sabato 23 aprile 2016

Dialoghi notturni

- Che fai mamma ?
- Prego.
- Ma sono le due di notte.
- Tu non preghi ?
- No, di notte non prego, dormo...
- La notte è lunga.
- Prega, ma a bassa voce, dormono tutti e anch'io vorrei dormire...

Torno nel letto e prego per lei.



mercoledì 20 aprile 2016

Il nulla e il despota maligno

Non conoscevo la poesia di Tommaso Landolfi. Forse non è stato un male perché è una poesia "senza scampo", cupa, pervasa da un fatale pessimismo nel destino dell'uomo. Una poesia talmente straziante che lo stesso autore ha cercato di tenersene lontano, quasi avesse paura di guardare giù nell'abisso che si apriva al suo sguardo. Non so se è un azzardo da neofita, ma sento la sua poesia molto vicina a quella dei "Canti ultimi" di David Maria Turoldo. Questo corpo a corpo con un dio silenzioso che è nello stesso tempo il nulla (lo chiama Turoldo) e una presenza ingombrante (despota maligno, lo chiama Landolfi). 
Una poesia comunque da sorbire a piccoli sorsi, per non avvelenarsi e , anzi, correre il rischio, come per tutti i veleni, che diventi un antidoto.

L'orgoglio, ma del dio,
Aperse il baratro infernale:
Non l'orgoglio dell'angiolo Lucifero,
Umile tanto da affrontare
Il despota maligno.

E baratro infernale questo foglio,
Bianco d'un impossibile messaggio.


RISVOLTO
Come il diario in versi Viola di morte (1972), anche Il tradimento, che ne è «grave e terribile seguito», sembra alimentato dal furore e dalla rabbia, quasi che scrivere colmasse in Landolfi – sono parole di Citati – «una tremenda voragine esistenziale, che torna a riaprirsi alla fine di ogni poesia, più angosciosa di prima. Ora i suoi versi ci rivelano l'immedia­to scatto dei nervi: ora tendono alla scansione nuda dell'epi­gram­­ma e dell'afori­sma. Non volano mai, non cantano mai, non corteggiano mai le grazie dell'imma­gine e della musica». E la ragione è chiara, lacerante: u­gual­mente allettato dal versante ‘selvoso' della prosa e da quello ‘brullo', ‘spoglio' della poe­sia, Landol­fi si sente ormai, da entrambi, ugual­men­te respinto.

venerdì 15 aprile 2016

Il medico della depressione

Uno psichiatra silenzioso, che ricordava nei modi certi medici volentieri descritti da Anton Cechov, usava consigliare ai suoi depressi la lettura del libro di Giobbe. Egli teneva in grande stima quegli infelici, malati per lo più, come la principessa di Andersen, di uno sguardo troppo chiaro, e assicurava che da quella dura meditazione sull'ordine del mondo traevano un giovamento sensibile, ne uscivano rasserenati. Non molto diversamente doveva intendere il potere di una lettura il critico che scrisse di Cechov: « è il solo che si lasci stringere sulla nostra carne dolente senza ferirla ››.
Cechov appartiene in realtà a quella vena sottile di poeti che posero alle fondamenta del loro edificio una coscienza perfetta dell'ordine del mondo: delle leggi di necessità che ci governano, dell'irriducibile quantità di male su questa terra: (« quel non so che di irreparabile e spaventosamente disperato che non si può più mutare e al quale non ci si può abituare mai››). Dunque dell'urgenza di vivere secondo leggi del tutto opposte e complementari, secondo cioè quella rischiosa « follia d'amore » che l'uomo di continuo si adopera a soffocare in se stesso e negli altri.

Cristina Campo, Gli imperdonabili, Adelphi, p. 193

William Blake i tormentatori di Giobbe 1785-90, British Museum, London