giovedì 30 gennaio 2020

Esercitare la memoria

Scrive Fabrizia Ramondino in una nota a piè pagina di Althénopolis: "Le visioni, che sono verità rivelate, come le ossessioni, che sono verità non ancora rivelate, non si possono dimenticare, né però spiegare".
Il ricordo che abbiamo dell'infanzia è, man mano che procede l'età, sempre un po' "mitico" e comunque brutalmente selettivo. Certi episodi o immagini o profumi o particolari si stampano nella memoria anche senza un motivo "forte"; altri ci sfuggono tra le dita come sabbia e non ricordiamo nulla di episodi che hanno segnato una tappa importante della nostra vita. 
Certo è che la scrittura di questi ricordi, come in questo caso ha fatto la Ramondino, stimola la mitizzazione, ingigantisce particolari e sfumature, apre visioni e descrive ossessioni. Come tutti i miti non possiamo "spiegare", ma solo raccontare. 
E' un "esercizio" che farebbe bene a tutti.



lunedì 20 gennaio 2020

Teatro. La cena delle belve

Roma, 1943, interno di casa borghese, il compleanno della padrona di casa, invitati alcuni amici.
Fuori si sente uno sparo. Si affacciano alla finestra dall'appartamento e vedono a terra due ufficiali delle SS uccisi a pistolettate. Immediata la reazione. Arrivano nella zona militari tedeschi che setacciano il quartiere. L'ufficiale delle SS che dirige l'operazione entra anche nell'appartamento dove si svolge la festa e comunica che come rappresaglia ogni famiglia della casa deve scegliere due persone destinate alla fucilazione. Anche i convenuti a quella festa devono scegliere tra di loro due persone, mente gli altri avranno salva la vita.
Iniziano una serie di tentativi uno più goffo dell'altro di togliersi da questa situazione: prima un tentativo di corruzione dell'ufficiale, poi il tentativo di coinvolgere un altro comandante tedesco che interceda per la liberazione, poi una maldestra fuga attraverso i tetti, infine un tentativo della padrona di casa di circuire lo stesso comandante.
Intanto tra gli amici cominciano a nascere diffidenze, tentativi di ricatto, di svelamento di segreti inconfessati (tradimenti, debiti di gioco non pagati, di avere particolari tendenze sessuali) ed il clima si deteriora sempre più, con palesi tentativi di indurre qualcuno a offrirsi "volontario" per la rappresaglia.
Tutto finisce quando l'ufficiale delle SS entra nella stanza e comunica che un uomo (che era un altro amico che loro aspettavano alla festa) si è consegnato accusandosi dell'omicidio e che quindi loro tutti sono liberi.
Tutti se ne vanno, ma nulla è più come prima.



LA CENA DELLE BELVE
(Le repas des fauves)
di Vahè Katchà
Elaborazione drammaturgica Julien Sibre
Versione italiana Vincenzo Cerami

Regia associata Julien Sibre e Virginia Acqua

Con (in o. a.) Marianella Bargilli, Emanuele Cerman, Alessandro D’Ambrosi, Maurizio Donadoni, Ralph Palka, Gianluca Ramazzotti, Ruben Rigillo, Silvia Siravo

Scene Carlo De Marino
Costumi Francesca Brunori
Disegno luci Giuseppe Filipponio
Foto Luigi Cerati, Benedetta Folena

Produzione Gianluca Ramazzotti per Ginevra Media Production Srl
Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano

venerdì 17 gennaio 2020

L'emigrazione da un piccolo paese lombardo verso l'Argentina


Teatro. Il sogno di un uomo ridicolo


14/12/19 Teatro Out Off. IL SOGNO DI UN UOMO RIDICOLO di Fëdor Dostoevskij. Traduzione e drammaturgia di Fausto Malcovati e Mario Sala con Mario Sala. Regia Lorenzo Loris.

Tutti lo considerano un “uomo ridicolo” e lui stesso si considera tale. Questa poca considerazione è frutto di una pochezza esistenziale: non c’è più passato ne futuro, non c’è salvezza , rimane solo la colpa.
L’uomo vive in una soffitta e l’arredo è formato da una poltrona sfondata, un tavolo, una candela e una pistola. Da tempo ha deciso di suicidarsi e la visione di una stella lo convince che è arrivato il momento giusto. Mentre rincasa, viene avvicinato da una bambina che piange e si dispera e che gli chiede aiuto, ma lui la caccia in malo modo: come potrebbe aiutare lui una persona se non ha futuro?
Rientra in casa e si siede sulla sua poltrona accanto alla candela, con la pistola davanti e si addormenta. Sogna di spararsi al cuore (non alla testa, il cuore è il suo problema) e di morire e di essere seppellito. Ma all’improvviso si apre uno squarcio nella bara ed ecco che viene sostenuto in volo da un essere di cui ignora la natura. Viene trasportato dalla terra verso un’altra terra, lontana , molto lontana. Quando arriva si rende conto di essere arrivato in un luogo che non conosce la colpa, in cui tutti si amano e si tengono per mano in pace (la guerra non esiste), si aiutano, vivono in sintonia con la natura, non hanno bisogno di chiese e la morte non fa loro paura, l’affrontano serenamente circondati dai loro affetti.
Improvvisamente l’uomo scopre che è lui il virus che farà ammalare questo mondo ideale e infatti, a poco a poco, arriva l’invidia e il rancore, poi l’odio e la guerra: quel mondo lontano comincia ad assomigliare sinistramente al mondo che ha lasciato.
Di colpo l’uomo si sveglia e si trova nella condizione di prima, nella sua stanza, sulla sua poltrona, con la pistola carica davanti a se sul tavolo. Con uno scatto allontana la pistola. Pensa che forse quel terribile rifiuto della bambina e il sogno gli hanno fatto capire che il mondo è terribile, ma lui ha conosciuto un altro mondo che è possibile, un mondo fatto di amore, di speranza, di condivisione, di sintonia con la natura ed ora anche lui può trovare una sua ragione di vivere. Si cambia gli abiti un po’ clouneschi che ha indossato fino ad ora, si veste in modo dignitoso e guarda al suo futuro con speranza. Anche l'uomo ridicolo può riscattarsi.

