sabato 12 dicembre 2015

Gildo va alla guerra

Prossimamente non potrai vedere da nessuna partequesto mio piccolo lavoro...

Gildo va alla guerra. 
La Grande Guerra vista dalla parte di un fante

Sceneggiatura e regia
Guglielmo Gaviani

Attori (in ordine di apparizione)

Sacha Oliviero (Gildo)
Annalisa Restelli
Lucia Dumi
Stefano Spiniello
Annalisa Restelli
Pinu Cardini
Alice Luoni

Riprese ed editing video

Cristiano Piattoni
Valeria Valli

Scheda del cortometraggio (45 minuti)
A ventidue anni, quando scoppia la grande guerra, Gildo ha già una vita di lavoro alle spalle: a 11 anni ha cominciato a lavorare come magütt a Malvaglio, a pochi chilometri dal suo paese (Buscate). A 12 entra nella grande filanda Imhoff come scuinèra. A 17 anni parte per l'Alsazia-Lorena per fare il minatore e rimane lì per 3 anni. Poi a 20 anni abbandona la “mina" e raggiunge Parigi dove riprende il lavoro di muratore insieme ad uno zio. Gildo è a Parigi il primo agosto del 1914 quando la Francia e la Germania proclamano la “mobilitazione generale” e scoppia la guerra: lui, pochi giorni dopo, viene rimpatriato come tutti gli italiani.
Qui inizia l’avventura della Grande Guerra di Gildo ed il suo calvario che lo porterà, dopo 38 mesi di trincea, alla diserzione...


mercoledì 9 dicembre 2015

...tül cuntènti...

Inn restòo tül cuntènti
tüci anca i paènti.
E mi ca sun un pór fiö

disgråsî a brasciö...

Gh'é pasòo un carét da sciocc
chi ca sculta in tül matocc.
Gh'é pasòo un carét d'uliva
chi ca sculta ga végn la piva.

Sono rimasti tutti contenti
tutti anche i parenti.
Ed io che sono un povero bambino
disgrazie a bracciate...

E' passato un carretto di ciocchi (pezzi di tronco d'albero)
chi ascolta è uno sciocco.
E' passato un carretto (d'olio) d'oliva
chi ascolta gli viene a noia (la fiaba) 

capisce di non aver combinato nulla. 


Finale di una fiaba. Ho capito di non aver combinato nulla.

sabato 28 novembre 2015

Tornando in Istria con Claudio Magris

Tornando a Pola con Claudio Magris, ricordiamo l'esodo istriano leggendolo in una nuova luce.


[...] Al primo piano (di via Giulia, ora Matko 3, dove abitava nel 1904-5 Iarnes Ioyce. ndr) c'era la redazione dell'"Arena di Pola”, il giornale che Guido Miglia, giovanissimo, dirigeva nei giorni tremendi precedenti al grande esodo di massa nell'iriverno '46-47, trentamila polesani su un totale di trentacinquemila abitanti della città. Su quell'esodo degli italiani dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia (circa trecentomila persone, fra il '44 e il '54, in momenti e in modi diversi, ora più ora meno drammatici, ma sempre tristissimi per la desolazione dell'abbandono, la povertà, l'incertezza del futuro, la misera sistemazione per anni in campi profughi) perdurano in Italia disinteresse e ignoranza.
Gli errori e le colpe dell'Ita1ia fascista e anche i pregiudizi antislavi precedenti il fascismo sono stati pagati sulla propria pelle da quella gente che ha perso tutto e si è trovata ne11'occhio del ciclone quando gli slavi, oppressi dal fascismo, hanno avuto la loro riscossa. Come accade inevitabilmente, una nazione conculcata che si rialza sfrena a sua volta un nazionalismo aggressivo, abbandonandosi a Violenze inclíscriminate e conculcando i diritti altrui. Gli italiani sono stati per secoli almeno il cinquanta per cento della popolazione complessiva istriana, insediati lungo la costa nelle città che erano gioielli di cultura e di arte veneta, da Capodistria a Pola; l'interno rurale era slavo, in grande prevalenza croato e in piccola parte sloveno, e fra le due zone c'era una fascia intermedia mista.
L'Italía tanto distratta, come diceva Noventa, non si è resa conto di quella tragedia storica e l'ha ignorata e rimossa, a differenza della Iugoslavia, che ha giocato quella partita con ben altra consapevolezza ed impegno. I migliori figli di queste terre sono coloro che hanno saputo superare il nazionalismo elaborando, pur nella lacerazione, un sentimento di appartenenza comune a quel composito mondo di confine, vedendo nell'altro - rispettivamente nello slavo e nell'italiano - un elemento complementare e fondamentale della -propria stessa identità. L'epica di Fulvio Tomizza o Verde acqua di Marisa Maclieri sono esempi, anche se non i soli, di questo sentimento che è 1'unica salvezza per le terre di frontiera, in Istria come a Trieste e ovunque.
Questa è storia di ieri, poco nota nonostante opere egregie, dal grande e fondante libro di Diego De Castro a quellocurato dall'istituto per la storia del movimento di liberazione a quelli di Miglia stesso e a molti altri, sino al recente Trieste di Corrado Belci, che a vent'anni aveva assunto la direzione dell'“Arena di Pola” il 10 febbraio 1947, il giorno della firma del trattato di pace che assegnava l'Istria alla Iugoslavia e contro il quale, per tale ragione, votò in Parlamento un grande leale antifascista come Leo Valiani, che aveva conosciuto le prigioni mussoliniane e la lotta armata e aveva sempre difeso gli slavi.
Ora la storia sta voltando pagina, specialmente con i rivolgimenti dell'Europa del1"Est, che fanno cadere la cortina di ferro dietro la quale l'Istria era venuta a trovarsi dopo il '45. [...]
Da Claudio Magris, L'infinito viaggiare, Mondadori, 2005. Primavera istriana p. 121-122

