Si te veco: me veco.
Si mme vire: te vire.
Si tu parle, c’è l’eco
e chist’eco song’i.
Si te muove: me movo.
Si te sento: me sento.
Si me truove, te trovo…
Si me trovo, si tu!
(...papà tuo)
(versi di Eduardo de Filippo)
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venerdì 11 marzo 2016
lunedì 22 giugno 2015
Vorrei esprimermi in maniera degna, ma ...
Vincenzo entra esitante. È come schiacciato dal lusso. Dopo pochi passi si ferma intimidito dallo sguardo scrutatore del Signore, al quale lui non sa dare una precisa definizione, per la continua e confusa sovrapposizione che avviene nella sua mente fra i personaggi che abitavano il paese della sua infanzia e le figure che, secondo la tua ingenua fantasia, popolano il Paradiso.
De Pretore Sono veramente confuso, Signore... Vorrei esprimermi in maniera degna, ma un po' me ne manca il coraggio, e un po' la preparazione... Se fossi morto di malattia... Una di quelle malattie lunghe, che ti danno il tempo di sistemare i fatti tuoi, quattro parole, pulite pulite le avrei messe insieme anch'io, magari me le sarei fatte scrivere da qualcuno che ci sa fare e le avrei imparate a memoria per non fare la figura meschina che sto facendo, ma mi hanno ucciso cosi repentinamente che sono morto e nemmeno me ne sono accorto...
Signore Non importa. Qui le forme convenzionali non contano.
De Pretore Ma vogliamo scherzare? Posso mai pensare di ottenere da voi le stesse agevolazioni che ottengono quelli che si presentano con una bella parlantina, svelta svelta?
Signore E secondo te io mi lascerei infinocchiare?
De Pretore No. Ma con quattro parole bene azzeccate si guadagna la simpatia di chiunque.
Signore Beh, meglio un uomo simpatico che uno antipatico. E tu pretendi di rimanere in Paradiso?
De Pretore San Giuseppe ve l'ha detto. Anzi, mi dispiace di quell'incidente che c'è stato fra voi due per colpa mia. Siate indulgente... Non ve ne pentirete. In fondo sono un buon ragazzo e posso esservi utile in tante cose. So fare di tutto : ho vissuto sempre da solo e ho dovuto arrangiarmi alla meglio. So cucinare gli spaghetti, faccio un sugo! Se avete degli oggetti da vendere, oggetti smessi di cui vi volete disfare, ci penso io! Riuscivo a vendere certi tagli di stoffa scadente per stoffa inglese di prima qualità! Ho fatto pure il barbiere... schiaccio le noci col piede scalzo... canto le canzonette... suono la chitarra... (Traendo dall'involto che ha portato con sé un mazzo di carte, lo porge al Signore, invitante) Scegliete una carta...
Signore Tu ti chiami Vincenzo.
De Pretore Sì.
Signore E di cognome?
De Pretore De Pretore.
Signore Tuo padre?
De Pretore (abbassa gli occhi umiliato. Dopo una lunghissima pausa confessa) De Pretore... era il cognome di mia madre. Sono di padre ignoto.
Signore Che significa: ignoto?
De Pretore Non lo capisco nemmeno io. È un modo per indicare un figlio avuto da una donna che non sia la propria moglie legale. E’ uno sbaglio, secondo me. Perché un padre deve esistere per tutti. In nessun campo la parola « ignoto » dovrebbe trovare la sua applicazione. Di veramente ignoto non esiste niente. Chi cerca trova. La televisione, vent'anni fa, non esisteva. E la bomba atomica? Chi la conosceva. Per questi figli particolari si dovrebbe dire: « Figlio di un padre che si è nascosto per non andare in galera ».
Signore Sarebbe un po' prolisso.
De Pretore Lo credo anch'io. Ma non pensa lei che la ver¬sione più breve incida un po' troppo sulla reputazione dei figli, mentre i padri con la scusa della brevità, riescono a conservare la loro illibata e pulita pulita?
Signore Già.
De Pretore Ognuno poi si difende come può. C'è chi, ragazzo, riesce a farsi riconoscere da un padre falso, per esempio. E tante mamme che, per non mettere al mondo degli infelici...
Signore Che fanno?
De Pretore Se ne liberano. Lei forse mi può togliere una curiosità. Sa, è un problema che mi ha sempre interessato... Tutte queste creature che non riescono ad affacciarsi nel mondo... queste, diciamo... mezze creature, dove finiscono?
