lunedì 3 agosto 2020

Nella terra dei Gattopardi

«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.», così scriveva Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne "Il Gattopardo". In questo paese di "Gattopardi" abbiamo preso la scorciatoia: non cambiamo niente da subito.


giovedì 30 luglio 2020

La lingua di Camilleri

riccardino_andrea_camilleri

Incipit

Uno

Il tilefono sonò che era appena appena arrinisciuto
a pigliari sonno, o almeno accussì gli parsi, doppo ore
e ore passate ad arramazzarisi ammatula dintra al letto.
Le aviva spirimintate tutte, dalla conta delle pecore
alla conta senza pecore, dal tintari d’arricordarisi come
faciva il primo canto dell’Iliade a quello che Cicerone
aviva scrivuto al comincio delle Catilinari. Nenti, non
c’era stato verso. Doppo il Quousque tandem, Catilina,
nebbia fitta. Era ‘na botta d’insonnia senza rimeddio,
pirchì non scascionata da un eccesso di mangiatina o
da un assuglio di mali pinseri.
Addrumò la luci, taliò il ralogio: non erano ancora le
cinco del matino. Di certo l’acchiamavano dal commis-
sariato, doviva essiri capitata qualichicosa di grosso. Si
susì senza nisciuna prescia per annare ad arrispunniri.
Aviva ‘na presa tilefonica macari allato al commodino,
ma da tempo non l’adopirava pirchì si era fatto pirsuaso
che quella piccola caminata da ‘na càmmara all’autra,
in caso di chiamata notturna, gli dava la possibilità di
libbirarisi dalle filinie del sonno che si ostinavano a ri-
starigli ‘mpiccicate nel ciriveddro.
«Pronto?».

venerdì 24 luglio 2020

A Dio non piace che si rida di lui

Inutile sottolineare mi ha sempre affascinato l'interpretazione di immagini e musiche: questo blog è pieno zeppo di "letture" di questo tipo. Mi rendo conto sempre più che lo stesso avviene anche per la parola scritta, anche quella scientifica che parrebbe quella più netta e precisa (almeno all'apparenza). Alla fine da ciascun libro il lettore trae un "suo" libro.

Pare che alcuni testi siano una fonte inesauribile di interpretazioni sempre più minuziose e sottili. Mi è capitato di recente di sentire durante una conversazione sul sorriso nel Vangelo, di sentir persino  parlare dell'ironia di Dio. Anzi per l'esattezza del fatto che né Gesù né Dio ridano mai. Anzi a volte si stizziscono per il riso degli uomini. Saranno senza ironia?

I due episodi biblici sono noti: uno è quello di Abramo e Sara (Genesi 18, 1-15) e l'altro di Zaccaria ed Elisabetta (Luca 1, 5-25). In entrambe i casi un messaggero di Dio annuncia che gli anziani coniugi avranno un figlio. Nel primo caso è Sara che ride all'annuncio, nel secondo è Zaccaria.
La reazione è stizzita: Sara, che ha riso "dentro di sé", è scoperta dal Signore messaggero di Dio e tenta di negare imbarazzata dalla sua stessa reazione, quando questi le chiede spiegazione; il Signore taglia corto dicendole "Si, hai proprio riso". Sara aveva riso anche immaginando di come avrebbe concepito "avvizzita come sono, dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!". Un orgasmo tra ultra novantenni è cosa ridicola? Da Abramo e Sara nasce Isacco che in ebraico significa "colui che ride" e non è un caso ed è anche una rivalsa.
Nel secondo episodio biblico è Zaccaria che ride all'annuncio dell'Angelo del Signore e la sua incredulità viene subito punita: "tu sarai muto" fino a quando la profezia non si avvererà. Da Zaccaria ed Elisabetta nascerà Giovanni Battista, il Decollato, l'unico Santo che si festeggia nel giorno della sua nascita e non della sua morte.

Immediatamente viene alla mente un altro annuncio, quello dell'Angelo Gabriele a Maria. In questo caso la reazione è di stupore "Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?". E l'Angelo le ricorda l'episodio di Elisabetta incinta a 90 anni che al momento dell'Annunciazione di Maria è al sesto mese di gravidanza.

Ho già raccontato su questo blog l'incontro di Maria con Elisabetta (la Visitazione) raffigurata in molte opere). Un episodio intimo e fatto di semplici gesti affettuosi e solenni.   

