giovedì 15 settembre 2016

Il fotografo di Spoon River

Spoon River – Edgar Lee Masters

Poesia n°106 – Penniwit, the Artist – traduzione con testo inglese

I LOST my patronage in Spoon River
Persi i miei mecenati a Spoon River

From trying to put my mind in the camera
perché provai a inserire il mio pensiero nella fotocamera

To catch the soul of the person.
per catturare l’animo della persona.

The very best picture I ever took
La miglior foto che feci mai

Was of Judge Somers, attorney at law.
fu quella del giudice Somers, l’avvocato.

He sat upright and had me pause
Sedeva eretto e mi fece aspettare

Till he got his cross-eye straight.
finché non raddrizzò il suo occhio strabico.

Then when he was ready he said “all right.”
Dopo quando fu pronto mi disse “tutto a posto.”

And I yelled “overruled” and his eye turned up.
E io gridai “obiezione respinta” e il suo occhio ritornò sù.

And I caught him just as he used to look
E lo fotografai proprio con la sua solita espressione

When saying “I except.”
quando diceva “Mi oppongo.”


lunedì 12 settembre 2016

Il farmacista di Spoon River

TRAINOR, IL FARMACISTA

Solo il chimico può dire, e non sempre,
cosa verrà fuori dall'unione
di fluidi o solidi.
E chi può dire
come uomini e donne reagiranno
fra loro, o quali figli ne risulteranno?
C'erano Benjamin Pantier e sua moglie,
buoni in sé stessi, ma cattivi l'uno con l'altro:
lui ossigeno, lei idrogeno,
loro figlio, un fuoco devastatore.
Io, Trainor, il farmacista, un mescolatore di sostanze chimiche,
morto mentre facevo un esperimento,
vissi senza sposarmi.

(Dall' "Antologia di Spoon River" di Edgar Lee Masters - Traduzione a cura di Fernanda Pivano)

Pensierino. Come capisco il farmacista Trainor! Ho applicato la chimica alla tintura tessile (più modestamente) e non agli uomini. La chimica tra uomini e donne è materia assai astrusa.

domenica 11 settembre 2016

Che fanno gli eremiti? Niente...

Quest'anno il contadino Gian Gavino Alivesu seminava il suo grano intorno alle rovine d'una chiesa, vicino al mare. Era un terreno aspro, duro da lavorare, e sebbene l'avesse avuto quasi per niente Gian Gavino si pentiva d'averlo preso. Ogni tanto, in quei pomeriggi ancora caldi d'autunno, dopo aver sudato a estirpare qualche grossa radice di lentischio o a buttare lontano dei sassi, si sollevava con la mano sulla schiena e guardava la linea verde del mare pensando che, dopo tutto, la miglior vita è quella degli eremiti. La leggenda ne faceva morire uno lì, fra le rovine della chiesa, uno che era campato centosette anni e nessuno, del resto, lo aveva veduto morire; tanto che Gian Gavino, ancora adolescente e di cuore semplice, a volte zappava piano per timore di ritrovarne e disturbarne le ossa. Sì, pensava curvandosi di nuovo sulla sua zappa, la vita degli eremiti è la migliore. Che fanno gli eremiti? Niente: mangiano quello che trovano, come uccelli, dormono e non cadono in peccato; pace in terra e pace nell'altro mondo.

(Grazia Deledda, Racconti, Sole 24 ore, 2016)

Pensierino. Da tempo penso che la vita degli eremiti sia la migliore... non mi decido a praticarla, ancora, ma ci manca poco.