l'unico, di questo genere, ma quando ci capitano cose simili, non si può fare a meno di prenderle più sul serio di quando si sono solo sentite dire o si sono lette. In genere, di fronte a racconti di cose simili, si hanno pronte tutte le spiegazioni possibili: io, per parte mia, sono invece giunto alla conclusione che prima che si possa definire qualsiasi teoria nei riguardi dell'inconscio, ci sia ancora bisogno di farne molte, moltissime esperienze.


Di esperienze Carl Gustav Jung ne ebbe molte, come viaggiatore, come studioso, come individuo dedito ai misteri della mente. Il rifiuto di una visione dogmatica della religione e dei fatti dell’esistenza, il suo graduale allontanamento dalle teorie di Sigmund Freud, su cui peraltro si era formato nel tentativo di interpretare i sogni dei pazienti, non gli consentirono di dare al curioso episodio di Ravenna spiegazioni certe. Restava un mistero dell’anima, uno dei tanti, una visione onirica mai sfuocata in ambiguità, ma ben definita e presente in lui anche a distanza di tempo. Tanto definita da poterne descrivere, come in un sogno di cui si conserva viva memoria, perfino i dettagli, i colori (l’azzurro del mare, riferisce Jung) l’ampiezza della raffigurazione e i cartigli riempiti con le parole di Pietro e di Cristo.

sabato 9 novembre 2013

Tre giorni in Romagna tra Ravenna, Comacchio e Ferrara (prima parte)

Capitolo I. Le biciclette di Ravenna e Ferrara.
Abituato allo strapotere delle auto, mi sono trovato in questi posti di fronte allo strapotere delle biciclette: c'è la stessa quantità di bici che si possono vedere ad Amsterdam , ma senza il rispetto di semplici regole che in Olanda si applicano. Per esempio non è il caso di attraversare in bici un mercato o sfrecciare tenendosi per mano per strade strette e piene di gente che cammina. Così l'andare per strada a piedi diventa assai pericoloso perché le biciclette sono silenziose e ti piombano addosso senza far rumore e vi assicuro che fanno molto male...
Penso non abbiate frainteso questa prima frase come lo sfogo di un inveterato automobilista. Tutt'altro: sono un amante e praticante della bici (chi segue questo blog lo sa), ma a tutto c'è un limite e non ci si può affidare solo alla protezione della Madonna del Ghisallo che dal 1949, grazie a papa Pio XII, è la patrona universale dei ciclisti, perché quella non protegge i pedoni.


Capitolo II. La pesantezza del potere.
Il mausoleo di Teodorico è una tappa obbligata per chi visita Ravenna. Le 230 tonnellate del monolite che costituisce la cupola danno una netta raffigurazione della pesantezza del potere che incombe su tutti compreso chi lo esercita. Il monumento è formato da due "aule" : una superiore con il sarcofago e una inferiore.
Al centro dell’aula superiore si trova il labrum, vasca di porfido rosso danneggiata che potrebbe essere servita da sarcofago per Teodorico re dei Goti, morto a Ravenna il 30 agosto del 526. Non si è mai trovata traccia di una scala d’accesso al piano superiore (quelle esistenti sono ad uso dei turisti): ciò potrebbe essere l’elemento fondamentale a sostegno della teoria della esclusiva destinazione funeraria della cella superiore. Nel 540 Ravenna fu occupata dai Bizantini e il corpo del re estromesso, senza troppi complimenti, dal sepolcro.

Capitolo III . Il battistero degli Ariani.
E' una piccola costruzione anche questa voluta da Teodorico situata nel centro della città di Ravenna alla quale si accede scendendo dal piano della strada con alcuni gradini. La cosa strepitosa è il soffitto della cupola che ricorda San Apollinare nuovo la chiesa capitolare fatta costruire come il Battistero da Teodorico. Effetto davvero impressionante è la trasparenza dell'acqua ottenuto con il mosaico. 


... continua...



mercoledì 30 ottobre 2013

C'è chi usa lo stesso volto per anni, altri...

Rilke Rainer Maria, I quaderni di Malte Laurids Brigge, 1910 

Le maschere di Junior Jacque
Ad esempio, non mi sono mai reso conto di quanti volti esistano. Siamo circondati da una moltitudine di volti dissimili, assai più numerosa delle persone che li indossano. C'è chi usa lo stesso per anni e questo, usurandosi, col passare del tempo si sporca, si ripiega nelle rughe, si dilata come un guanto troppo usato in viaggio. E' gente economa questa, semplice; non muta volto, né lo deterge. E' sufficiente quello che ho in origine, sostiene, e chi può contraddirli? Ci si chiede, però, dato che di volti se ne ha più di uno, cosa facciano degli altri. Li conservano per tramandarli ai loro figli. Eppure, a volte, accade di vederli in giro impressi nei loro cani. E perché no ? In fin dei conti una faccia è sempre una faccia.
Taluni, invece, logorano i loro volti uno dopo l'altro con allarmante rapidità. Dapprima, avendo un'età antecedente ai quaranta, s'illudono di averne una scorta inesauribile e non si avvedono che quello che indossano è l'ultimo. La cosa, naturalmente, ha una sua tragicità. E' gente questa poco avvezza a trattare le facce con riguardo, così l'ultima, consumata in una settimana, sottile come un foglio di carta, è perforata in molti punti, da dove si intravede il sostrato, il non-volto con cui si avventurano nel mondo.