lunedì 16 novembre 2015

Petrarca a Milano o meglio alla Cascina Linterno


Solo et pensoso i piú deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.
Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:
sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.
Ma pur sí aspre vie né sí selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co’llui.

…in quali campi deserti, tra quali monti e selve si aggirava pensoso e tormentato il grandissimo Petrarca quando compose questo meraviglioso sonetto del Canzoniere? Devo ammettere che sento una forte scossa di emozione se penso che i campi deserti possano essere quelli dell’attuale Parco delle Cave, alla periferia nord-ovest di Milano. Dal 1353 al 1359 circa, infatti, il Poeta fu invitato da Giovanni Visconti, arcivescovo e signore della città, a risiedere a Milano. Ma Petrarca non voleva essere stressato dal caos cittadino e dalle folle di sconosciuti, e scelse perciò come dimora la Cascina Linterno, nel Parco delle Cave appunto, che gli garantiva la reclusione e l’immersione completa nel mondo naturale da lui desiderate. 
(tratto dal blog di Daria qui)

Ma alla Cascina Linterno ci ha abitato negli ultimi anni della sua vita anche el Prett de Ratanà al secolo 
Don Giuseppe Gervasini nato a Robarello di Sant'Ambrogio Olona (Varese) l'1 marzo 1867 e morto il 22 novembre del 1941.
Per chi non è milanese el Prett de Ratanà non dice quasi nulla, ma è un personaggio molto noto in tutta la città e non solo per la sua attività di "guaritore" con le erbe.
- Ciàppa 'stà érba chì e falla bùj, béven on cugiàa a la mattìna, in còo a óna settimàna te gh'hee pù niént. -
I suoi erano rimedi naturali, dava agli ammalati le erbe che raccoglieva nel suo orto: timo, rosmarino, maggiorana, menta, malva, gramigna, camomilla, biancospino, aglio e quello che raccoglieva nei boschetti o sulle rive dei fontanili. Curava con l'acqua limpida e fresca del fontanile Marcionino che gli passava sotto casa, prescriveva bicarbonato e lievito di birra, faceva attaccare sanguisughe dove c'era da togliere il sangue guasto, dava da mangiare scodelle di zuppa e spesso anche frutta e dolci raffermi e muffi. Ogni giorno comprava e distribuiva quaranta chili di pane ai poveri e tratteneva a pranzo tutti quelli che venivano da lontano, con una mano prendeva la roba che gli regalavano e con l'altra la distribuiva a chi ne aveva bisogno.
Gli bastava un'occhiata per capire di che cosa aveva bisogno l'ammalato per guarire. Don Giuseppe non era un mago; aveva una profonda conoscenza di anatomia e patologia, che imparò da autodidatta durante il militare.
(Dal sito degli Amici della Cascina Linterno, vedi qui)

Una passeggiata e qualche foto. Domenica 15 Novembre.


  





lunedì 9 novembre 2015

Granellini sparsi

"Ho paura, e non so di che: non di quello che mi viene incontro, no, perché in quello spero e confido. Del tempo ho paura, del tempo che fugge così in fretta. Fugge? No, non fugge, e nemmeno vola: scivola, dilegua, scompare, come la rena che dal pugno chiuso filtra giù attraverso le dita, e non lascia sul palmo che un senso spiacevole di vuoto. Ma, come della rena restano, nelle rughe della pelle, dei granellini sparsi, così anche del tempo che passa resta a noi la traccia"
Antonia Pozzi

Sopra il nudo cuore. Fotografie e film di Antonia Pozzi: una grande mostra dedicata a una delle più alte voci della letteratura novecentesca, una poetessa ancora tanto da scoprire di cui saranno svelati soprattutto passione e talento per la fotografia. Spazio Oberdan di Milano ospita la poetessa dal 23 ottobre 2015 al 6 gennaio 2016.







