Visualizzazione post con etichetta Gesualdo Bufalino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gesualdo Bufalino. Mostra tutti i post

sabato 30 dicembre 2017

La moviola della memoria e le api bisbetiche da Cere perse di Gesualdo Bufalino

Quando una vita diventa lunga, e piace cedere al vizio di ripassarsela nella moviola, i vecchi ritratti di gioventù sembrano figli morti, uno se li vede venire incontro col passo nebbioso e zoppo di un esercito di fantasmi. Colpa dell'energia abrasiva degli anni e della loro natura carnivora; ma colpa un poco anche nostra, di noi che con le ombre del tempo insistiamo a intrattenere rapporti di arrogante intimità; e non ci contentiamo dei loro sfoghi spontanei, ma le aizziamo col dito, le provochiamo artificialmente a risorgere.
E' quel che succede con gli anniversari: macchine di scongiuro coatto, crudelmente ripetitive, fatte apposta per stanare dalla loro pace i ricordi, e metterli per forza in riga, sonnacchiosi e di malumore, come coscritti svegliati da una trombetta importuna. C'è bisogno di dire quanto sarebbe meglio distruggere i calendari e affidarsi ai capricci del caso o a sua misteriosa malizia ? Il passato si sa è un alveare di api bisbetici, guai a chiedergli miele a scadenze fisse, guai a non saper aspettare.

Pensierino. Tutti i miei esercizi di memoria è finito in un alveare di api bisbetiche.


giovedì 7 dicembre 2017

Piccolo sfogo letterario

Dopo un tentativo di leggere il libro di Paola Mostracola "L'esercito delle cose inutili", mi sono dovuto trovare un antidoto.  "Cere perse" di Gesualdo Bufalino mi sembrava adatto, ma mi è sembrato ancora troppo aggrovigliato e faticoso nelle sue pesanti citazioni, nelle involuzioni della sua lingua barocca. E così sono approdato ai "Racconti" di Anton Cechov e finalmente ho trovato la pace in questa scrittura piana e distesa, in queste trame semplici e precise, una vera delizia.
Al diavolo tutta questa scrittura moderna nervosa, arrogante e sincopata frutto di tecnica piuttosto che di inventiva.


giovedì 20 ottobre 2016

Afasia


Quando sento recitare un libro che conosco mi accorgo quanti particolari ho perso nella lettura solitaria. Mi chiedo se sia una forma di afasia. Forse dovrei prendere l'abitudine almeno di sussurrare la lettura del libro confidando che usare 2 sensi invece di 1 raddoppi la mia capacità di comprensione.
Ho riletto con grande gioia le Dicerie dell'untore di Gesualdo Bufalino approfittando della trasmissione radiofonica di RAIRADIO 3 "Ad alta voce" e devo dire che l'ho molto apprezzata.
J.L. Borges sosteneva che lui non si sentiva affatto menomato per la perdita della vista, anzi. Ma lui aveva schiere di lettori pronti a saziare la sua "fame" di libri. I comuni mortali possono fare affidamento solo sulla radio e su qualche benemerita iniziativa editoriale...

Ecco qui il primo capitolo di Dicerie dell'untore

sabato 19 marzo 2016

La veranda di Salvatore Satta


Galeotta la solita trasmissione radiofonica di RAI TRE, ho "scoperto" questo libro che è entrato subito nel mio cuore. Evidenti, anche ad uno come me che ha letture "disordinate" e frammentarie, i rimandi e le connessioni con le Dicerie dell'untore di Gesualdo Bufalino. E non solo per l'ambientazione (un sanatorio al nord per Satta e uno al sud per Bufalino), ma anche , sorprendentemente, per la lingua ricchissima e le citazioni raffinate di due scrittori "isolani". L'unica differenza è che Satta vuole allontanarsi dalla sua terra (la Sardegna) quasi fosse un limite alla sua opera; Bufalino come sappiamo nella sua Sicilia è ben piantato a terra e ne succhia gli umori e le inflessioni dialettali, è quella la fonte di gran parte della sua ispirazione.

La Domenica le donne ricoverate nel sanatorio vanno a messa accompagnate dalle suore e passano attraverso il reparto degli uomini. Ne nasce questo incontro. 