Signore (commosso) Qua, in casa mia. (Rivolgendosi a Ciro) È vero, dottore?
Ciro (anche lui commosso) Sì. Faccio quello che posso. Ma sono in tanti che non faccio in tempo a curarli. Vorrei tanto met¬terli alla pari con gli altri angeli... con ritrovati moderni, unguenti speciali... Cospargo loro le spalle di oli e di balsami... ma sono tutti palliativi... Due aluzze embrionali sono riuscito ad ot¬tenere per loro...
Signore Non importa. Non saranno in grado di spiccare il volo. Ma io sono molto paziente, e ho molto tempo da dedicare a loro. Li porto a passeggio, rincorrono le farfalle... I miei possedimenti sono immensi e pieni di tante meraviglie che solo queste « mezze creature » riescono a vedere... E poi la mia tavola è grande e può accogliere tutti. (A Vincenzo) E tu sei stato ladro?
De Pretore Se avessi avuto un padre che m'avesse mandato a scuola... Non so scrivere... leggo appena... Lei capisce, Signore,... ho fatto il ladro per vivere. E tanti come me finiscono per fare i ladri.
Signore (con una decisione improvvisa) Ascoltatemi bene tutti.
I servi si fanno attenti.
De Pretore Vincenzo rimarrà in casa mia. Andate tutti a letto. Domattina all'alba ognuno di voi spiegherà a questo ragazzo come dovrà comportarsi in Paradiso. Mi spiego? È giusto?
Tutti i servi condividono l'affermazione del Signore e riprendono con lena le loro faccende, commentando l'avvenimento con le ultime parole di lui.
Tutti Mi spiego? È giusto?
Piano piano il « mi spiego, è giusto », ripetuto in coro diventa ritmato e scandito. Il commento musicale sottolinea le voci, producendo nell'insieme l'effetto di un maglio che batte ossessivo.
Mutazione a vista.
Pensierino. Una delle commedie più surreali di Eduardo de Filippo scritta mentre metteva in scena Questi fantasmi a Parigi.
De Pretore Sono veramente confuso, Signore... Vorrei esprimermi in maniera degna, ma un po' me ne manca il coraggio, e un po' la preparazione... Se fossi morto di malattia... Una di quelle malattie lunghe, che ti danno il tempo di sistemare i fatti tuoi, quattro parole, pulite pulite le avrei messe insieme anch'io, magari me le sarei fatte scrivere da qualcuno che ci sa fare e le avrei imparate a memoria per non fare la figura meschina che sto facendo, ma mi hanno ucciso cosi repentinamente che sono morto e nemmeno me ne sono accorto...
Signore Non importa. Qui le forme convenzionali non contano.
De Pretore Ma vogliamo scherzare? Posso mai pensare di ottenere da voi le stesse agevolazioni che ottengono quelli che si presentano con una bella parlantina, svelta svelta?
Signore E secondo te io mi lascerei infinocchiare?
De Pretore No. Ma con quattro parole bene azzeccate si guadagna la simpatia di chiunque.
Signore Beh, meglio un uomo simpatico che uno antipatico. E tu pretendi di rimanere in Paradiso?
De Pretore San Giuseppe ve l'ha detto. Anzi, mi dispiace di quell'incidente che c'è stato fra voi due per colpa mia. Siate indulgente... Non ve ne pentirete. In fondo sono un buon ragazzo e posso esservi utile in tante cose. So fare di tutto : ho vissuto sempre da solo e ho dovuto arrangiarmi alla meglio. So cucinare gli spaghetti, faccio un sugo! Se avete degli oggetti da vendere, oggetti smessi di cui vi volete disfare, ci penso io! Riuscivo a vendere certi tagli di stoffa scadente per stoffa inglese di prima qualità! Ho fatto pure il barbiere... schiaccio le noci col piede scalzo... canto le canzonette... suono la chitarra... (Traendo dall'involto che ha portato con sé un mazzo di carte, lo porge al Signore, invitante) Scegliete una carta...
Signore Tu ti chiami Vincenzo.
De Pretore Sì.
Signore E di cognome?
De Pretore De Pretore.
Signore Tuo padre?
De Pretore (abbassa gli occhi umiliato. Dopo una lunghissima pausa confessa) De Pretore... era il cognome di mia madre. Sono di padre ignoto.
Signore Che significa: ignoto?