Le montagne 
Occupano come immense donne la sera:sul petto raccolte le mani di pietra fissan sbocchi di strade, tacendo l’infinita speranza di un ritorno.Mute in grembo maturano figli all’assente. (Lo chiamaron vele laggiù – o battaglie. Indi azzurra e rossa parve loro la terra). Ora a un franare di passi sulle ghiaie grandi trasalgon nelle spalle. Il cielo batte in un sussulto le sue ciglia bianche.Madri. E s’erigon nella fronte, scostano dai vasti occhi i rami delle stelle:se all’orlo estremo dell’attesa nasca un’aurora e al brullo ventre fiorisca rosai. 
Pasturo, 9 settembre 1937

INFORMAZIONI UTILI

Sopra il nudo cuore. Fotografie e film di Antonia Pozzi
Spazio Oberdan di Milano

a cura di Giovanna Calvenzi e Ludovica Pellegatta

INFO:
T 02.87242114 // www.cinetecamilano.it
SpazioOberdan, tel. 02.7740 6302/6300

ORARI D’INGRESSO
Da martedì a giovedì: 12 – 19.30
Venerdì: 12 – 21.30
Sabato: 12 – 19.30
Domenica 10 – 19.30

MODALITÀ D’INGRESSO:
Biglietto d’ingresso:intero €6,00
Biglietto d’ingresso ridotto per possessori di Cinetessera o studenti universitari o over 65: € 4,00
Cinetessera annuale: € 6,00, valida anche per le proiezioni al MIC – Museo Interattivo del Cinema – e all’ Area Metropolis 2.0 – Paderno Dugnano.


sabato 7 novembre 2015

Ancora scrittori a Trieste: Pahor Boris

Necropoli di Pahor Boris (scrittore triestino di lingua slovena)

Campo di concentramento di Natzweiler-Struhof sui Vosgi. L'uomo che vi arriva, una domenica pomeriggio insieme a un gruppo di turisti, non è un visitatore qualsiasi: è un ex deportato che a distanza di anni è voluto tornare nei luoghi dove era stato internato.

Domenica pomeriggio. Il nastro d'asfalto liscio e sinuoso che sale verso le alture fitte di boschi non è deserto come vorrei. Alcune automobili mi superano, altre stanno facendo ritorno a valle, verso Schimek; così il traffico turistico trasforma questo momento in qualcosa di banale e non mi permette di mantenere il raccoglimento che cercavo. So bene che anch'io, con la mia macchina, faccio parte di questa processione motorizzata, eppure sono sicuro che, vista la mia passata intimità con questi luoghi, se sulla strada fossi solo, il fatto di viaggiare in automobile non scalfirebbe l'immagine onirica che dalla fine della guerra riposa intatta nell'ombra della mia coscienza. 
Lo ammetto, non riesco ad accettare fino in fondo l'idea che questo posto di montagna, cardine del mio mondo interiore, sia visitabile da chiunque; e soffro anche un po' di gelosia: non soltanto perché oggi occhi estranei percorrono uno scenario che fu testimone della nostra anonima prigionia, ma anche perché questi sguardi curiosi (ne sono assolutamente certo) non potranno mai penetrare nell'abisso di abiezione in cui fu gettata la nostra fiducia nella dignità umana e nella libertà personale. 
Ecco che però, giunta da chissà dove, inizia a insinuarsi nel mio animo anche una picciola soddisfazione per il fatto che questa altura dei Vosgi non sia più il terreno segreto di una lontana dannazione consumatasi tutta in se stessa, ma sia diventata un luogo verso cui si dirigono i passi di innumerevoli persone. E queste persone, anche se la loro immaginazione sarà insufficiente per la visita che le attende, riusciranno tuttavia a intuire, attraverso le vie del cuore, l'inconcepibile realtà del destino di quei loro figli perduti. 
Uomini e donne di tutti i paesi d'Europa si radunano qui su questi alti terrazzamenti di montagna, dove il male aveva il sopravvento sul dolore e sembrava capace di imprimere alla consunzione il marchio dell'eternità. Si radunano qui per poggiare il piede su un luogo sacro dove le ceneri dei loro simili, con muta presenza, segnano nella coscienza dei popoli una tappa incancellabile della storia umana. 
© Fazi Editore
Pensierino. La memoria deve essere "coltivata". Magris in una intervista ammetteva di aver avuto notizia del Lager della Risiera di San Sabba molto dopo la fine della guerra. Non era il solo triestino che non sapeva di cosa si stesse consumando nella periferia della città. E questo episodio non era solo imputabile al fatto che i tedeschi, prima di andarsene dalla città, avevano pensato bene di cancellare a suon di dinamite il forno crematorio.  In questa terra di confine i contrasti sono stati violenti e con strascichi dolorosi: repressioni feroci (lager e foibe), pulizie etniche (l'esodo istriano) ecc ecc. Ma tutto nasceva ancora prima con la feroce prima guerra mondiale che qui ha lasciato montagne di morti. 

giovedì 5 novembre 2015

Arrivederci Duino, alla prossima


Che cosa, oggi, ti spinge a tornare
nel giardino che agita il vento inquieto
e appena poco fa scorreva un brivido
do sole ? Vedi come al suo sparire
il verde si fa cupo.
Vieni ! Potessi io come te ignorare
il peso degli alberi.
(Se un albero si abbattesse sul sentiero
dovremmo chiamare uomini per sollevarlo. Cosa è dunque
così pesante al mondo ?)
Scendesti i molti gradini di pietra:
e io udii il rumore dei tuoi passi.
Ora di te neanche più l'eco.
...

