martedì 30 aprile 2013

Gli specchi di Borges


GLI SPECCHI
Castello di Racconigi 2004


Io, che sentii l'orrore degli specchi
non solo in faccia al vetro impenetrabile
dove finisce e inizia, inabitabile,
l'impossibile spazio dei riflessi

ma in faccia all'acqua specchiante che copia
l'altro azzurro nel suo profondo cielo
che a volte riga l'illusorio volo
d'uccello inverso o agita un tremore

e avanti alla distesa silenziosa
del sottile ebano la cui tersura
ripete come un sogno la bianchezza
d'un vago marmo o d'una vaga rosa,

oggi al termine di tanti e perplessi
anni d'errare sotto varia luna,
mi chiedo quale caso di fortuna
volle che io paventassi gli specchi.

Gli specchi di metallo, il mascherato
specchio di mogano che nella bruma
del suo rossastro crepuscolo sfuma
il volto che mirando è rimirato,

infiniti li vedo, elementari
esecutori d'un antico patto,
moltiplicare il mondo come l'atto
generativo, veglianti e fatali.


Oggi, dopo aver vagato tanti e perplessi anni sotto la diversa luna, mi domando quale caso della fortuna ha fatto sì che io temessi gli specchi. Specchi di metallo, mascherato specchio di mogano che nella foschia del suo rosso crepuscolo sfuma quel viso che guarda ed è guardato, infiniti li vedo, elementari esecutori di un antico patto, moltiplicare il mondo come l'atto generativo, insonni e fatali. Prolungano questo vano mondo incerto nella loro vertiginosa ragnatela; a volte nelle sere li appanna l'alito di un uomo che non è morto. Sta in agguato il cristallo. Se tra i quattro muri dell'alcova c'è uno specchio, non sono più solo. C'è un altro. C'è il riflesso che un teatro segreto monta nell'alba. Tutto accade e niente si ricorda in quei gabinetti cristallini dove, come fantastici rabbini, leggiamo i libri da destra a sinistra. Claudio, re di una sera, re sognato, non sentì di essere un sogno fino a quel giorno in cui un attore mimò la sua scelleratezza con arte silenziosa, sopra un palco. E' strano che ci siano sogni, che ci siano specchi, che l'usuale e consumato repertorio di ogni giorno includa l'illusorio orbe profondo che ordiscono i riflessi. Dio (ho pensato) mette molta cura in tutta quell'inafferrabile architettura che la luce edifica con la limpidezza del cristallo e l'ombra con il sogno. Dio ha creato le notti che si armano di sogni e le forme dello specchio perché l'uomo senta che è riflesso e vanità. Per questo ci allarmano.

(Jorge Luis Borges)

Pensierino. Specchio specchio delle mie brame... Chiese la regina allarmata.



venerdì 26 aprile 2013

Mi stia male e a non rivederla



Egregio Signore,

non è con piacere che le scrivo questa lettera, ma d’altra parte avrei dovuto parlarle a quattr’occhi, affrontarla di persona, sopportare quel suo subdolo modo di fare che è quanto c’è di peggio per far perdere la pazienza anche ad un santo, figuriamoci a me.

Le scrivo, come può notare, col computer, perché la mia calligrafia s’è fatta illeggibile e così minuscola che i miei collaboratori devono usare la lente d’ingrandimento per riuscire a decifrarla…