Pensierino. Forse sono al mio penultimo volto. Mi ci trovo bene. E' anonimo. Posso passare in una folla oceanica e non essere notato.  Posso permettermi delle stravaganze, nessuno se ne accorge. Posso riderci sopra al mio volto, senza ferirmi.  

Ancora Gianni Ardizzone, un documentario

lunedì 28 ottobre 2013

CHE CI FACCIO QUI?



CHE CI FACCIO QUI?

regia e drammaturgia Marco Baliani | scene e costumi Carlo Sala | disegno luci Andrea Diana | assistenti scene e costumi Chiara Barlassina, Rosa Mariotti | trucco Donatella Mondani | con Filippo Bedeschi, Federica Carra, Emanuela Caruso, Fonte Maria Fantasia, Matteo Ippolito, Sara Marconi, Paolo Mazzanti, Alberto Patriarca, Desirée Proietti Lupi, Marco Rizzo, Vincenzo Romano, Chiara Serangeli, Carla Valente, Simon Waldvogel | produzione Accademia dei Filodrammatici | si ringrazino Olinda, Cooperativa Sociale Alice
Un debutto importante per i neo diplomati della scuola per attori dell’Accademia dei Filodrammatici con un regista d’eccellenza: Marco Baliani.
La domanda che è all’origine dello spettacolo è rubata dal titolo di un libro di Bruce Chatwin, il grande viaggiatore. Che ci faccio qui è la domanda di chi si sente straniero in una terra, anche se ha scelto di andarvi per spirito di avventura. È la domanda che ogni gioventù si è fatta da quando è sorta la modernità.
Prima di allora era una domanda senza senso, il peso della tradizione e delle consuetudini assegnava ruoli e identità di generazione in generazione, senza possibilità di scartare altrove. È quindi una domanda sui ruoli, sul senso di precarietà dell’esistenza, sulla soglia maledetta della giovinezza, sull’attraversamento da un’età biologica all’altra, sulla scoperta dell’alterità, sulle relazioni affettive.
Marco Baliani ha rivolto questa domanda agli allievi attori e attrici dell’Accademia dei Filodrammatici.
(Post tratto dal sito dell'Accademia Filodrammatici Milano) 
Spettacolo visto il 27/10/13

domenica 27 ottobre 2013

27 utubar 1962

M'han dit che incö la pulizia
l'ha cupà un giuvin ne la via;
sarà stà, m'han dit, vers i sett ur
un cumisi dei lauradur.

Giovanni Ardizzone l'era el so nom,
de mesté stüdent üniversitari,
comunista,
amis dei proletari:
a l'han cupà visin al noster Domm.

domenica 20 ottobre 2013

2 film

Come avrete capito, vado poco al cinema. Il problema è che le multi-sale non mi attirano né come luoghi né per la loro programmazione di film. Vorrei poter andare a vedere determinati film, ma sarei costretto a cercarli in sale di sperduti cinema di periferia della città o seguire qualche cineforum o cinema dessay (che però programmano queste cose sempre durante la settimana tagliando fuori un campagnolo come me).

Quindi se in due giorni ho visto due film (belli per di più) è cosa assai rara. Uno dei due film lo inseguivo da tempo ed è Amour di Michael Haneke, la storia di Georges e Anne con Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva e Isabelle Huppert (nella parte della figlia).
Il secondo è Una fragile armonia [A Late Quartet, USA 2012, Drammatico, durata 105']   Regia di Yaron Zilberman. Con Philip Seymour Hoffman, Catherine Keener, Christopher Walken, Mark Ivanir, Imogen Poots, Wallace Shawn, Madhur Jaffrey, Liraz Charhi, Marty Krzywonos, Megan McQuillan.

Tutte e due i film hanno due sottili fili in comune: la musica e la malattia. In Amour i protagonisti sono musicisti e Anne si ammala gravemente ed è curata amorevolmente dal marito, mentre ne Una fragile armonia il protagonista è un quartetto d'archi nel quale il violoncellista Peter  (Christopher Walken) si ammala di Parkinson ed è costretto a lasciare e ciò scatena delle dinamiche distruttive nel gruppo. 

