mercoledì 26 aprile 2017

La sua fede era salda, fino a quella notte di plenilunio...



Pensierino. La sua fede era salda, fino a quella notte di plenilunio, quando il prete di campagna Don Barignan segue due fidanzati in una notte di plenilunio e... le sue certezze, come per incanto, si tramutano in dubbio.



Il testo di Henri-René-Albert-Guy de Maupassant (Tourville-sur-Arques, 5 agosto 1850 – Parigi, 6 luglio 1893) è trascritto grazie al blog di Ezio Scaramuzzino.

Plenilunio

Portava bene il suo nome battagliero, don Marignan. Era un sacerdote alto e magro, fanatico, di animo retto ma in continua esaltazione. La sua fede era salda, senza oscillazioni. Era sinceramente convinto di conoscere il suo Dio, di capirne i disegni, le volontà, le intenzioni.
Talvolta, mentre passeggiava a gran passi lungo il vialetto del suo piccolo presbiterio di campagna, gli nasceva nella mente una domanda:«Perché Dio ha fatto questo?». Cercava, con ostinazione, mettendosi nei panni di Dio, e finiva quasi sempre col trovare la risposta. Non era lui la persona da mormorare, in uno slancio di pia umiltà:«Signore, i vostri disegni sono impenetrabili...». Diceva tra sé:«Sono il servo di Dio, quindi devo sapere i motivi delle sue azioni, e prevenirli se non li so».
In natura tutto gli appariva creato secondo una logica assoluta ed ammirevole. Domande e risposte si equilibravano sempre: l'alba esisteva perché il risveglio fosse allegro, le giornate perché le biade maturassero, le serate per preparare al sonno e le notti buie per dormire.
Le quattro stagioni coincidevano con tutte le necessità dell'agricoltura; mai lo avrebbe sfiorato il sospetto che la natura non abbia intenzioni, che tutto ciò che vive si sia dovuto piegare alle dure necessità delle epoche, dei climi, della materia.
Odiava la donna, inconsciamente, la disprezzava per istinto. Spesso ripeteva le parole di Gesù Cristo:«Donna, che v'è tra me e te?», aggiungendo:«Si direbbe che anche Dio sia scontento di questa sua opera». Per lui la donna era proprio la fanciulla dodici volte impura di cui parla il poeta. Era il tentatore che aveva trascinato al peccato il primo uomo e seguitava nella sua opera di dannazione; l'essere debole, pericoloso, che misteriosamente turba. E più ancora del loro corpo, abisso di perdizione, odiava il loro animo amoroso.
Aveva sentito spesso il loro amore riversarglisi addosso, e benché fosse sicuro d'essere inattaccabile, lo faceva andare in bestia quel bisogno di amare che sentiva fremere continuamente in esse.
Secondo lui Dio aveva creato la donna soltanto per tentare l'uomo e metterlo alla prova. Ci si doveva accostare a lei con cautele difensive, temendola come una trappola. E difatti ella era come una trappola, con le sue braccia tese e le labbra dischiuse verso l'uomo.
Era indulgente con le suore, perché i voti le avevano rese innocue; ma nonostante questo le trattava con durezza, perché sentiva sempre vivo, in fondo a quei loro cuori incatenati ed umiliati, l'eterno amore che giungeva fino a lui, benché fosse prete. Lo sentiva nei loro sguardi, più intrisi di pietà degli sguardi dei monaci, nelle loro estasi in cui si mischiava il sesso nei loro slanci verso Cristo, che lo indignavano perché si accorgeva che quello era amor di donna, amor carnale; sentiva quel maledetto amore anche nella loro docilità, nella dolcezza della voce quando gli parlavano, nei loro occhi bassi, nelle loro lacrime rassegnate quando le rimproverava con durezza.