Perché le scrivo?
E’ presto detto: io ho superato con una certa disinvoltura l’imbarazzo che lei (l’ho scritto senza maiuscola, non la merita) mi ha creato chiedendo pubblicamente la mia mano ed ovviamente ottenendola. Convivere con un ufficiale inglese a riposo, già condannato nel Punjab per ripetuti tentativi di violenza neurologica su qualunque essere di qualunque specie (le cose si vengono a sapere, come vede…) non è stato facile, la mia è una famiglia è all’antica e non ha apprezzato. MA ORA LEI STA ESAGERANDO, signore, glielo devo dire. Quando è troppo è troppo, e il troppo stroppia!
C’è un proverbio arabo che dice:” Se hai un amico di miele non lo leccare tutto”, INVECE LEI S’APPROFITTA D’OGNI RILASSATEZZA, DELL’ABBASSAMENTO DELLA GUARDIA NELLA BATTAGLIA QUOTIDIANA, ci proibisce di pensare ad altro, contando sulla superficialità con cui io ho affrontato l’insorgere del male… si sa, gli artisti sono farfalloni incoscienti… no, vecchio caprone, non le sarà facile, né con me né con gli altri, la Resistenza è cominciata. Perché, vede, io e i miei fratelli e sorelle malati abbiamo tante cose da fare, una vita da portare avanti meglio di così! D’ora in avanti prometto che starò più attento ai consigli dei miei dottori, e che mi impegnerò maggiormente nell’aiutarli nella raccolta dei fondi necessari per la ricerca. Anzi sul tema della solidarietà mi ci gioco una mano, la mano che, pitturata e serigrafata fa da piedistallo ad una poesia contro di lei, colonnello dei miei stivali, funzionando da incentivo a dare…già, poiché a chiunque faccia un’offerta per la ricerca verrà inviata “LA MANO” come ricordo e memento…

Siamo in tanti, tante mani si leveranno contro di lei e cercheranno di restituirle colpo su colpo fino a quando non riusciranno ad acchiapparla per la collottola e mandarla all’Inferno cui appartiene, bestiaccia immonda, sterco del demonio, nostra croce senza delizie…
Parola mia, di questo omino per molti un po’ buffo, per altri un po’ patetico, ma che vive il sogno di poterla, un giorno non lontano, prendere a schiaffi.

A mano ferma.

Mi stia male e a non rivederla.

Bruno Lauzi

Dal sito http://www.parkinson.it/storie_di_parkinson/il_poeta_ci_ha_lasciato-2.html

Semplicemente 25 aprile, a Milano


















domenica 21 aprile 2013

Ombre, nessuni sono gli emigranti

Teatro Elfo Puccini Milano, Italy di Giovanni Pascoli letto ed interpretato da Giuseppe Battiston. Gianmaria Testa "condisce" lo spettacolo con le sue canzoni.
Mettere l'emigrazione italiana e Giovanni Pascoli in scena è una bella prova di coraggio, quasi come aver musicato una poesia del poeta. 


Giovanni Pascoli parla dell'esodo biblico delle popolazioni italiane avvenuto tra il 1880 ed il 1920 (14 milioni di italiani se ne vanno dall'Italia) e lo fa appoggiando l'impresa coloniale del 1911 in Libia.
Al Teatro comunale di Barga il 21 novembre 1911 Giovanni Pascoli pronuncia un discorso che sarà poi pubblicato su «La Tribuna» del 27 novembre 1911.
La grande proletaria si è mossa.
Prima ella mandava altrove i suoi lavoratori che in patria erano troppi e dovevano lavorare per troppo poco. Li mandava oltre alpi e oltre mare a tagliare istmi, a forare monti, ad alzar terrapieni, a gettar moli, a scavar carbone, a scentar selve, a dissodare campi, a iniziare culture, a erigere edifizi, ad animare officine, a raccoglier sale, a scalpellar pietre; a fare tutto ciò che è più difficile e faticoso, e tutto ciò che è più umile e perciò più difficile ancora: ad aprire vie nell'inaccessibile, a costruire città, dove era la selva vergine, a piantar pometi, agrumeti, vigneti, dove era il deserto; e a pulire scarpe al canto della strada.
Il mondo li aveva presi a opra, i lavoratori d'Italia; e più ne aveva bisogno, meno mostrava di averne, e li pagava poco e li trattava male e li stranomava. Diceva Carcamanos! Gringos! Cincali! Degos!
Erano diventati un po' come i negri, in America, questi connazionali di colui che la scoprì; e come i negri ogni tanto erano messi fuori della legge e della umanità, si linciavano.
Raffaello Gambogi, Emigranti, 1894, olio su tela
Pochi altri intellettuali parleranno di emigrazione, forse per un grande senso di colpa verso i poveri disgraziati che partivano abbandonando la loro terra. Tra questi intellettuali ricordo Edmondo de Amicis con il suo reportage Sull'oceano e il Viaggio a Montevideo di Dino Campana.


