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martedì 2 giugno 2015

Notturno di Gabriele d'Annunzio

Le mura di Pescara, l′arco di mattone, la chiesa screpolata, la piazza coi suoi alberi patiti, l′angolo della mia casa negletta.
È la piccola patria. È sensibile qua e là come la mia pelle. Si ghiaccia in me, si scalda in me. Quel che è vecchio mi tocca, quel che è nuovo mi repugna. La mia angoscia porta tutta la sua gente e tutte le sue età.
La mia porta mi sembra più piccola. L′androne è umido e tacito come una cripta senza reliquie. Vacillo sul primo gradino della scala. Ho spavento del silenzio. Ho paura di vedere lassù le mie sorelle col capo velato. Un ragnatelo trema nell′inferriata che dà su la corte. Odo chiocciare. Odo stridere la carrucola del pozzo. Il passato mi piomba addosso col rombo delle valanghe; mi curva, mi calca. Soffro la mia casa fino al tetto, fino al colmigno, come se le avessi fatto le travature con le mie ossa, come se l′avessi scialbata col mio pallore.
Non c′è nessuno in cima alla scala. Comprendo. Quel silenzio è pietà e pudore. La sventura è su la seconda soglia, e sola mi accompagna per mano.
La prima stanza è deserta. La felicità d′una volta non vi lasciò se non coltelli affilati per dilaniarmi.
La seconda stanza è deserta. Ci sono i libri della mia puerizia e della mia adolescenza. C′è il leggìo musicale del mio fratello emigrato. C′è il ritratto di mio padre fanciullo col cardellino posato su l′indice teso.
Ho vissuto tant′anni nella dimenticanza di queste cose; e queste cose possono rivivere così terribilmente in me?
Nella terza stanza c′è il mio letto bianco; c′è il vecchio armadio dipinto, con i suoi specchi appannati e maculati; c′è l′inginocchiatoio di noce dove mi sedevo in corruccio e rimanevo ammutolito, con una ostinazione selvaggia, per non confessare che mi sentivo male.
Le ginocchia mi si rompono; e le pareti mi prendono, mi vincolano a loro, mi girano, come una ruota di tortura.
Nella quarta stanza c′è il piccolo Gesù di cera dentro la sua custodia di cristallo; c′è la Madonna dalle sette spade; ci sono le imagini dei santi e le reliquie raccolte dalla sorella di mio padre santamente morta ; e ci sono le mie prime preghiere, quelle del mattino così dolci, quelle della sera ancora più dolci, che per rientrare nel mio cuore mi sfondano il petto come se fossero divenute le armi dell′angelo implacabile.
Tre gradini salgono alla quinta stanza, come tre gradini d′altare.
È piena d′ombra, sotto la volta arcuata. Rimbomba. Il cuore batte le mura con l′urto cieco del destino. Il vasto letto la occupa, dove fui concepito e generato. Credo di udire dentro di me le grida di mia madre che, quando nacqui, non penetrarono le mie orecchie sigillate. L′odore indefinibile della malattia mi soffoca. Una mano mi tocca e mi fa trasalire. Una mano fredda mi piglia e mi trae verso la stanza sesta.
E la sesta stazione: il sudario della Veronica.
Una voce piana dice: « È là.» Mi agghiaccia. La riconosco. È quella della serva ammirabile, della creatura fedele, nata dalle nostre glebe, allevata nella nostra casa, chiamata Maria. « È là. »
È mia madre?
Una povera povera cosa curva, una cosa informe, una cosa di miseria e di pena, abbassata, umiliata, perduta.
È mia madre?
Mi trascino ai suoi piedi, striscio sul pavimento. Sono vuoto di tutto, fuorché del terrore. Alzo la testa spasimando came se mi si spezzasse una vertebra nel collo. Alzo la testa e guardo.
Guardo quel viso.
Bisognava che la sorte mi accecasse prima.

Commento. Tante soglie da attraversare, la seconda è sventurata. 

sabato 16 maggio 2015

I racconti di Adriana

Al mercatino di Corsico trovo una serie di quaderni di diario. Ho scelto quelli scritti su quaderni neri e la "costa" rossa (non so se avete capito, ma non trovo un termine appropriato). Infatti sono quelli più vecchi e si riferiscono agli ultimi anni della seconda guerra fino agli inizi degli anni '50.
Uno di questi in particolare mi colpisce perché apro e ci trovo scritto:



Come apertura del quaderno, due citazioni di Gabriele d'Annunzio.

Tu mi fai (rendi) gli occhi vergini prima che (io) li fissi nei tuoi.

La sventura è sulla seconda soglia.