De Pretore Non lo capisco nemmeno io. È un modo per indicare un figlio avuto da una donna che non sia la propria moglie legale. E’ uno sbaglio, secondo me. Perché un padre deve esistere per tutti. In nessun campo la parola « ignoto » dovrebbe trovare la sua applicazione. Di veramente ignoto non esiste niente. Chi cerca trova. La televisione, vent'anni fa, non esisteva. E la bomba atomica? Chi la conosceva. Per questi figli particolari si dovrebbe dire: « Figlio di un padre che si è nascosto per non andare in galera ».
Signore Sarebbe un po' prolisso.
De Pretore Lo credo anch'io. Ma non pensa lei che la ver¬sione più breve incida un po' troppo sulla reputazione dei figli, mentre i padri con la scusa della brevità, riescono a conservare la loro illibata e pulita pulita?
Signore Già.
De Pretore Ognuno poi si difende come può. C'è chi, ragazzo, riesce a farsi riconoscere da un padre falso, per esempio. E tante mamme che, per non mettere al mondo degli infelici...
Signore Che fanno?
De Pretore Se ne liberano. Lei forse mi può togliere una curiosità. Sa, è un problema che mi ha sempre interessato... Tutte queste creature che non riescono ad affacciarsi nel mondo... queste, diciamo... mezze creature, dove finiscono?
Signore (commosso) Qua, in casa mia. (Rivolgendosi a Ciro) È vero, dottore?
Ciro (anche lui commosso) Sì. Faccio quello che posso. Ma sono in tanti che non faccio in tempo a curarli. Vorrei tanto met¬terli alla pari con gli altri angeli... con ritrovati moderni, unguenti speciali... Cospargo loro le spalle di oli e di balsami... ma sono tutti palliativi... Due aluzze embrionali sono riuscito ad ot¬tenere per loro...
Signore Non importa. Non saranno in grado di spiccare il volo. Ma io sono molto paziente, e ho molto tempo da dedicare a loro. Li porto a passeggio, rincorrono le farfalle... I miei possedimenti sono immensi e pieni di tante meraviglie che solo queste « mezze creature » riescono a vedere... E poi la mia tavola è grande e può accogliere tutti. (A Vincenzo) E tu sei stato ladro?
De Pretore Se avessi avuto un padre che m'avesse mandato a scuola... Non so scrivere... leggo appena... Lei capisce, Signore,... ho fatto il ladro per vivere. E tanti come me finiscono per fare i ladri.
Signore (con una decisione improvvisa) Ascoltatemi bene tutti.
I servi si fanno attenti.
De Pretore Vincenzo rimarrà in casa mia. Andate tutti a letto. Domattina all'alba ognuno di voi spiegherà a questo ragazzo come dovrà comportarsi in Paradiso. Mi spiego? È giusto?
Tutti i servi condividono l'affermazione del Signore e riprendono con lena le loro faccende, commentando l'avvenimento con le ultime parole di lui.
Tutti Mi spiego? È giusto?
Piano piano il « mi spiego, è giusto », ripetuto in coro diventa ritmato e scandito. Il commento musicale sottolinea le voci, producendo nell'insieme l'effetto di un maglio che batte ossessivo.
Mutazione a vista.
Pensierino. Una delle commedie più surreali di Eduardo de Filippo scritta mentre metteva in scena Questi fantasmi a Parigi.
domenica 2 novembre 2014
Sabato Domenica e Lunedì
Pensierino. Che c'è di meglio, il sabato sera, di una bella commedia? L'altra settimana è stata la "prima" dell'Elfo con "Il vizio dell'arte" di Allan Bennett con Ferdinando Bruni, Elio de Capitani e Ida Marinelli, questa volta è stato "Sabato Domenica e Lunedì" del grande Eduardo de Filippo con Toni Servillo e Anna Bonaiuto. Lo so, non si fanno confronti, in arte, ma lasciatemelo dire: nel confronto Servillo ne esce due spanne sopra e mi dispiace (non tanto, a dir la verità) per Bennett, ma il nostro Eduardo è un'altra cosa...
Deludente la commedia allestita da Bruni: c'è questo compiacimento sul tema dell'omossessualità sempre ostentata, che mi pare di scarso interesse oggi, sa un po di muffa. Nulla da dire sulla recitazione di tutti, anche dei comprimari che sono parecchi (e bravi), ma tanta bravura andrebbe applicata ad opere un po' più pregnanti.
Servillo invece con la sua maschera è fantastico e il tema del (presunto) triangolo amoroso che fa scattare l'invidia è trattato con la solita profondità da Eduardo che scava nella genesi dei sentimenti più reconditi che scatenano tragedie nelle famiglie della Napoli dei primi anni del boom economico , come in quelle di oggi.
lunedì 13 gennaio 2014
Sik-Sik, l'artefice magico
Questo post è dedicato a tutti gli illusionisti del nostro povero paese.
