giovedì 18 dicembre 2014

Tutto il mondo è burla


GIUSEPPE VERDI - FALSTAFF
Direttore RICCARDO MUTI
2001 
Tutto nel mondo è burla. 
          L'uom è nato burlone, 
          La fede in cor gli ciurla, 
          Gli ciurla la ragione. 
          Tutti gabbati! Irride 
          L'un l'altro ogni mortal. 
          Ma ride ben chi ride 
          La risata final. 

Pensierino di fine anno. C'è chi (Ausonio) fa discendere il termine burla dal latino burrula da burrae che verrebbe tradotto in inezia (e quindi deriverebbe da inetto), il Muratori la fa invece derivare da burella (trappola per acchiappare volpi) col significato di trabocchetto e da burellare (per contrazione burlare) deriverebbe il significato più corrente di ingannare e gabbare. Noi, più modernamente (ma non tanto!) lo associamo a burlesque, lo spettacolo nato  in Inghilterra nel XVIII secolo e che durante l'Ottocento ha assunto caratteristiche più comiche e parodistiche, per diventare un vero spettacolo di spogliarello nel '900.
Mi rimane un dubbio: chi ride la risata finale ?

lunedì 8 dicembre 2014

Tra una manganellata e l'altra, ieri sera il Fidelio di Ludwig van Beethoven alla Scala di Milano con la direzione di Daniel Barenboim

Quartetto (Marzelline, Leonore, Jaquino, Rocco): Mir ist so wunderbar - Andante sostenuto (sol maggiore).



MARCELLINA
(che durante le lodi che Rocco ha fatto a Leonora, mostrava la massima partecipazione e l’ha osservata amorosamente con emozione sempre crescente; fra sé)
Mi sento sì strana
mi si stringe il cuore; egli mi ama, è chiaro, sarò felice.

LEONORA
(fra sé)
È grande davvero il pericolo, sì debole appare la speranza; ella m’ama, è chiaro,
oh indicibile tormento!

ROCCO
(che nel frattempo è tornato ancora sul proscenio; fra sé)
Ella l’ama, è chiaro,
sì fanciulla, sarà tuo;
una bella, giovane coppia, saranno felici.

JAQUINO
(che osservando si è avvicinato sempre più, tenendosi da un lato e un po’ dietro gli altri; fra sé)
Mi si rizzano i capelli, il padre è d’accordo;
mi sento sì strano, non trovo più rimedio.

martedì 2 dicembre 2014

Piripiripiripiri


Piripiripiri...Piripiripiri...
Giovanni telegrafista e nulla più,
stazioncina povera c'erano più alberi e uccelli che persone
ma aveva il cuore urgente anche senza nessuna promozione
battendo, battendo su un tasto solo.

Piripiri...

Ellittico da buon telegrafista,
tagliando fiori, preposizioni
per accorciar parole, per essere piu' breve
nella necessità, nella necessità.

Conobbe Alba, un'Alba poco alba,
neppure mattiniera, anzi mulatta
che un giorno fuggì unico giorno in cui fu mattutina
per andare abitare citta' grande piena luci gioielli.

Piripiripiri....
storia viva e urgente.

Ah, inutilità alfabeto morse in mano
Giovanni telegrafista
cercare cercare Alba ogni luogo provvisto telegrafo.
Ah, quando invecchia cum est morosa urgenza
Giovanni telegrafista e nulla più... urgente.

Piripiri...

Per le sue mani passò mondo, mondo che lo rese urgente,
crittografico, rapido, cifrato,
passò prezzo caffè, passò matrimonio Edoardo ottavo
arciduca di Windsor,
passarono cavallette in Cina,
passò sensazione di una bomba volante,
passarono molte cose ma tra l'altro
passo notizia matrimonio Alba con altro.

Piripiri...

Giovanni telegrafista, quello dal cuore urgente,
non disse parola, solo le rondini nere
senza la minima intenzione simbolica
si fermarono sul singhiozzo telegrafico
Alba è urgente.

Piripiri...Piripiri...

Enzo Jannacci
Giovanni telegrafista è stata pubblicata nel 1968 nel 45 giri lato B di Vengo anch'io. No tu no.

martedì 25 novembre 2014

Mi accorgo che...

...tutto intorno si è perso e forse anch'io ho smarrito la strada...


venerdì 21 novembre 2014

La cricca dorata

La storia è presto detta. Quando uno si prende la briga di fare da parafulmine, i fulmini arrivano. Un Diario di viaggio (riemerso da qualche vecchia cassa in soffitta), poi il racconto "La siccità" (uno spaccato di vita della comunità contadina di Castano a fine '800), poi ancora "Il miracolo del crocifisso" (un altro racconto sul Crocefisso taumaturgico della Chiesa di San Zenone) ed ora questo quaderno.
giorno mi ferma G. e mi dice che tra le carte della Chinésa (Giuseppina Croci) c'era pure un piccolo quaderno scritto a mano. Questa storia non finisce di stupirci: prima il 
La calligrafia di tutti i documenti è la stessa, anche le correzioni a matita hanno la stessa mano (quella della figlia maestra). Il quaderno di 17 pagine è scritto a mano con una calligrafia fittissima e ben conservato. Il titolo è abbastanza misterioso "La cricca dorata" e il sottotitolo "Opera compilata da Emilio Caboriau. Estratto per racconto."

Naturalmente inizio una ricerca famelica di informazioni e scopro che in realtà l'autore francese è Émile Gaboriau (Saujon, 9 novembre 1832 – Parigi, 28 novembre 1873). Nel 1866 pubblica "L’affaire Lerouge", prendendo spunto da un fatto di cronaca nera: l’assassinio, rimasto inspiegato, di Cèlestine Lerouge. Il feuilleton (da noi in Italia si chiamavano i "Romanzi d'appendice"), apparso senza successo sul giornale Pays, ha in seguito un grande successo su un altro giornale parigino, Le Soleil. Gaboriau riesce a creare nel personaggio del protagonista una perfetta miscela di scientificità e di umanità, che è poi l'archetipo di tutta una serie di investigatori che da Sherlock Holmes arriva fino a Maigret.
"La clique dorée" (questo il titolo originale dell'opera) è pubblicato da E. Dentu Editeur a Parigi nel 1871 e, immaginate quale potesse essere il successo di questo genere letterario, se già nel 1873 l'editore Sonzogno di Milano lo traduceva in italiano e pubblicava.

Ma perché Giuseppina Croci (la Chinésa) aveva fatto di questo libro una specie di "bigino"? Nella sua casa di Via Villoresi a Buscate aveva a disposizione molti libri, ma forse questo le era particolarmente caro addirittura spingendola a riscriverlo in alcune parti salienti. Il formato del libriccino (108 x 154 mm) fa pensare alla possibilità che fosse un vero e proprio "libro da viaggio", facile da portare comodamente in una di quelle comode tasche che avevano le gonne delle donne dell'epoca ed utile , appunto, per trascorrere lunghe ore di viaggio. Giuseppina , lo sappiamo, partirà per Shanghai nel 1890 per tornare in Italia nel 1895: non è da escludere che questo "ebook ante litteram" lo avesse già con se nel famoso viaggio di 40 giorni verso la Cina.

