lunedì 18 novembre 2013

Scoprire i luoghi dopo che ci si è passati

Scoprire i luoghi dopo che ci si è passati. Mi capita sempre più spesso. Sarò un viaggiatore imprevidente e distratto, forse. Ma la soddisfazione di scoprire di essere stato proprio in quel posto che ha ispirato qualcosa e che è stato teatro di qualche avvenimento, mi fa venire ancora i brividi. E' una bella sensazione.
Ho parlato della mia "scappata" in Romagna tra Ravenna e Ferrara. Ecco Ferrara poi è stata veramente una "toccata e fuga" eppure poi ho letto l'ultimo racconto dei Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani che si intitola Una notte del '43 e allora...
Ci racconta così questa "storia" Marina Monego (http://www.lankelot.eu).
L’assassinio del console Bolognesi, ex Segretario Federale, provoca la fucilazione di undici persone fra civili e prigionieri politici. In quella notte a Ferrara serpeggiano ansia e paura, circolano voci disparate, la vita della città è sconvolta. Orrore, pietà, paura folle.
“E sembrerà strano che l’esecrazione pressocchè unanime dell’assassinio potesse accompagnarsi immediatamente al proposito altrettanto diffuso di far buon viso agli assassini, di fare atto di pubblica adesione e sottomissione alla loro violenza. Ma così accadde… Curvi, dimessi avviliti nei loro frusti pastrani di stoffa autarchica…” (p.201) i ferraresi aderiscono a Salò.
Ci si interroga sugli autori della strage, si parla degli squadristi veneti, ma la verità è che qualche ferrarese ha fatto la spia e ha rivelato i nascondigli di alcune vittime.
E, finita la guerra, in città prevale il desiderio di dimenticare in fretta, ma è sufficiente?

“Eppure sarebbe bastato ben poco, in fondo, perché l’errore di calcolo che tanti avevano compiuto sotto l’incombere di avvenimenti d’eccezione, quel semplice, umano sbaglio che i comunisti del luogo, insediatisi in Municipio dal ’45, tendevano adesso a trasformare in perpetuo marchio di infamia, diventasse insieme col resto nient’altro che un brutto sogno, un incubo orrendo da cui svegliarsi pieni di speranza, di fiducia in se stessi e nel futuro!
Sarebbe bastata la condanna esemplare degli assassini, e della notte del 15 dicembre 1943, di quella notte decisiva, fatale, sarebbe stato cancellato rapidamente ogni ricordo”. (p.210)

Ferrara non sa fare giustizia, ha una sorta di cuore marcio e Pino Barilari – una figura paragonabile a Geo Josz – è lì a ricordarlo ogni giorno, lui colpevole e vittima (della moglie che quella notte rincasava da un tradimento), al tempo stesso confinato e carceriere, reso invalido da una tabe dorsale, una malattia che sembra infettare la città stessa.
Barilari ha taciuto, ma il rimorso lo spinge ora a ricordare sempre l’eccidio, è una voce inquietante, è colui che scruta dall’alto i ferraresi e ne evidenzia il male segreto.
Ecco dunque il mio passare "involontario" lungo il fossato del Castello, il mio fotografare la Giovecca, l'imbocco di Via Roma, le finestre dalle quali il farmacista Pino Barilati scrutava la folla, ha acquistato una nuova luce (non del tutto tranquillizzante) e mi ha fatto capire (dopo) molte cose. 

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