martedì 9 febbraio 2010

The Painted Veil - River Waltz (Piano Solo)



I risentimenti sono più cocciuti dei sentimenti
Si può sbagliare una intera vita e far finta di nulla, per testardaggine
Come se fosse la vita di un altro, non la nostra
Come se fossimo eterni e potessimo permetterci di rinviare
Si può ballare un valzer sghembo e non riuscire a cambiare mai

Ballake Sissoko & Vincent Segal - Chamber Music

Per ascoltare, stoppare la musica del blog nella colonna a sinistra.

Romain Gary, La vita davanti a sé

Momò deve trovare un'infermiera per Mamma Rosa, la donna che lo tiene a pensione perché la mamma (puttana) non può tenerlo con sé.


Era difficile trovare un'infermiera abbastanza giovane per salire fino al sesto piano e di economiche non ce n’era nessuna. Mi sono messo d’accordo col Mahoute che si bucava legalmente perché aveva il diabete e il suo stato di salute glielo permetteva. Era un tipo in gamba che si era fatto da solo, ma per prima cosa era nero e algerino. Vendeva radioline e altri prodotti dei suoi furti e il resto del tempo cercava di farsi disintossicare a Marmottan dove aveva delle entrature. È venuto a fare la puntura a Madame Rosa, ma per poco non è finita male perché ha sbagliato fiala e ha schiaffato nel culo a Madame Rosa la razione di eroina che teneva da parte per il giorno in cui avrebbe finito la disintossicazione.

Mi sono accorto subito che stava succedendo qualcosa contro natura perché non avevo mai visto l’ebrea così imbambolata. All’inizio ha avuto un immenso stupore e poi le ha preso una grande felicità. Ho anche avuto paura che non tornasse indietro tanto era alle stelle. Io all'eroina ci sputo sopra. I ragazzi che si bucano diventano tutti abituati alla felicità e questa e una cosa che non perdona, dato che la felicità è nota per la sua scarsità. Per bucarsi, bisogna veramente cercare di essere felici e solo i re dei cretini possono avere idee simili.


Pensierino. Uscivo di casa la mattina da ragazzo spensierato e mi capitava di cantare per strada. Senza alcun motivo. Poi però mi veniva subito un pensiero, forse un po' torvo (alla maniera di Momò), e mi dicevo "Risparmiala la felicità, non buttarla per niente". Forse sbagliavo. Ora rimpiango quella felicità insensata.

domenica 7 febbraio 2010

Ieri mattina, accostando la macchina...

sabato 6 febbraio 2010

Il "Giorno della memoria"

Per il secondo anno consecutivo alcuni amici mi hanno chiesto di commemorare insieme il Giorno della memoria. Evidentemente non era bastato l'anno passato ed hanno voluto perseverare.
Il tema era "L'intolleranza si combatte (anche) con la memoria" e certo di intolleranze ne abbiamo fin sopra i capelli e di memoria assai meno.
Così ho cercato di ricordare (appunto), innanzitutto a me stesso, perché abbiamo spesso bisogno di trovare un "nemico" quasi sempre "diverso" da noi per qualche insignificante particolare per addossargli la responsabilità della nostra instabilità economica, emotiva, religiosa ecc.
Così ci è sembrato che Joseph Oberhauser, il massacratore della Risiera di San Sabba, rimasto a vendere birra a Monaco dopo la fine della guerra, fosse l'archetipo di questo atteggiamento. Ed incomprensibile è sembrato per tanto tempo (fino al 1989, almeno) che il fascista della prima ora Giorgio Perlasca, corso in aiuto delle milizie franchiste durante la guerra civile, avesse rischiato la sua vita per salvare 5000 ebrei destinati ai campi di sterminio.
Oggi non c'è bisogno di avere campi di concentramento: i nuovi schiavi di Rosarno o della Piana del Sele li possiamo mettere in squallidi tuguri, purché rimangano silenziosi ed al "loro posto", lontano dalla nostra vista, altrimenti mandiamo poliziotti in tenuta anti-sommossa a placare gli animi e deportare i riottosi. Facciamo finta che anche a Milano non ci sia il racket delle braccia e nessuno manda le forze dell'ordine la mattina presto davanti ai bar di periferia a vedere i caporali che assoldano schiavi per la nostra strabordante edilizia...

