lunedì 22 giugno 2015

Vorrei esprimermi in maniera degna, ma ...

Vincenzo entra esitante. È come schiacciato dal lusso. Dopo pochi passi si ferma intimidito dallo sguardo scrutatore del Signore, al quale lui non sa dare una precisa definizione, per la continua e confusa sovrapposizione che avviene nella sua mente fra i personaggi che abitavano il paese della sua infanzia e le figure che, secondo la tua ingenua fantasia, popolano il Paradiso.

De Pretore Sono veramente confuso, Signore... Vorrei esprimermi in maniera degna, ma un po' me ne manca il coraggio, e un po' la preparazione... Se fossi morto di malattia... Una di quelle malattie lunghe, che ti danno il tempo di sistemare i fatti tuoi, quattro parole, pulite pulite le avrei messe insieme anch'io, magari me le sarei fatte scrivere da qualcuno che ci sa fare e le avrei imparate a memoria per non fare la figura meschina che sto facendo, ma mi hanno ucciso cosi repentinamente che sono morto e nemmeno me ne sono accorto...
Signore Non importa. Qui le forme convenzionali non contano.
De Pretore Ma vogliamo scherzare? Posso mai pensare di ottenere da voi le stesse agevolazioni che ottengono quelli che si presentano con una bella parlantina, svelta svelta?
Signore E secondo te io mi lascerei infinocchiare?
De Pretore No. Ma con quattro parole bene azzeccate si guadagna la simpatia di chiunque.
Signore Beh, meglio un uomo simpatico che uno antipatico. E tu pretendi di rimanere in Paradiso?
De Pretore San Giuseppe ve l'ha detto. Anzi, mi dispiace di quell'incidente che c'è stato fra voi due per colpa mia. Siate indulgente... Non ve ne pentirete. In fondo sono un buon ragazzo e posso esservi utile in tante cose. So fare di tutto : ho vissuto sempre da solo e ho dovuto arrangiarmi alla meglio. So cucinare gli spaghetti, faccio un sugo! Se avete degli oggetti da vendere, oggetti smessi di cui vi volete disfare, ci penso io! Riuscivo a vendere certi tagli di stoffa scadente per stoffa inglese di prima qualità! Ho fatto pure il barbiere... schiaccio le noci col piede scalzo... canto le canzonette... suono la chitarra... (Traendo dall'involto che ha portato con sé un mazzo di carte, lo porge al Signore, invitante) Scegliete una carta...
Signore Tu ti chiami Vincenzo.
De Pretore Sì.
Signore E di cognome?
De Pretore De Pretore.
Signore Tuo padre?
De Pretore (abbassa gli occhi umiliato. Dopo una lunghissima pausa confessa) De Pretore... era il cognome di mia madre. Sono di padre ignoto.
Signore Che significa: ignoto?
De Pretore Non lo capisco nemmeno io. È un modo per indicare un figlio avuto da una donna che non sia la propria moglie legale. E’ uno sbaglio, secondo me. Perché un padre deve esistere per tutti. In nessun campo la parola « ignoto » dovrebbe trovare la sua applicazione. Di veramente ignoto non esiste niente. Chi cerca trova. La televisione, vent'anni fa, non esisteva. E la bomba atomica? Chi la conosceva. Per questi figli particolari si dovrebbe dire: « Figlio di un padre che si è nascosto per non andare in galera ».
Signore Sarebbe un po' prolisso.
De Pretore Lo credo anch'io. Ma non pensa lei che la ver¬sione più breve incida un po' troppo sulla reputazione dei figli, mentre i padri con la scusa della brevità, riescono a conservare la loro illibata e pulita pulita?
Signore Già.
De Pretore Ognuno poi si difende come può. C'è chi, ragazzo, riesce a farsi riconoscere da un padre falso, per esempio. E tante mamme che, per non mettere al mondo degli infelici...
Signore Che fanno?
De Pretore Se ne liberano. Lei forse mi può togliere una curiosità. Sa, è un problema che mi ha sempre interessato... Tutte queste creature che non riescono ad affacciarsi nel mondo... queste, diciamo... mezze creature, dove finiscono?
Signore (commosso) Qua, in casa mia. (Rivolgendosi a Ciro) È vero, dottore?
Ciro (anche lui commosso) Sì. Faccio quello che posso. Ma sono in tanti che non faccio in tempo a curarli. Vorrei tanto met¬terli alla pari con gli altri angeli... con ritrovati moderni, unguenti speciali... Cospargo loro le spalle di oli e di balsami... ma sono tutti palliativi... Due aluzze embrionali sono riuscito ad ot¬tenere per loro...
Signore Non importa. Non saranno in grado di spiccare il volo. Ma io sono molto paziente, e ho molto tempo da dedicare a loro. Li porto a passeggio, rincorrono le farfalle... I miei possedimenti sono immensi e pieni di tante meraviglie che solo queste « mezze creature » riescono a vedere... E poi la mia tavola è grande e può accogliere tutti. (A Vincenzo) E tu sei stato ladro?
De Pretore Se avessi avuto un padre che m'avesse mandato a scuola... Non so scrivere... leggo appena... Lei capisce, Signore,... ho fatto il ladro per vivere. E tanti come me finiscono per fare i ladri.
Signore (con una decisione improvvisa) Ascoltatemi bene tutti.

