sabato 28 novembre 2015

Tornando in Istria con Claudio Magris

Tornando a Pola con Claudio Magris, ricordiamo l'esodo istriano leggendolo in una nuova luce.


[...] Al primo piano (di via Giulia, ora Matko 3, dove abitava nel 1904-5 Iarnes Ioyce. ndr) c'era la redazione dell'"Arena di Pola”, il giornale che Guido Miglia, giovanissimo, dirigeva nei giorni tremendi precedenti al grande esodo di massa nell'iriverno '46-47, trentamila polesani su un totale di trentacinquemila abitanti della città. Su quell'esodo degli italiani dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia (circa trecentomila persone, fra il '44 e il '54, in momenti e in modi diversi, ora più ora meno drammatici, ma sempre tristissimi per la desolazione dell'abbandono, la povertà, l'incertezza del futuro, la misera sistemazione per anni in campi profughi) perdurano in Italia disinteresse e ignoranza.
Gli errori e le colpe dell'Ita1ia fascista e anche i pregiudizi antislavi precedenti il fascismo sono stati pagati sulla propria pelle da quella gente che ha perso tutto e si è trovata ne11'occhio del ciclone quando gli slavi, oppressi dal fascismo, hanno avuto la loro riscossa. Come accade inevitabilmente, una nazione conculcata che si rialza sfrena a sua volta un nazionalismo aggressivo, abbandonandosi a Violenze inclíscriminate e conculcando i diritti altrui. Gli italiani sono stati per secoli almeno il cinquanta per cento della popolazione complessiva istriana, insediati lungo la costa nelle città che erano gioielli di cultura e di arte veneta, da Capodistria a Pola; l'interno rurale era slavo, in grande prevalenza croato e in piccola parte sloveno, e fra le due zone c'era una fascia intermedia mista.
L'Italía tanto distratta, come diceva Noventa, non si è resa conto di quella tragedia storica e l'ha ignorata e rimossa, a differenza della Iugoslavia, che ha giocato quella partita con ben altra consapevolezza ed impegno. I migliori figli di queste terre sono coloro che hanno saputo superare il nazionalismo elaborando, pur nella lacerazione, un sentimento di appartenenza comune a quel composito mondo di confine, vedendo nell'altro - rispettivamente nello slavo e nell'italiano - un elemento complementare e fondamentale della -propria stessa identità. L'epica di Fulvio Tomizza o Verde acqua di Marisa Maclieri sono esempi, anche se non i soli, di questo sentimento che è 1'unica salvezza per le terre di frontiera, in Istria come a Trieste e ovunque.
Questa è storia di ieri, poco nota nonostante opere egregie, dal grande e fondante libro di Diego De Castro a quellocurato dall'istituto per la storia del movimento di liberazione a quelli di Miglia stesso e a molti altri, sino al recente Trieste di Corrado Belci, che a vent'anni aveva assunto la direzione dell'“Arena di Pola” il 10 febbraio 1947, il giorno della firma del trattato di pace che assegnava l'Istria alla Iugoslavia e contro il quale, per tale ragione, votò in Parlamento un grande leale antifascista come Leo Valiani, che aveva conosciuto le prigioni mussoliniane e la lotta armata e aveva sempre difeso gli slavi.
Ora la storia sta voltando pagina, specialmente con i rivolgimenti dell'Europa del1"Est, che fanno cadere la cortina di ferro dietro la quale l'Istria era venuta a trovarsi dopo il '45. [...]
Da Claudio Magris, L'infinito viaggiare, Mondadori, 2005. Primavera istriana p. 121-122

lunedì 16 novembre 2015

Petrarca a Milano o meglio alla Cascina Linterno


Solo et pensoso i piú deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.
Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:
sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.
Ma pur sí aspre vie né sí selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co’llui.

…in quali campi deserti, tra quali monti e selve si aggirava pensoso e tormentato il grandissimo Petrarca quando compose questo meraviglioso sonetto del Canzoniere? Devo ammettere che sento una forte scossa di emozione se penso che i campi deserti possano essere quelli dell’attuale Parco delle Cave, alla periferia nord-ovest di Milano. Dal 1353 al 1359 circa, infatti, il Poeta fu invitato da Giovanni Visconti, arcivescovo e signore della città, a risiedere a Milano. Ma Petrarca non voleva essere stressato dal caos cittadino e dalle folle di sconosciuti, e scelse perciò come dimora la Cascina Linterno, nel Parco delle Cave appunto, che gli garantiva la reclusione e l’immersione completa nel mondo naturale da lui desiderate. 
(tratto dal blog di Daria qui)