L'artusi e la ricetta per stomaci deboli

Non trovo il libro di “Ricette di Suor Germana” e il volume “Cucchiaio d'oro” sembra eccessivo come ingombro (700 e più pagine) e così sono finito, con un certo timore reverenziale, a sfogliare il prezioso Pellegrino Artusi che una vecchia zia mi ha lasciato in eredità. La copertina consunta dall’uso non è originale, ma è stata sostituita con una più robusta e funzionale di cartone “mormorato”; le pagine rimangono sempre un po' appiccicaticce forse perché l'uso in cucina le aveva fatte impregnare degli umori e dei grassi della stessa e non mancavano vere e proprie macchie e persino una piccola bruciatura, esito di una vicinanza troppo azzardata ai cerchi incandescenti della cucina economica. Il timore nell'affrontare quelle pagine è procurato, in prima battuta, dagli ingredienti che il maestro snocciolava con grande padronanza e che oggi ai più sembrano oscuri alimenti scomparsi dal tempo delle antiche civiltà sumeriche. Ma a ben vedere quello mi sembra un problema ancora risolvibile (con un po’ di fantasia e gusto); ciò che è insormontabile per il “cuoco da battaglia” che mi reputo sono i “tempi” delle preparazioni dell'Artusi: ogni ricetta richiede tempi incompatibili con il vivere moderno e viene il fondato sospetto che fossero incompatibili anche con le attività delle pur valenti massaie del tempo suo, oberate già da infinite faccende domestiche.

A dir la verità anche gli ingredienti erano sconosciuti alla gran massa delle masère delle nostre campagne lombarde e non che vedevano la testina di vacca solo a Natale e per il resto dell'anno si nutrivano di gran minestroni, polenta e avare fettine di salame. L’Artusi era per loro un libro di pura fantasia inventato da un signore che frequentava esclusive case nobili e raccontava le sue storie agli abbienti che le abitavano.

Ma oggi avevo un frigo pieno di ogni ben di dio e per cominciare mi sono avventurato nella preparazione di un semplice brodo: che c'è di più semplice di un brodo? Vediamo cosa propone l'Artusi nel suo "La Scienza in Cucina e l'Arte di Mangiar Bene” , sottotitolo “Manuale pratico per le famiglie compilato da Pellegrino Artusi (790 ricette)” e, in appendice, "La cucina per gli stomachi deboli".

Innanzitutto di brodi Artusi ne propone due tipi: uno è il classico brodo, l’altro per gli ammalati. Per scaramanzia prendiamo in considerazione il primo…

Ingredienti

Muscolo senz'osso, grammi 500.

Una zampa di vitella di latte, oppure grammi 150 di zampa di vitella.

Le zampe di due o tre polli.

Due teste di pollo coi colli.

Le zampe dei polli sbucciatele al fuoco e tagliatele a pezzi; poi mettete ogni cosa al fuoco in due litri d'acqua diaccia; salatela a sufficienza e fatela bollire, schiumandola, adagio adagio per sette od otto ore continue, talché il liquido scemi della metà. Allora versate il brodo in una catinella, e quando sarà rappreso levate il grasso della superficie; se non si rappiglia, rimettetelo al fuoco per restringerlo di più, oppure aggiungete due fogli di colla di pesce. Ora la gelatina è fatta, ma bisogna chiarificarla e darle colore d'ambra. Per riuscire a questo tritate finissima col coltello e poi pestatela nel mortaio, grammi 70 carne magra di vitella, mettetela in una casseruola con un uovo e un dito (di bicchiere) d'acqua, mescolate il tutto ben bene e versateci la gelatina diaccia. Non smettete di batterla con la frusta sul fuoco finché non avrà alzato il bollore, e poi fatela bollire adagio per circa venti minuti, durante i quali assaggiate se sta bene a sale e datele il colore.