I servi si fanno attenti.

De Pretore Vincenzo rimarrà in casa mia. Andate tutti a letto. Domattina all'alba ognuno di voi spiegherà a questo ragazzo come dovrà comportarsi in Paradiso. Mi spiego? È giusto?

Tutti i servi condividono l'affermazione del Signore e riprendono con lena le loro faccende, commentando l'avvenimento con le ultime parole di lui.

Tutti Mi spiego? È giusto?

Piano piano il « mi spiego, è giusto », ripetuto in coro diventa ritmato e scandito. Il commento musicale sottolinea le voci, producendo nell'insieme l'effetto di un maglio che batte ossessivo.

Mutazione a vista.

Pensierino. Una delle commedie più surreali di Eduardo de Filippo scritta mentre metteva in scena Questi fantasmi a Parigi.



giovedì 18 giugno 2015

Il lettore smemorato

Aveva ormai capito, con un certo disappunto, che non ricordava nulla di quanto leggeva. Capiva le parole, seguiva le trame ed i ragionamenti, si immaginava personaggi e situazioni, poteva descriversi mentalmente anche paesaggi e particolari trascurabili, ma , passato un giorno, tutto svaniva come avvolto da una nebbia lattiginosa.
Se n'era fatta una ragione, quasi subito, anche se non bastava a sedare il suo disappunto. 
La ragione era semplice: nel suo cervello non ci stavano tutte quelle storie. Era un cervello piccolo ? Forse. Lo immaginava come un HD: alla fine anche se c'era qualche tera di memoria (aveva esagerato per un mal celato amor proprio), qualcosa doveva rimanere fuori.
Lo indispettiva però la scelta, assolutamente arbitraria, che il cervello faceva di ciò che si doveva scartare: si perché ricordava perfettamente cose assolutamente insignificanti tipo il nome dei sette Nani o le parole della canzone Gianna Gianna, ma aveva scodato, praticamente subito, quel ultimo racconto di Truman Capote che gli era piaciuto tanto e che aveva letto (solo) la sera prima. Si vabbè Capote non è il massimo della linearità nei suoi racconti in cui accumula situazioni e personaggi, punti di vista diversi e situazioni, allucinazioni e tic, ma anche lui aveva finito per confondere il cane di Alice Severn (Fred) con suo marito (Arthur). Gli sembrava imperdonabile dimenticare Vincent (il ragazzo che lavoro nella galleria del signor Garland) e D.J. la misteriosa ragazza dall'impermeabile verde che lo seguiva sempre.  Ecco , proprio questa ragazza (D.J.) che pareva vivere in un mondo tutto suo, impenetrabile ai più, era l'archetipo di questo suo stato d'animo: era come se vivesse in un'altra dimensione e le storie del suo Falco senza testa  attraversavano tante storie compresa quella del suo, temporaneo, amante Vincent. Ma era proprio Vincent che amava ?
L'unica cosa che non gli sarebbe piaciuto fare, malgrado questa inguaribile smemoratezza, era quella di sbattere fuori casa D.J. con le sue storie e chiudere la porta.


giovedì 11 giugno 2015

Amore per cani

Truman Capote, La forma delle cose, Garzanti, 2013
L'occasione (1950)


«... Ma dica, mia cara, che novità ci sono a Greenwich?››
«A Greenwich?›› chiese l'altra, sbattendo le ciglia come se la luce improvvisa avesse inondato la stanza. «Non ne ho idea. Non siamo rimasti laggiù a lungo, più o meno sei mesi.››
«Oh?» fece la signora Chase. «Vede come sono rimasta indietro. E adesso dove abitate, cara?››
Alice Severn alzò una delle sue mani ossute e goffe e la sventolò in direzione della finestra. «Là fuori››, disse con un espressione peculiare. La sua voce era chiara, ma con una qualità esausta, come se le stesse venendo il raffreddore. «In città, voglio dire. Ma non ci piace molto, soprattutto a Fred.››
Con la più lieve delle inflessioni interrogative la signora Chase disse: «Fred?››. Ricordava perfettamente che il marito della sua ospite si chiamava Arthur.
«Sì, Fred: il mio cane, un setter irlandese, credo l'abbia visto. E abituato ad avere più spazio, e l'appartamento è così piccolo, in realtà una sola stanza.››
Dovevano attraversare un periodo davvero difficile, i Severn, se erano ridotti a vivere tutti quanti in una stanza sola.
Pur essendo molto curiosa, la signora Chase si controllò e non fece altre domande. Assaggiò il suo sherry e disse: «Ma certo che ricordo il vostro cane, e anche i bambini, rivedo ancora le testoline rosse di tutti e tre affacciate al finestrino della vostra station wagon.››
«I miei figli non hanno i capelli rossi. Sono biondi, come Arthur.››
La correzione fu fatta con una tale mancanza di umorismo da suscitare nella signora Chase un risatina piccata. «E Arthur come sta?›› chiese ancora, preparandosi ad alzarsi per fare strada all'ospite in sala da pranzo. Ma la risposta di Alice Severn la fece sedere di nuovo. Formulata senza alcun mutamento; nel tono placidamente disadorno della voce, era composta da un'unica parola: «Ingrassato››.
«Ingrassato››, ripeté un attimo dopo. «L'ultima volta che l'ho visto, credo sia stato una settimana fa, stava attraversando la strada e camminava ondeggiando un po”, come un papero. Se mi avesse visto sarei stata costretta a ridere, ci teneva così tanto alla sua figura.›› »
La signora Chase si sfiorò le labbra con un dito. «Lei e Arthur, separati? Ma è semplicemente straordinario.››