"Sik-Sik, l'artefice magico" è l'atto unico scritto da De Filippo nel 1929, presentato cinquant'anni dopo al teatro San Ferdinando in una nuova versione. È l'esilarante storia di un illusionista di terz'ordine, alle prese con una sfortunata esibizione.
"Sik-Sik, l'artefice magico" è l'atto unico scritto da De Filippo nel 1929, presentato cinquant'anni dopo al teatro San Ferdinando in una nuova versione. È l'esilarante storia di un illusionista di terz'ordine, alle prese con una sfortunata esibizione.
Di questa rappresentazione il critico teatrale Giulio Baffi ha conservato su cassetta una registrazione amatoriale che viene pubblicata dall'editore Guida assieme al cd audio (oltre al testo).
Su youtube si trovano versioni audio di questo atto unico che, potete verificare, sono tutt'altro dal testo scritto che pure circola. L'invenzione teatrale e l'improvvisazione di Eduardo sono continue e l'effetto esilarante sul pubblico è contagioso.
(omissis)...ultimo esperimento: la scomparsa di un culombo. (A Giorgetta la moglie vestita con un improbabile kimono che lascia scoperte le gambe e non nasconde l'incipiente gravidanza ndr) Madamigella il culombo! (Giorgetta fa un inchino e sorridente porge il volatile). Io piglio questo culombo...RAFELE (interrompendo con tono di mistero) Pollastro!...SIK-SIK (lanciandogli un'occhiata di ira) Io piglio questo culombo...RAFELE (C. S.) Pollastro!SIK-SIK (guarda il colombo dubbioso dopo l'affermazione di Rafele) Questo è culombo! Io piglio questo culombo e lo vado a chiudere in una gabia, e in meno di un sicondo il culombo sarà sparito. (Va in fondo, prende la gabbia, introduce il colombo, copre tutto con un misterioso panno nero, poi, dopo alcuni gesti di magia e di esorcismo, scopre la gabbia e la mostra vuota. Poi rivolgendosi al pubblico e battendo con aria di sufficienza e di superiorità una mano sulla spalla di Rafele) Lui non sape niente! (Ride).RAFELE E neanche lui sape niente!... (Ride anche lui).SIK-SIK Adesso 'ave la suppresa...RAFELE No, la suppresa l' 'ave lui...SIK-SIK (riprendendo il suo tono di imbonitore da baraccone) Il culombo che si trovava in quella gabbia, signori, si trova adesso nel cappello del signore. (Mostra Rafele. Poi a costui) Fate vedere il culombo!RAFELE Io direi... facciamo il giuoco del pollastro...SIK-SIK Io ho fatto sparire il culombo!RAFELE Ma ognune sape i fatti suoi... Sentite a me, per il bene di tutti quanti è meglio che io faccio vedere il pollastro...SIK-SIK (gli dà un calcio e gli strappa il cappello) Aggio ditto culombo.RAFELE (tirando fuori dal suo cappello a bombetta un nero pollastro) Pollastro!... V''o sto dicenno 'a mez'ora, 'o palummo se n'è scappato, pe' via 'e Nicola che m'ha pigliato a ponie. E m'avissev' 'a ringrazia c'aggi' arremediato accussì.
Sik-Sik e Giorgetta sono costernati, affranti, senza parole. Si scambiano delle occhiate di avvilimento e di interrogazione. Ma Sik-Sik non si avvilisce mai ed anche questa volta risolve come solamente lui può risolvere.
SIK-SIK Il culombo che si trovava in quella gabia l'ho fatto sparire, l'ho fatto trovare nel cappello del signore... (Una breve pausa che basta a ridargli la sua abituate audacia) E l'ho fatto diventare pollastro!...
Se l'orchestra non lanciasse i suoi ironici accordi di tromba si udrebbe il singhiozzo di Sik-Sik. Ma la tela, piú pietosa, precipita.
domenica 22 dicembre 2013
mercoledì 18 dicembre 2013
Mia famiglia , una commedia di Eduardo De Filippo
Finita la guerra ed il boom ecco arrivano le disillusioni e la famiglia tradizionale si sgretola.La commedia di De Filippo (messa in scena nel 1955) anticipa molti temi di grande attualità.