Il successo de La cricca dorata è stato tale che nel 1913 la Celio Film (casa cinematografica che diventerà famosa soprattutto durante il regime fascista) ne ha prodotto anche una pellicola in b/n. Siamo ancora in piena epoca del cinema muto. Apprezzabile nel film pare sia stata sopratutto la fotografia di Giorgino Ricci che è stato uno dei più apprezzati fotografi dell'epoca tra il muto ed il sonoro.


Il cast del film era così composto:
REGIA: Baldassarre Negroni (Roma, 21 gennaio 1877 – Roma, 18 luglio 1945) è stato un cineasta italiano attivo prevalentemente all'epoca del muto, tra i maggiori del suo tempo.
ATTORI: Francesca Bertini, Alberto Collo, Emilio Ghione, Luciano Molinari
FOTOGRAFIA: Giorgio Ricci (detto Giorgino)
PRODUZIONE: Celio film Roma

Tra gli attori è da ricordare la grande attrice del muto Francesca Bertini (n. a Firenze nel 1892 - Roma 1985) che aveva iniziato giovanissima la carriera a Napoli nella compagnia di Eduardo Scarpetta. Eduardo Scarpetta (1853-1925) è stato attore e commediografo napoletano e padre di un numero altissimo di figli (riconosciuti e no): oltre a Vincenzo, Domenico e Maria Scarpetta, vi sono i celebri Eduardo, Peppino e Titina De Filippo, il poeta Ernesto Murolo (padre del cantante Roberto Murolo), Eduardo (De Filippo) in arte Passarelli e suo fratello Pasquale De Filippo.
Nel 1976 Bernardo Bertolucci convinse  Francesca Bertini a comparire, in abiti da suora, nel suo film Novecento.

Emilio Ghione nei panni di Za la Mort
L'altro attore da ricordare è Emilio Ghione (Fiesole 1879 - Roma 1930) che inizierà la sua carriera a Torino debuttando nel 1909 e poi che ottiene un grande successo interpretando "Il poverello d'Assisi" un film di Enrico Guazzoni. Questo risultato lo lancerà nel mondo del cinema romano e inizierà un lungo sodalizio con Francesca Bertini nella casa cinematografica Celio alternandosi nel ruolo di attore e di regista. Emilio Ghione è poi l'interprete del personaggio Za la Mort (un "apache" parigino, una sorta di Fantômas) che lo consacrerà tra i più famosi divi del muto. Noi oggi conosciamo la versione di Za la Mort fatta dall'editore di fumetti Sergio Bonelli nella sua fortunata serie del dopoguerra; ma il personaggio è stato trasformato in un vero indiano.

La trama del film (e del libro) era la seguente. Il Duca di San Mauro, insieme al barone de la Grange e a René Léonnet ha formato un terzetto, detto "la cricca dorata", che alterna goliardate ad azioni ai limiti del codice penale. 

Commento. Sarà stato quel Duca di San Mauro (San Mauro è il nostro patrono) a far scattare questo interesse per il libro ? Possibile. Ma forse c'è un altro motivo che ha colpito la fantasia della Chinésa, legato ad un episodio del suo avventuroso viaggio in Cina: uno dei personaggi della Cricca dorata (il Conte) intraprende un lungo viaggio verso Saigon e una sera, avendo preso una barca per il ritorno a casa, questa viene ribaltata dal barcaiolo mettendolo in grave pericolo di vita. Come sappiamo dal diario di Giuseppina, questa è  stata un'avventura capitata anche a lei e a cui è scampata solo per l'intervento di un ufficiale della nave su cui era imbarcata.
La Cricca dorata viene pubblicato da Mondadori
nella collana "Il romanziere Illustrato" nei n. 17 e 18
che era una fortunata collana economica
dei primi anni '30.


Incipit de La cricca dorataSe havvi in Parigi una casa ben ordinata di aspetto attraente, senza fallo è quella del n. 300 di Via Grange. Sino dalla soglia splende ed abbaglia una nettezza olandese. Le borchie del portone lucenti, le lastre scintillano... 
    

domenica 16 novembre 2014

BookCity 2014

VENERDÌ 14 NOVEMBRE 2014

nell’ambito di

bc_orizzontale_positivo_rgbBIBLIOTECA CALVAIRATE

Via Laura Ciceri Visconti, 1 MILANO
alle ore 18

PRESENTAZIONE DEL LIBRO “MI A VO VIA” SULL’EMIGRAZIONE LOMBARDA TRA IL 1880 E IL 1920.

A SEGUIRE IL CORTOMETRAGGIO “MAMMA, VADO VIA. IN MÉRICA” 

realizzato su una storia originale di emigrazione ed interpretato da giovani attori.
Presentazione a cura di

GUGLIELMO GAVIANI E ERNESTO R. MILANI

Pensierino. Dunque non sono bastati ne lo sciopero dei mezzi pubblici, quello dei dipendenti comunali e nemmeno Landini con la sua manifestazione a fermare Book City. Pubblico non più di 15 persone, ma molto motivate. Il tema appassiona sopratutto gli insegnanti che infatti si sono mostrati molto interessati al nostro "esperimento di cinema". Sbalorditi tutti di fronte ad un budget per la realizzazione davvero imbarazzante. Il solo fatto di aver partecipato a questa manifestazione che vedeva la presenza a Milano di "mostri sacri" della letteratura contemporanea, ci ha riempito di un (sano) orgoglio. 

martedì 4 novembre 2014

Inutile strage o vittoria?

Il 1 agosto 1914 iniziava la Prima Guerra Mondiale che finirà il 4 Novembre 1918. Noi ricordiamo con la testimonianza di Egidio (Gildo) Fraschina (n. 1893) tratta da una intervista del 27 marzo 1983. E' la drammatica storia di un ragazzo che all'età di 22 anni ( con alle spalle già 11 anni di duro lavoro e di emigrazione) venne chiamato alle armi per una guerra che sentirà sempre più estranea man mano che ne esperimenterà l'atrocità.