Rainer Maria Rilke. Apparizione. Duino, fine gennaio 1912. 

martedì 3 novembre 2015

Dell'andare e del ritornare

Talvolta i luoghi parlano, talvolta tacciono, hanno le loro epifanie e le loro chiusure. Come ogni incontro, pure quello con i luoghi - e con chi ci vive - è avventuroso, ricco di promesse e di rischi. Alcuni luoghi, Venezia o Praga parlano anche al viaggiatore più distratto e ignaro con l'evidenza stessa del loro apparire e della vita che vi si svolge.
Altri si affidano a un'eloquenza indiretta, seducono solo chi li attraversa conoscendo ciò che è avvenuto fra quegli alberi o in quelle strade: la stanza in cui è morto Kafka, a Kierling, dice tante cose ma solo a chi sa che tra quelle pareti ha vissuto le sue ultime ore Kafka e guarda anche le
crepe sui muri in questa luce. Altri luoghi si chiudono in un opaco segreto e l'incontro fallisce; pure il viaggio, come ogni avventura, è esposto alla sconfitta e all'aridità. Ciò avviene perché il viaggiatore - per ignoranza, per superbia, per accidia - non trova la chiave per entrare in quel mondo, il vocabolario e la grammatica per capire quella lingua e decifrare quella cultura. Lo status viatoris che il pensiero religioso attribuisce all'uomo implica pure questa fragilità,
quest'alternanza di gloria e di caduta, la capacità di salvezza unita all'esposizione allo scacco e alla colpa.
Ci sono luoghi che affascinano perché sembrano radicalmente diversi e altri che incantano perché, già la prima volta, risultano familiari, quasi un luogo natio. Conoscere è spesso, platonicamente, riconoscere, è l'emergere di qualcosa magari ignorato sino a quell'attimo ma accolto come proprio. Per vedere un luogo occorre rivederlo. Il noto e il familiare, continuamente riscoperti e arricchiti,
sono la premessa dell'incontro, della seduzione e dell'avventura; la ventesima o centesima volta in cui si parla con un amico o si fa all'amore con una persona amata sono infinitamente più intense della prima. Ciò vale pure per i luoghi; il viaggio più affascinante è un ritorno, un'odissea, e i luoghi del percorso consueto, i microcosmi quotidiani attraversati da tanti anni, sono una sfida ulissiaca.
"Perché cavalcate per queste terre?” chiede, nella famosa ballata di Rilke, l'alfiere al marchese che procede al suo fianco. "Per ritornare” risponde l'altro.
Claudio Magris, L'infinito viaggiare, Oscar Mondadori, 2005


lunedì 2 novembre 2015

Fulvio Tomizza a Trieste

« La mano mi trema come in quel lontano mattino di Pasqua, quando mio padre occupato con le due messe e la benedizione delle uova mandò me, sui dodici anni, a versare l'acquasanta nei quattro cantoni della parrocchia per preservarla dalla grandine estiva. Nella boccetta dell'acqua, battezzata il giorno avanti nella tinozza ai piedi della fonte, aveva aggiunto una lacrima del cero pasquale, un pezzetto di ostia rimasta pane in sagrestia, un filo d'oro strappato al piviale e uno d'argento caduto dalla pianeta. Continuavo a tremare mentre lui in calzoni, coi mustacchi gialli riconsacrava, e per me profanava, l'acqua con la quale ci si segna in fronte. »
(Fulvio Tomizza, Incipit de La miglior vita1977)
Niente di meglio che seguire questo itinerario tomizziano che trovate qui .


domenica 1 novembre 2015

Saba a Trieste

Ho attraversato tutta la città.
Poi ho salita un'erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.

Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un'aria strana, un'aria tormentosa,
l'aria natia.

La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.

Ho attraversato tutta la città,
poi ho percorso una strada in salita,
dapprima affollata, più in là deserta,
che terminava con un piccolo muro:
un cantuccio dove mi siedo,
solo; e mi sembra che nel punto in cui esso finisce,
finisca anche la città.

Trieste ha una sua grazia
scontrosa. Se piace,
è come un ragazzaccio rozzo e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
venato di gelosia.

Da questa salita scopro ogni sua chiesa, ogni sua strada,
se conduce alla spiaggia affollata
o alla collina sulla cui cima rocciosa si
accampa una casa, l’ultima.

Ogni cosa
è circondata
da un’aria strana, tormentosa,
l’aria del paese natio.