Alcune tracce:


Un ritratto di Velasquez che ritrae un vecchio e Peter lo legge così: "sembra dire -anima e corpo mi seguono ancora- , a me no".






martedì 15 ottobre 2013

Dormire dove il fiume scorre


Ho pensato ad alcune amiche leggendo questa poesia, quasi tutte trovate con questo blog, ma è dedicata anche a persone care che rimangono nel mio cuore a volte un po' distratto.

Entre o sono e o sonho, 
Entre mim e o que em mim 
E o quem eu me suponho, 
Corre um rio sem fim.

Passou por outras margens, 
Diversas mais além, 
Naquelas várias viagens 
Que todo o rio tem.

Chegou onde hoje habito 
A casa que hoje sou. ›
Passa, se eu me medito;
Se desperto, passou.

E quem me sinto e morre 
No que me liga a mim 
Dorme onde o rio corre _
Esse rio sem fim.


...traduzione di Luigi Panarese (con minima variante)


Tra il sonno e il sogno,
tra me e colui che in me
è colui che mi suppongo,
scorre un fiume interminato (senza fine).

È passato per altre rive,
sempre nuove piú in là,
nei diversi itinerari
che ogni fiume percorre.

È giunto dove oggi abito
la casa che oggi sono.
Passa, se io mi medito;
se mi desto, è passato.

E colui che mi sento e muore
in quel che mi lega a me
dorme dove il fiume scorre:
questo fiume interminato (senza fine).

n.b. Mi sono permesso di fare una piccola variante alla traduzione dell'edizione Passigli delle poesie di Fernando Pessoa. Prendetela come una licenza poetica senza licenza...



lunedì 14 ottobre 2013

Attualità


SONETTO LXVI

Morte sarebbe molto meno amara
del povero destino di chi vale,
della trionfante nullità somara,
dello spergiuro usato a chi è leale,
di tanta simonìa, tanta vergogna,
del mercimonio di persone pure,
dell’ideale in mano alla carogna,
del genio imbavagliato da censure,
del forte che ha ceduto a corruzione,
del vero ch’è spacciato per banale,
della follia maestra d’ogni azione,
del bene schiavo d’un perverso male.
Morte sarebbe molto meno ingrata –
ma lascerebbe sola la mia amata.



SONNET LXVI

Tired with all these, for restful death I cry,
As, to behold desert a beggar born,
And needy nothing trimm'd in jollity,
And purest faith unhappilly forsworn,
And gilded honour shamefully misplac’d,
And maiden virtue rudely strumpeted
And right perfection wrongfully disgrac’d,
And strength by limping sway disabled,
And art made tongue-tied by authority,
And folly, doctor-like, controlling skill,
And simple truth miscall’d simplicity,
And captive good attending captain ill:
Tir’d with all these, from these would I be gone,
Save that, to die, I leave my love alone.


Pensierino. William è passato dall'Italia, recentemente ?

venerdì 11 ottobre 2013

Rigenerarsi, un po'...

La mia Amazzonia

Tranquillo verso il vorticoso mulino

Ticino blu

Forza

lunedì 7 ottobre 2013

Oh! s'io potessi dissipare le nubi (guardando il cielo)

Maria Callas esegue "Oh! s'io potessi dissipare le nubi" da "Il Pirata" di Vincenzo Bellini. Nicola Rescigno dirige la Symphonieorchester des NDR. Registrazione live effettuata alla Musikhalle di Amburgo il 15.05.1959.


Commento. Impressionanti per forza espressiva i quattro minuti di assoluto silenzio della Callas. Un pezzo di teatro.

martedì 1 ottobre 2013

Dura di più la musica che la lettura di questa stramba poesia (per fortuna)


Leggerezza

Condannato a rimanere incollato a terra
sopra
vedere il cielo e gli uccelli che svolazzano.
Che pena
perdere la leggerezza.

giovedì 19 settembre 2013

Gite di Settembre

Partenza dalla Cascina Induno (in alto sulla mappa)
Dalla Cascina si scende in valle Ticino e si raggiunge Raccolto Cooperativa (Il Guado). Si attraversa il ponte sul Naviglio grande.




Si prosegue sull'alzaia del Naviglio grande andando a sinistra e si raggiunge la Villa Clerici (Villa delle delizie).







































Si arriva così al Ponte di Castelletto che si attraversa e poi si prende subito la strada in leggera salita sulla sinistra per salire alla chiesa e all'antico monastero restaurato che oggi si chiama Scala di Giacobbe.



Si riprende la strada che esce da che passa davanti all'entrata della Villa Clerici e si riprende la strada che da Castelletto raggiunge la Cascina Induno.
Solo l'ultimo tratto di circa 1,5 Km è su strada con presenza di macchine, il resto è su pista ciclabile.