Poche parole ed ecco che si apre un mondo di interpretazioni.


martedì 14 luglio 2020

Ottobre 1943, il Vesuvio si sveglia al rumore dei bombardamenti




Pensierino. Il Vesuvio ne ha viste tante sotto di sé ed ogni tanto anche lui fa sentire la sua voce potente che sovrasta il rumore di qualsiasi cosa succede là sotto, nei vicoli di Forcella o di Montedidio e fa tremare tutti.

martedì 16 giugno 2020

Chissà se i tarocchi dicono la verità

Chissà...
A volte i tarocchi
ci dicono quello che
vogliamo sentirci dire.
Una superficie
di bellissimi fiori
che non ci sono.



domenica 7 giugno 2020

Portati per mano verso il caos

Friedrich Durrenmatt nel suo La Promessa (Un requiem per il romanzo giallo) racconta la storia del naufragio della logica poliziesca di fronte ad un grave episodio di assassinio di una bambina nelle campagne della Svizzera dei Grigioni.
Uno scrittore di romanzi gialli si incontra in una conferenza per la presentazione di un suo lavoro con un ex comandante di polizia, il dottor H, col quale di mala voglia condivide un passaggio in auto verso Zurigo. E' il dottor H. che per confutare le tesi dei meccanismi (troppo) perfetti con i quali si costruiscono i "gialli", racconta un episodio che, secondo lui, sconvolgerebbe quella logica.
Prima di svelare la conclusione "fin troppo semplice" il dottor H. sostiene: 

(bisogna) avere ben chiaro in mente che riusciremo a evitare il naufragio nell'assurdo, che per forza di cose risulta sempre più netto e schiacciante, e a costruirci su questa terra un'esistenza abbastanza confortevole, solo incorporandolo tacitamente nel nostro pensiero. La nostra ragione rischiara il mondo non più dello stretto necessario. Nel bagliore incerto che regna ai suoi confini si insedia tutto ciò che è paradossale. Dobbiamo guardarci dal considerare questi fantasmi come fossero qualcosa "in sé", come se si trovassero fuori dello spirito umano, o, peggio ancora: non commettiamo lo sbaglio di considerarli come un errore evitabile, sbaglio che ci potrebbe indurre a condannare il mondo in una sorta di morale caparbia e dispettosa, qualora tentassimo di imporre una visione perfettamente razionale delle cose, giacché proprio la sua perfezione assoluta costituirebbe la sua menzogna mortale e un segno della peggiore cecità. 
Pensierino. Durrenmatt è maestro nel portarci per mano con una logica perfetta come un orologio svizzero (appunto) ad una conclusione che spiazza. La sua logica stringente è in funzione di un immanente irrazionale caos che sovrasta le nostre vite.

Il romanzo è uscito nel 1975 da Einaudi e nel 2005 ripubblicato ne La biblioteca di Repubblica.