Ma alla Cascina Linterno ci ha abitato negli ultimi anni della sua vita anche el Prett de Ratanà al secolo 
Don Giuseppe Gervasini nato a Robarello di Sant'Ambrogio Olona (Varese) l'1 marzo 1867 e morto il 22 novembre del 1941.
Per chi non è milanese el Prett de Ratanà non dice quasi nulla, ma è un personaggio molto noto in tutta la città e non solo per la sua attività di "guaritore" con le erbe.
- Ciàppa 'stà érba chì e falla bùj, béven on cugiàa a la mattìna, in còo a óna settimàna te gh'hee pù niént. -
I suoi erano rimedi naturali, dava agli ammalati le erbe che raccoglieva nel suo orto: timo, rosmarino, maggiorana, menta, malva, gramigna, camomilla, biancospino, aglio e quello che raccoglieva nei boschetti o sulle rive dei fontanili. Curava con l'acqua limpida e fresca del fontanile Marcionino che gli passava sotto casa, prescriveva bicarbonato e lievito di birra, faceva attaccare sanguisughe dove c'era da togliere il sangue guasto, dava da mangiare scodelle di zuppa e spesso anche frutta e dolci raffermi e muffi. Ogni giorno comprava e distribuiva quaranta chili di pane ai poveri e tratteneva a pranzo tutti quelli che venivano da lontano, con una mano prendeva la roba che gli regalavano e con l'altra la distribuiva a chi ne aveva bisogno.
Gli bastava un'occhiata per capire di che cosa aveva bisogno l'ammalato per guarire. Don Giuseppe non era un mago; aveva una profonda conoscenza di anatomia e patologia, che imparò da autodidatta durante il militare.
(Dal sito degli Amici della Cascina Linterno, vedi qui)

Una passeggiata e qualche foto. Domenica 15 Novembre.


  





lunedì 9 novembre 2015

Granellini sparsi

"Ho paura, e non so di che: non di quello che mi viene incontro, no, perché in quello spero e confido. Del tempo ho paura, del tempo che fugge così in fretta. Fugge? No, non fugge, e nemmeno vola: scivola, dilegua, scompare, come la rena che dal pugno chiuso filtra giù attraverso le dita, e non lascia sul palmo che un senso spiacevole di vuoto. Ma, come della rena restano, nelle rughe della pelle, dei granellini sparsi, così anche del tempo che passa resta a noi la traccia"
Antonia Pozzi

Sopra il nudo cuore. Fotografie e film di Antonia Pozzi: una grande mostra dedicata a una delle più alte voci della letteratura novecentesca, una poetessa ancora tanto da scoprire di cui saranno svelati soprattutto passione e talento per la fotografia. Spazio Oberdan di Milano ospita la poetessa dal 23 ottobre 2015 al 6 gennaio 2016.







Le montagne 
Occupano come immense donne la sera:sul petto raccolte le mani di pietra fissan sbocchi di strade, tacendo l’infinita speranza di un ritorno.Mute in grembo maturano figli all’assente. (Lo chiamaron vele laggiù – o battaglie. Indi azzurra e rossa parve loro la terra). Ora a un franare di passi sulle ghiaie grandi trasalgon nelle spalle. Il cielo batte in un sussulto le sue ciglia bianche.Madri. E s’erigon nella fronte, scostano dai vasti occhi i rami delle stelle:se all’orlo estremo dell’attesa nasca un’aurora e al brullo ventre fiorisca rosai. 
Pasturo, 9 settembre 1937

INFORMAZIONI UTILI

Sopra il nudo cuore. Fotografie e film di Antonia Pozzi
Spazio Oberdan di Milano

a cura di Giovanna Calvenzi e Ludovica Pellegatta

INFO:
T 02.87242114 // www.cinetecamilano.it
SpazioOberdan, tel. 02.7740 6302/6300

ORARI D’INGRESSO
Da martedì a giovedì: 12 – 19.30
Venerdì: 12 – 21.30
Sabato: 12 – 19.30
Domenica 10 – 19.30

MODALITÀ D’INGRESSO:
Biglietto d’ingresso:intero €6,00
Biglietto d’ingresso ridotto per possessori di Cinetessera o studenti universitari o over 65: € 4,00
Cinetessera annuale: € 6,00, valida anche per le proiezioni al MIC – Museo Interattivo del Cinema – e all’ Area Metropolis 2.0 – Paderno Dugnano.


sabato 7 novembre 2015

Ancora scrittori a Trieste: Pahor Boris

Necropoli di Pahor Boris (scrittore triestino di lingua slovena)

Campo di concentramento di Natzweiler-Struhof sui Vosgi. L'uomo che vi arriva, una domenica pomeriggio insieme a un gruppo di turisti, non è un visitatore qualsiasi: è un ex deportato che a distanza di anni è voluto tornare nei luoghi dove era stato internato.