La mia città, che è viva in ogni parte, mi
riserva un cantuccio, fatto a posta per me,
per la mia vita meditabonda e solitaria.



Commento. Trieste città di grandi incontri e di grandi solitudini.

Tram Opicina-Trieste

Un consiglio. Arrivare a Trieste dal monte, prendendo il tram che da Opicina scende a Trieste. Si arriva in centro a Trieste (Piazza Oberdan) e ogni mezz'ora si può torna su. Una variante da fare (soprattutto in caso di vento) è fermarsi all'obelisco e prendere (a piedi) la bellissima passeggiata Napoleonica che ci mostra Trieste ed il suo golfo dall'alto (e al riparo dalla Bora).




sabato 31 ottobre 2015

Incontri letterari a Trieste


Passeggiando per Trieste si possono avere dei veri e propri "incontri letterari". La trovata (certamente non originale) di mettere le statue di scrittori lungo le strade della città è un pretesto (riuscito) per dire una cosa molto semplice: la loro opera è presente ancora oggi nella cultura della città. E così al porto canale si può incontrare James Joyce che ha vissuto 9 anni a Trieste a partire dal 1905. Insegnava inglese alla Berlitz School di via San Nicolò ed insegnò l'inglese a Italo Svevo e sua moglie con lezioni private alla sua villa Veneziani. Anche quello fu un incontro letterario: Joyce aveva confidato a Svevo di essere uno scrittore e di avere già al suo attivo alcune pubblicazioni (Chamber Music del 1907, un romanzo, A Portrait of the Artist as a Young Man (o Dedalus) e i racconti Dubliners), mentre Svevo (sconsolato) aveva risposto di aver tentato anche lui la via della scrittura, ma con scarsi risultati (aveva scritto "solo" Una vita e Senilità)...

Joyce scrive a Trieste la sua raccolta poetica Musica da camera

Amata, di quella si dolce prigionia (Musica da camera xxii)

Amata, di quella si dolce prigionia
La mia anima è lieta...
Tenere braccia che inducono alla resa
E voglion esser strette.
Sempre così mi trattenessero,
Felice prigioniero sarei!

Amata, quella notte mi tenta
Che, nel tremante viluppo delle braccia,
In alcun modo gli allarmi
Possano turbarci ma il sonno
A più sognante sonno si sposi e l'anima
Con l'anima giaccia prigioniera.

James Joyce

Da Una vita di Italo Svevo

Non aveva pensato mai al suicidio che col giudizio alterato dalle idee altrui. Ora lo accettava non rassegnato ma giocondo. La liberazione! Si rammentava che fino a poco prima aveva pensato altrimenti e volle calmarsi, vedere se quel sentimento giocondo che lo trascinava alla morte non fosse un prodotto della febbre da cui poteva essere posseduto. No! Egli ragionava calmo! Schierava dinanzi alla mente tutti gli argomenti contro al suicidio, da quelli morali dei predicatori a quelli dei filosofi più moderni; lo facevano sorridere! Non erano argomenti ma desiderî, il desiderio di vivere.
Egli invece si sentiva incapace alla vita. Qualche cosa, che di spesso aveva inutilmente cercato di comprendere, gliela rendeva dolorosa, insopportabile. Non sapeva amare e non godere; nelle migliori circostanze aveva sofferto più che altri nelle più dolorose. L’abbandonava senza rimpianto. Era la via per divenire superiore ai sospetti e agli odii. Quella era la rinunzia ch’egli aveva sognata. Bisognava distruggere quell’organismo che non conosceva la pace; vivo avrebbe continuato a trascinarlo nella lotta perché era fatto a quello scopo.





martedì 29 settembre 2015

La cornacchia innamorata del cacciatore

C'era una volta un corvo innamorato da far pietà
di una cornacchia bella che viveva nel Canadà,
ma la cornacchia bella se ne rideva di tale amor
perché era innamorata di Cecchino il cacciator.

Oh! bella, bella, bella, la storiella del cacciatore
che si mise a far l'amore con la cornacchia del Canadà
e bella, bella, bella, ragazzini venite quà
vi canterò la storia della cornacchia del Canadà

E la cornacchia un giorno se ne stava sopra un pino
e il corvo giù da basso gli strizzava l'occhiolino,
ma la cornacchia bella se ne rideva di tale amor
perché era innamorata di Cecchino il cacciator

Oh! bella, bella, bella, la storiella del cacciatore
che si mise a far l'amore con la cornacchia del Canadà
e bella, bella, bella, ragazzini venite quà
vi canterò la storia della cornacchia del Canadà

Il dì del matrimonio era bello e combinato
e la cornacchia bella se ne stava in mezzo al prato
e con il cavallino il Cecchino di là passò
per il corvo la scambiò e con un colpo l'ammazzò.