A 11 anni ho incominciato a lavorare a Malvaglio come magutt per 50 ghei al dì, poi sono andato - un anno - dal 1905 al 1906, alla filanda di Buscate a fare la scuinéra: eravamo in 7-8 ragazzi che facevano lo stesso lavoro.
Nel 1907 ho ripreso il lavoro di manovale a Borsano: giravamo, per lavori di edilizia, Busto, Senago, Borsano e Legnano.
A 17 anni sono partito per la Germania a lavorare nelle miniere di ferro dell'Alzazia Lorena; ho fatto 3 anni di miniera poi mi sono stancato di questo lavoro....
D - C'erano altri Buscatesi che lavoravano nelle miniere?
R - Ce n'erano 30-40 almeno..non c'era lavoro e si doveva emigrare.....Dicevo che nel '13 mi sono stancato del lavoro in miniera e sono partito per Parigi dove c'era mio zio, con altri di Buscate, e là lavoravo come muratore...6-7 mesi dopo c'è stata la mobilitazione generale..(119).Quando è scoppiata la guerra ero là in Francia...gli emigranti li hanno mandati a casa tutti...Vado al Distretto di Milano e mi destinano al 24° Fanteria di Novara..lì a Novara faccio 2-3 mesi di addestramento, poi mi trasferiscono a Intra con tutto il battaglione....facciamo 5 mesi...poi c'è la mobilitazione generale. Rientriamo tutti a Novara perchè si doveva partire per il fronte...destinazione ignota..Il 23° il 24°  Fanteria finiscono a Belluno, stiamo qualche settimana nelle retrovie, poi partiamo per Longarone, ed infine siamo destinati a Cortina d'Ampezzo....lì scoppia la guerra il 24 maggio e avanti...inizia il calvario: andiamo alle Tofane, al Col di Lana, poi si torna ancora a Cortina, al Monte 3 Croci, al Lago di Misurina, al Monte Piana...i morti non si contano...scendiamo e così passa l'inverno.
Poi torniamo a Cortina e saliamo al Passo della Sentinella e alla Coda Rossa..navigando sempre sui 2000 metri di altitudine...pieni di pidocchi...stiamo 11 mesi in trincea al Km.24...e lì arriva l'ordine che tre Compagnie del 24° Fanteria devono tornare a Novara a formare una nuova brigata., la brigata Pallanza...e dopo vari giri la Brigata è destinata al Carso. Mi mettono in una piccola sezione di pistole mitragliatrici...era l'aprile 1917. Cadorna sferra 11 offensive...dovevate vedere che combattimenti sul Carso per conquistare un chilometro di terreno...i morti, i feriti non contiamoli nemmeno..Io partecipo all'azione del 24 maggio a Castagnevizza, che ora è in territorio jugoslavo. La nostra batteria aveva un raggio limitato d'azione ( le mitragliatrici  tiravano a non più di 6o metri) e quindi dovevamo stare fuori, davanti alle trincee italiane, per essere più vicini agli Austriaci...anche le cannonate della nostra artiglieria però ci prendevano dietro. Quando andavamo all'assalto, se trovavi la collina o un riparo dietro a cui nasconderti salvavi la pelle, altrimenti...bisognava vedere la carneficina...c'erano i mucchi di morti, cominciava a far molto caldo, avevano paura del colera...si metteva fuori la bandiera bianca e ciascuno ritirava i suoi morti...dovevate sentire che odore...si buttava sopra calce e creolina per disinfettare...
Tornando un giorno dalla trincea, trovo uno di Buscate, un certo Miramonti e gli dico: " A questo punto gioco una carta...scappo!, se non ce la faccio mi fucileranno...".
Erano 27 mesi che ero al fronte...era il 29 luglio 1917, avevo 17 franchi in tasca...finire prigioniero c'era il pericolo di morire di fame. Questo Miramonti mi aveva detto che di disertori ce n'erano tanti anche tra gli ufficiali... di fronte alla morte...
Eravamo accampati vicini all'Isonzo...c'erano le sentinelle che curavano e io dico: "Vado nel campo di granoturco a fare un bisogno" ...non sono più tornato...lì si trattava della vita o della morte perchè se mi prendevano mi fucilavano...tutte le feste a Cervignano i disertori, o chi aveva commesso atti di insubordinazione, li mettevano al muro e chiamavano anche gli altri soldati a vedere...c'erano la 1°, la 2° linea, ma la terza era dei carabinieri se nò scappavano tutti...
Dopo varie peripezie, ed incontrando durante il viaggio altri disertori e fuoriusciti, Gildo riesce a tornare a casa, e si pone subito il problema di dove nascondersi per sfuggire all'arresto. Decide di recarsi oltre il Ticino per cercare rifugio nella fattoria Rosalia presso Cerano, dove risiedeva un amico. Qui passa alcuni mesi lavorando come contadino fino a quando il 17 ottobre 1917 è arrestato ( forse per una delazione) e condotto al carcere di Novara.
Nel carcere del castello eravamo 3-4 disertori...faccio lì tre mesi. In quel periodo c'è stata la disfatta di Caporetto. Cadorna ha emesso il decreto per far uscire tutti quelli che erano in prigione in attesadi processo  per inviarli ai centri di raccolta per essere riabilitati.
Alla vigilia di Natale del 1917 entra un secondino e dice a noi tre disertori di prepararci che dobbiamo partire per una destinazione ignota. Un cellulare proveniente da Cuneo e passando per Torino, Vercelli, Novara, raccoglie tutti i detenuti. Eravamo 300-400 e veniamo portati al carcere Parini di Milano. Stiamo 5-6 giorni e all'inizio del 1918 veniamo destinati tutti a Castelfranco Emilia: raggruppamento tra disertori e sbandati. Eravamo 85.000! Il capitano, ad uno ad uno, ci interroga con il nostro foglio di matricola in mano. Ci chiedeva nome, cognome, cosa eravamo (sbandati, disertori).
D - Ma chi erano gli sbandati?
R - Chi era scappato durante la ritirata di Caporetto; metà esercito è scappato quando i Tedeschi sono venuti avanti. Questi soldati, questi fanti erano stremati, erano 2 o 3 anni che erano là, pieni di pulci, che passavano da un bivacco all'altro ad alta quota...erano stremati, erano sempre gli stessi che facevano la guerra.
Bene. Per ritornare a quel periodo, venne il Tenente Generale Giardino ad interrogarci ( il gen. Giardino è successivamente diventato Ministro della Guerra). Mi chiede se ero disposto ad andare al fronte; io rispondo che avevo già fatto la domanda: dovevamo toglierci da quel posto per poter scappare di nuovo, altrimenti ci portavano al Piave ed era finita. Ne scappavano tanti anche da lì benchè ci fossero un sacco di carabinieri.
Il Tenente Generale Giardino dopo aver interrogato tutto il Battaglione in 3 giorni, ci fa radunare nella Piazza e, salito sul balcone del Municipio, dice: "Ragazzi, quest'anno finisce la guerra, non allontanatevi più, non scappate!". Poi sono stato destinato in Albania...

In Albania Gildo è colpito dalla malaria come tanti altri della sua Compagnia, poi, durante la stessa estate, compie un atto di valore; recupera le salme di due militari affogati nel fiume. Nel luglio del '18 la Compagnia Speciale è sciolta e Gildo è destinato all'87° Fanteria di Palermo, ma l'acutizzarsi della malaria lo costringe a ricoverarsi. Finisce la guerra, ma non le peripezie di Gildo che, rimessosi, deve recarsi al corpo di detsinazione e lì rimane altri 8 mesi. Incombe però il giudizio per la diserzione e viene chiamato a Torino presso il Tribunale Militare.
Con grande lucidità cerca di affrontare una situazione per lui molto pericolosa ( l'imputazione di "diserzione di fronte al nemico" lo potrebbe portare davanti al plotone di esecuzione) e perciò decide di fingersi pazzo. Ricorda: "Era inutile che rispondessi al Giudice che ero stufo della guerra, che avevo paura, che ero tornato a casa per rivedere la fidanzata o la mamma...gli risposi che non ricordavo niente".
Il Giudice lo condannò a tre anni di carcere militare condonati per il lungo periodo di servizio al fronte. Emessa la sentenza, il Giudice chiede all'imputato se ha qualche cosa da dichiarare: "Devo dire, signor Pubblico Ministero, che la guerra mi ha rovinato la salute: ho preso la malaria in Albania e sono stato ricoverato tre volte all'Ospedale Rosolino Pilo di Palermo". "Tuttavia - lo interrompe il Pubblico Ministero - voi siete un traditore della patria! "Sono stato più traditore io - risponde Gildo - che ho fatto 38 mesi al fronte o gli italiani che sono stati nelle retrovie e non solo non hanno fatto la guerra, ma hanno riempito anche i loro portafogli?"
Il  Tribunale lo ammette al premio di smobilitazione riservato ai reduci di guerra.