A questo scopo basta che poniate in un cucchiaio di metallo non stagnato due prese di zucchero e un gocciolo d'acqua, lo teniate sul fuoco finché lo zucchero sia divenuto quasi nero, versandolo poi a pochino per volta, onde avere la giusta gradazione del colore, nella gelatina bollente. Alcuni ci versano anche un bicchierino di marsala.

Ora, prendete un asciugamano, bagnatelo nell'acqua, strizzatelo bene e pel medesimo passate la detta gelatina, ancora ben calda senza spremere e versatela subito negli stampi; d'estate, qualora non si rappigli bene, ponete questi sul ghiaccio. Quando la vorrete sformare, passate leggermente intorno agli stampi un cencio bagnato nell'acqua bollente. Il bello della gelatina è che riesca chiara, non dura, trasparente e del colore del topazio. Essa ordinariamente si serve col cappone in galantina o con qualunque altro rifreddo. È poi un ottimo alimento per gli ammalati. Se prendesse l'agro, per non averla consumata presto, rimettetela al fuoco e fatele spiccare il bollore. Anche il brodo comune si rende limpido nella stessa maniera od anche colla carne soltanto.

Chiaro no? Ma dopo aver apprezzato la prosa fluente, rimango sconcertato dalla lunghezza e dovizia di particolari della ricetta. Tra tutte sono rimasto sconcertato dalla pretesa di trovare due o tre zampe e teste di pollo: i polli da tempo non hanno più né le une né tanto meno le altre! D'altra parte, mi sono detto, ”chi vuole fare un buon brodo si deve applicare”...

Scoprire che l'Artusi (come tutti chiamano confidenzialmente il libro) sia stato stampato nel 1891 in mille copie e che nei 20 anni successivi ristampato in quattordici edizioni, ci fa capire quale successo editoriale abbia avuto e che diffusione vantasse nell'analfabeta Italia d’inizio secolo dove, chi poteva permettersi un libro in casa, era un sciur.

Se siete imbarazzati nel scegliere il menù per il Berlingaccio, l’Artusi propone:

Minestra asciutta. Pappardelle con la lepre n. 95, o Maccheroni alla bolognese n. 87.

Principii. Crostini di tartufi n. 109.

Umidi. Budino alla genovese n. 347.

Tramesso. Zampone o Salame dal sugo di Ferrara n. 238, con Sauer-kraut n. 433.

Arrosto. Cappone con insalata, o Cappone tartufato n. 540.

Dolci. Dolce Torino n. 649, e Gelato di aranci n. 763.

Io me la cavo con molto meno.

venerdì 5 febbraio 2010

Sorpresa: ultima (?) neve ...

Il Raptus secondo Quintorigo


(Fermare la musica del blog nella colonna di sinistra, prima di avviare)

giovedì 4 febbraio 2010

2 Euro

Stava nel mucchio dei libri della bancarella con la scritta che campeggiava sopra “Tutto a 2 Euro”. Non aveva di primo acchito un grande appeal come libro: la copertina era stata ricoperta con una di quelle carte decorate che si compravano a rotoli e servivano un tempo per proteggere soprattutto i libri di scuola, i più maltrattati da alunni insofferenti o, nei casi più rari, ricoprivano libri cari al lettore, martoriati dalla lettura e dalla consultazione frequente. Sulla facciata o sul dorso i perfezionisti appiccicavano un'etichetta con il titolo e l'autore del libro. In questo caso no, nessuna etichetta, solo la copertina diligentemente ripiegata all'interno e fermata con piccoli pezzi di scotch.

Quando guardavo B. sfogliare questi libri delle bancarelle, rimanevo sempre sorpreso dall'affetto con cui maneggiava questi oggetti. Se li girava tra le mani, scorreva le pagine, si soffermava sulle annotazioni a matita a margine del testo, accennava un sorriso (persino, lei che di sorrisi era avara) quando trovava un ritaglio di giornale o una dedica. Sembrava che le interessasse di più quella umanità che aveva maneggiato e letto quel libro che il libro stesso. Per imitazione di quel ricordo, ho cominciato a sfogliare il libro ricoperto di carta a fronde colorate aprendolo alla prima pagina.