Poi inizia. In realtà si tratta di un epistolario: lettere inviate da Adriana (una ragazza di 24 anni) dal 25 gennaio 1951 fino all'11 ottobre dello stesso anno, quando un P.S. conclude." Vorrei chiederti di bruciare quelle lettere che raccontano la mia storia".

Dunque questo epistolario "non" racconta la storia di Adriana, ma sono solo le lettere da lei inviate al suo amore Italo. Un amore lontano , fatto di brevi ed appassionati incontri a Milano, dove vive Adriana. Poi lunghi momenti di abbandono, di malattia, di depressione e dubbi: ad un certo punto Adriana si trasferisce (forse per problemi di salute) nella  frazione di Ramiola del Comune di Medesano nel parmigiano e pare che lì finisca tutto. 
La scrittura via via si fa nervosa, frammentata. La calligrafia sempre più leggera quasi che ci fosse la paura di incidere troppo sulle pagine delle parole troppo dolorose.

Devo dire che la cosa mi ha emozionato e appassionato al primo sguardo. Ma allo stesso tempo c'è stato un attimo di sospensione: molte domande si sono affollate nella testa e tutte che partivano da un dubbio iniziale. Un diario destinato al fuoco di un camino e che si è salvato da questo destino può essere letto ? Non giustifica il fatto che nella storia della scrittura c'è una lunga sequela di questi libri salvati dalla mano distruttrice degli autori. Ma altrettanti non l'hanno scampata e di loro si è persa traccia. Poi il testo della "nostra" Adriana è un diario intimo, segreto, perché renderlo pubblico ?
Eppure, se è arrivato su quel banchetto del mercatino di Corsico, c'è stato un altro destino, più forte, contrario al primo e sicuramente ancor più misterioso nei suoi sviluppi futuri.

domenica 6 luglio 2014

Poesia nei dintorni del Ticino

La muta di Gabriele d'Annunzio da Alcyone

Settembre, ora nel pian di Lombardia
è già pronta la muta dei segugi,
de' bei segugi falbi e maculati
dall'orecchie biondette e molli come
foglie del fiore di magnolia passe.
La muta dei segugi a volpe e a damma
or già tracciando va per scope e sterpi.
Erta ogni coda in bianca punta splende.

Presso il gran ponte sta Sesto Calende.
Corre il Ticino tra selvette rare,
verso diga di roseo granito
corre, spumeggia su la china eguale,
come labile tela su telaio
celere intesta di nevosi fiori.
Chiudon le grandi conche antichi ingegni,
opere del divino Leonardo.

Il sorriso tu sei del pian lombardo,
o Ticino, il sorriso onde fu pieno
l'artefice che t'ebbe in signoria;
e il diè constretto alle sue chiuse donne.
Oh radure tra l'oro che rosseggia
dello sterpame, tiepide e soavi
come grembi di donne desiate,
sì che al calcar repugna il cavaliere!

Vanno i cani tra l'eriche leggiere
con alzate le code e i musi bassi,
davanti il capocaccia che gli allena
per mezz'ottobre ai lunghi inseguimenti.
S'ode chiaro squittire in que' silenzii.
Il suon del corno chiama chi si sbanda
e chi s'attarda e trae la lingua ed ansa.
Già la virtù si mostra del più prode.

Il buon maestro dell'arte sua si gode:
talor gli ultimi aneliti esalare
sembra l'Estate aulenti sotto l'ugne
del palafren che nel galoppo falca.
E, fornito il lavoro, ei torna al passo
per la carraia ingombra di fascine:
con la sua muta va verso il canile,
va verso Oleggio ricca di filande.

Vapora il fiume le sterpose lande.

La Valle del Ticino vista da Tornavento
Commento. Alcyone di Gabriele d'Annunzio rimane una delle più belle raccolte poetiche del '900, direi malgrado il suo autore. 

martedì 12 novembre 2013

Tre giorni in Romagna (2). Il Battistero Neoniano e il Mausoleo di Galla Placidia

Due mete a Ravenna sulle tracce di Carl Gustav Jung.