Quando usciva dal convento scrollava la sottana e se ne andava svelto svelto, come se fuggisse un pericolo.
Aveva una nipote che viveva con la madre in una casetta vicino a lui. S'era ficcato in capo di farla diventare suora di carità.
Era graziosa, spensierata, allegra. Quando lo zio le faceva la predica, rideva: quand'egli si offendeva con lei, lo abbracciava di slancio, stringendoselo al cuore, mentre lui senza volere cercava di svincolarsi da quell'abbraccio che gli faceva godere una dolce gioia, risvegliando in lui quel senso della paternità che dorme in tutti gli uomini.
Le parlava spesso di Dio, del suo Dio, quando camminavano insieme nei sentieri in mezzo ai campi. Lei non lo ascoltava e guardava il cielo, le erbe, i fiori, con una tale felicità di vivere che le sprizzava dallo sguardo. Ogni tanto si slanciava ad acchiappare un insetto e quando l'aveva preso gridava: - Ma guarda, zio, com'è carino, mi viene voglia di baciarlo... - Quel bisogno di baciare le mosche o dei fiori irritava e sconvolgeva il sacerdote, che vi ritrovava una volta di più l'insopprimibile amore che germina sempre nel cuore femminile.
Un giorno la moglie del sagrestano, che gli sbrigava le faccende di casa, gli venne a dire con una certa cautela che la sua nipote aveva l'innamorato.
Provò un turbamento terribile, restò col fiato sospeso, col viso tutto insaponato, perché si stava facendo la barba.
Quando si riprese e poté riflettere e parlare esclamò:
- Non è vero, Mélanie; questa è una bugia!
La contadina si posò una mano sul cuore:
- Che il Signore mi fulmini se dico una bugia, signor curato. Vi dico che si vedono tutte le sere, dopo che la vostra sorella è andata a letto. Si trovano al fiume. Se volete vederli andateci, dalle dieci a mezzanotte.
L'abate smise di grattarsi il mento e cominciò a passeggiare furiosamente, come faceva quand'era oppresso da gravi pensieri. Quando volle ricominciare a radersi si tagliò tre volte, dal naso fino all'orecchio.
Restò taciturno per tutta la giornata, pieno d'indignazione e di collera. Al suo furore di sacerdote davanti all'invincibile amore si aggiungeva l'esasperazione del padre morale, del tutore, del reggitore d'anima, ingannato, derubato, preso in giro da una ragazzina; l'egoistica sensazione dei genitori ai quali una fanciulla annuncia che senza di loro e malgrado loro, ha scelto il suo sposo.
Dopo cena si sforzò di leggere un po', ma non ci riuscì; e la sua furia cresceva. Quando suonarono le dieci prese il bastone, un enorme bastone di quercia che usava sempre nelle sue uscite notturne, quando andava da qualche malato. Sorridendo guardò il grosso randello, col suo solido pugno di campagnolo gli fece fare dei minacciosi mulinelli. Ad un tratto lo alzò, e digrignando i denti lo fece piombare su una seggiola la cui spalliera, spezzata, cadde sul pavimento.
Aprì la porta e si fermò sulla soglia, sorpreso dallo splendore del plenilunio, tale che di rado capitava di vederlo.
E poiché la sua mente era eccitabile, come dovevano averla quei poeti sognatori dei padri della Chiesa, egli fu subito distratto e commosso dalla grandiosa e serena bellezza della pallida notte.
Nel suo giardinetto immerso in quella dolce luce, gli alberi da frutta allineati disegnavano sul viale, con l'ombra, le loro gracili membra di legno appena rivestito di foglie; e il caprifoglio gigante arrampicato sul muro della casa esalava un olezzo delizioso, come zuccherino, facendo ondeggiare nell'aria tiepida e limpida della sera una sorta di anima profumata.