Oh! bella, bella, bella, la storiella del cacciatore
che si mise a far l'amore con la cornacchia del Canadà
e bella, bella, bella, ragazzini venite quà
vi canterò la storia della cornacchia del Canadà.
Il dì del funerale il corvo era sì malato
era morto l'ideale per il quale avea sognato.
Andò dal cacciatore, il fucile si puntò
e una palla dentro il cuore, sospirando, si cacciò.
Oh! bella, bella, bella, la storiella del cacciatore
che si mise a far l'amore con la cornacchia del Canadà
e bella, bella, bella, ragazzini venite quà
vi canterò la storia della cornacchia del Canadà.

domenica 27 settembre 2015

La gola

"La golaccia" di Gioacchino Belli

Quann’io vedo la ggente de sto Monno,
che ppiú ammucchia tesori e ppiú ss’ingrassa,
piú2 ha ffame de ricchezze, e vvò una cassa
compaggna ar mare, che nun abbi fonno,
              
5
     dico: oh mmandra de scechi, ammassa, ammassa,
sturba li ggiorni tui, pèrdesce er zonno,
trafica, impiccia: eppoi? Viè ssiggnor Nonno
cor farcione e tte stronca la matassa.
             
     La morte sta anniscosta in ne l’orloggi;
10e ggnisuno pò ddí: ddomani ancora
sentirò bbatte er mezzoggiorno d’oggi.
             
     Cosa fa er pellegrino poverello
ne l’intraprenne un viaggio de quarc’ora?
Porta un pezzo de pane, e abbasta quello.

27 ottobre 1834


domenica 20 settembre 2015

Peccati capitali: l'ira. E lascatemi divertire di Aldo Palazzeschi

Tri, tri tri
L'ira, Giotto
Fru fru fru,
uhi uhi uhi,
ihu ihu, ihu.

Il poeta si diverte,
pazzamente,
smisuratamente.

Non lo state a insolentire,
lasciatelo divertire
poveretto,
queste piccole corbellerie
sono il suo diletto.

Cucù rurù,
rurù cucù,
cuccuccurucù!

Cosa sono queste indecenze?
Queste strofe bisbetiche?
Licenze, licenze,
licenze poetiche,
Sono la mia passione.

Farafarafarafa,
Tarataratarata,
Paraparaparapa,
Laralaralarala!

Sapete cosa sono?
Sono robe avanzate,
non sono grullerie,
sono la... spazzatura
delle altre poesie,

Bubububu,
fufufufu,
Friù!
Friù!

Se d’un qualunque nesso
son prive,
perché le scrive
quel fesso?

Bilobilobiobilobilo
blum!
Filofilofilofilofilo
flum!

Bilolù. Filolù,
U.

Non è vero che non voglion dire,
vogliono dire qualcosa.
Voglion dire...
come quando uno si mette a cantare
senza saper le parole.
Una cosa molto volgare.
Ebbene, così mi piace di fare.

Aaaaa!
Eeeee!
liii!
Qoooo!
Uuuuu!
A! E! I! O! U!
Ma giovinotto,
diteci un poco una cosa,
non è la vostra una posa,
di voler con cosi poco
tenere alimentato
un sì gran foco?

Huisc... Huiusc...
Huisciu... sciu sciu,
Sciukoku... Koku koku,
Sciu
ko
ku.

Come si deve fare a capire?
Avete delle belle pretese,
sembra ormai che scriviate
in giapponese,

Abi, alì, alarì.
Riririri!
Ri.

Lasciate pure che si sbizzarrisca,
anzi, è bene che non lo finisca,
il divertimento gli costerà caro:
gli daranno del somaro.

Labala
falala
falala
eppoi lala...

e lala, lalalalala lalala.

Certo è un azzardo un po’ forte
scrivere delle cose così,
che ci son professori, oggidì,
a tutte le porte.

Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!

Infine,
io ho pienamente ragione,
i tempi sono cambiati,
gli uomini non domandano più nulla
dai poeti:
e lasciatemi divertire!

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-30080eff-741e-482b-8c2c-500c682e828b.html

mercoledì 9 settembre 2015

Concerti "storici"

Ho avuto la fortuna di sentire dal vivo Frank Zappa al Velodromo Vigorelli di Milano il 9 settembre 1974. Grande concerto con una percussionista (polistrumentista) a dir poco fantastica Ruth Underwood. I musicisti sul palco erano questi (non ne sono sicurissimo): Frank Zappa, Ruth Underwood, Napoleon Murphy Brock, Chester Thompson, Tom Fowler and George Duke.
La "scaletta" era questa: 

Tush Tush Tush
Stink‐Foot
Inca Roads
Florentine Pogen
Approximate / One-Shot riff
Cosmik Debris
RDNZL
Village of the Sun
Echidna's Arf (Of You)
Don't You Ever Wash That Thing?
(with "Holiday in Berlin" snippet)
Penguin in Bondage
T'Mershi Duween
The Dog Breath Variations
Uncle Meat
(The Mothers of Invention song)
Pygmy Twylyte
Dummy Up
Room Service
(with "T'Mershi Duween" snippet)
Tush Tush Tush
Camarillo Brillo


https://youtu.be/YiQIXsGCBq0

Road Tapes #2 Finlandia Hall Helsinki Finland 23, 24 August 1973
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martedì 1 settembre 2015

Recensioni. Il racconto dei racconti di Matteo Garrone

Il racconto dei racconti - Tale of Tales è un film a episodi del 2015 co-scritto, co-prodotto e diretto da Matteo Garrone, al suo primo film in lingua inglese.