Io vidi dal ponte della nave
I colli di Spagna
Svanire, nel verde
Dentro il crepuscolo d'oro la bruna terra celando
Come una melodia:
D'ignota scena fanciulla sola
Come una melodia
Blu, su la riva dei colli ancora tremare una viola...
Illanguidiva la sera celeste sul mare:
Pure i dorati silenzii ad ora ad ora dell'ale
Varcaron lentamente in un azzurreggiare:...
Lontani tinti dei varii colori
Dai più lontani silenzi!
Ne la celeste sera varcaron gli uccelli d'oro: la nave
Già cieca varcando battendo la tenebra
Coi nostri naufraghi cuori
Battendo la tenebra l'ale celeste sul mare.
Ma un giorno
Salirono sopra la nave le gravi matrone di Spagna
Da gli occhi torbidi e angelici
Dai seni gravidi di vertigine. Quando
In una baia profonda di un'isola equatoriale
In una baia tranquilla e profonda assai più del cielo notturno
Noi vedemmo sorgere nella luce incantata
Una bianca città addormentata
Ai piedi dei picchi altissimi dei vulcani spenti
Nel soffio torbido dell'equatore: finchè
Dopo molte grida e molte ombre di un paese ignoto,
Dopo molto cigolìo di catene e molto acceso fervore
Noi lasciammo la città equatoriale
Verso l'inquieto mare notturno.
Andavamo andavamo, per giorni e per giorni: le navi
Gravi di vele molli di caldi soffi incontro passavano lente:
Sì presso di sul cassero a noi ne appariva bronzina
Una fanciulla della razza nuova,
Occhi lucenti e le vesti al vento! ed ecco:
selvaggia a la fine di un giorno che apparve
La riva selvaggia sopra la sconfinata marina:
E vidi come cavalle
Vertiginose che si scioglievano le dune
Verso la prateria senza fine
Deserta senza le case umane
E noi volgemmo fuggendo le dune che apparve
Su un mare giallo de la portentosa dovizia del fiume,
Del continente nuovo la capitale marina.
Limpido fresco ed elettrico era il lume
Della sera e là le alte case parevan deserte
Laggiù sul mar del pirata
De la città abbandonata
Tra il mare giallo e le dune. . . . . . . . . . . . . . . . .