domenica 17 maggio 2020

I simboli di una piccola comunità. Il caso del cedro di Buscate

135 anni del cedro del Cimitero. Una storia legata alla nostra comunità.
Premessa. In questi giorni si decide se abbattere o meno un Cedro dell'Himalaya che da 135 anni sta davanti al Cimitero di Buscate in provincia di Milano. Questa è la storia della sua nascita.
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Il 3 maggio del 1885 Don Giovanni Battista Ferrari (professore emerito), Parroco di Buscate, inaugura il nuovo Cimitero di Buscate con una gran partecipazione di folla, delle Autorità, delle due Congreghe con le loro cappe nuove e della banda. L’entusiasmo è alle stelle e nel suo discorso il Parroco non lesina complimenti agli amministratori del Comune che lui chiama Estimati (le elezioni avvenivano ancora per censo e votavano solo quelli che avevano un reddito di almeno 19,8 lire di tasse pagate annuali – circa 90 € attuali -). Costoro “non consigliandosi colla parsimonia, che suggerirebbero i tempi, vollero che al bisogno fosse provveduto con buon gusto e larghezza di mezzi”. Il nuovo Cimitero prende il posto di quello ormai insufficiente di Via Villoresi (oggi parchetto delle rimembranze) che ha ospitato cinque generazioni di buscatesi (prima ancora, infatti, il cimitero era vicino a San Mauro). E’ ancora il Parroco che descrive l’opera: “ per ampiezza di spazio, per ben concepito disegno, per soda e corretta esecuzione, non che per ben intesi comparti interni, e per leggiadra disposizione di margini a verde perenne, e di alberi ospitali, che ne allietano l’ingresso (ndr ecco l'accenno ai 4 cedri dell'Imalaya che "fregiavano l'ingresso) è così ben riuscito, che tra i cimiteri rurali, a ben pochi può dirsi secondo”. A ulteriore fregio anche un “facoltoso e munifico proprietario di qui” (indicato in nota come Gaetano Motta), ha costruito un “marmoreo monumento… a pietoso ricordo de’ suoi cari estinti e che, colle sue forme severe, torreggia e sormonta questo recinto e anch’esso vi aggiunge lustro e decoro”.
Il discorso del Parroco è accalorato ed a tratti emozionante, non tralasciando dotte citazioni (non solo bibliche) e stoccate ai “materialisti”. Già i materialisti erano forse quei contadini che proprio in quegli anni cercavano di affrancarsi da una vita miserevole e da contratti agrari da fame.
A loro il Parroco ricorda: “E’ l’uguaglianza finale (ndr nella morte) che rende tollerabile la diseguaglianza sociale, contro cui, dagli imi strati, oggidì più che mai, si freme e tumultua”.
Ma la Boje era già partita nella provincia di Mantova e nel Trevigiano e si stava diffondendo a macchia d’olio nella pianura. Arriverà ben presto anche a Dairago e Villa Cortese il 5 maggio 1889 con la richiesta ai proprietari ("pretesa" la chiamavano Lor Signori) di ridiscutere i contratti. Alla sordità dei proprietari terrieri (tra i quali dobbiamo annoverare anche la Chiesa), la risposta si fa sempre più violenta tanto che ad Arluno è chiamato ad intervenire l’esercito del generale Bava Beccaris, quello che nello stesso mese sparò alla folla a Milano facendo 80 vittime e il giugno successivo fu insignito del titolo di grande ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia dal Re Umberto I e nominato senatore dl Regno. Il 21 e 22 maggio dello stesso anno i moti arrivarono anche a Buscate con l’episodio dei sassi che infrangono le grandi due lanterne davanti alla Villa che diventerà Abbiate e che aveva come proprietario all’epoca proprio quel Gaetano Motta che aveva costruito la tomba di famiglia al cimitero. Il risultato è l’arresto di due “facinorosi” Gaetano Miramonti e Antonio Nava, condannati rispettivamente a 40 giorni e sette mesi di carcere. Il Miramonti sbarcherà poi a Ellis Island il 13/06/1903 (Mi a vo via, p.16): è la sorte di molti “ribelli” che finiranno con l’emigrare per avere una nuova opportunità nella vita lontano dalla miseria.
Per tornare agli alberi “ospitali” che fregiano l’ingresso del Cimitero certamente uno di questi è il cedro dell’Himalaya che campeggia ancora oggi e speriamo lo faccia ancora per secoli.
Non spetta a me dire se questo albero centenario debba essere recuperato dopo i gravi danni subiti, saranno i tecnici ad esprimersi in merito: agli amministratori spetta l’onere di scegliere personale qualificato per questo tipo di analisi. Certamente, come o cercato di spiegare in questo articolo, questo albero è un simbolo per il paese e quando si maneggiano i simboli di una comunità occorre avere molte attenzioni. In passato non abbiamo avuto scrupoli e abbiamo distrutto pezzi della nostra identità (la chiesa di San Mauro, il Municipio, Villa Abbiate): i segni di questa sbrigativa e devastante liquidazione sono ancora ben visibili. Cerchiamo di valutare bene questa volta cosa fare.
Su Buscateblog potete anche leggere il testo integrale del discorso di Giovanni Battista Ferrari
L'immagine può contenere: una o più persone, folla, albero e spazio all'aperto
Un funerale del 1928. Si vedono oltre la cinta ed il cancello d'ingresso del Cimitero i 4 Cedri.
Quello più a destra è quello sopravvissuto fino ad oggi.
Cimitero_Vecchio_cancello
L'entrata del Cimitero e al centro la Cappella Motta

domenica 10 maggio 2020

Tradimento

Intorbidi, se tocchi
l'acqua chiara.

Appena esci nel sole
tracci un'ombra.

Perciò se invochi dio
ti viene male.