La pellicola è l'adattamento cinematografico della raccolta di fiabe Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, pubblicata postuma tra il 1634 ed il 1636.

Recensione. Dunque il solo fatto che Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile sia prodotto in lingua inglese mi fa pensare ad un piatto di spaghetti conditi con il ketchup. Ma supero il pregiudizio iniziale e vedo il film. 
L'atmosfera, malgrado il film parli di fiabe, pare subito iper-realista: sarà la regina che mangia il cuore (quasi crudo) del drago marino, sarà la pulce gigante nutrita da sangue del Re annoiato o le due vecchie che ingannano il Principe facendogli vedere un solo dito, tutto acquista un'aria troppo reale. 
Non per altro le scene sono girate effettivamente in luoghi meravigliosi: nel Lazio (a Palazzo Chigi di Ariccia e Acquapendente) tra Napoli (tra cui il Palazzo Reale), Toscana (Vie Cave tra Sovana e Sorano, nel Castello di Sammezzano di Reggello e nel Palazzo Vecchio di Firenze), Puglia (a Castel del Monte, Gioia del Colle, Mottola e Statte), Sicilia (nel Castello di Donnafugata e nelle Gole dell'Alcantara) ed Abruzzo (nel castello di Roccascalegna). Pare uno spot pubblicitario per un tour operator statunitense o nipponico.
Le tre fiabe scelte sono La cerva fatata, La pulce e La vecchia scorticata.
Lontane mille miglia le atmosfere del Decameron di Pier Paolo Pasolini che fece un'operazione inversa traducendo i testi di Boccaccio in dialetto di Napoli. L'equivoco, che qualcuno dovrà spiegare a questi contabili del "mercato" mondiale dei film, è che un linguaggio "internazionale" non necessariamente attira folle ai botteghini. Il linguaggio universale è la stessa fiaba che usa canoni codificati riconoscibili da tutte le culture. E questo doveva bastare.
Sacrificare l'iperbolico dialetto del Basile alle logiche del mercato statunitense è perdere di vista una grande opportunità per fare un prodotto omogeneizzato (che garantisce standard di qualità, per carità), ma insipido.   


...fa’ pigliare lo core de no drago marino e fallo cocinare da na zitella zita, la quale, a l’adore schitto de chella pignata, deventarrà essa perzì co la panza ‘ntorzata; e, cuotto che sarrà sto core, dallo a manciare a la regina, che vedarrai subbeto che scirrà prena comme si fosse de nove mise... 
da La Cerva Fatata

domenica 30 agosto 2015

Racconto. Grillo e uccellino tra i santi

Grillo e uccellino tra i santi


Si fermava incantato di fronte alla vecchia tavola affrescata che si trovava in fondo alla chiesa e il prete , vedendolo così assorto, aveva subito pensato che quel ragazzino aveva una grande venerazione per la Madonna. Ma non era così.

Pierino si infilava in chiesa il pomeriggio, quando non c'era nessuno in giro per il paese e sapeva che il portoncino sul lato verso la canonica rimaneva aperto. Era l'accesso più controllato sia dalla casa del prete che dal piccolo negozio di cooperativa che stava proprio lì davanti. Non è che ci fossero dei gran tesori da rubare in chiesa, non c'era rimasto molto: qualche stendardo da processione appeso in pesanti bacheche a quattro metri d'altezza, due croste dell'800 raffiguranti l'una il miracolo di San Mauro che cammina sulle acque per salvare un confratello e l'altra San Carlo benedicente. Niente di che. Gli ori del tabernacolo erano tutti nuovi di zecca (quelli più antichi li aveva ritirati il parroco in sagrestia per sicurezza) ed i reliquiari con i santi a mezzo busto in argento erano troppo ingombranti e non trovavano posto sull'altare già ingombro di altre suppellettili.

Le acquasantiere, i marmi policromi dell'altare, il pulpito in legno e il fonte battesimale della vecchia chiesa erano stati trafugati durante la sua demolizione, negli anni '60, quando il parroco si era fatto convincere da un capomastro che il cemento armato era molto meglio dei mattoni e la chiesa del '700, che ornava con la sua proporzione e grazia la piccola piazza davanti al municipio, in quattro e quattr'otto era stata rasa al suolo. Quando poi si erano messi di buona lena a far su la famosa “chiesa armata”, avevano dimenticato tutte le proporzioni e messo su un parallelepipedo che sovrastava di gran lunga tutte le case del piccolo paese ed un campanile che si poteva vedere dalla Madonnina di Milano...

