lunedì 28 marzo 2016

Un ricordo personale di Paolo Poli

Paolo Poli firma un autografo
al Teatro Elfo Puccini.
Gennaio 2013.
Ho visto Paolo Poli solo due volte, dal vivo, in teatro: la prima è stata al Teatro Gobetti di Torino (bellissimo!) poteva essere il 2004 (+o-) con uno spettacolo chiamato Sillabari, da Goffredo Parise; la seconda volta all'Elfo Puccini di Milano con Aquiloni (gennaio 2013),  due tempi di Paolo Poli liberamente tratti da Giovanni Pascoli, con Paolo Poli, Fabrizio Casagrande, Daniele Corsetti, Alberto Gamberini, Giovanni Siniscalco.
Impagabile la leggerezza di Paolo Poli. 

Mi ricordo che il giorno dopo lo spettacolo di Torino, ero entrato in un bar di quelli meravigliosi (tutto specchi e cornici dorate) di Via Po, ad un certo punto spunta questo signore alto e distinto ed ordina un caffè. Era Paolo Poli. Mi guardava con un certo sospetto perché evidentemente non voleva che qualcuno lo riconoscesse per poter bere un caffè in santa pace. Ho fatto finta di nulla e ho continuato a bere il mio cappuccino sotto lo sguardo riconoscente dell'attore.



sabato 19 marzo 2016

La veranda di Salvatore Satta


Galeotta la solita trasmissione radiofonica di RAI TRE, ho "scoperto" questo libro che è entrato subito nel mio cuore. Evidenti, anche ad uno come me che ha letture "disordinate" e frammentarie, i rimandi e le connessioni con le Dicerie dell'untore di Gesualdo Bufalino. E non solo per l'ambientazione (un sanatorio al nord per Satta e uno al sud per Bufalino), ma anche , sorprendentemente, per la lingua ricchissima e le citazioni raffinate di due scrittori "isolani". L'unica differenza è che Satta vuole allontanarsi dalla sua terra (la Sardegna) quasi fosse un limite alla sua opera; Bufalino come sappiamo nella sua Sicilia è ben piantato a terra e ne succhia gli umori e le inflessioni dialettali, è quella la fonte di gran parte della sua ispirazione.

La Domenica le donne ricoverate nel sanatorio vanno a messa accompagnate dalle suore e passano attraverso il reparto degli uomini. Ne nasce questo incontro. 

Ogni domenica, così come ogni anno Persefone tornava sulla terra a consolarne la crosta arida e greve, lo stuolo delle donne traversa il corridoio dei maschi per andare alla messa.
Si odono, prima, le suore, con le sottane ventose, coi bisbigli di rosari e di chiavi: da lontano, per le chiazze di luce delle finestre, trascorrono, fantasmi bianchi e neri, per entro i raggi di luna.
I malati si attruppano ai varchi.
Ma esse sono le donne di una grande casa in rovina, che, tra i molti travagli e il molto penare, intendono finalmente che l'amore è un lusso, già prima che un'illusione, e diventano, un po' per volta, immemori di sé. Giungono, coi loro visi di massaie distolte dalle faccende, curvi sotto gli uccellacci bianchi delle cornette; tremano di freddo e sonno; e « abbiamo fretta, abbiamo fretta ›› pare che mormorino nel perpetuo ticchettio delle labbra. Passano, immuni, tra codeste nari erte al fiuto; sogguardano oblique, e intorno intorno il silenzio sembra farsi più grande.
Ma la porta a vetri appannati, che segna i riguardi ai desideri troppo incalzanti, si va affollando d'ombre: teste e testine appaiono e scompaiono, mani s'agitano ammiccando, qualche risata trilla soffocata. Finalmente un urtone violento sbatte contro il muro la porta, con trepidare di vetri; e una bruttona alta e grossa avanza con molto sdegno e molta protervia. Dietro, le teste e testine si sono già ricomposte per la inattesa irruzione: ed ora avanzano anch'esse, lunga fila multicolore, nella scia di quell'altra.
Un chiacchierio sommesso s'intona ai loro rapidi piccoli passi. Ma, come al passare di Elena davanti ai vecchi di Troia, tra quella torma alla posta s'è rifatto, d'improvviso, il silenzio.
Tolte le brutte, che non contano, sono degli uccellini. Pigolano e cinguettano, e non osano alzare il capo: si sente in loro la gabbia. O sono degli eliotropi, con quei corpi troppo lunghi e troppo sottili, dallo sviluppo precoce: i petti e i visi di bimba sui ceppi robusti di donna danno una spaurita dolcezza a questa deformità, che le fa incedere con le teste bionde reclinate sulle minuscole amiche. O sono delle ninfee, con quella loro bellezza di pianta acquatica. E passano, e ridono. E quel loro riso argentino, che nessuna ragione muove, e per ciò nessuna ragione contrista, si ripercuote tra le vecchie volte, così come le litanie delle monache, come l'accento rozzo dei maschi. Ma questi, con le orecchie tese, con i volti e i colli allungati, con gli occhi lucenti, con le narici dilatate, immobile gruppo statuario, hanno afferrato quel riso: lo riconoscono.   la nota dell'eterno femminino che si ripete ancora nell'effimero di quassù. Nel silenzio fatto tempestosi, i desideri sembrano staccarsi con mani invisibili, ed ecco gli abiti striati maculati sono alzati scomposti lacerati: appaiono misere carni arrossate dalle punture, spalle strette, toraci lunghi o arrotondati dal collasso. Simili a cavalli nel deserto, i desideri bevono all'acqua di quel miraggio e la sete si esaspera.

venerdì 11 marzo 2016

A mio figlio

Si te veco: me veco.
Si mme vire: te vire.
Si tu parle, c’è l’eco
e chist’eco song’i.
Si te muove: me movo.
Si te sento: me sento.
Si me truove, te trovo…
Si me trovo, si tu!

(...papà tuo)

(versi di Eduardo de Filippo)