Quando arrivai, verso sera, l'imbarco degli emigranti era già cominciato da un'ora, e il Galileo, congiunto alla calata da un piccolo ponte mobile, continuava a insaccar miseria: una processione interminabile di gente che usciva a gruppi dall'edifizio dirimpetto, dove un delegato della Questura esaminava i passaporti. La maggior parte, avendo passato una o due notti all'aria aperta, accucciati come cani per le strade di Genova, erano stanchi e pieni di sonno. Operai, contadini, donne con bambini alla mammella, ragazzetti che avevano ancora attaccata al petto la piastrina di latta dell'asilo infantile passavano, portando quasi tutti una seggiola pieghevole sotto il braccio, sacche e valigie d'ogni forma alla mano o sul capo, bracciate di materasse e di coperte, e il biglietto col numero della cuccetta stretto fra le labbra. Delle povere donne che avevano un bambino da ciascuna mano, reggevano i loro grossi fagotti coi denti; delle vecchie contadine in zoccoli, alzando la gonnella per non inciampare nelle traversine del ponte, mostravano le gambe nude e stecchite; molti erano scalzi, e portavan le scarpe appese al collo. Di tratto in tratto passavano tra quella miseria signori vestiti di spolverine eleganti, preti, signore con grandi cappelli piumati, che tenevano in mano o un cagnolino, o una cappelliera, o un fascio di romanzi francesi illustrati, dell'antica edizione Lévy. Poi, improvvisamente, la processione umana era interrotta, e veniva avanti sotto una tempesta di legnate e di bestemmie un branco di bovi e di montoni, i quali, arrivati a bordo, sviandosi di qua o di là, e spaventandosi, confondevano i muggiti e i belati coi nitriti dei cavalli di prua, con le grida dei marinai e dei facchini, con lo strepito assordante della grù a vapore, che sollevava per aria mucchi di bauli e di casse. Dopo di che la sfilata degli emigranti ricominciava: visi e vestiti d'ogni parte d'Italia, robusti lavoratori dagli occhi tristi, vecchi cenciosi e sporchi, donne gravide, ragazze allegre, giovanotti brilli, villani in maniche di camicia, e ragazzi dietro ragazzi, che, messo appena il piede in coperta in mezzo a quella confusione di passeggeri, di camerieri, d'ufficiali, d'impiegati della Società e di guardie di dogana, rimanevano attoniti, o si smarrivano come in una piazza affollata. Due ore dopo che era cominciato l'imbarco, il grande piroscafo, sempre immobile, come un cetaceo enorme che addentasse la riva, succhiava ancora sangue italiano.
Via via che salivano, emigranti passavano davanti a un tavolino, a cui era seduto l'ufficiale Commissario; il quale li riuniva in gruppi di mezza dozzina, chiamati ranci, inscrivendo i nomi sopra un foglio stampato, che rimetteva al passeggere più anziano, perché andasse con quello a prendere il mangiare in cucina, all'ore dei pasti. Le famiglie minori di sei persone si
facevano inscrivere con un conoscente o col primo venuto; e durante quel lavoro dell'inscrizione traspariva in tutti un vivo timore d'essere ingannati nel conto dei mezzi posti e dei quarti di posto per i ragazzi e per i bambini, la diffidenza invincibile che inspira al contadino ogni uomo che tenga la penna in mano e un registro davanti. Nascevan contestazioni, s'udivano lamenti e proteste. Poi le famiglie si separavano: uomini da una parte, dall'altra le donne e i ragazzi erano condotti ai loro dormitori. Ed era una pietà veder quelle donne scendere stentatamente per le scalette ripide, e avanzarsi tentoni per quei dormitori vasti e bassi, tra quelle innumerevoli cuccette disposte a piani come i delle bigattiere, e le une, affannate, domandar conto d'un involto smarrito a un marinaio che non le capiva, le altre buttarsi a sedere dove si fosse, spossate, e come sbalordite, e molte andar e venire a caso, guardando con inquietudine tutte quelle compagne di viaggio sconosciute, inquiete come loro, confuse anch'esse da quell'affollamento e da quel disordine. Alcune, discese al primo piano, vedendo altre scalette che andavano giù nel buio, si rifiutavano di discendere ancora. Dalla boccaporta spalancata vidi una donna che singhiozzava forte, col viso nella cuccetta: intesi dire che poche ore prima d'imbarcarsi le era morta quasi all'improvviso una bambina, e che suo marito aveva dovuto lasciare il cadavere all'ufficio di Pubblica Sicurezza del porto, perché lo facessero portare all'ospedale. Delle donne, le più rimanevano sotto;gli uomini invece, deposte le loro robe, risalivano, e s'appoggiavano ai parapetti. Curioso! Quasi tutti si trovavano per la prima volta sopra un grande piroscafo che avrebbe dovuto essere per loro come un nuovo mondo, pieno di maraviglie e di misteri; e non uno guardava intorno o in alto o s'arrestava a considerare una sola delle cento cose che non aveva mai viste.


sabato 20 aprile 2013

Il gelo dei sentimenti



Il tempo di un pensierino ascoltando Brhams suonato da Glenn Gould. Quando non si riesce a dire di aver bisogno di dolcezza ed affetto e ci si fa prendere dal gelo dei sentimenti, cosa ci si può aspettare di ottenere in cambio se non il silenzio ?

venerdì 19 aprile 2013

Un po' di musica per il we che si preannuncia assai piovoso



Kocani Orkestar - Kerta mangae dae

Pensierino. Da buon figlio di maestro di banda (mancato tra l'altro) è questa la musica che mi piace anche se forse a mio padre propriamente questo genere forse non sarebbe andato a genio.

lunedì 15 aprile 2013

Malgrado


Pensierino. Tu puoi metterci tutto il pessimismo e l'incredulità che vuoi, ma la Primavera ad un certo punto decide che è ora di venire e viene.

domenica 14 aprile 2013

Non amiamo le sorprese, soprattutto se siamo noi a farcele...