La copertina in effetti si era ormai staccata dal resto del libro, anzi si vedevano proprio i fili della cucitura affiorare. Ed ecco...

S. Giovanni 1939

Alla cara ottima Vanna

Annalisa

E poi nella pagina successiva il nome scritto a matita in alto

- Vanna B. -

e sotto il titolo, solo

Limpido rivo

Poi ancora una pagina intera vuota ed ecco la contro-copertina da una parte la dedica dell'autore ed il titolo

All'egregio professor G. lei dona il suo aff.mo allievo

(firmato) G.Pascoli

(nell'ovale un giovinetto con una livrea con bottoni luccicanti di madreperla e colletto alto con due rametti decorativi di mimosa).

Sull'altra pagina

Giovanni Pascoli

Limpido rivo

Prose e poesie presentate da

Maria

ai figli giovinetti

d'Italia

*

Terza edizione

A. Mondadori . Editore

A pagina 15 (nella poesia LA PIADA) un piccolo ritaglio dal C.d.S. [Corriere della sera] del 13-3-2000. Riporta la poesia di Pascoli dalla raccolta “Trenta poesie famigliari”

“Per il viale, neri lunghi stormi,

facendo tutto a man più fosco,

passano: preti, nella nebbia informi,

che vanno in riga a San Michele in Bosco.

Vanno. Tra loro parlano di morte.

Cadono sopra loro foglie morte.

Sono con loro morte foglie sole.

Vanno a guardare l'agonia del sole”

Scorro i ritagli dentro il libro. Qualche foglio di giornale è ingiallito dall'azione della luce sull'amido. Tutti i ritagli sono del C.d.S. e datano tutti nel 2000. Quel vecchio libro era già passato nelle mani di più generazioni. Forse era stato regalato, già così vecchio e malandato, da quella tal Annalisa della dedica. Un ricordo di famiglia, forse. La conoscenza di una profonda passione per il poeta della tal Vanna , anche. Forse il regalo ad una “ottima” istitutrice “cara” per i suoi premurosi servigi, pure.

Vanna certamente amava la poesia e quello era un libro che sfogliava spesso. Vi aggiungeva articoli con altre poesie. Una volta aveva aggiunto a p. 143 anche un articolo di Mosca dal titolo emblematico “Al bando la poesia a memoria”.

Ecco forse Vanna aveva ricordo e rimpiangeva quelle poesie passate a memoria che ancora ora si ricordava tanto bene e poteva recitare per diletto dei nipoti che rimanevano estasiati da una nonna che recitava come una vera attrice.

Il libro non ha un segno, non una sottolineatura, Vanna ha segnato solo il suo nome sulla prima pagina, a matita, leggero. Quasi avesse timore di rovinarlo.

Ora era in vendita sulla bancarella a 2 Euro e l'ho preso, con un sorriso.

mercoledì 3 febbraio 2010

Tandem

Leggere insieme (per due istigazioni alla lettura di Anna e Marina) Racconto d'autunno di Tommaso Landolfi e La vita davanti a sé di Romain Gary è una esperienza da fare. Due scritture schioppettanti: quella di Landolfi volutamente arcaica, ricca di vocaboli desueti che evocano ambienti e persone d'altri tempi (ed il racconto è "solo" del 1946), con una costruzione della frase breve; l'altra, di Gary, molto parlata, contraddittoria, una terminologia volutamente "sporca".
Poi vengono le trame e le cose che raccontano, prima però si rimane affascinati dalla scrittura.
Racconto d'autunno è un testo molto tetro, pieno di ombre, di paesaggi all'imbrunire, di segreti e fughe, di giochi psicologici ed auto-suggestioni. La vita davanti a sé è invece un romanzo del "farcela contro ogni mala sorte", c'è anche lì l'ombra, il ricordo della guerra appena passata (il libro è del 1975, ma i fatti sono ambientati nella Parigi post bellica), il mondo marginale delle prostitute e delle loro maternità clandestine. Eppure c'è luce e vitalità.