(A Cura del Circolo GIOVANNI ARDIZZONE di Buscate, E venne la Grande Guerra, in "Contrade Nostre", vol. III, pp. 1110-113.)


Le vittime della guerra (da Wikipedia).

La prima guerra mondiale è stato uno dei conflitti più sanguinosi dell'umanità. Nei quattro anni e tre mesi di ostilità persero la vita circa 2 milioni di soldati tedeschi insieme a 1.110.000 austro-ungarici, 770.000 turchi e 87.500 bulgari; gli Alleati ebbero all'incirca 2 milioni di morti tra i soldati russi, 1.400.000 francesi, 1.115.000 dell'Impero britannico, 650.000 italiani, 370.000 serbi, 250.000 rumeni e 116.000 statunitensi. Considerando tutte le nazioni del mondo, si stima che durante il conflitto persero la vita poco meno di 9.722.000 di soldati con oltre 21 milioni di feriti, molti dei quali rimasero più o meno gravemente segnati o menomati a vita. Migliaia di soldati soffrirono di una inedita tipologia di lesioni, studiata per la prima volta proprio nel primo dopoguerra, consistente in una serie di traumatizzazioni psicologiche che potevano portare a un completo collasso nervoso o mentale: designata come "trauma da bombardamento" o "nevrosi di guerra", costituì la prima teorizzazione del disturbo post traumatico da stress. L'enorme perdita di vite umane provocò un grave contraccolpo sociale: l'ottimismo della Belle Époque fu spazzato via e i traumatizzati superstiti del conflitto andarono a formare la cosiddetta "generazione perduta".

I civili non furono risparmiati: circa 950.000 morirono a causa delle operazioni militari e circa 5.893.000 persone perirono per cause collaterali, in particolare carestie e carenze di generi alimentari (condizioni sofferte in particolare dagli Imperi centrali, sottoposti al blocco navale alleato), malattie ed epidemie (particolarmente grave fu quella della cosiddetta "influenza spagnola", che mieté milioni di vittime in tutto il mondo) e inoltre per le persecuzioni razziali scatenatesi durante il conflitto.

Il Papa Benedetto XV si fece promotore di diverse proposte di pace tra le nazioni belligeranti, come nella sua prima enciclica Ad Beatissimi Apostolorum del novembre 1914 e nella Nota del 1º agosto 1917 (famosa per la definizione del conflitto come «inutile strage»), rimaste interamente lettera morta a causa dell'ostilità dei governi a un accordo che portasse a una semplice restaurazione della situazione anteguerra. La sua proposta era "conservatrice" ed attenta soprattutto a favorire l'assoluta predominanza della religione cattolica in uno degli imperi più conservatori d'Europa nella fine dell'Ottocento col qualora stato stretto un Concordato fin dal 1855.



domenica 2 novembre 2014

Sabato Domenica e Lunedì



Pensierino. Che c'è di meglio, il sabato sera, di una bella commedia? L'altra settimana è stata la "prima" dell'Elfo con "Il vizio dell'arte" di Allan Bennett con Ferdinando Bruni, Elio de Capitani e Ida Marinelli, questa volta è stato "Sabato Domenica e Lunedì" del grande Eduardo de Filippo con Toni Servillo e Anna Bonaiuto. Lo so, non si fanno confronti, in arte, ma lasciatemelo dire: nel confronto Servillo ne esce due spanne sopra e mi dispiace (non tanto, a dir la verità) per Bennett, ma il nostro Eduardo è un'altra cosa...
Deludente la commedia allestita da Bruni: c'è questo compiacimento sul tema dell'omossessualità sempre ostentata, che mi pare di scarso interesse oggi, sa un po di muffa. Nulla da dire sulla recitazione di tutti, anche dei comprimari che sono parecchi (e bravi), ma tanta bravura andrebbe applicata ad opere un po' più pregnanti.
Servillo invece con la sua maschera è fantastico e il tema del (presunto) triangolo amoroso che fa scattare l'invidia è trattato con la solita profondità da Eduardo che scava nella genesi dei sentimenti più reconditi che scatenano tragedie nelle famiglie della Napoli dei primi anni del boom economico , come in quelle di oggi.  

sabato 25 ottobre 2014

Periferie

L'Altomilanese (dove vivo) è la periferia della Città Metropolitana di Milano. Si sa, le periferie evocano sempre luoghi abbandonati, leggermente inquietanti, dove si consumano storie tra il boccaccesco e lo squallido. Dove si vivono tutti gli svantaggi di vivere ai margini dello sfavillio dei grandi centri commerciali e culturali. Dove l'unica idea fissa è quella di "andare in città a divertirsi" perché, evidentemente, lì non c'è nulla, una specie di deserto dei Tartari dove una solitaria sentinella osserva un orizzonte sempre vuoto.
Eppure.
Leggo un annuncio su Facebook dell'inizio della stagione operistica a Cuggiono. Cuggiono ? Ma non è quel paesino dove non c'è nulla, nemmeno un centro commerciale o una sala giochi, nemmeno un Bingo ? Non un teatro o un cinema (se non quello del vecchio Oratorio). Si vabbè c'è la Biblioteca comunale, c'è la benemerita attività di un Ecocentro della Valle del Ticino tanto "famoso" da noi quando sconosciuto a 10 km di distanza...
Eppure.
Avevo letto del rinascere delle sale cinematografiche degli oratori, ma non ci credevo molto. Eppure. Eccola qui la sala del nuovo Oratorio di Cuggiono: 100 posti a sedere in splendide poltroncine in velluto rosso, proiezione in HD su piattaforma digitale, uno schermo non "panoramico", ma che garantisce una buona visione, suono stereo in dolby surround di ottima qualità. 
Parte la diretta dal Metropolitan Opera di New York con le Nozze di Figaro di Mozart dirette da James Levine con Ildar Abdrazakov, Marlus Peterson, Peter Mattei.. 
25 persone di pubblico. Ma bastano per gustarsi le 3 ore e 52 minuti di spettacolo.
La "qualità" è accessibile anche nelle periferie.  


"Non più andrai" è una un'aria per basso del 1786 dall'opera di Mozart "Le nozze di Figaro", K 492. Il libretto italiano è stato scritto da Lorenzo Da Ponte basato su una commedia di Pierre Beaumarchais, Le nozze di Figaro (Beaumarchais) (1784). E' cantata da Figaro alla fine del primo atto.

Non più andrai, farfallone amoroso,
 notte e giorno d'intorno girando;
 delle belle turbando il riposo
 Narcisetto, Adoncino d'amor.

 Non più avrai questi bei pennacchini,
 quel cappello leggero e galante,
 quella chioma, quell'aria brillante,
 quel vermiglio donnesco color.

 Tra guerrieri, poffar Bacco!
 Gran mustacchi, stretto sacco.
 Schioppo in spalla, sciabla al fianco,
 collo dritto, muso franco,
 un gran casco, o un gran turbante,
 molto onor, poco contante!