«Poi la guerra; poi la caduta del fascismo. Caduta che ci mise di fronte alla crudezza di una realtà spietata. Perché con il fascismo caddero illusioni, idoli e miti. E l'umanità, giovani e vecchi compresi, capí che gli incrollabili e i potenti si reggono in piedi fino a quando sono le nove e tutto va bene. E questo non è successo solo da noi, ma in tutto il mondo. Allora non crediamo piú a niente, ed ecco che si vive all'arrembaggio...alla giornata: minuto per minuto. Qua nun ce stanno denari che bastano. Si spende quello che guadagni nel mese in corso, quello del mese appresso, e quello che forse guadagnerai. Ed allora, noi ci troviamo di fronte a due specie di disordini: finanziario e morale».
«Quando sposai tua madre… lei sta qua, lo può dire… ne parlavamo da fidanzati, anzi, io ne parlavo sempre, lei meno… Volevo dei figli. E infatti venisti tu: il maschio! Mi sentii un Dio. E pensai: "Nun moro cchiù". Non vedevo più nessuno; non mi occupavo più di tante cose che mi erano sembrate indispensabili fino a quel momento. Dicevo: "Tengo nu figlio… che me mporta d' 'o riesto!" Mi sentivo felice perché capivo che, finalmente, potevo riversare su me stesso… perché un figlio è parte di te stesso… tutto l'affetto che mio padre e mia madre avevano riversato su di me, evidentemente con lo stesso sentimento mio. E faticavo, faticavo cu' na forza e na capacità di resistenza che facevano meraviglia a me stesso. "Nun moro cchiu". Cammenavo p' 'a strada, e parlando solo dicevo: "Nun moro cchiu". Poi venne il periodo delle malattie; sciocchezze, si capisce, malattie che tutti i bambini devono avere; ma ogni volta avevo l'impressione di tornare a casa e di non trovarti più. E vuoi sapere quali erano i pensieri che mi venivano in mente in quei momenti? Uno dei pensieri che più mi torturava era quello che mi faceva credere che se tu morivi la colpa sarebbe stata mia. Non perché ti avevo fatto mancare qualche cura o qualche specialista; ma perché pensavo: "L'ho messo io al mondo, la colpa è mia!" Tu capisci, allora, che un padre, di fronte a un figlio, la responsabilità se la sente; per quello che deve fare, per come deve vivere quando sarà grande. Che Iddio mi fulmini se una sola volta pensai di fare qualche cosa per costringerti a farti prendere la mia stessa strada, e farti avere il mio stesso avvenire. Perché tu lo devi sapere, questo: nemmeno io sono contento di quello che sono! Io pure, da ragazzo, avevo delle aspirazioni superiori alle mie possibilità. Tua madre lo sa. Scrivevo poesie! Ma poi uno si piega, uno capisce che a certe altezze non ci può arrivare; e, secondo te, non sarebbe stata una gioia per me, di vederti emergere, come non era stato possibile a me? Ecco perché quando venisti al mondo, io dicevo: "Nun moro cchiu". Poi venne la seconda: la femmina. Coppia perfetta: maschio e femmina. "Che fortuna! Bene! Bravo! Il maschio e la femmina! Auguri, auguri…" Ma io già mi ero disamorato; già l'entusiasmo non era più quello del primo figlio; già non intervenivo più quando vedevo una cosa sbagliata; già sentivo da molto tempo mia moglie che diceva: "Albe', ma ti sembra il momento?" come ha detto poco fa. E invece voglio parla'. Può darsi che sono ancora in tempo. Voglio parla'! E voglio dire tutti i luoghi comuni, le frasi più vecchie; non mi vergogno! Voglio citare i proverbi più antichi. L'arta 'e tata è meza mparata. Chi va per questi mari questi pesci piglia. Chi te ne fa una te ne fa mille. Chi pratica con lo zoppo impara a zoppicare. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Meglio l'uovo oggi che la gallina domani. E non ridete? Perché non ridete? Io sto dicendo le cose più antiche, e non ridete? Come vedete un passo lo abbiamo fatto: voi mi sentite dire queste cose rancide e non ridete. E io le dico e non mi vergogno… È importante… è importante assai. Questo significa che voi avete tentato di farmi diventare una cosa inutile; ma che non ci siete riusciti; e che io ho creduto di trovarmi di fronte a gente che vedeva con un occhio più aggiornato del mio e non era vero. È importante… è un miracolo!»