Due piccoli esempi.

da Racconto d'autunno p. 54
Quel giorno, dunque, tanto rabbioso era il vento e ostinata la pioggia, e una tale tetraggine incombeva in casa, che ne fui indotto a prospettarmi la necessità d'una risoluzione qualunque, in un senso o nell'alto. Non però che mi fosse passata la languidezza, la quale semmai era aumentata; nulla, sicché, sarebbe seguito, ove non fosse capitato un avvenimento che potevo aspettarmi ma non m'aspettavo e che, di per sé irrilevante, servì tuttavia a scuotermi un poco dal mio torpore. In breve, avemmo una visita...

risponde La vita davanti a sé p. 7
All'inizio non sapevo che Madame Rosa si occupava di me soltanto per riscuotere un vaglia alla fine del mese. Quando sono venuto a saperlo avevo già sei o sette anni e per me è stato un colpo sapere che ero a pagamento. Credevo che Madame Rosa mi volesse bene gratis e che ci fosse qualcosa tra noi due. Ci ho pianto su per una notte intera ed è stato il mio primo grande dolore.
Madame Rosa si è accorta che ero triste e mi ha spiegato che la famiglia non significa niente e che ci sono perfino di quelli che vanno in vacanza abbandonando il loro cane legato a un albero e che ogni anno ci sono tremila cani che muoiono così senza l'affetto dei loro cari. Mi ha preso sulle ginocchia e mi ha giurato che io ero la cosa più cara che aveva al mondo, ma io ho pensato subito al vaglia e sono scappato via piangendo.
Buona lettura.


martedì 2 febbraio 2010

Mercatino sui Navigli di Milano











domenica 31 gennaio 2010

Passeggiando



- Hai mai attraversato un ponte così ?
- No, avrei paura.
- Ma se quella fosse l'unica via d'uscita ?
- Forse. Non so se sono pronto per la salvezza.
(dedicato a FrammentAria)




Aggrappàti (aggràppati) ovunque.





L'ombra mi precede.
Non è un buon auspicio.

Pietro mi suggerisce T.S. Eliot e come si potrebbe negare ospitalità...

E io vi mostrerò qualcosa di diverso
Dall'ombra vostra che al mattino vi segue a lunghi passi, o dall'ombra
Vostra che a sera incontro a voi si leva;
In una manciata di polvere vi mostrerò la paura.





Barcaioli dove siete?
L'acqua scorre senza di voi.


L'infinito esiste
l'ho visto....



Dal vivo (fermare la musica del Blog - nella colonna di sinistra - ed ascoltare quella del fiume e del vento)...