Respirò profondamente, bevendo l'aria come gli ubriachi bevono il vino, e cominciò a camminare a passi lenti, meravigliato, estasiato, quasi dimentico della nipote.
Appena fu in aperta campagna, si fermò per contemplare la pianura inondata da quella luce carezzevole, immersa nell'incantesimo languido e dolce delle notti serene. I rospi, senza interruzione, lanciavano nell'aria il loro verso corto e metallico, e gli usignoli lontani mischiavano la loro musica che fa sognare senza pensare, musica lieve e vibrante fatta per i baci, alla seduzione del plenilunio.
Don Marignan riprese a camminare, sentendosi quasi mancare senza motivo. Era come improvvisamente indebolito, stremato; aveva voglia di mettersi seduto e di star fermo a contemplare, ad ammirare Dio attraverso la sua opera.
In fondo, seguendo le ondulazioni del fiumicello, serpeggiava una lunga fila di pioppi. Un vapore fine e bianco, solcato, tinto d'argento e reso lucente dai raggi della luna, era sospeso intorno e sulle sponde avviluppando il corso tortuoso dell'acqua con una specie di ovatta leggera e trasparente.
Il sacerdote si fermò un'altra volta, pervaso da una commozione crescente ed irresistibile.
Lo prese un dubbio, una vaga inquietudine; sorgeva in lui una di quelle domande che talvolta si poneva.
Perché Dio aveva fatto tutto ciò? Se la notte è destinata al sonno, all'incoscienza, al riposo, all'oblio di tutto, perché farla più bella del giorno, più dolce dell'alba e della sera; e perché quell'astro lento e incantevole, più poetico del sole, che pare destinato, per la sua discrezione, a illuminare cose troppo delicate e misteriose per la luce del sole, perché rendeva le tenebre così trasparenti?
Perché il più bravo degli uccelli cantori non si riposava come gli altri e gorgheggiava nell'ombra inquietante?
Perché quel mezzo velo gettato sul mondo? Perché quei brividi nel cuore, quella commozione nell'anima, quel languore della carne?
Perché un tale sfoggio di seduzioni, che gli uomini non potevano vedere, se dormivano nei loro letti? A chi era destinato un così sublime spettacolo, una simile abbondanza di poesia gettata dal cielo sulla terra?
Don Marignan non capiva.
Ed ecco che in fondo alla prateria, sotto la volta di alberi bagnati di nebbia lucente, apparvero due esseri che camminavano stretti.
L'uomo era più alto, teneva per la spalla la sua compagna e ogni tanto la baciava sulla fronte. Essi animarono d'un tratto l'immobile paesaggio che li circondava come una divina cornice fatta apposta per loro. Parevano un essere solo, a cui quella notte calma e silenziosa fosse destinata; e camminavano in direzione del sacerdote come una vivente risposta, la risposta che il suo Signore dava alle sue domande.
Il sacerdote restò immobile, col cuore che gli batteva forte sconvolto; gli pareva di assistere ad una scena biblica, come gli amori di Ruth e Booz, al compiersi della volontà divina in mezzo a uno di quegli scenari grandiosi di cui parlano i sacri libri. Cominciarono a ronzargli per il capo i versetti del Cantico dei Cantici, le grida ardenti, i richiami dei corpi, tutta la calda poesia del poema ardente d'amore.
«Forse Dio ha creato queste notti per velare con l'ideale gli amori degli uomini», disse tra sé.
E indietreggiò davanti alla coppia allacciata che seguitava a camminare. Eppure era la sua nipote; ma si chiedeva se non avrebbe disubbidito a Dio. Dio non permette l'amore, se lo circonda d'un simile splendore?
Fuggì smarrito, quasi vergognandosi, come se fosse penetrato in un tempio nel quale non aveva diritto d'entrare.