Ogni domenica, così come ogni anno Persefone tornava sulla terra a consolarne la crosta arida e greve, lo stuolo delle donne traversa il corridoio dei maschi per andare alla messa.
Si odono, prima, le suore, con le sottane ventose, coi bisbigli di rosari e di chiavi: da lontano, per le chiazze di luce delle finestre, trascorrono, fantasmi bianchi e neri, per entro i raggi di luna.
I malati si attruppano ai varchi.
Ma esse sono le donne di una grande casa in rovina, che, tra i molti travagli e il molto penare, intendono finalmente che l'amore è un lusso, già prima che un'illusione, e diventano, un po' per volta, immemori di sé. Giungono, coi loro visi di massaie distolte dalle faccende, curvi sotto gli uccellacci bianchi delle cornette; tremano di freddo e sonno; e « abbiamo fretta, abbiamo fretta ›› pare che mormorino nel perpetuo ticchettio delle labbra. Passano, immuni, tra codeste nari erte al fiuto; sogguardano oblique, e intorno intorno il silenzio sembra farsi più grande.
Ma la porta a vetri appannati, che segna i riguardi ai desideri troppo incalzanti, si va affollando d'ombre: teste e testine appaiono e scompaiono, mani s'agitano ammiccando, qualche risata trilla soffocata. Finalmente un urtone violento sbatte contro il muro la porta, con trepidare di vetri; e una bruttona alta e grossa avanza con molto sdegno e molta protervia. Dietro, le teste e testine si sono già ricomposte per la inattesa irruzione: ed ora avanzano anch'esse, lunga fila multicolore, nella scia di quell'altra.
Un chiacchierio sommesso s'intona ai loro rapidi piccoli passi. Ma, come al passare di Elena davanti ai vecchi di Troia, tra quella torma alla posta s'è rifatto, d'improvviso, il silenzio.
Tolte le brutte, che non contano, sono degli uccellini. Pigolano e cinguettano, e non osano alzare il capo: si sente in loro la gabbia. O sono degli eliotropi, con quei corpi troppo lunghi e troppo sottili, dallo sviluppo precoce: i petti e i visi di bimba sui ceppi robusti di donna danno una spaurita dolcezza a questa deformità, che le fa incedere con le teste bionde reclinate sulle minuscole amiche. O sono delle ninfee, con quella loro bellezza di pianta acquatica. E passano, e ridono. E quel loro riso argentino, che nessuna ragione muove, e per ciò nessuna ragione contrista, si ripercuote tra le vecchie volte, così come le litanie delle monache, come l'accento rozzo dei maschi. Ma questi, con le orecchie tese, con i volti e i colli allungati, con gli occhi lucenti, con le narici dilatate, immobile gruppo statuario, hanno afferrato quel riso: lo riconoscono.   la nota dell'eterno femminino che si ripete ancora nell'effimero di quassù. Nel silenzio fatto tempestosi, i desideri sembrano staccarsi con mani invisibili, ed ecco gli abiti striati maculati sono alzati scomposti lacerati: appaiono misere carni arrossate dalle punture, spalle strette, toraci lunghi o arrotondati dal collasso. Simili a cavalli nel deserto, i desideri bevono all'acqua di quel miraggio e la sete si esaspera.

lunedì 11 maggio 2015

Gesualdo Bufalino a Comiso
Gesualdo Bufalino dedica il suo libro Dicerie dell'untore "a chi lo sa". 
Dunque c'era qualcuno che "si aspettava" un libro e se lo aspettava proprio da lui. Non so chi sia , ma deve avere avuto una grande emozione nel leggere questa dedica così misteriosa (per gli altri), così personale e intima, direi. 

Incipit

O quando tutte le notti – per pigrizia, per avarizia – ritornavo a sognare
lo stesso sogno: una strada color cenere, piatta, che scorre con andamento
di fiume fra due muri più alti della statura di un uomo; poi si rompe,
strapiomba sul vuoto. Qui sporgendomi da una balconata di tufo, non
trapela rumore o barlume, ma mi sorprende un ribrezzo di pozzo, e con
esso l'estasi che solo un irrisorio pedaggio rimanga a separarmi... da che?


giovedì 29 gennaio 2015

Rileggo Bufalino e il suo "Dicerie dell'untore"