Giovanni dei treni

Quando l'interregionale 2005 delle 6.57 parte dalla stazione di Porta Susa, Giovanni si chiede “Perché partire, perché hanno desiderato che io partissi?”. Poi guarda la banchina della stazione sfilare e il treno che s'infila nella galleria e Giovanni chiude gli occhi. Quando sente che il rumore del treno da cupo sembra aprirsi, riapre gli occhi ed ecco che si trova in un mondo altro. Si stropiccia gli occhi, come se si fosse svegliato ora da un lungo sonno, e si guarda intorno.
Giovanni è un pendolare sui generis: non è che viaggia per raggiungere il lavoro o una qualsiasi meta. Il suo lavoro è viaggiare e percorrere la pianura padana sui treni dei pendolari che lui predilige e questo mezzo gli permette anche di fare un bel po' di chilometri. Si perché lui ha un foglio in tasca che mostra con sussiego al controllore quando gli chiede il biglietto e per lui quel foglio è un lasciapassare. Da qualche anno va avanti e indietro, instancabilmente e gli stessi controllori non gli chiedono più niente come per i quasi mitici “abbonati annuali”. Sul treno, insomma, si sente a casa sua. Da Torino a Milano l'interregionale impiega un'ora e quarantacinque minuti (se tutto va bene) e Giovanni si fa un viaggio la mattina e due il pomeriggio di andata e ritorno. Per l'ultimo viaggio cerca di prendere il treno a Milano delle 19.20 che alle 21 lo scarica a Porta Susa con i pendolari ormai rassegnati d'aver fatto tardi anche quel giorno. Lui invece di dirige a casa stanco della sua giornata di viaggio, pensando già alla prossima mattina.
Giovanni è un viaggiatore meticoloso, innanzitutto per la scelta del posto dove sedersi. E' una operazione che richiede molta attenzione e cautela, buone doti di osservazione e, come per tutte le cose, anche di fortuna. In più questa ricerca deve svolgersi in tempi prefissati, prima dell'arrivo alla stazione di Novara, dove salgono centinaia di persone e la maggior parte si fa il tragitto fino a Milano in piedi. Un viaggiatore professionista come Giovanni non può farsi sorprendere da questo programmato disservizio. Giovanni conosce a menadito la stazione di partenza e di arrivo e in attesa di riprendere il treno per il ritorno si fa sempre un giretto per comprarsi un panino o guardare le riviste nell'edicola o scambiare due parole con qualcuno che trova. Si perché c'è sempre qualcuno nelle stazioni che, a dispetto degli indaffarati che schizzano via verso il metrò o l'autobus, se ne sta lì ad aspettare qualcun altro con cui parlare. E di argomenti ce ne sono a bizzeffe, i più svariati e strani: si trovano interlocutori portati ad argomenti filosofici o esistenzialisti, metafisici o boccacceschi, surreali o maledettamente concreti, sportivi o assolutamente oziosi. E Giovanni è un gran ascoltatore. Annuisce attento, partecipa con sorrisi o espressioni contrite, si sbellica dalle risa o scuote pesantemente la testa. E questo a suoi interlocutori piace moltissimo.
Questa mattina Giovanni è ben disposto come sempre, ha trovato il suo posto sul treno, ha salutato con un sorriso il controllore ed ora si guarda in giro. Un libro è appoggiato sul sedile del treno. Forse dimenticato da un frettoloso passeggero. Nello scompartimento del treno interregionale 2005 non c’è quasi nessuno. I soliti quattro pendolari avvolti nei loro sonnacchiosi pensieri. Un gruppo di studenti rumorosi e con gli zainetti colorati. Lui Giovanni osserva il libro per scoprirne il titolo. A dir la verità questo è uno dei suoi passatempi preferiti sul treno. Quello di scoprire il titolo del libro che i compagni di viaggio leggono. Si perché i pendolari sono dei gran lettori: innanzitutto gli studenti e i professionisti leggono avidamente le cose che non hanno letto comodamente a casa o in ufficio o a scuola. Poi ci sono quelli, i lettori occasionali, che non si sono portati nulla per ingannare il tempo e prendono con grande avidità quei giornaletti distribuiti nelle stazioni gratuitamente. Giornali dal nome inequivocabile "Leggo". Come a dire “leggo anch'io”. Comunque meglio questi lettori di quelli che scrutano per un intero viaggio il loro telefonino alla ricerca di non si capisce bene cosa. Ma Giovanni, con disappunto, ha notato che quel libro abbandonato oggi è spogliato delle copertine e manca anche la contro copertina e dell’indice. Inizia con il capitolo I e finisce con il capitolo III. Alla fine del testo c’è anche la parola "FINE" quasi a sottolineare al lettore che il libro è proprio finito. Ma Giovanni avrebbe capito dopo quel "FINE" e avrebbe fatto a matita una piccola
modifica aggiungendo un punto interrogativo.

29/11/09 © Guglielmo Gaviani 2010

sabato 30 gennaio 2010

Per prepararsi alle elezioni regionali...