domenica 23 aprile 2017

100 giorni di solitudine e di libertà

Nidaa Badwan ( Abu Dhabi , 17 aprile 1987 ) E un'artista e fotografa emiratina con cittadinanza palestinese .



Sito ufficiale qui .



sabato 22 aprile 2017

In quell'ora prima dell'alba

Non sentiva più cantare gli uccelli dal suo letto che aveva due finestre sul piccolo giardino, un rettangolo verde sul lato nord della casa. Aveva dato la colpa ai doppi vetri che aveva appena installato per ripararsi dagli spifferi, ma forse c'entrava anche un po' di ipoacusia senile. Sta di fatto che la mattina, in quell'ora particolare prima dell'alba, non sentiva più cantare gli uccelli. Solo un cuculo riusciva a forare il silenzio con quel suo cu cu a ritmo sincopato e sospettoso di ogni altro rumore. Era l'unico rumore che si sentiva chiaramente, solo a quell'ora del primo mattino.
Si era attardato a letto pensando a questo isolamento in cui era stato cacciato ed immaginato di vedere il piccolo merlo con il primo piumaggio ancora grigio che tentava i primi brevi voli sul prato, controllato d'appresso dalla madre che lo incoraggiava con un petulante cinguettio. Il cinguettio poi si infittiva ogni volta che si avvicinava un pericolo, si sentiva nel piccolo giardino un rumore improvviso, una porta che sbatteva, il cigolio di una tapparella che si alzava, ma anche il semplice fruscio delle fronde dell'alto pico che frusciavano al vento. Per non parlare di quando irrompeva sul tappeto verde il piccolo cane: con un gran coup de theatre si presentava correndo all'impazzata tra un cespuglio e l'altro e creando un gran scompiglio nel composto piccolo ambiente immerso tra le case e le cascine. La mamma merlo aveva sentito il cane arrivare fin da quando la porta sul lato opposto della casa si era aperta e la padrona aveva fatto uscire il cane in giardino per i suoi bisogni e quello era corso fuori come se fosse stato legato alla catena per giorni, con le orecchie belle dritte sulla testa e con la voglia di creare scompiglio là dietro. Sapeva che erano in corso le esercitazioni di volo e lui faceva la posta a quel merlotto maldestro che al suo arrivo, terrorizzato, si rifugiava timoroso dentro il fitto cespuglio di fior d'arancio. La mamma volava bassa intorno al cane, cinguettando forte, per disturbarlo e fargli capire che doveva star lontano da lì, ma quello cocciuto gironzolava famelico in attesa di un piccolo sbaglio, di un'imprudenza, di un attimo di esitazione. 
Pochi minuti, poi il primo raggio di sole illumina la cima più alta del pino ed allora, come d'incanto, il giardino si zittisce e comincia un'altra giornata.

© G.G. 22 aprile 2017


venerdì 21 aprile 2017

Ricetta per esprimere il volo degli uccelli

Poesia di Nelo Risi
Ricetta per esprimere il volo degli uccelli

Fate a pezzi le gabbie
disfate i roccoli
date fuoco alle panie
miracolate i fringuelli
abolite i richiami e il vischio
seminate il cielo di miglio
forzate i sonni dei musei
con le finestre, e aria
al nibbio impagliato sottovetro
finché s'impenni…
Li guardo volare
ma la parola è rimasta indietro.

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Pensierino. La parola rimane indietro al volo che rimane inintellegibile per noi inchiodati a terra.


sabato 15 aprile 2017

Pasqua


Io vorrei donare una cosa sola al Signore,
ma non so che cosa.
E non piangerò più
non piangerò più inutilmente;
dirò solo: avete visto il Signore?
Ma lo dirò in silenzio
e solo con un sorriso,
 poi non dirò più niente.