Nella commedia c'è un passaggio sull'omosessualità che viene trattata per la prima volta in modo esplicito. Il giudizio del protagonista Stigliano-Eduardo è sprezzante e figlio del tempo e dimostra che la società italiana era (forse è ancora) impregnata di pregiudizi. Per fare un solo esempio nel 1949 il partito comunista italiano espelle Pier Paolo Pasolini per «indegnità politica e morale».
«...quante volte avevo predicato che quel disgraziato non doveva mettere piede in casa nostra... da un uomo che appartiene a una categoria di gente che non ha niente da perdere e che una famiglia non se la potrà mai creare che ti puoi aspettare di buono? Una setta diabolica che funziona da un capo all'altro del mondo... S'impongono servendosi dell'Arte per corrompere e distruggere quel tanto di buono che ci serve a credere nella vita... E si servono del gusto "raffinato". Mettono su negozio? e tutti di corsa al negozio dei "raffinati"...In quella strada c'è la sartoria del "raffinato", in quell'altra c'è il parrucchiere "raffinato"».
(Commedia vista su RAI5 all'alba di mercoledì 18 dicembre 2013)
venerdì 14 settembre 2012
Filumena Marturano
FILUMENA (nauseata) E chesto capisce tu: ‘e denare! E cu’ ‘e denare t’he accattato tutto chello ca he voluto! Pure a me t’accattaste cu’ ‘e denare! Pecché tu ire don Mimi Soriano: ‘e meglie sarte, ‘e meglie cammesare… ‘e cavalle tuoie currevano: tu ‘e ffacive correre… Ma Filumena Marturano ha fatto correre essa a te! E currive senza ca te n’addunave… E ancora he ‘a correre, ancora he ‘a iettà ‘o sango a capi comme se campa e se prucede ‘a galantomo! ‘O miédeco nun sapeva niente. Ce ha creduto pur’isso, e ce avev’ ‘a credere! Qualunque femmena, doppo vinticinc’anne che ha passato vicino a te, se mette in agonia. T’aggio fatto ‘a serva! (A Rosalia e Alfredo) ‘A serva ll’aggio fatta pè vinticinc’anne, e vuie ‘o ssapite. Quanno isso parteva pe’ se spassà: Londra, Parigge, ‘e ccorse, io facevo ‘a carabbiniera: d’ ‘a fabbrica a Furcella, a chella d’ ‘e Virgene e dint’ ‘e magazzine a Tuledo e a Furia, pecché si no ‘e dipendente suoie ll’avarrìeno spugliato vivo! (Imitando un tono ipocrita di Domenico) «Si nun tenesse a te…» «Filume , si’ na femmena.» Ll’aggio purtata ‘a casa nnanze meglio ‘e na mugliera! Ll’aggio lavate ‘e piede! E no mo ca so’ vecchia, ma quann’ero figliola. E maie ca me fosse sentuta vicin’a isso apprezzata, ricunusciuta, maie! Sempe comm’a na cammarera c’ ‘a nu mumento all’ato se pò mettere for’ ‘a porta!
DOMENICO E maie ca t’avesse visto sottomessa, che ssaccio? comprensiva, in fondo, della situazione reale che esisteva tra me e te. Sempe cu’ na faccia storta, strafuttente… ca tu dice: «Ma avesse tuorto io? …Ll’avesse fatto quacche cosa?» Avesse visto maie na lagrima dint’ a chill’uocchie! Maie! Quant’anne simmo state nzieme, nun ll’aggio vista maie ‘e chiagnere!
FILUMENA E avev’ ‘a chiagnere pe’ te? Era troppo bello ‘o mobile.
DOMENICO Lassa sta ‘o mobile. Un’anima in pena, senza pace, maie. Una donna che non piange, non mangia, non dorme. T’avesse visto maie ‘e durmi. N’ànema dannata, chesto si’.
FILUMENA E quanno me vulive vedé ‘e durmi, tu? ‘A strada d’ ‘a casa t’ ‘a scurdave. ‘E mmeglie feste, ‘e meglie Natale me ll’aggio passate sola comm’ a na cana.
Saie quanno se chiagne? Quanno se cunosce ‘o bbene e nun se pò avé! Ma Filumena Marturano bene nun ne cunosce… e quanno se cunosce sulo ‘o mmale nun se chiagne. ‘A suddisfazione ‘e chiagnere, Filumena Martu-
rano, nun l’ha pututa maie avé! Comm’ all’ultima femmena m’ he trattato, sempe! (A Rosalia e Alfredo, unici testimoni delle sacrosante verità che dice) E nun parlammo ‘e quann’isso era giovane, che uno puteva dicere: «Tene ‘e sorde, ‘a presenza…» Ma mo, all’urdemo all’urdemo, a cinquantaduie anne, se retira cu’ ‘e fazzulette spuorche ‘e russetto, ca me fanno schifo… (A Rosalia) Addò stanno?