Puntun da Via Curnò


Clicca sull'immagine per ingrandirla.

mercoledì 27 gennaio 2010

Domenica scorsa al Ticino e Naviglio grande






lunedì 25 gennaio 2010

Per Nichi



Commento. Quanto è lontana la Lombardia con il suo teatrino politico e le candidature della nomenklatura.

domenica 24 gennaio 2010

Mail da me stesso

Per quegli strani ed imperscrutabili scherzi della tecnologia, mi è arrivata una mail ieri da … me stesso. Già l’evento si manifestava in modo sospetto, ma quando ho letto che era un commento al mio piccolo racconto della scorsa domenica ho capito che la cosa si faceva seria. Infatti le aspettative (negative) si sono concretizzate all'apertura di questa missiva misteriosa in modo puntuale. Campeggiava una sola parola nel testo del messaggio: “banale” , seguita da quattro punti sospensivi (una sospensione accentuata e minacciosa).
Ora non bisogna sempre ascoltare le voci che ci arrivano dall'esterno, tanto più quando arrivano da misteriosi buchi neri del web: per fortuna la natura ci aiuta e facciamo già una discreta selezione fin dall'ascolto delle migliaia di messaggi diretti o indiretti ai quali siamo sottoposti quotidianamente, poi abbiamo affinato (dovremmo averlo fatto, almeno) una tecnica di selezione critica che ci porta a prendere in considerazione quelli più significativi, vagliarli, farci sopra qualche ragionamento ecc ecc. Questo almeno è il meccanismo che ci fa sopportare la pressione, a volte enorme, che viene dall’esterno e trasformarla in stimoli positivi. Un'amica, interpellata in proposito, sentenziava (saggiamente) di non prendere in considerazioni quel vigliacco "banale", frutto amaro, a suo dire, di una lettrice astiosa.
Ma una voce sibilata dal nostro alter ego mette in difficoltà perché è subdola e la cosa rende irrimediabilmente ansiosi. Prima, naturalmente, ho cercato scappatoie tecniche dispiegando ogni conoscenza informatica per rintracciare la provenienza della mail importuna, poi, non avendo raggiunto alcun risultato, mi sono messo a guardare quell'unica parola ricambiando il sentimento di astio che emanava. Già, ma il dubbio si era ormai insinuato come un tarlo nel legno tenero, e allora non rimaneva che rileggere quel “pezzo” e vagliarlo con l'occhio non già benevolo del padre che guarda il figlio, ma con quello accigliato del maestro che legge il componimento dell'allievo, anzi di uno degli allievi meno dotati.
Il verdetto finale, l’avevo sospettato fin dall’inizio ma non volevo rassegnarmi, è stato coincidente con quello del misterioso alter ego: “banale”. Giudizio in appello non impugnabile (non esiste la cassazione nel giudizio letterario).
Così per cercare un pannicello caldo da mettere sulla ferita sanguinante del mio ego [contrazione primordiale dell’invadente io] non è rimasto che rituffarmi nell’avventura della scrittura, ma ora la prospettiva era diversa, decisamente diversa.
Non mi potevo muovere che verso una scrittura “per sottrazione”: una specie di distillato di parole da sorseggiare a dosi infinitesimali, dosi omeopatiche. Questa tecnica ha degli innegabili vantaggi non tanto sul fronte della scrittura, che anzi è assai più intensa e macchinosa (cancellare le proprie parole già scritte è faticoso), ma sul fronte dell’utilizzatore finale (l’Avvocato Ghedini mi perdonerà l’appropriazione indebita di questa sua felice locuzione): il giudizio è praticamente immediato, senza appello e nello stesso tempo è anche, per la natura stessa dell’opera valutata, più indulgente. Rimane solo nel lettore il sospetto, non del tutto infondato, che l’autore si sia sforzato poco per partorire questa piccola cosa, ma gli sarà grato del fatto che comunque non gli ha fatto perdere molto tempo [sembra quest’ultimo l’unico vero problema di oggi].
Non continuo oltre perché, come si dice da noi, diventerebbe più la bagna dello stufato e quindi passo alla piccola “opera” odierna che è nata nell’occasione di un concorso de La Feltrinelli intitolato 128 battute al quale ho partecipato con questa cosa [poesia? short story?]…

Meglio essere cane
insospettabile intelligenza
nascondersi al temporale
essere amato per questa paura
ricevere una benevola carezza.


© Guglielmo Gaviani 17/11/09

Quanti sono i curiosi ?

A la bonne heure

Nessun miraggio può incontrare un altro miraggio. Non ci sono che solitudini, dopo il furto dei corpi. (Elsa Morante, Il mondo salvato dai ragazzini)