 Ed invece del fandango,
 una marcia per il fango.
 Per montagne, per valloni,
 con le nevi e i sollioni.
 Al concerto di tromboni,
 di bombarde, di cannoni,
 che le palle in tutti i tuoni
 all'orecchio fan fischiar.
 Cherubino alla vittoria:
 alla gloria militar!

sabato 18 ottobre 2014

Mamma, vado via. In Mérica. Una storia di emigrazione lombarda a St. Louis

Ecco il trailer del cortometraggio.


DA UN’IDEA DI GUGLIELMO GAVIANI

ATTORI IN ORDINE DI APPARIZIONE 
MAURO MARTINENGHI, LUCIA DUMI, NORA PICETTI, RICCARDO COLOMBINI, ANNALISA RESTELLI, STEFANO SPINIELLO, SARA ZOIA.  

RIPRESE AUDIO E VIDEO. EDITING VIDEO 
CRISTIANO PIATTONI, VALERIA VALLI  

MUSICHE 
“IL SIRIO” È ESEGUITA DAI BARABAN. ARRANGIAMENTO E ADATTAMENTO DI AURELIO CITELLI E PAOLO RONZIO. “MÉRICA, MÉRICA” È UNA REGISTRAZIONE ORIGINALE DI GUGLIELMO GAVIANI E MARISA PISONI EFFETTUATE A BUSCATE NEL DICEMBRE 1980 E GENNAIO 1981, INFORMATRICI ANGELA GIANELLA (PANÖA), GIUSEPPINA MERLOTTI (PINÉTA)  

LOCATION RIPRESE 
CIRCOLO SOCIALE RICREATIVO, BUSCATE MUSEO CIVICO, CUGGIONO CHIESA DI SAN VITTORE, ROBECCHETTO ISTITUTO SANTA MARTA, CASTELLETTO DI CUGGIONO, STRADA VICINALE TRAVERSAGNETTA  

CITAZIONI FOTOGRAFICHE 
ANGELO TOMMASI (1858-1923) “GLI EMIGRANTI”, GALLERIA DI ARTE MODERNA DI ROMA. LEWIS WICKES HINE (1874–1940). FOTO VARIE SULLA CONDIZIONE DEGLI IMMIGRATI ITALIANI IN AMERICA. BIBLIOTECA DEL CONGRESSO.

PROGETTO CULTURALE 
IL PROGETTO COMPLESSIVO PROMOSSO DALL’ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE E CULTURALE 5 AGOSTO 1991 DI BUSCATE COMPRENDE UNA MOSTRA INTITOLATA “SAN LUI MO” DI 28 PANNELLI DIVULGATIVI E CON LINGUAGGIO ADATTO AD UN PUBBLICO VASTO, IL LIBRO “MI A VÖ VIA” CHE ANALIZZA LE MOTIVAZIONI DELL’EMIGRAZIONE E IL CORTOMETRAGGIO “MAMMA VADO VIA. IN MÉRICA”.

Mamma vado via. In Mérica di Guglielmo Gaviani è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale. Based on a work at http://adamelk.blogspot.it/2014/07/lultima-follia-un-cortometraggio.html.

Prima visione 28 settembre 2014

domenica 5 ottobre 2014

Riccioli di spuma e non si riposa il mare


Gli anni si accavallano a riccioli di spuma
e a intermittenti ondate nere.
Mi divide dal mare una spiaggia che cresce
nel cuore della notte e mi ributta
relitti di naufragi.

Bel  museo in disordine. Gli oggetti
non sono compatibili. Fra i libri
della mia adolescenza vigoreggiano
i balocchi dei figli, e a brandelli
sfilacciati il mio abito da sposa.

Non si riposa il mare. E mi pretende
vigile a contemplare quanto resta
sul campo di battaglia. In prospettiva
si inazzurra il passato. E benedico
i miei e altrui peccati.

Maria Luisa Spaziani

Piccolo commento. La memoria ci "pretende" vigili. Non ce ne possiamo liberare. La memoria siamo noi stessi. Come potremmo liberarcene ? Allora non ci rimane che munirci di grandi pennarelli azzurri e dipingerla. Basterà ?    


sabato 4 ottobre 2014

Terminato anche il cortometraggio, il progetto San Lui Mo è completo

Il progetto culturale si chiama San Lui Mo dalla scritta che campeggiava su un biglietto che gli emigranti del mio paese (Buscate) appuntavano alla giacca per farsi riconoscere all'arrivo a New York e indicava la destinazione finale che era Saint Louis nel Missouri.
Il progetto si compone di tre momenti: una mostra documentaria intitolata " San Lui Mo " composta da 28 pannelli (immagini e storie dell'emigrazione: dal "reclutamento" degli Agenti, ai porti di partenza, alle destinazioni d'arrivo e condizioni di vita in America), il libro "Mi a vö via" (sviluppa in modo analitico i temi della mostra) ed il cortometraggio "Mamma vado via. In Mérica" (in 35 minuti una storia di emigrazione vissuta attraverso le storie di alcuni giovani protagonisti. Protagonisti sono sei attori professionisti ed amatoriali). Il libro è stato tradotto in inglese per l'invio oltre Oceano alla comunità di St. Louis e il film, per una migliore comprensione (la prima parte è in dialetto milanese), è stato sotto-titolato.
Il Mandamento di Cuggiono comprendeva 12 comuni dell'estremo nord della provincia di Milano.  Questa zona ha dato un contributo all'emigrazione impressionante: tra il 1882 e il 1920 sono partite ben 22.000 persone, tenendo conto che nel 1901 erano presenti nei 130 kmq del cuggionese solo 34.371 abitanti. Nei primi sette anni del periodo considerato (dal 1882 al 1889) sono partiti da questo territorio 5.621 persone pari al 3,2% dell'intera emigrazione lombarda.
Occorre quindi sfatare un pregiudizio che l'emigrazione sia un fenomeno meridionale: relativamente all'emigrazione fino alla prima guerra mondiale la Lombardia risulta la quarta regione italiana per numero di espatri dopo il Veneto, il Friuli e il Piemonte.
Questa emigrazione locale avviene nel più generale contesto nazione nel quale, dal 1876 alla Grande Guerra, gli espatri di italiani sono oltre 14 milioni a fronte di una popolazione che nel 1881 era di 28,5 milioni e nel 1921 di 37,9 milioni. Un'altra Italia vive ancora oggi fuori dai confini nazionali.