(Foto di Erica Falcinelli)


giovedì 16 gennaio 2020

Teatro. Il mio nome è Caino

La parabola sanguinosa di un mafioso parte con l'assassinio crudele del suo miglior amico, da qui il soprannome di Caino che spaventa e sottomette. Dal nonno latifondista che ammazza con il suo bastone il contadino che accenna una muta sfida di sguardi, al nipote (Caino) che ammazza con con kalasnikof e P38. Omicidi che hanno una loro logica spietata, non c'è spazio per rimorsi o tentennamenti: sono le regole di un mondo che giustifica se stesso e così si perpetua.
Un testo durissimo di Claudio Fava che vuole farci leggere la mafia dalla parte dei mafiosi.
Sul palco un grande Ninni Bruschetta e al pianoforte Cettina Donato.


Scheda dello spettacolo al Teatro Menotti 14 gennaio 2020

Produzione Maurizio PuglisiDi Claudio FavaRegia Laura GiacobbeCon Ninni BruschettaAl Pianoforte Cettina DonatoAllestimento Mariella BellantoneCostumi Cinzia PreitanoLuci Renzo Di ChioSuono Patrick FischellaProgetto Grafico Riccardo BonaventuraIllustrazione Antonella Arrigo

domenica 12 gennaio 2020

Incipit de La pelle di Curzio Malaparte

Erano i giorni della «peste» di Napoli. 

Ogni pomeriggio alle cinque, dopo mezz'ora di punching-ball e una doccia calda nella palestra della P.B.S., Peninsular Base Section, il Colonnello Jack Hamilton ed io scendevamo a piedi verso San Ferdinando, aprendoci il varco a gomitate nella folla che, dall'alba all'ora del coprifuoco, si accalcava tumultuando in via Toledo.
Eravamo puliti, lavati, ben nutriti, Jack ed io, in mezzo alla terribile folla napoletana squallida, sporca, affamata, vestita di stracci, che torme di soldati degli eserciti liberatori, composti di tutte le razze della terra, urtavano e ingiuriavano in tutte le lingue e in tutti i dialetti del mondo. L'onore di essere liberato per primo era toccato in sorte, fra tutti i popoli d'Europa, al popolo napoletano: e per festeggiare un così meritato premio, i miei poveri napoletani, dopo tre anni di fame, di epidemie, di feroci bombardamenti, avevano accettato di buona grazia, per carità di patria, l'agognata e invidiata gloria di recitare la parte di un popolo vinto, di cantare, di battere le mani, saltare di gioia tra le rovine delle loro case, sventolare bandiere straniere, fino al giorno innanzi nemiche, e gettar dalle finestre fiori sui vincitori,
ma nonostante l'universale e sincero entusiasmo, non v'era un solo napoletano, in tutta Napoli, che si sentisse un vinto. Non saprei dire come questo strano sentimento fosse nato nell'animo del popolo.

Incipit La pelle di Curzio Malaparte

Pensierino. Napoli dal 1940 fino al tremendo agosto del 1943 ha subito 100 bombardamenti aerei. La città era sprovvista di ricoveri pubblici antiaerei e quindi i rifugi erano le cavità naturali che si aprono sotto la città. Arrivati gli americani liberatori, la città allo stremo, affamata e cenciosa, si affanna a sopravvivere con ogni mezzo, con un ulteriore, inesorabile degrado. Nessuno si sentiva un "vinto" perché tutti stavano perdendo.


giovedì 2 gennaio 2020

Tanto ll’aria s’adda cagnà

Propositi di inizio anno: "Tanto ll’aria s’adda cagnà".

Non c'è verso: che sia diventato improvvisamente (e un po' insensatamente) ottimista? Meglio tardi (si avvicinano a mesi i 70) che mai, direbbe qualcuno malignamente. E poi, dove trovare ragioni per questo ottimismo? Guardandosi in giro con occhi smaliziato si vede ben poco di cui rallegrarsi. Per carità! Qualcosa c'è, come c'è sempre stato d'altra parte, per essere ottimisti. Ma è davvero una flebile luce accesa nella notte buia. Eppure in questa notte il solo pensiero che là in fondo c'è quella lucina, da un senso al camminare e anche, persino, all'inciampare.

"Tanto ll’aria s’adda cagnà", il motto che ho scelto (da un verso di Pino Daniele) per quest'anno non è ottimista, ma moderatamente fatalista: può succedere di tutto, ma il cambiamento è inevitabile. Non è detto che di questo cambiamento saremo protagonisti, ma non fa nulla: i tempi dell'uomo sono brevi; faremo anche noi qualche passo in avanti e poi ci penseranno gli altri. Ma il nostro passo dobbiamo farlo, accipicchia se lo dobbiamo fare !!!






mercoledì 1 gennaio 2020

Un albero per ciascuno

Che ci sia un albero col proprio nome è un auspicio per tutti.