ROSALIA Stanno cunservate.
mercoledì 7 dicembre 2011
Le ragioni dello scrivere
La finestra é aperta sull’orto, la lampada fa chiaro da sinistra, come consigliano gli oculisti. E sul foglio immacolato la penna va su e giil facile, senza rimorsi; il polso che la incalza, la mente che la governa, paiono alacri, ben disposti. Quand’ecco nel silenzio della mezzanotte una domanda rintocca di colpo nelle orecchie, un’interrogazione povera e febbrile: “Perché?”.
Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si da corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, rnentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita. La vita ch’è innamoramento impulsivo di se stessi, o abbandono alle quattro dorate, virginee, felici stagioni.
Scrivere, insinua la voce, non significa solo adulare i minuti con la cosmesi dell'imrnaginario, ma nutrirli dei nostri escreti mentali, addobbarli viziosamente delle nostre maschere nere. Rappresenta dunque in qualche modo una colpa: forse macchiarsi le mani d’inchiostro é come macchiarsele un poco di sangue, uno scrittore non é mai innocente.
...
Gesualdo Bufalino, da Cere perse, Capitoli I - La parola ansiosa, Le ragioni dello scrivere
Pensierino. Bufalino ci accompagna nelle tante ragioni dello scrivere che sono altrettanto nobili quanto infami. Forse tutti noi abbiamo avuto diverse e contraddittorie ragione per scrivere. C'è un faro in questa oscurità, le parole di Eduardo de Filippo "Ho sempre detto la verità al pubblico".
P.S. E con questo mi assento per qualche giorno. Mi attende un viaggio. Au revoir.
PPSS Ultima puntata della trilogia il 7/12. Assente, posto lo stesso (è malattia grave !).
mercoledì 18 febbraio 2009
Eduardo de Filippo, Fantasia - Pignammoce sta vita cumme vene
Fantasia
Pigliammoce sta vita cumme vene,
llassammo for’ ‘ a porta ‘a pucundria,
mparammece a campà c’ ‘a fantasia:
nca sta cosa cchiù bella pè campà?
A fantasia se sceta ogne matina,
comme si fosse prencepe rignante,
affonna ‘e mane aperte int’ ‘e brillante
e nun s’’e ppiglia: che s’’e ppiglia a ffà?
E che curredo tene! Nu mantiello
ca luce cchiù d’’o sole e nun è d’oro;
quanno se mene ncuollo stu tesoro,
abbaglia ‘a vista: nun se può guardà.
Po’ tene nu relogio cumpiacente,
cu sissanta minute d’allegria,
mmiez’ ‘o quarante liegge: FANTASIA
e fa tà-tì,tà-tì,nun fa tì-tà…
1956
Prendiamoci questa vita come viene,
lasciamo fuori la porta il cattivo umore,
impariamo a campare con la fantasia:
ci sta una cosa più bella per campare?
La fantasia si sveglia ogni mattino,
come fosse principe regnante,
affonda a mani aperte nei brillanti
e non li prende: che li prende a fare?
E che corredo ha! Un mantello
Che luccica più del sole e non è d’oro;
quando si mette addosso questo tesoro,
abbaglia la vista:non si può guardare
Poi ha un orologio compiacente,
con sessanta minuti d’allegria,
nel mezzo del quadrante leggi: Fantasia
e fa tà-tì,tà-tì non fa tì-tà…
Pensierino. Che bello un orologio che fa tà-tì e non fa tì-tà. Non ho l'ossessione del tempo che passa (ne ho altre di ossessioni, ben più laceranti ! ) . Non so se sia una fortuna. Forse è una maledizione. Penso, evidentemente, di controllare il tempo, di averlo dalla mia parte. E' una illusione. Il tempo non sta dalla parte di nessun essere umano, macina tutto.
Pigliammoce sta vita cumme vene,
llassammo for’ ‘ a porta ‘a pucundria,
mparammece a campà c’ ‘a fantasia:
nca sta cosa cchiù bella pè campà?
A fantasia se sceta ogne matina,
comme si fosse prencepe rignante,
affonna ‘e mane aperte int’ ‘e brillante
e nun s’’e ppiglia: che s’’e ppiglia a ffà?