David Maria Turoldo per la Pasqua 1977

giovedì 13 aprile 2017

Il bacio tra i cavalieri

Il Cavaliere Verde e Messer Galvano

Alla corte di Re Artù si presentò (a Capodanno, dopo che l'anno vecchio si fu avviato al suo letto di morte e la vita, superata la sua notte più lunga, cominciava a districarsi dalla stretta della morte invernale) il Cavaliere Verde... Era un uomo di una statura fuori dal comune e completamente verde compresa la corazza che indossava e brandiva una arcaica ascia da guerra.
Entrò nel salone della tavola rotonda e rivolto ai cavalieri lanciò la sua sfida: il cavaliere sfidante avrebbe dovuto con quell'ascia recidere con un sol colpo la testa del cavaliere nero ed in cambio esattamente un anno dopo si sarebbe dovuto lui trovare presso la e offrire il collo all'ascia...
Nessuno tra i cavalieri della Tavola osava alzarsi tanto che lo stesso Re Artù si stava lui stesso offrendo per questa sfida; ma il giovane nipote Messer Galgano lo anticipò accettando lui la sfida del Cavaliere Verde.
Il Cavaliere Verde diete la sua ascia a Messer Galgano che con un sol colpo gli staccò la testa... Il Cavaliere Verde prese la sia testa sotto braccio e ricordò le condizioni della sfida: lo aspettava tra un anno...
Dopo un anno Messer Galvano partì compianto da tutta la corte che pensava di mai più rivederlo. Ma non riusciva a trovare dove fosse la Cappella Verde, nessuno sapeva dove fosse...
Una notte arrivò in un bosco oscuro e dopo aver vagato per ore si presentò davanti a lui un sinistro castello. Era la vigilia di Natale e Messer Galvano bussando al castello chiese se poteva trovare una cappella dove poter assistere alle funzioni per la nascita del Salvatore...
Il castellano era un uomo enorme dall'aspetto spaventoso e la moglie una donna dal fascino incantevole. L'accolsero e, con grande sua sorpresa, gli seppero indicare dove fosse la Cappella Verde: si trovava nel bosco poco distante dal castello. Il castellano invitò Messer Galvano a passare i giorni che mancavano alla fine dell'anno presso il castello.
Dopo cena, davanti al grande camino, il castellano ed il suo ospite fecero una scommessa: qualunque preda avesse preso il padrone di casa il giorno successivo a caccia sarebbe stata del suo ospite e viceversa qualunque conquista dell'ospite sarebbe stata del castellano.
Il giorno dopo il castellano partì all'alba per la caccia al suono dei corni e portando con se una muta di cani; Galvano che se ne stava a letto ricevette la visita della moglie del castellano e si sentì turbato, ma resistette ai suoi impulsi riuscendo a schivare gli attacchi della donna che dovette accontentarsi di dargli un piccolo bacio.
Al ritorno dalla caccia il castellano pose le sue numerose prede sul pavimento del sala del castello dicendo al suo ospite che erano tutte sue chiedendo di dargli quanto convenuto. Galvano imbarazzato diede un bacio al castellano.
Così nei giorni successivi si ripetè la stessa scena solo che il castellano portava sempre meno selvaggina e Galvano 2, 3, 4 e poi 5 baci...
...
La circostanza era resa ancora più aspra dal fatto che questo Galvano giovane e bello aveva una notevole reputazione di amante. " Dimmi almeno " lo implorò la donna " che sei innamorato di qualcun'altra, e che le hai giurato di restarle fedele ". Ma il giovane rispose che non c'era una donna particolare nella sua vita.
Allora ella sembrò cercare attorno un qualche pegno, una cosa che in qualche modo, seppur vago, potesse renderlo un poco suo; e si tolse dal dito un pesante anello, che lo scongiurò di accettare. Ma (li nuovo egli resistette - poiché un anello Ë simbolo della personalità e il dono di un anello comporta la resa del proprio essere. Donare il proprio anello Ë donare un potere, l'autorità di parlare o di agire a nostro nome. Per questo un re affiderà il suo anello al dignitario che ha la facoltà di promulgare gli ordini e di sigillare gli atti in sua vece, e una dama dar‡ il suo anello al cavaliere che Ë il suo cavaliere. Accettare un simile pegno comporta una promessa, una qualche sorta di legame; e Messer Galvano, nella sua qualità di cavaliere della Tavola Rotonda di Re Artù, era molto severo con se stesso riguardo a questo tipo di vincoli.
A quel che sembra, il giovane, in queste sue ultime ore di vita, veniva sottoposto a una prova molto delicata e rivelatrice. Il giorno dopo, all'alba, sarebbe partito per incontrare il Cavaliere Verde e assoggettarsi alla perdita della sua testa. Non gli restava che un giorno, un giorno soltanto in questo momento di fiammeggiante, prematuro tramonto della sua preziosa giovinezza. E se il suo giovane corpo avesse potuto creare una risposta vivente al suo desiderio di vita, ora furiosamente intensificato, non avrebbe potuto inventare nulla di pi˘ desiderabile di questa donna bella, gentile e incalzante che era venuta a lui. Un'ultima volta lo splendore del mondo gli si parava dinanzi, e offriva alle sue labbra un estremo assaggio, relativamente breve ma sontuoso, della vita che avrebbe perduto fin
troppo in fretta. Tuttavia il cavaliere - questo esperto amante di dame nobili e bellissime, per nulla indifferente al loro fascino e alle loro richieste - stava rifiutando il dono, quella coppa di piacere colma fino all'orlo.
...

