martedì 14 luglio 2015

Peccati capitali: l'accidia

Leggo sul dizionario etimologico che l'accidia deriverebbe dal greco: akedia, composto da a privativo e kedos cura. Ma "non aver cura" di che? Sarebbe un'inerzia o pigrizia che in particolare, nel lessico religioso, diventerebbe negligenza nel far del bene.
Dunque...
L'accidia non è una pigrizia generica: è il disinteresse indifferente verso l'azione, in particolare verso un'azione migliorativa, benefica, l'esilio dell'iniziativa e, quindi, della crescita. L'etimo ci mette in luce questo fenomeno come una mancanza di cura, perciò un vuoto di moto curioso.
Se questa è la definizione (le disquisizioni filosofiche con variegate sfumature in questa sede non ci interessano), il mondo sta sprofondando nell'accidia.
Pare che ci sia una gara non solo a non fare nulla di buono, ma a scoraggiare chi, pervicacemente, cerca di fare qualcosa in questa direzione. L'argomento "principe" che si usa per questa operazione di sottile dissuasione è semplice e persuasivo: "tu fai questo solo per tuo tornaconto personale", "non vuoi il bene per tutti, ma il tuo bene". Parte dunque questo tarlo insidioso da una sostanziale sfiducia nell'altro, una diffidenza che pervade ogni rapporto, minando la convivenza.
Chi è abituato a vivere in ambiti politici locali o persino in associazioni di volontariato di varia finalità, può constatare i danni che ha fatto questo tarlo dell'accidia.
Spero sia solo un "ciclo" destinato ad esaurirsi, ma non vedo ancora come se ne possa uscire.

I Vizi Capitali Giotto, Cappella degli Scrovegni (Padova)


    

lunedì 6 luglio 2015

Peccati capitali: l'invidia

Giotto di Bondone
L'invidia
Cappella degli Scrovegni
Padova
L'invidia oltre ad essere uno dei peccati capitali è una malattia inguaribile per chi la prova. Non parlo dell'invidia fasulla di cui parlava un politico di cui non ricordo nemmeno più il nome. Quella, per intenderci, che muoverebbe "l'odio di classe", uno delle peggiori pesti del '900 (sempre secondo quel politico di cui continuo a non ricordare il nome).  L'invidia è pianta con numerose e tentacolari radici: non si ferma alla ricchezza (anche se questa è una delle principali molle nella società mercificata), ma invade la sfera affettiva, dilaga nel lavoro e nella politica, non risparmia la famiglia e le amicizie. Nessuna espressione della vita umana ne è indenne.
L'invidia è cieca e non ha coscienza di se: mai un invidioso riconoscerà di esserlo. 
L'invidia ha poi una caratteristica peculiare: si auto-alimenta, una volta innescato il processo è difficile fermala, scende a valle come una valanga e si ingrossa sempre più, travolgendo tutto e tutti. Chi è seduto su questa valanga che scende impetuosa a valle, crede di cavalcarla, ma in realtà sarà la prima vittima. Eh si perché l'invidia non ha sbocco, non si può governare: deve distruggere l'oggetto dell'invidia e siccome, nella maggior parte dei casi (per fortuna, dico io), questa aspettativa è frustrata, chi invidia è destinato a rodersi dentro, finché campa, senza possibilità di cura e senza scampo.  

venerdì 3 luglio 2015

Eschilo, Supplici, oggi

CORO: Protettore dei supplici, Giove, volgi l'occhio benevolo a questa nostra schiera, che giunge per mare dalle foci e le sabbie del Nilo. La divina contrada finitima della Siria fuggiamo; né bando contro noi per delitto di sangue decretava la nostra città. Ma spontanee fuggiamo da sposi consanguinei, schiviam l'abominio d'empie nozze coi figli d'Egitto. Consiglier della fuga fu Dànao nostro padre: esso, il tutto librando, questo farmaco ai mali rinvenne: che sui flutti del mar c'involassimo, che alla terra approdassimo d'Argo, d'onde vien nostra stirpe, che vanta la giovenca sospinta dall'estro alla brama ed al tocco di Giove. A qual terra potremmo approdare piú di questa benigna, e protenderle rami e bende con supplici palme? Questa terra, ed i suoi cittadini, e le candide linfe, ed i Superi, e gl'Inferni implacabili Numi guardïani dei tumuli, e Giove salvatore per terzo, che i tetti custodisce degli uomini pii, diano asilo a la schiera fuggiasca delle femmine; e spiri dall'animo degli Argivi favore; e lo sciame dei figliuoli d'Egitto protervo, pria che posino il pie' su le arene della spiaggia, e il lor legno veloce respingete nel pelago; e qui, tra cozzare d'avverse procelle, tra le folgori, i tuoni, le raffiche, e la piova, sul mare selvaggio spersi vadano, avanti che ascendano i giacigli da cui li respinge la Giustizia, e al legame paterno faccian forza e a la mia volontà.

Pensierino. Moni Ovadia porta in scena il "suo" Eschilo a Siracusa utilizzando come attori "veri" emigrati. Impareremo mai una volta per tutte la fraternità o dobbiamo arrenderci all' homo homini lupus ?

mercoledì 1 luglio 2015

Salvarci dai piccioni non si può

Sempre più spesso troviamo su magnifici monumenti
imbarazzanti reti metalliche per "difendersi"
dai piccioni e dai loro escrementi.
I piccioni, si sa, sono maleducati. Ma senza colpa.
Trovano comunque (insperati) alleati
in associazioni che pare si siano arrogate
il compito di difenderli. I piccioni non lo sanno e
continano a fare i piccioni (e la cacca).
Di fare il "tiro al piccione", manco a parlarne.
Qualcuno ha assoldato (subdolamente) dei falchetti che
fanno loro il "lavoro sporco" di cacciare i piccioni,
con le buone o con le cattive maniere.
Anche i falchetti non hanno colpa.
Comunque non sono ben visti neanche loro.
Nella mia vita professionale ho dovuto
affrontare il problema, tanto più perché
era legato alla salvaguardia dell'igiene in un ospedale.
In commercio ci sono molti prodotti
che hanno una funzione specifica:
li chiamato, in modo assai poetico,
"repellenti e disabituanti".
In un raptus creativo uno di questi prodotti
è stato chiamato commercialmente "Via di qui".
Ma irrorare l'intero Duomo di Milano o quello di Palermo
(nella mia foto di qualche anno fa)
non è cosa agevole.
Poi, non si sa mai: la "medicina" potrebbe essere peggiore
del male che vorrebbe curare.
Abbiamo di fronte alla fine una alternativa secca:
mandare in malora i monumenti o ricoprirli di reti e spilli.