Da buon "lettore pigro" ho deciso di rileggere questo grande romanzo in forma "assistita", un po' come si fa con le biciclette , quando il fiato manca o le distanze diventano un ostacolo insormontabile.
La RAI3 per fortuna ha questa bella trasmissione che si chiama "Ad alta voce" e così ho optato per la "lettura assistita" che mi facilita il compito, visto che la dislessia mi fa brutti scherzi e mi intoppo e rileggo una pagina due volte per capirla. Col testo alla mano, la lettura si è fatta voce e questo mi ha aiutato non poco.
Ho già scritto altrove della "densità" della scrittura di Gesualdo Bufalino. La lettura (la mia, almeno) avanza come una nave rompi-ghiaccio ed ad ogni momento c'è il pericolo dell'incaglio. Ho deciso di non seguire tutte le citazioni, non sarei avanzato di un passo. Solo alcune, quelle più intriganti, mi hanno dirottato su altri testi, alla ricerca del significato, del gioco di parole o letterario. Un mondo quello di Bufalino irto di inganni (non per altro l'altro libro che preferisco è "Le menzogne della notte") e depistaggi che , a volte, fanno perdere il senso di marcia. Forse era proprio questo l'effetto che cercava di ottenere lo scrittore e c'è riuscito perfettamente. Così alla fine il lettore rimane sconcertato e capisci che i particolari sono l'essenziale, la forma ha sconfitto il contenuto. Tutto diventa un gioco a volte (il più delle volte) tragico a volte esilarante.
Comunque non posso non amare questo libro.

P.S. Non sapevo che nel 2009 grazie all'adattamento e la regia di Vincenzo Pirrotta, Dicerie dell'untore è diventato anche un'opera teatrale con l'interpretazione di Luigi Lo Cascio. Il testo è stato tradotto in siciliano e la cosa mi affascina solo al pensarci. Probabilmente non riuscirò mai a vederlo. Chissà.
   

lunedì 26 gennaio 2015

Fra noi vivi che ci scriviamo, le parole servono forse di più?

Angelo diceva che la morte è un paravento di fumo fra i vivi e gli altri. Basta affondarci la mano per passare dall'altra parte e trovare le solidali dita di chi ci ama. Purché si lascino péste, uste, minuzie che conservano il nostro odore.
Fu forse questo pensiero che lo spinse ad affidare a una suora una filza di lettere con date fittizie, da spedire una alla volta due volte l'anno. In esse narrava il romanzo futuro di sé, vantava paternità, impieghi, successi; annunziava indisposizioni da nulla che nella puntata dopo erano già guarire e remote. Sua madre - ci spiegava - sarebbe vissuta più a lungo, aspettando a ogni scadenza il posticcio messaggio in cui si prolungava indefinitamente l'eco della cara voce scomparsa. Sarebbe stato per lei come avere un figlio oltremare, a San Paolo, a Little Italy. Lei morì subito dopo di lui, tuttavia, e suor Tarcisia, se non l'ha saputo, continua certo ancora oggi a impostare queste inferie di un morto a una morta, che nessun postino potrà mai restituire al mitìente (ma fra noi vivi che ci scriviamo, le parole servono forse di più? Ed è poi sicuro che sia suono la vita e silenzio la morte, e non invece il contrario?).

(da Gesualdo Bufalino, Dicerie dell'untore, Classici Bompiani, 2006, cap. III)

Pensierino. Rileggere e risentire la lettura radiofonica di "Dicerie dell'untore" (Rai3 Ad alta voce) è un esercizio che placa, momentaneamente, tensioni e malumori. Costringe a concentrarsi su altre tensioni, a confrontarsi con una scrittura di una vischiosità che ti imprigiona, spigolosa come il volto del suo autore, arcana come una vecchia filastrocca, barocca come alcuni edifici di Palermo, ma potrebbe essere anche Napoli o Lecce. Il pensiero che questa scrittura sia stata a sua volta tradotta ed adattata in un "riduzione" teatrale con la regia Vincenzo Pirrotta e l'interpretazione di Luigi Lo Cascio, mi fa pensare che il gioco continua, all'infinito, alla ricerca di un senso. Perché, evidentemente , il senso compiuto non è stato trovato.

martedì 26 giugno 2012

Prima che se ne vada

 Dal Lamento del vecchio puparo in Gesualdo Bufalino, Il Guerrin Meschino, Bompiani, 1993.

Non si dovrebbe diventar vecchi.
Ormai confondo le gesta, dimentico le casate,
m'impennacchio di parole morte;
durlindane e olifanti, non ci credo più.
La gente che viene è sempre di meno.
Ieri erano tre, stamani un solo bambino,
con un cartoccio di semi accanto.
S'è seduto sulla panca e aspetta,
ma forse ha solo male ai piedi,
fra un minuto se ne andrà.
Prima che me ne vada,
incominciamo.