Scadeva ieri una di quelle ricorrenze che portano le poche persone care che conosco a farsi vive per farmi gli auguri. 
Una frase di Vestire gli ignudi di Luigi Pirandello mi è frullata per la mente in questi giorni e dice più o meno così "Io non sono quello che tu credevi e che ti eri immaginato". 
Già, perché ci facciamo sempre, più o meno volontariamente, un'idea di una persona e purtroppo ci affezioniamo a questa immagine, ci pare l'unica credibile e questo un po' ci rassicura. Non amiamo, evidentemente, le "sorprese".
Inevitabilmente poi scopriamo che quella persona è tutt'altro e, per un riflesso condizionato, la guardiamo con sospetto perché si è discostata dal modello che ci eravamo fatti. Non ci sfiora lontanamente l'idea che forse ci sbagliavamo prima.

Ma attenzione: spesso l'abbaglio lo prendiamo di noi stessi. Cioè ci costruiamo una specie di avatar al quale ci affezioniamo perché pensiamo di conoscerci molto bene e così mettiamo in bella evidenza quello che in realtà è solo il nostro sosia. E qui (se arriva) la disillusione sarebbe ancora più pesante da sopportare. Così preferiamo andare avanti come se nulla fosse. 
Il tempo è un medico che guarisce tutto anche dai ricordi.

lunedì 8 aprile 2013

8 aprile festa dei popoli ROM


Milano Auditorium San Fedele, ieri

La bandiere Rom dal 1971

Dopo la seconda guerra mondiale nel 1971 a Londra c'è stato un congresso auto-convocato che ha stabilito la creazione dell'Unione Internazionale dei Rom. Questa Unione mira al riconoscimento di un'identità e di un patrimonio culturale e linguistico nazionale senza stato né territorio, cioè presente in tutti i paesi europei. In Italia, con compiti di mediazione culturale, è attiva l'associazione, eretta in ente morale, denominata "Opera Nomadi".

Ieri la festa dei Rom è stata celebrata in molte comunità italiane e a Milano ha avuto il patrocinio del Comune. 
Non si conosce la grande svolta impressa dal Sindaco Pisapia e dalla sua maggioranza su questa questione che la Giunta della Moratti-Decorato aveva affrontato come un problema di polizia tra l'altro spendendo enormi risorse per effettuare sgomberi illegali.
La formazione in aree periferiche individuate dai Rom stessi di piccoli villaggi e limitando l'intervento del Comune alla dotazione di acqua e luce (pagate dal campo stesso), ha dato una grande svolta. I villaggi sono retti da una forma di organizzazione interna con l'elezione di un "sindaco" della comunità ed è stata nominata in Comune una Consulta nella quale sono rappresentate le comunità Rom. 

Un bel passo avanti dall'atteggiamento razzista del vice-sindaco Riccardo Decorato (tristemente famoso per lo sgombero "elettorale" di Via Triboniano) e della Tiziana Maiolo (persino assessore alle Politiche sociali della Giunta Albertini) che dichiarava "è più facile educare un cane di un rom" (Corriere della sera 09/02/11)

venerdì 5 aprile 2013

Mi sbilancio: una delle più belle poesie che conosca

Il viandante sul mare di nebbia di Friedrich
Par vardàr

Par vardàr dentro i çieli sereni,
Là sù sconti da nuvoli neri,
Gò lassà le me vali e i me orti,
Par andar su le çime dei monti.

Son rivà su le  çime dei monti,
Gò vardà dentro i çieli sereni,
Vedarò le me vali e i me orti,
Là zó sconti da nuvoli neri?

Giacomo Noventa (1898-1960)

Il mio coscritto Elio Pisoni (di cui ho già scritto su questo blog) scrive...


Paés paés

Paés paés
tré cö un paés
da bocia t'ho lasòo
da végiu sun turnòo
a stòla a mé casina ho cercòo
ma nanca a cò ho pü truòo.
Citò citò scurtés
dòmi indrée ul mé paés
paées curtés.