Per la dama, frustrata da questa situazione, era diventata una sfida: doveva fargli accogliere un dono, un nonnulla che potesse costituire un legame segreto tra loro...
Nell'ultimo incontro Galvano stava per cedere, non sapeva più trovare argomenti per distrarre la dama e l'occhio gli cadde su un piccolo nastro verde che Úe cingeva la vita... La dama accortasi di questo momento di difficoltà e capendo l'imbarazzo del suo ospite si tolse il nastro e con grande insistenza glielo regalò dicendogli che quello era un talismano che l'avrebbe preservato da ogni disgrazia... Galvano alla fine cedette ed alla sera non lo presentÚ al castellano come conquista della giornata, ma lo tenne nel palmo della mano...

...
Il pezzetto di laccio verde non comparve, e la donna, che era stata l‡ in piedi a guardare con ansia, si rilassò con uno sguardo di gioia e di gratitudine.
La mattina dopo uno scudiero accompagnò Messer Galvano alla valle desolata, e quando gli ebbe mostrato il sentiero che conduceva alla Cappella Verde gli consigliÚ caldamente di tornare indietro. Nessuno, disse, era mai ritornato dalla cappella. " Perciò, mio buon Messer Galvano, " disse " lasciate stare quell'uomo. Andatevene in qualche altra direzione e io giuro che manterrò il vostro segreto ". Ma il giovane cavaliere non aveva paura, e con la cintura verde addosso sarebbe senza dubbio sopravvissuto là dove gli altri avevano fallito.
Proseguì solo, e a tempo debito giunse a un lugubre sotterraneo a volta, sprofondato nel terreno, eroso dal tempo e rivestito di muschio, un luogo (li convegno spettrale, desolato e silenzioso. Tirando le redini dinanzi a sè, egli si mise in ascolto; e non ascoltava da molto, quando udì un rumore stridente, come se qualcuno stesso affilando un'ascia, giungere nell'aria invernale dalla riva boscosa sull'altra parte nel torrente. Galvano gridò il proprio nome e annunciÚ il proprio arrivo. Una voce gli rispose che doveva aspettare, e di nuovo si udì quel terribile rumore di un'ascia che veniva affilata. Il suono cessò all'improvviso, e in un istante il mastodontico Cavaliere Verde usci da una grotta e Galvano lo vide scendere lungo la riva.
I saluti furono brevi e formali. Galvano fu condotto sul luogo dell'esecuzione. Seguendo l'esempio dell'anno precedente, stette ad aspettare tranquillamente, col collo chino e pronto, ma al momento dell'avventarsi dell'ascia, istintivamente " si restrinse un poco nelle spalle ". Si potrebbe affermare che questo era un secondo sintomo del lato del suo carattere che lo aveva costretto ad accettare il pezzetto di laccio, ed è interessante notare che, sebbene fosse ora protetto dal talismano (o forse proprio per quello), non poteva accettare del tutto il colpo che lo minacciava.
Il Cavaliere Verde, vedendolo trasalire, trattenne il colpo e rimproverò Galvano per la sua codardia. Il giovane protestò. Non era nella fortunata condizione, dichiarò, di poter recuperare la sua testa nel momento in cui gli fosse caduta. Tuttavia si mise nuovamente in posizione, promettendo che questa volta non avrebbe battuto ciglio.