giovedì 18 settembre 2014

Lo zabajone con Zio Luigi

Se n'è andato il mio caro zio Luigi, mio padrino di cresima e comunione. Sono quelle persone che la vita ha strattonato da tutte le parti e che hanno resistito cercando una propria felicità. E la sua felicità era il viaggio. Da artigiano sarto viveva tutto l'anno dentro il suo laboratorio a tagliare tessuti e confezionare abiti per le signore di Torino e quando poteva "evadeva" andando in due méte preferite: Riccione e il Sestiere. Riccione era la vacanza estiva per eccellenza: lui ci è andato con sua moglie (che poi è zia Carla) per 25 anni, sempre allo stesso posto, sempre ritrovando i vecchi amici e frequentando gli stessi ristoranti.  Si perché zio Luigi, a dispetto di un fisico asciutto, era una grande forchetta. Mi sono sempre fatta una idea precisa di questa fame insaziabile di zio: lui a 20 anni , mentre andava col Gamba de Legn (un trenino omnibus che collegava l'hinterland milanese al capoluogo) era stato arrestato dai tedeschi, condotto come renitente alla leva a San Vittore e poi deportato nei campi di lavoro (e di sterminio) tra Germania e Polonia. Lì aveva fatto letteralmente la fame per due anni arrangiandosi come poteva per racimolare per lui e per i suoi compagni qualcosa da mangiare e poi alla fine della guerra era tornato a piedi. Da quel momento non aveva più smesso di mangiare e camminare. Si perché non ha mai avuto la patente automobilistica e quindi quando si muoveva "usava i mezzi" , ma li usava in modo creativo. Il suo viaggio verso Riccione ad es. era assai tortuoso e durava almeno due ore in più, perché gli piaceva cambiare i treni, scendere da uno e aspettare la coincidenza dell'altro. A Bologna ad es. conosceva un barbiere che esercitava davanti alla Stazione e che zio andava a trovare regolarmente per farsi fare la barba e scambiare due chiacchiere.
L'altra meta, completamente diversa dalla prima, era il Sestiere, il mito per ogni torinese e zio, trasferitosi per seguire il lavoro della moglie a Torino , si era sentito subito torinese. Anche lì al Sestiere conosceva tutti i posti dove mangiare deliziosi piatti a base di polenta, spezzatino e salsicce da raggiungere magari con una bella passeggiata. Mi ricordo l'ultima di quelle passeggiate che abbiamo fatto insieme qualche anno fa (2010) e di cui mi pare di aver scritto su questo blog parlando della mia amicizia col cane di zio Luigi. Anche quella volta avevamo fatto una bella passeggiata sui prati per raggiungere un rifugio e al termine del pranzo non avevamo resistito nel chiedere se avevano uno zabajone caldo come lo sanno fare da queste parti.  

Zio Luigi al Sestiere 2010

Ecco voglio ricordarti per quella passeggiata insieme fatta di poche parole e tanti silenzi, un po' come usano i veri alpinisti che devono raggiungere la meta e non hanno tempo per le chiacchiere.

Riccione Viale Ceccarini, tanti anni fa...



lunedì 8 settembre 2014

Non ti lusinghi la crudeltade

Cecilia Bartoli: Tito Manlio - Non ti lusinghi la crudeltade (Vivaldi)

Non ti lusinghi la crudeltade
Contro d’un core, che devi amar. 
E per la figlia mostra pietade
Se questo petto vuoi consolar. 

Pensierino. A stento si capisce il testo che la cantante interpreta, anche se l'espressione del volto aiuta. Conta per molti cantanti di più il "bel canto" del significato di quello che dicono. Non è difficile trovare similitudini nel linguaggio della politica arrembante a cui ci stiamo abituando in Italia.



domenica 24 agosto 2014

Addio alle armi ?

Leggo per dovere d'informazione, ma senza molto entusiasmo, Addio alle armi dello scrittore statunitense Ernest Hemingway, pubblicato nel 1929. Vorrei fare qualcosa per ricordare la Prima guerra mondiale a mio modo cucendo insieme testimonianze che ho raccolto molto tempo fa e classici di letteratura sull'argomento e quindi non potevo esimermi dal leggere questo libro oltre alle poesie del Porto sepolto di Giuseppe Ungaretti. 
Inutile che vi faccia una graduatoria delle mie preferenze tra la prosa brillante e veloce di Hemingway e la poesia asciutta e dal respiro lungo di Ungaretti. Hemingway pare addentrarsi nella vicenda come se fosse un villeggiante americano in visita in Italia che per caso è in guerra. Poi in poche battute ti mette di fronte alla crudezza della guerra. 

«Chi attaccherà?» chiese Gavuzzi. «Bersaglieri.» «Tutti bersaglieri?» «Credo di sì.» «Non ci sono abbastanza truppe qui per un vero attacco.» «Forse è per distrarre l’attenzione da dove avverrà l’attacco vero.» «Gli uomini, lo sanno che attaccano?» «Non credo.» «Naturalmente no» disse Manera. «Non attaccherebbero se lo sapessero.» «Sì, che attaccherebbero» disse Passini. «I bersaglieri sono scemi.» «Sono coraggiosi e disciplinati» dissi. «Hanno una discreta circonferenza toracica, e sono pieni di salute. Ma sono scemi lo stesso.» «I granatieri sono grandi» disse Manera. Era uno scherzo. Risero tutti. «C’era, tenente, quando non hanno voluto attaccare e li hanno fucilati uno ogni dieci?» «No.» «È vero. Li hanno messi in fila e ne hanno preso uno ogni dieci. Gli hanno sparato i carabinieri... »
«La guerra non si vince con la vittoria. E se anche prendessimo il San Gabriele? Se prendessimo il Carso e Monfalcone e Trieste? A che punto si sarebbe? Ha visto tutte quelle montagne quest’oggi? Crede che possiamo prenderle tutte anche quelle? Solo se gli austriaci smettono di combattere. Una delle due parti deve smettere di combattere. Perché non smettono di combattere? Se scendono in Italia si stancano e se ne vanno. Hanno già il loro paese. Ma no. Invece c’è la guerra.»
L'altro, Ungaretti, parte  così...

FRATELLI
Mariano, il 15 luglio 1916

Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli


Veglia
Cima Quattro il 23 dicembre 1915

Un'intera nottata 
buttato vicino 
a un compagno 
massacrato 
con la sua bocca 
digrignata 
volta al plenilunio 
con la congestione 
delle sue mani 
penetrata 
nel mio silenzio 
ho scritto 
lettere piene d'amore 

Non sono mai stato 
tanto 
attaccato alla vita 

Ps Inutile dire che ogni suggerimento di qualsiasi tipo (letterari, musicali, film, foto, quadri) sull'argomento) è ben gradito.

mercoledì 20 agosto 2014

Vacanze in Sardegna, addio

Sono state sicuramente le più belle vacanze in Sardegna. Ma da un punto di vista estetico: bei posti, belle insenature e spiaggette, luoghi indimenticabili (Canyon del Gorrupu, Orgosolo). Eppure. Qualcosa non ha funzionato dentro. Il tempo dirà cosa.



domenica 17 agosto 2014

Dormi è notte

Ombre si affollano
nell'ora più profonda della notte
chiama
chiama
chiama ancora
invoca i santi
canta litanie.
Una carezza sulla testa 
"Chi sei..."
"Io...dormi, è notte"
Si calma
dorme
Arriva il mattino.

*****

Ólafur Arnalds - Tomorrow's Song




venerdì 15 agosto 2014

Casa-Museo Grazia Deledda a Nuoro

Grazia Deledda (Nuoro, 27 settembre 1871 – Roma, 15 agosto 1936) è stata una scrittrice sarda, innanzitutto. La sua letteratura ha trovato ispirazione in queste montagne e in questo ambiente. Lontana dai circoli e dalle correnti letterarie si è sempre mossa sulla sua strada anche quando si trasferirà a Roma conducendo una vita molto appartata. 
La visita alla casa natale di Grazia Deledda a Nuoro è una tappa importante della mia vacanza in Sardegna, quest'anno.
L'ingresso alla Casa-Museo è gratuito e si viene accolti con il dono di un libriccino nero formato quaderno che è una guida breve della casa.