Autore: 
 Giuseppe Muscardini

Nel cinquantesimo della scomparsa di Carl Gustav Jung potrà avere una qualche utilità rievocare un episodio significativo della sua vicenda biografica. A Ravenna ebbe un prodigioso abbaglio che avvalora la concezione da lui teorizzata in diverse pubblicazioni secondo cui nella psiche umana vi sono cose che non sono prodotte dall'Io, ma si producono da sé, e vivono di vita propria.
Si dovrà risalire agli anni Trenta, quando il già affermato psichiatra nativo di Kesswil, autore di numerosi saggi sull'inconscio e all'epoca Presidente della Società internazionale di Psicoterapia, si recò in Italia per dare continuità a quei viaggi e percorsi che erano alla base dei suoi studi sulla psiche umana. A Ravenna, la città cantata da Gabriele d'Annunzio con versi ad alta densità simbolica (glauca notte rutilante d'oro, sepolcro di violenti custoditi da terribili sguardi), gli aspetti misteriosi della nostra mente emersero con inquietante evidenza, e Jung ne registrò personalmente gli effetti.
Affascinato dallo splendore dell'arte musiva che richiama da secoli i viaggiatori di tutto il mondo, lo psichiatra svizzero entrò insieme alla sua compagna di viaggio all'interno del Battistero Neoniano, rivestito di preziosi mosaici. Qui fu attirato dall'immagine di Cristo che allunga la mano a Pietro per salvarlo dalle acque del fiume in cui rischia di annegare, e ne tentò in loco l'interpretazione, disquisendo con la donna sul significato della morte e della rinascita, a suo parere ben manifestato nella raffigurazione. Ma la sorpresa l'ebbe al ritorno dal viaggio, quando a Zurigo decise di approfondire le ricerche richiedendo a Ravenna una riproduzione fotografica di quel particolare del mosaico. Scoprì così che una rappresentazione di Cristo nell’atto di soccorrere Pietro, sulle pareti del Battistero Neoniano in realtà non esisteva. Jung l'aveva solo percepita: si era trattato di un’illusoria parvenza originata in lui dall'incontro fra coscienza e inconscio, in una commistione di impressioni difficili da spiegare sul piano sensoriale.

Il turbamento di Jung a Ravenna non era un fatto nuovo. Già vent’anni prima, nel 1914, aveva avvertito un senso di smarrimento davanti alla tomba di Galla Placidia, l’imperatrice romana figlia di Teodosio I. Mettendo in relazione le due analoghe esperienze, fu naturale per lui richiamare alla mente il leggendario racconto sulla tempesta che nel 424 sorprese Galla Placidia quando da Costantinopoli attraversò il mare per raggiungere l’Occidente. La promessa e il voto di erigere una chiesa a Ravenna e di abbellirla con splendidi mosaici se fosse sopravvissuta ai flutti turbinosi, fu mantenuta dalla raffinata regnante e sorse così la basilica di San Giovanni Evangelista. Ma in epoca successiva un incendio devastò la chiesa e i mosaici andarono distrutti. L’associazione fra la perdita dei mosaici e la mancanza di qualcosa già visibile in precedenza, acquisiva la valenza di una privazione che dovette influenzare la sfera sensoriale di un individuo dotato di conoscenze storico-artistiche. Questa può essere la causa psichica della momentanea percezione visiva di Jung, tanto più credibile se si considera la condivisione dell’esperienza da parte della sua compagna di viaggio, che pure credette di vedere all’interno del Battistero Neoniano lo stesso mosaico. Anche quando una spiegazione fosse stata possibile, lo psichiatra risolse di annoverare il fatto tra i fenomeni e lecose della psiche che emergono spontaneamente dall'inconscio, seppure in assenza di condizioni plausibili per richiamarle. Nel volume autobiografico Ricordi, sogni, riflessioni, si legge testualmente: Il mio caso non è certo l'unico, di questo genere, ma quando ci capitano cose simili, non si può fare a meno di prenderle più sul serio di quando si sono solo sentite dire o si sono lette. In genere, di fronte a racconti di cose simili, si hanno pronte tutte le spiegazioni possibili: io, per parte mia, sono invece giunto alla conclusione che prima che si possa definire qualsiasi teoria nei riguardi dell'inconscio, ci sia ancora bisogno di farne molte, moltissime esperienze.


Di esperienze Carl Gustav Jung ne ebbe molte, come viaggiatore, come studioso, come individuo dedito ai misteri della mente. Il rifiuto di una visione dogmatica della religione e dei fatti dell’esistenza, il suo graduale allontanamento dalle teorie di Sigmund Freud, su cui peraltro si era formato nel tentativo di interpretare i sogni dei pazienti, non gli consentirono di dare al curioso episodio di Ravenna spiegazioni certe. Restava un mistero dell’anima, uno dei tanti, una visione onirica mai sfuocata in ambiguità, ma ben definita e presente in lui anche a distanza di tempo. Tanto definita da poterne descrivere, come in un sogno di cui si conserva viva memoria, perfino i dettagli, i colori (l’azzurro del mare, riferisce Jung) l’ampiezza della raffigurazione e i cartigli riempiti con le parole di Pietro e di Cristo.

I venti di Mario Vargas Llosa

 Il protagonista di questo libretto di Vargas Llosa si reca una mattina con l'amico Osorio ad una manifestazione contro la chiusura di u...