Domenica pomeriggio. Il nastro d'asfalto liscio e sinuoso che sale verso le alture fitte di boschi non è deserto come vorrei. Alcune automobili mi superano, altre stanno facendo ritorno a valle, verso Schimek; così il traffico turistico trasforma questo momento in qualcosa di banale e non mi permette di mantenere il raccoglimento che cercavo. So bene che anch'io, con la mia macchina, faccio parte di questa processione motorizzata, eppure sono sicuro che, vista la mia passata intimità con questi luoghi, se sulla strada fossi solo, il fatto di viaggiare in automobile non scalfirebbe l'immagine onirica che dalla fine della guerra riposa intatta nell'ombra della mia coscienza. 
Lo ammetto, non riesco ad accettare fino in fondo l'idea che questo posto di montagna, cardine del mio mondo interiore, sia visitabile da chiunque; e soffro anche un po' di gelosia: non soltanto perché oggi occhi estranei percorrono uno scenario che fu testimone della nostra anonima prigionia, ma anche perché questi sguardi curiosi (ne sono assolutamente certo) non potranno mai penetrare nell'abisso di abiezione in cui fu gettata la nostra fiducia nella dignità umana e nella libertà personale. 
Ecco che però, giunta da chissà dove, inizia a insinuarsi nel mio animo anche una picciola soddisfazione per il fatto che questa altura dei Vosgi non sia più il terreno segreto di una lontana dannazione consumatasi tutta in se stessa, ma sia diventata un luogo verso cui si dirigono i passi di innumerevoli persone. E queste persone, anche se la loro immaginazione sarà insufficiente per la visita che le attende, riusciranno tuttavia a intuire, attraverso le vie del cuore, l'inconcepibile realtà del destino di quei loro figli perduti. 
Uomini e donne di tutti i paesi d'Europa si radunano qui su questi alti terrazzamenti di montagna, dove il male aveva il sopravvento sul dolore e sembrava capace di imprimere alla consunzione il marchio dell'eternità. Si radunano qui per poggiare il piede su un luogo sacro dove le ceneri dei loro simili, con muta presenza, segnano nella coscienza dei popoli una tappa incancellabile della storia umana. 
© Fazi Editore
Pensierino. La memoria deve essere "coltivata". Magris in una intervista ammetteva di aver avuto notizia del Lager della Risiera di San Sabba molto dopo la fine della guerra. Non era il solo triestino che non sapeva di cosa si stesse consumando nella periferia della città. E questo episodio non era solo imputabile al fatto che i tedeschi, prima di andarsene dalla città, avevano pensato bene di cancellare a suon di dinamite il forno crematorio.  In questa terra di confine i contrasti sono stati violenti e con strascichi dolorosi: repressioni feroci (lager e foibe), pulizie etniche (l'esodo istriano) ecc ecc. Ma tutto nasceva ancora prima con la feroce prima guerra mondiale che qui ha lasciato montagne di morti. 

giovedì 5 novembre 2015

Arrivederci Duino, alla prossima


Che cosa, oggi, ti spinge a tornare
nel giardino che agita il vento inquieto
e appena poco fa scorreva un brivido
do sole ? Vedi come al suo sparire
il verde si fa cupo.
Vieni ! Potessi io come te ignorare
il peso degli alberi.
(Se un albero si abbattesse sul sentiero
dovremmo chiamare uomini per sollevarlo. Cosa è dunque
così pesante al mondo ?)
Scendesti i molti gradini di pietra:
e io udii il rumore dei tuoi passi.
Ora di te neanche più l'eco.
...