E che curredo tene! Nu mantiello
ca luce cchiù d’’o sole e nun è d’oro;
quanno se mene ncuollo stu tesoro,
abbaglia ‘a vista: nun se può guardà.
Po’ tene nu relogio cumpiacente,
cu sissanta minute d’allegria,
mmiez’ ‘o quarante liegge: FANTASIA
e fa tà-tì,tà-tì,nun fa tì-tà…
1956
Prendiamoci questa vita come viene,
lasciamo fuori la porta il cattivo umore,
impariamo a campare con la fantasia:
ci sta una cosa più bella per campare?
La fantasia si sveglia ogni mattino,
come fosse principe regnante,
affonda a mani aperte nei brillanti
e non li prende: che li prende a fare?
E che corredo ha! Un mantello
Che luccica più del sole e non è d’oro;
quando si mette addosso questo tesoro,
abbaglia la vista:non si può guardare
Poi ha un orologio compiacente,
con sessanta minuti d’allegria,
nel mezzo del quadrante leggi: Fantasia
e fa tà-tì,tà-tì non fa tì-tà…
Pensierino. Che bello un orologio che fa tà-tì e non fa tì-tà. Non ho l'ossessione del tempo che passa (ne ho altre di ossessioni, ben più laceranti ! ) . Non so se sia una fortuna. Forse è una maledizione. Penso, evidentemente, di controllare il tempo, di averlo dalla mia parte. E' una illusione. Il tempo non sta dalla parte di nessun essere umano, macina tutto.
venerdì 16 gennaio 2009
L'oro di Napoli - Eduardo de Filippo - 'o pernacchio
Istruzioni per l'uso.. Contro potenti e arroganti di ogni risma. Usare con parsimonia. Arma letale.
venerdì 19 dicembre 2008
Natale in casa Cupiello di Eduardo de Filippo

Tommasino (raggomitolato e sprofondato sotto le coperte, reclama) 'A zuppa 'e latte!
Luca E questa è la sola cosa che pensi: «'A zuppa 'e latte, "a cena, 'a culazione, 'o pranzo»... Alzati, 'a zuppa 'e latte te la vai a prendere in cucina perché non tieni i servitori.
Tommasino Se non me la portate dentro al letto non mi sòso.
Luca No, tu ti sòsi, se no ti faccio andare a coricare all'ospedale.
Concetta (tornando col barattolo di colla fumante) 'A colla (raggiunge il tavolo dov'è il Presepe per collocarvi sopra il barattolo di colla) Io nun capisco che 'o faie a ffa', stu Presebbio. Na casa nguaiata, denare ca se ne vanno... E almeno venesse bbuono!
Tommasino (con aria volutamente distratta) Non viene neanche bene.
Luca E già, come se fosse la prima volta che lo faccio! Io sono stato il padre dei Presepi... venivano da me a chiedere consigli... mo viene lui e dice che non viene bene.
Tommasino (testardo) A me non mi piace.
Luca Questo lo dici perché vuoi fare il giovane moderno che non ci piace il Presepio... il superuomo. Il Presepio che è una cosa commovente, che piace a tutti quanti...
Tommasino (e. s.) A me non mi piace. Ma guardate un poco, mi deve piacere per forza?
Commento. Dedicato a tutti quelli a cui piace e non piace il Presepe.
mercoledì 17 dicembre 2008
Si t' 'o sapesse dicere di Eduardo de Filippo
Si t' 'o sapess dicere
Ah… si putesse dicere
Chell' c'o core dice
Quant' sarria felice
Si t' o sapesse di'
E si putesse sentere
Chell' che 'o core sente
Dicisse eternamente
Voglio resta' cu te'
Ma 'o core sape scrivere?
'O core e' analfabeta
E' comm' a nu' pueta
Ca nun sape canta'
Se 'mbrogia sposta e vvirgole
Nu punto ammirativo
Mette nu' cungiuntivo
Addo nun 'nce adda sta'
E tu che o staje a sentere
Te 'mbruoglie appriesso a isso...
E addio felicità!!
Ah se ti potessi dire
quello che il cuore dice
quanto sarei felice
se te lo sapessi dire
e se potessi sentire
quello che il cuore sente
diresti eternamente
Voglio restar con te.
Ma il cuore sa scrivere?
il cuore è analfabeta.
è come un poeta
che non sa cantare.
Si imbroglia sposta le virgole
un punto esclamativo
mette un congiuntivo
dove non ci deve stare
E tu che lo ascolti
Ti imbrogli assieme a lui!
E addio felicità!!
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