Fabrizia Ramondino, Avvertimento, da Per un sentiero chiaro, Einaudi, 2004

Pensierino. Chissà perché rileggendo questa poesia ho pensato alla trasmissione di ieri sera di Roberto Benigni che raccontava i Dieci Comandamenti.




martedì 5 maggio 2020

Lucenti e rigide come antichissime statue

La festa è iniziata e dai casolari scendevano ai paesi (trasfigurati dalla memoria) di Schiazzano, di Montecchio, di Marciano, di Alisistri e Metamunno (paesi "alla marina" fuori Althénopis - la Napoli della Ramondino) le maestose matrone popolane.

Passano le vecchie dei casolari vestite di seta cangiante, marrone o verde bottiglia o nera, che noi vedevamo invece sempre infagottate o discinte, con le gambe nodose di varici e i piedi deformi, levati a volte su una pietra a riposare. Passavano vestite dalla testa ai piedi, lucenti e rigide come antichissime statue, depositarie di sapienza, tutrici della terra, dei parti, dell'allevamento dei figli, della cura dei malati e dei pazzi, e custodi delle basilari regole di civile e religiosa convivenza.

Questo capitolo del libro di Fabrizia Ramondino è molto evocativo e come si svolge la festa, prima religiosa, con i suoi riti della processione e benedizione, e poi di festa laica con le bancarelle e i "fuochi" finali, i fidanzati che si appartano, i bambini che sgusciano ovunque, curiosi, mi ha ricordato la mia infanzia e quelle atmosfere, anche se da noi, nella Lombardia di San Carlo, le commistioni tra religione e festa "pagana" erano assolutamente vietate. Eppure, malgrado questa cupezza imposta, c'era comunque un che di gioioso, che apriva al sorriso.

Il libro della Ramondino devo dire che solo a tratti mi ha entusiasmato, in particolare questo capitolo delle feste e gli ultimi del "Ritorno al nord", con il racconto del confronto/scontro con la madre. Lì il racconto si fa nervoso, sincopato, con frasi brevi, flash taglienti di una "normalità" borghese rifiutata. Per il resto la minuziosa descrizione della saga familiare personalmente stufa un po', ma è un giudizio molto sommario.

Rimane un libro da leggere.

Fabrizia Ramondino, Althénopis, Einaudi, ultima edizione 2016



martedì 28 aprile 2020

Amaro Rea

Ho finito di leggere l'amaro libro di Domenico Rea, Pensieri della notte, Dante & Descartes, 2006. Un libro immerso in una Napoli lontana dalle cartoline "basta ca ce sta 'o sole", una città vissuta dai protagonisti esclusivamente di notte, camminando a piedi nei vicoli luridi, visitando per cene luculliane infimi bassi o terrazze affacciate su un mare di antenne tivvù. Rea e gli amici (i professori Igalo e Broell) si aggirano a piedi o di malavoglia con una sgangherata 500, alla ricerca di qualcosa di autentico che ancora si può gustare in questa città trasformata in una metropoli anonima, omologata per gusti ed abitudini e mantenendo, comunque, quell'afrore caratteristico, persistente, dal quale pare non riesca ad affrancarsi.
La città di giorno è invivibile per il traffico caotico, il rumore, una delinquenza sfrontata che non trova alcun argine al suo dilagare, accettata come una calamità naturale. 
I vecchi professori parlano di gusti antichi della cucina, del libraio napoletano di Port'Alba dal quale si trovano i libri anche usciti 10 anni fa, delle bellezze della strada per San Gregorio Armeno, dell'impareggiabile  camiciaio Struzzo, dei sarti sopraffini Panico Rubinacci e Ciardi. Insomma parlano di un mondo che scompare. 
Il prof. Broel alla fine tenta una fuga in un convento immerso nei boschi di Vallechiara, ma scopre che anche lì è arrivata la "modernità" con i suoi eroi (Baudo, la Carrà e Maradona) e quindi se ne ritorna a Napoli concludendo "Pensando a quanto ho visto e sentito soffrirò di meno".

Rimane un libro pieno di un humor amaro. Delizioso.

PS Deliziosi i due gattini Fritz e Look che seguono i nottambuli nelle loro scorribande gastronomiche, ricavandone sempre il loro tornaconto.

PPSS Il Prof. Igalo, manco a dirlo, abita in vico Purgatorio Storto: un nome, un destino.

Nella terra dei Gattopardi

«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.», così scriveva Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne "Il Gattopardo". I...