Rainer Maria Rilke. Apparizione. Duino, fine gennaio 1912. 

martedì 3 novembre 2015

Dell'andare e del ritornare

Talvolta i luoghi parlano, talvolta tacciono, hanno le loro epifanie e le loro chiusure. Come ogni incontro, pure quello con i luoghi - e con chi ci vive - è avventuroso, ricco di promesse e di rischi. Alcuni luoghi, Venezia o Praga parlano anche al viaggiatore più distratto e ignaro con l'evidenza stessa del loro apparire e della vita che vi si svolge.
Altri si affidano a un'eloquenza indiretta, seducono solo chi li attraversa conoscendo ciò che è avvenuto fra quegli alberi o in quelle strade: la stanza in cui è morto Kafka, a Kierling, dice tante cose ma solo a chi sa che tra quelle pareti ha vissuto le sue ultime ore Kafka e guarda anche le
crepe sui muri in questa luce. Altri luoghi si chiudono in un opaco segreto e l'incontro fallisce; pure il viaggio, come ogni avventura, è esposto alla sconfitta e all'aridità. Ciò avviene perché il viaggiatore - per ignoranza, per superbia, per accidia - non trova la chiave per entrare in quel mondo, il vocabolario e la grammatica per capire quella lingua e decifrare quella cultura. Lo status viatoris che il pensiero religioso attribuisce all'uomo implica pure questa fragilità,
quest'alternanza di gloria e di caduta, la capacità di salvezza unita all'esposizione allo scacco e alla colpa.
Ci sono luoghi che affascinano perché sembrano radicalmente diversi e altri che incantano perché, già la prima volta, risultano familiari, quasi un luogo natio. Conoscere è spesso, platonicamente, riconoscere, è l'emergere di qualcosa magari ignorato sino a quell'attimo ma accolto come proprio. Per vedere un luogo occorre rivederlo. Il noto e il familiare, continuamente riscoperti e arricchiti,
sono la premessa dell'incontro, della seduzione e dell'avventura; la ventesima o centesima volta in cui si parla con un amico o si fa all'amore con una persona amata sono infinitamente più intense della prima. Ciò vale pure per i luoghi; il viaggio più affascinante è un ritorno, un'odissea, e i luoghi del percorso consueto, i microcosmi quotidiani attraversati da tanti anni, sono una sfida ulissiaca.
"Perché cavalcate per queste terre?” chiede, nella famosa ballata di Rilke, l'alfiere al marchese che procede al suo fianco. "Per ritornare” risponde l'altro.
Claudio Magris, L'infinito viaggiare, Oscar Mondadori, 2005


lunedì 2 novembre 2015

Fulvio Tomizza a Trieste

« La mano mi trema come in quel lontano mattino di Pasqua, quando mio padre occupato con le due messe e la benedizione delle uova mandò me, sui dodici anni, a versare l'acquasanta nei quattro cantoni della parrocchia per preservarla dalla grandine estiva. Nella boccetta dell'acqua, battezzata il giorno avanti nella tinozza ai piedi della fonte, aveva aggiunto una lacrima del cero pasquale, un pezzetto di ostia rimasta pane in sagrestia, un filo d'oro strappato al piviale e uno d'argento caduto dalla pianeta. Continuavo a tremare mentre lui in calzoni, coi mustacchi gialli riconsacrava, e per me profanava, l'acqua con la quale ci si segna in fronte. »
(Fulvio Tomizza, Incipit de La miglior vita1977)
Niente di meglio che seguire questo itinerario tomizziano che trovate qui .


domenica 1 novembre 2015

Saba a Trieste

Ho attraversato tutta la città.
Poi ho salita un'erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.

Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un'aria strana, un'aria tormentosa,
l'aria natia.

La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.

Ho attraversato tutta la città,
poi ho percorso una strada in salita,
dapprima affollata, più in là deserta,
che terminava con un piccolo muro:
un cantuccio dove mi siedo,
solo; e mi sembra che nel punto in cui esso finisce,
finisca anche la città.

Trieste ha una sua grazia
scontrosa. Se piace,
è come un ragazzaccio rozzo e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
venato di gelosia.

Da questa salita scopro ogni sua chiesa, ogni sua strada,
se conduce alla spiaggia affollata
o alla collina sulla cui cima rocciosa si
accampa una casa, l’ultima.

Ogni cosa
è circondata
da un’aria strana, tormentosa,
l’aria del paese natio.

La mia città, che è viva in ogni parte, mi
riserva un cantuccio, fatto a posta per me,
per la mia vita meditabonda e solitaria.



Commento. Trieste città di grandi incontri e di grandi solitudini.

Tram Opicina-Trieste

Un consiglio. Arrivare a Trieste dal monte, prendendo il tram che da Opicina scende a Trieste. Si arriva in centro a Trieste (Piazza Oberdan) e ogni mezz'ora si può torna su. Una variante da fare (soprattutto in caso di vento) è fermarsi all'obelisco e prendere (a piedi) la bellissima passeggiata Napoleonica che ci mostra Trieste ed il suo golfo dall'alto (e al riparo dalla Bora).