Il Cavaliere Verde sollevò nuovamente l'ascia. Il fendente cominciava giù a cadere, quando il torreggiante carnefice, vedendo che il cavaliere si manteneva immobile, si interruppe di nuovo, arrestando il fendente delle braccia poderose, e osservò con aria d'approvazione: " Così mi piaci. Ora menerò il colpo. Ma prima togliti il copricapo che ti ha dato Re Artù, così potrò colpirti il collo proprio nel punto giusto
Galvano era esasperato: " Dacci dentro, " gridò " altrimenti penserò che non osi vibrare il colpo ".
" Davvero! " disse il Cavaliere Verde. " La tua ricerca troverà presto la sua ricompensa ".
Sollevò l'ascia per la terza volta, la brandi in alto, la bilanciÚ e la fece ricadere; ma in modo tale che quasi mancò il bersaglio, graffiando solo la pelle col bordo della lama, segnandogli solo il collo con un sottile filo di sangue.
Galvano, appena sentì il colpo, balzò di lato, afferrò veloce le armi e si preparò a combattere. " Sono riuscito a farti fronte! " gridò. " Il pegno era un solo colpo, non di più!
Il Cavaliere Verde sorrideva, appoggiato tranquillamente all'ascia. " Non ti agitare " disse. " Hai ricevuto il colpo che meritavi. Non ti farò più alcun male. Per due volte mi sono trattenuto: quei colpi erano innocui perché per due volte sei stato ai patti e mi hai reso i baci che avevi accettato da mia moglie. Ma la terza volta hai fallito, e perciò ti ho segnato con la mia ascia. La cintura verde che indossi mi appartiene; E' stata fatta da mia moglie per me. Sono stato io a mandartela con le sue lusinghe, i suoi baci e la verde tentazione. So tutto ciò che è accaduto. E tra i cavalieri lei montò Messer Galvano. E' come una perla tra i ceci. Hai fallito, ma solo un poco, quando sei stato messo alla prova per la terza volta; non perché hai voluto indulgere alle tue passioni, tuttavia, ma perché amavi la tua vita e ti doleva di perderla ".
Messer Galvano era avvampato di vergogna. " Siate maledetti, voi due! " gridò. " Paura e Desiderio! Siete i distruttori del valore e dell'eroismo umano ". Togliendosi la cintura fece per restituirla, ma il Cavaliere Verde rifiutò di riceverla. Consolò il giovane eroe, pregandolo di conservare il laccio verde come dono, e poi lo invitò nuovamente ad accettare ospitalità nel castello.
Galvano rifiutò di seguirlo, ma acconsentì a conservare il laccio, che si legò sotto il braccio con un nodo nascosto. Gli avrebbe ricordato per sempre la sua debolezza. E così ritornò incolume alla Tavola Rotonda della corte di Re Artù, dove raccontò la sua storia. I cavalieri tennero conto più dell'eroismo della vittoria che dell'insuccesso, e in memoria del grande evento decisero che avrebbero sempre indossato, d'allora in avanti, un pezzetto di laccio verde.
...

Tratto da Heinrich Zimmer, Il re e il cadavere, Adephi, 1983