(Da Grazia Deledda, Cosima) E la cucina era, come in tutte le case ancora patriarcali, l'ambiente più abitato, più tiepido di vita e d'intimità. C'era il camino, ma anche un focolare centrale, segnato da quattro liste di pietra: e sopra, ad altezza d'uomo, attaccato con quattro corde di pelo, alle grosse travi del soffitto di canne annerite dal fumo, un graticcio di un metro quadrato circa, sul quale stavano quasi sempre, esposte al fumo che le induriva, piccole forme di cacio pecorino, delle quali l'odore si spandeva tutto intorno. E attaccata a sua volta a uno spigolo del graticcio, pendeva una lucerna primitiva, di ferro nero, a quattro becchi; una specie di padellina quadrata, nel cui olio allo scoperto nuotava il lucignolo che si affacciava a uno dei becchi. Del resto tutto era semplice e antico nella cucina ...



Quello che colpisce in questa casa è la sobrietà e l'essenzialità. Casa di uno dei quartieri più antichi della città (San Pedru), rappresenta la tipica dimora borghese di fine '800. La cucina è il luogo centrale della casa: grande, accogliente e luminosa, un luogo di ritrovo. Poi il bel giardino appartato che si apre alla vista delle montagne. Poi la camera da letto studio. E' stato riportato a Nuoro anche lo studio romano di Grazia Deledda costruito su sua istruzione da un falegname sardo e risente del gusto dell'epoca.

giovedì 14 agosto 2014

Risarcimento

Non ho fotografie di mio padre con suo nipote. Pochi i mesi tra la nascita di mio figlio e la morte di mio padre. Questa foto è una specie di "risarcimento": ecco mia nipote nata 100 anni dopo la nascita di mio padre. La ruota gira.


sabato 9 agosto 2014

E' nata Bianca

Ieri sera, Venerdì 8 agosto, alle 23.06 è nata Bianca. Auguri a mio figlio Alberto e a Carol. Oggi l'ho incontrata Bianca per la prima volta e se ne stava lì sulle sue, tranquilla e con le manine che si aprivano e chiudevano... 
In bocca al lupo, Bianca.






lunedì 4 agosto 2014

S'Accabbadora

Ho sentito parlare per la prima volta di S'Accabbadora solo qualche anno fa, quando, per ragioni che non vi sto a spiegare, ho cominciato a frequentare la Sardegna.

Notte tempo una donna vestita di nero e velata si avvicinava alla casa e bussava alla porta. Era attesa. Anzi era stata chiamata e l'aspettavano. In quella casa c'era un ammalato grave, ma che non "riusciva a morire". Da cosa fosse trattenuto in questo mondo nessuno lo sapeva. Certo doveva essere qualche motivo molto grave, un peccato non confessato o addirittura non perdonato, qualcosa che impediva alla sua coscienza di liberarsi. L'anima dunque rimaneva imprigionato in un corpo che una malattia aveva portato ormai all'estremo e che pure resisteva. Diventare vecchi non è forse l'estremo atto di egoismo ?
La donna velata arrivata nella notte veniva portata nella stanza del moribondo e lasciata sola. Non si conosce nulla di quello che succedesse esattamente dentro. Il rituale prevedeva che qualche giorno prima i parenti avessero allontanato ogni immagine sacra dalla stanza, ogni catenina o anello che il moribondo avesse addosso. 
Quando la donna velata usciva dalla stanza,  la morte aveva compiuto il suo fatale compito e non rimanga che preparare il morto per la sepoltura.

Vedo già qualcuno storcere il naso. Ma a me questo rituale di passaggio arcaico e misterioso pare affascinante e rispettoso. Che poi sia affidato ad una donna (portatrice di vita e donatrice di morte) mi pare di una grandezza simbolica enorme. 

Ho fotografato questa immagine alla fonte di Su Gologone (sulla strada che da Dorgali porta ad Oliena): dalla roccia sorge acqua in abbondanza proveniente (qualcuno sostiene) dal Perù. Non era il luogo ideale per parlare di vita e di morte ? 




sabato 2 agosto 2014

Silenzio profumato

La Sardegna del Golfo di Orosei è terra di granito e selve impenetrabili che partono dal mare, salgono su per aspre scogliere piene di anfratti e grotte, attraversano profonde vallate boscate e poi raggiungono il  Gennargentu. E' quella terra misteriosa chiamata il Sopramonte nei territori di Orgosolo, Urzulei, Dorgali, Baunei, Oliena. 

Gli abitanti se ne sono stati ben lontano dal mare che ha sempre portato un sacco di guai sotto forma di invasori prepotenti e che parlavano lingue sconosciute. Così i paesi antichi non sono sorti sulla riva del mare, ma se ne stanno nascosti oltre le scogliere e sopratutto non visibili dal mare, circondati da pendii protetti da selve che scendono verso la vallata profonda del fiume Cedrino che segna un altro impenetrabile confine del territorio. Così la cultura materiale degli indigeni non è di mare , ma saldamente di terra. In sintesi nessun pescatore e tanti pastori e questo si riflette anche sulla cucina in cui prevale la carne.

E dire che questo mare era ricchissimo di pesce tanto da attirare qui persino i pescatori di Ponza, ma i sardi di queste terre hanno fatto brutte esperienze col mare e, prudentemente, se ne sono stati a distanza. Non bisogna credere che siano pavidi i sardi, anzi, la loro fierezza e coraggio sono proverbiali. Non bisogna fare nemmeno un velato accenno a questo fatto, si andrebbe incontro a furiose discussioni. Loro avevano già un gran d'affare a tenere insieme le tante tribù che si contendevano da epoca immemore il territorio e quindi, come dire, non andava cercando altri guai.
I Savoia hanno sfruttato per queste doti i Granatieri di Sardegna massacrando generazioni di sardi in questa o quella guerra, tra tutte la Prima Mondiale. 
Come non fosse abbastanza, tra il territorio di Urzulei e quello di Orgosolo si apre una profonda (400 metri) fenditura della montagna, uno degli spettacoli più impressionanti di questo territorio: è la gola del Gorroppu che si estende per una lunghezza di 22 km. Intorno a questo orrido (raggiungibile solo a piedi) si estende una foresta che nella sua parte più antica è considerata "primaria", uno dei pochi lembi rimasti in tutta Europa. Si trovano  piante di Leccio, Tasso, Fillirea, Ginepro, Agrifoglio e un'infinità di erbe tra cui molte aromatiche. Una ricchezza inestimabile. 


Quando si entra qui si capisce subito che è un posto speciale per il grandissimo silenzio ormai difficilmente ritrovabile se non in qualche sperduta vallata alpina o appenninica. Un silenzio, questo, molto particolare perché sorprendentemente profumato.

(Fine prima parte)  

martedì 15 luglio 2014

Intervallo.

E' giunto il tempo del meritato riposo dopo un anno di
intenso lavoro e di qualche soddisfazione personale.
Valigia leggera, qualche libro, mare e bagni.
Ecco il programma dei prossimi 15 giorni.