Il paese spariva schiacciato sotto quella inutile dimostrazione di potenza.

Ma queste erano storie vecchie ormai, ma , come si sa, le disgrazie non vengono mai sole ed allora ci si era affrettati a demolire il Municipio e poi il cortile davanti alla chiesa per far posto a due altre costruzioni caratteristiche degli anni del boom economico e di uno squallore imbattibile. Insomma la modernità avanzava anche nel piccolo paese del contado milanese.



Pierino intanto si intrufolava in chiesa e si metteva devoto davanti alla pala antica e sgranava gli occhi scrutando ogni particolare. C’era raffigura la Madonna col Bambino ed intorno San Pietro con le chiavi, Santa Caterina d’Alessandria che aveva ai piedi la ruota dentata usata per il suo terribile martirio, c’era Sant’Ambrogio (il fustigatore) con la sua verga in mano e un Sant’Agostino benedicente con il suo bel bastone pastorale. Pierino osservava tutto, ma la sua attenzione era catturata dai particolari: ai piedi dei santi c’erano due maustar salvodighi, una pianta di speronella che tanto odiavano i contadini da non dargli nemmeno un nome in dialetto (per loro era semplicemente arba mota). Poi c'era ai piedi dei santi una esile margherita e un grillo, si proprio un grillo e, ritto sulla mano del Bambin Gesù, il pittore aveva raffigurato un bel pettirosso che si stagliava sulla camicia rossa della Madonna. A Pierino non gliene fregava niente dei simboli di quella tavola, non capiva nemmeno quella ruota dentata: a lui sembrava un gioco, non capiva bene come potesse funzionare: per lui era molto simile alle micidiali armi degli ufo-robot d'acciaio. Quel pettirosso era un simpaticone e lui invidiava il Bambino Gesù che era riuscito a farlo salire sul suo dito con tanta naturalezza e gli pareva di vederlo persino muovere velocemente la testa intorno per scrutare cosa succedesse. Lui non era mai riuscito ad avvicinarsi a meno di 10 passi a quegli uccelli, forse anche perché col suo spéasoss non li lasciava mai tranquilli.

Pierino era stupito della bravura di questo pittore che non solo sapeva dipingere i suoi simili, ma si perdeva a raffigurare cose di nessun conto come fiori e piante e persino quel grillo simpatico che non si spaventava nemmeno stando ai piedi di un poderoso Sant’Ambrogio con quella verga che non era per niente rassicurante.

Ma a Pierino incuriosiva di più sapere perché quel pittore avesse messo tutti quei particolari sotto i santi. Doveva riempire la tavola? Non sapeva più cosa mettere ed aveva incaricato qualche suo giovane allievo di arricchire la raffigurazione? Guardando bene i volti dei santi anche Pierino aveva capito che qualcuno era fatto meglio degli altri: Santa Caterina era proprio bella con quella corona, un volto dolce e una boccuccia deliziosa. Anche Sant’Ambrogio aveva uno sguardo tenero verso il Bambino e la sua folta barba bianca era rassicurante; la verga che teneva in mano non alzata come per colpire, ma abbassata sembrava più uno scettro che un'arma. Sant’Agostino era più sfumato, un po’ sforzato in quel gesto di benedizione. Poi la Madonna ed il Bambino al centro del quadro: la Madonna con un gran seno pieno, era proprio una mamma somigliante alle balie del paese ed il Bambino tutto compreso per la meraviglia di quell'uccellino sul suo dito.


G.G. © 04/06/11

venerdì 28 agosto 2015

Que reste-t-il de nos amours



Que reste-t-il de nos amours
Ce soir le vent qui frappe à ma porte
Me parle des amours mortes
Devant le feu qui s' éteint
Ce soir c'est une chanson d' automne
Dans la maison qui frissonne
Et je pense aux jours lointains


Que reste-t-il de nos amours 
Que reste-t-il de ces beaux jours
Che resta di quei bei giorni
Une photo, vieille photo
Una foto, una vecchia foto
De ma jeunesse
Della mia giovinezza
Que reste-t-il des billets doux
Che resta dei dolci biglietti
Des mois d' avril, des rendez-vous
Dei mesi d’aprile, degli incontri
Un souvenir qui me poursuit
Un ricordo che mi perseguita
Sans cesse
Senza fine

Bonheur fané, cheveux au vent
Baisers volés, rêves mouvants
Que reste-t-il de tout cela
Dites-le-moi

Un petit village, un vieux clocher
Un paysage si bien caché
Et dans un nuage le cher visage
De mon passé

Les mots les mots tendres qu'on murmure
Les caresses les plus pures
Les serments au fond des bois
Les fleurs qu'on retrouve dans un livre
Dont le parfum vous enivre
Se sont envolés pourquoi?

(Parole: Charles Trenet. Musica: Léo Chauliac  - 1942)

Pensierino. No, il profumo (a volte) rimane...