Il concetto è lo stesso e (azzardo ancora) la poesia regge il confronto...

mercoledì 3 aprile 2013

La poesia di Raffaele Viviani


Leggere semplicemente su un libro queste poesie è interessante, ma limitativo. Quando si sente declamare così un testo poetico (dall'autore poi) è tutta un'altra cosa: non è solo la parola che conta, c'è la gestualità, la mimica, insomma diventa "teatro"... La poesia diventa viva quando è detta. Anzi questa è la prova del fuoco: lì si sperimentano le sonorità e, naturalmente, chi la declama ha la rispondenza immediata nel pubblico. 

martedì 2 aprile 2013

Dedicato a tutti


Il Testamento

Si overo more 'o cuorpo sulamente
e ll'anema rinasce 'ncuorpo a n'ato,
ì mo sò n'ommo, e primma che sò stato?
'na pecora, 'nu ciuccio, 'nu serpente?
E doppo che sarraggio, 'na semmenta?
n'albero? quacche frutto prelibbato?
Va trova addò staraggio situato:
si a ssulo a ssulo o pure 'mmiez''a ggente.
Ma 'i nun 'e faccio 'sti raggiunamente:
ì saccio che songh'io, ca sò campato,
cu tutt' 'o buono e tutt' 'o mmalamente.
E pè chello che songo sto appaciato:
ca, doppo, pure si nun songo niente,
saraggio sempe 'n 'ommo ca sò nato.

Raffaele Viviani


Pensierino. Mi capita spesso di girare per il cimitero del mio paese in queste ultime settimane. Una ricerca sugli emigranti mi ha portato a scoprire lapidi di morti che non ci sono: i monumenti sono un omaggio lasciato da persone che hanno voluto ricordare parenti già scomparsi da vivi. Questo erano gli emigranti: avevano abbandonando la propria terra, la famiglia, gli amici, tutto per cercare fortuna all'estero. Le rare lettere, gli affetti spezzati, lasciavano un vuoto che veniva colmato solo col ricordo, duraturo come i marmi neri dei monumenti. L'emigrazione lombarda negli ultimi venti anni dell'800 è stata impressionante e le regioni settentrionali hanno avuto questo "primato" di emigranti per un lungo periodo prima di essere surclassate dal sud. 
E così attraverso questa frequentazione del cimitero mi rendo conto dell'età che avanza: infatti qui conosco un sacco di gente. Lì c'è sepolto il mio maestro di scuola che si chiamava Benigno (uomo distinto ed un po' triste, scapolo come si "usava" tra i maestri di una volta), là c'è il lattaio da cui andavo a prendere (in bicicletta) con la calderina il latte (uomo di poche parole come tutti i contadini),  là più avanti il mitico Stefanino che vendeva alimentari (a lui le parole non mancavano) e l'altro (concorrente) Benedetto (che invece di parole ne aveva solo di poetiche, ma lo prendevano per matto) e poi il bidello con la moglie bidella caso non unico di nepotismo professionale...
Non so se preoccuparmi o rallegrarmi, ma qui c'è gran parte del mio mondo.

lunedì 1 aprile 2013

La mia valle non delude mai...





Naviglio Langosco. Chi direbbe che dietro ad un nome simile ci possa essere tanta bellezza in questo piccolo angolo del Parco del Ticino. Che sia un Conte quel tal Langosco che ebbe l'idea a fine '600 di fare questo Naviglio, non modifica molto il sospetto che possa essere un luogo un po' oscuro e minaccioso. Il suo costruttore, poi, pensava di irrigare la Lomellina e a questo fine utilitaristico ha piegato la natura. Eppure la cura dei particolari, le chiuse con le loro ferramenta ingrassate e le porte incatramate, i ponti di mattoni rossi, le rive rinforzate dove batte l'acqua e le altre dove si lascia che sfiori in canneti e altre zone umide, fa pensare subito a qualcosa di poco invasivo, discreto, oggi la chiameremmo "un'opera compatibile con l'ambiente e ben integrata". Quelle che ci propinano oggi sono invece delle mazzate pazzesche a partire dalla madre di tutte che è la TAV in Valle di Susa, figlia di una politica degenerata.