Un altro cane. Un amico mi racconta un piccolo episodio familiare. Lui sta sul divano a vedere la televisione mentre lei è a letto a leggere. Le due stanze stanno una nella parte opposta dell'altra nella casa.
Lei «Vieni, amore...››
Lui «Stai parlando col cane, cara? Vero?››
Dalla camera arriva una risata.
(Per la cronaca i due amici hanno tre Jack Russell Terrier deliziosi.)

martedì 2 giugno 2015

Notturno di Gabriele d'Annunzio

Le mura di Pescara, l′arco di mattone, la chiesa screpolata, la piazza coi suoi alberi patiti, l′angolo della mia casa negletta.
È la piccola patria. È sensibile qua e là come la mia pelle. Si ghiaccia in me, si scalda in me. Quel che è vecchio mi tocca, quel che è nuovo mi repugna. La mia angoscia porta tutta la sua gente e tutte le sue età.
La mia porta mi sembra più piccola. L′androne è umido e tacito come una cripta senza reliquie. Vacillo sul primo gradino della scala. Ho spavento del silenzio. Ho paura di vedere lassù le mie sorelle col capo velato. Un ragnatelo trema nell′inferriata che dà su la corte. Odo chiocciare. Odo stridere la carrucola del pozzo. Il passato mi piomba addosso col rombo delle valanghe; mi curva, mi calca. Soffro la mia casa fino al tetto, fino al colmigno, come se le avessi fatto le travature con le mie ossa, come se l′avessi scialbata col mio pallore.
Non c′è nessuno in cima alla scala. Comprendo. Quel silenzio è pietà e pudore. La sventura è su la seconda soglia, e sola mi accompagna per mano.
La prima stanza è deserta. La felicità d′una volta non vi lasciò se non coltelli affilati per dilaniarmi.
La seconda stanza è deserta. Ci sono i libri della mia puerizia e della mia adolescenza. C′è il leggìo musicale del mio fratello emigrato. C′è il ritratto di mio padre fanciullo col cardellino posato su l′indice teso.
Ho vissuto tant′anni nella dimenticanza di queste cose; e queste cose possono rivivere così terribilmente in me?
Nella terza stanza c′è il mio letto bianco; c′è il vecchio armadio dipinto, con i suoi specchi appannati e maculati; c′è l′inginocchiatoio di noce dove mi sedevo in corruccio e rimanevo ammutolito, con una ostinazione selvaggia, per non confessare che mi sentivo male.
Le ginocchia mi si rompono; e le pareti mi prendono, mi vincolano a loro, mi girano, come una ruota di tortura.
Nella quarta stanza c′è il piccolo Gesù di cera dentro la sua custodia di cristallo; c′è la Madonna dalle sette spade; ci sono le imagini dei santi e le reliquie raccolte dalla sorella di mio padre santamente morta ; e ci sono le mie prime preghiere, quelle del mattino così dolci, quelle della sera ancora più dolci, che per rientrare nel mio cuore mi sfondano il petto come se fossero divenute le armi dell′angelo implacabile.
Tre gradini salgono alla quinta stanza, come tre gradini d′altare.
È piena d′ombra, sotto la volta arcuata. Rimbomba. Il cuore batte le mura con l′urto cieco del destino. Il vasto letto la occupa, dove fui concepito e generato. Credo di udire dentro di me le grida di mia madre che, quando nacqui, non penetrarono le mie orecchie sigillate. L′odore indefinibile della malattia mi soffoca. Una mano mi tocca e mi fa trasalire. Una mano fredda mi piglia e mi trae verso la stanza sesta.
E la sesta stazione: il sudario della Veronica.
Una voce piana dice: « È là.» Mi agghiaccia. La riconosco. È quella della serva ammirabile, della creatura fedele, nata dalle nostre glebe, allevata nella nostra casa, chiamata Maria. « È là. »
È mia madre?
Una povera povera cosa curva, una cosa informe, una cosa di miseria e di pena, abbassata, umiliata, perduta.
È mia madre?
Mi trascino ai suoi piedi, striscio sul pavimento. Sono vuoto di tutto, fuorché del terrore. Alzo la testa spasimando came se mi si spezzasse una vertebra nel collo. Alzo la testa e guardo.
Guardo quel viso.
Bisognava che la sorte mi accecasse prima.

Commento. Tante soglie da attraversare, la seconda è sventurata.