L'ultima follia: un cortometraggio sull'emigrazione "Mamma vado via. In Mérica". Ecco le foto del backstage

Licenza Creative Commons
Mamma vado via. In Mérica di Guglielmo Gaviani è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale.
Based on a work at http://adamelk.blogspot.it/2014/07/lultima-follia-un-cortometraggio.html.





Cast per cortometraggio (Titolo ancora da definire)


Sceneggiatura e Regia
Guglielmo Gaviani


Attori
Mauro Martinenghi
Lucia Dumi
Nora Picetti
Riccardo Colombini
Annalisa Restelli
Stefano Spiniello
Sara Zoia

Riprese audio e video. Montaggio
Cristiano Piattoni
Valeria Valli


Musiche
Associazione Culturale Baraban.
Registrazione originale di Guglielmo Gaviani e Marisa Pisoni dic 1980 gen 1981:
 informatrici Angela Gianella (Panöa), Giuseppina Merlotti (Pinéta)


Location riprese
Circolo Sociale Ricreativo di Buscate; Museo Civico di Cuggiono;
Chiesa di San Vittore a Robecchetto;
Traversagnetta da Buscate a Robecchetto;
Istituto Santa Marta di Castelletto di Cuggiono.

Produttore
Associazione di promozione sociale e culturale 5 agosto 1991 di Buscate

sabato 12 luglio 2014

Ritorno ad Omero

Rileggere l'Odissea... Chissà perché. Galeotta una lettura televisiva accattivante (RAI 5, notte fonda).
Non scelgo la versione "classica" di Ippolito Pindemonte (piena di suggestioni, con un linguaggio lontano), ma quella "moderna" di Aurelio Privitera (edita da Mondadori).

Incipit Capitolo II

Come la figlia del mattin, la bella 
Dalle dita di rose Aurora surse, 
Surse di letto anche il figliuol d'Ulisse, 
I suoi panni vestì, sospese il brando 
Per lo pendaglio all'omero, i leggiadri 
Calzari strinse sotto i molli piedi 
E della stanza uscì rapidamente, 

Simile ad un degli Immortali in volto. 


domenica 6 luglio 2014

Aprire il cancello segreto di un cuore. Che c'è di meglio ?


Pensierino. Ecco il cancello che chiude il giardino segreto. Fra poco inviterò qualcuno ad entrarci. E sarà una grande emozione.

Poesia nei dintorni del Ticino

La muta di Gabriele d'Annunzio da Alcyone

Settembre, ora nel pian di Lombardia
è già pronta la muta dei segugi,
de' bei segugi falbi e maculati
dall'orecchie biondette e molli come
foglie del fiore di magnolia passe.
La muta dei segugi a volpe e a damma
or già tracciando va per scope e sterpi.
Erta ogni coda in bianca punta splende.

Presso il gran ponte sta Sesto Calende.
Corre il Ticino tra selvette rare,
verso diga di roseo granito
corre, spumeggia su la china eguale,
come labile tela su telaio
celere intesta di nevosi fiori.
Chiudon le grandi conche antichi ingegni,
opere del divino Leonardo.

Il sorriso tu sei del pian lombardo,
o Ticino, il sorriso onde fu pieno
l'artefice che t'ebbe in signoria;
e il diè constretto alle sue chiuse donne.
Oh radure tra l'oro che rosseggia
dello sterpame, tiepide e soavi
come grembi di donne desiate,
sì che al calcar repugna il cavaliere!

Vanno i cani tra l'eriche leggiere
con alzate le code e i musi bassi,
davanti il capocaccia che gli allena
per mezz'ottobre ai lunghi inseguimenti.
S'ode chiaro squittire in que' silenzii.
Il suon del corno chiama chi si sbanda
e chi s'attarda e trae la lingua ed ansa.
Già la virtù si mostra del più prode.

Il buon maestro dell'arte sua si gode:
talor gli ultimi aneliti esalare
sembra l'Estate aulenti sotto l'ugne
del palafren che nel galoppo falca.
E, fornito il lavoro, ei torna al passo
per la carraia ingombra di fascine:
con la sua muta va verso il canile,
va verso Oleggio ricca di filande.

Vapora il fiume le sterpose lande.

La Valle del Ticino vista da Tornavento
Commento. Alcyone di Gabriele d'Annunzio rimane una delle più belle raccolte poetiche del '900, direi malgrado il suo autore. 

domenica 29 giugno 2014

I teatri , una volta


Il teatro delle suore al mio paese
Ricordo da bambino che "facevo il teatro" all'oratorio. Non mi piaceva. Mi metteva addosso un'agitazione tale che non riuscivo a superare l'emozione. Dopo ho saputo che l'emozione faceva parte del gioco. Ma allora mi paralizzava e riuscivo, a stento, a dire due battute. Non è che le mie "parti" fossero chissà che: una volta ho fatto quella, piuttosto impegnativa, di un "vizio capitale"... non ricordo se fosse l'invidia o la lussuria (che non capivo bene cosa fosse). Quel che è certo che questo vizio mi costringeva a trascinare pesanti catene per il palco. 
L'argomento di questi teatri era, come potete immaginare, "morale" o "didascalico", quasi sempre a tema religioso, la farsa era considerata volgare, la commedia esclusa (la realtà era cosa che non poteva essere "rappresentata"). Così le bambine erano sempre vestite di bianco con coroncine di fiori e i maschietti non da meno così da non marcare la sessualità che era cosa da eludere con travestimenti. La generazione appena prima della mia aveva uno strano modo di fare teatro: era un teatro di genere. C'erano le compagnie maschili e quelle femminili nelle quali tutti i ruoli erano svolti da uomini o da donna a meno che , appunto, non ci fossero in ballo bambini e allora era possibile una "angelica" promiscuità. Potete capire quali tare abbiamo avuto noi degli anni '50 sulla sessualità ? Non per altro poi negli anni '60 ne abbiamo fatte più di Bertoldo (o di Moana Pozzi).
Eppure il teatro , anche nei paesi, c'era eccome. Ma fuori dagli oratori, era luogo di perdizione e divertimento volgare. Ho già parlato su questo blog delle compagnie di giro, alcune diventate anche famose come quella dei Rame e del loro repertorio. Ma anche loro dovevano poi "pagare il tributo" al teatro di ispirazione religiosa inscenando commedie di questo genere (vedi manifesti sotto. 

   

E poi c'erano i burattinai...ma loro si salvavano sempre: la loro era una rappresentazione "filtrata" dalla presenza scenica delle marionette. Le marionette nel milanese erano quelle della Famiglia Colla o che arrivavano dalla tradizione bergamasca con i loro tradizionali personaggi.
Forse è proprio questo distacco che crea il teatro con marionette che ha permesso una maggiore libertà di questo genere. 







giovedì 26 giugno 2014

Impassibile come il silenzio

Rebecca Dautremer, Alice in Wonderland

Serratura: Impassabile
Alice: Vuoi dire impossibile?
Serratura: Noo!! impassabile!.. nulla è impossibile!!

Alice: "Per quanto tempo è per sempre?
Coniglio bianco: "A volte un secondo!"

Ho passato una notte in cui tutto mi è stato rivelato.
Come posso parlare di nuovo?
(SARAH KANE 4.48 PSYCHOSIS in scena al Teatro Out-Off di Milano)

Pensierino. Una serratura "impassibile",  come il tempo e come il silenzio.