Pensierino. A volte mi faccio prendere dall'ansia del vecchio puparo,
comincio a scordare le storie
e allora, mi affretto ad incominciare,
prima di rimanere solo.


sabato 28 gennaio 2012

Post interruptus

Stavo scrivendo una cosa che ho pensato nel dormiveglia di questa notte che riguardava il sonno ed in particolare il sonno agitato. Risaputi toni tra il giallo ed il patetico che ormai conoscete. La cosa è andata avanti nel solito modo: le prime 15 righe sgorgavano come se un fiume in piena mi spingesse dietro e poi tutto si perde. Capite perché il "frutto" di questi sproloqui non può essere che un pensierino da blog? Questa volta però mi è andata peggio: mi sono portato nella mia caverna i due volumi delle opere di Gesualdo Bufalino stampati per i Classici di Bompiani e che mi seguono in ogni dove nella casa. Bene, non ti va a cadere l'occhio su uno dei tanti divertissement di Cere perse che si intitola Umoresca del non dormire? E' bastato questo contatto fugace e rapinoso per far svanire anche i miei più bellicosi propositi verso la pagina bianca di questa mattina e la scrittura si è trasformata in silenzio. O quasi. Infatti ecco confezionato il mio ultimo post interruptus.

Per non farvi rimanere propio a bocca asciutta, ecco le prime righe dello svago (così lo chiama) di G.Bufalino.

Un elogio dell'insonnia cerca specialmente orecchie di iniziati, di congiurati. Nessuno, dunque, dei milioni di spiriti semplici, abituati ogni sera ad alloppiarsi pigramente fra le lenzuola e a qui smemorare, farneticando derisorie rivincite sugli smacchi della giornata; nessuno d'essi, se l'interdetto ha qualche potere, si azzardi a posare il naso su queste righe, ma resti nella sua soda inettitudine a rattrappirsi, finché non lo riporti alla conoscenza la manonera di un incubo o il perdifiato di una suoneria.
E così anche voi siete avvisati e potete leggere o meno questo delizioso svago.


Las rinde el sueño, Goya

venerdì 9 dicembre 2011

In principio era il Verbo poi leggere divenne un vizio



Caravaggio, San Gerolamo
In principio fu il Verbo, dicono. La parola correva docile dal labbro all’orecchio senza tramiti e sensalie. ll
parlante - prete, sibilla, aedo, fool, favoleggiatore - s’imponeva all’uditorio con l’esuberanza dei suoni e dei gesti, con l’odore carnale della presenza. Dovunque il rito si celebrasse, in una radura o in una spelonca, durante una veglia di pastori erranti o attorno a un fuoco di bivacco guerriero, sempre fra l’uno e i molti, fra la voce e l’attenzione, si stringeva urfamicizia ch’era anche una connivenza e faceva le veci della felicita.
Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Forse fu un male: la volta che, sotto forma di mela, fu introdotto nell’Eden l’abbecedario, una garanzia d’innocenza s’interruppe, la parola fu imprigionata in un segno l’esorcismo in presa diretta cessb. Quella notte Shahrazad fu decapitata...
Da allora il banditore non passò più fragoroso per le vie del villaggio, ma si ridusse a nascondere le sue notizie dietro la maschera d’un frontespizio. Fra le due solitudini - dell’autore che rumina e incide con stilo, penna d’oca, macchina da scrivere, nel segreto della sua stanza; e del san Girolamo lettore, curvo sulla polvere degli incunaboli, mentre alle sue ciabatte si strofina un vecchio leone - fra questi due silenzi una festa nefasta cominciò a celebrarsi, un velenoso ludibrio dell’immaginario.

Vogliamo dirla tutta? Nell’istante in cui l’appassionato di novità smise di ascoltarle in cordiale assernblea e si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quell’istante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente.
A questo punto leggere divenne un vizio.

Gesualdo Bufalino, da Cere perse, Leggere, vizio punito


mercoledì 7 dicembre 2011

Le ragioni dello scrivere


La finestra é aperta sull’orto, la lampada fa chiaro da sinistra, come consigliano gli oculisti. E sul foglio immacolato la penna va su e giil facile, senza rimorsi; il polso che la incalza, la mente che la governa, paiono alacri, ben disposti. Quand’ecco nel silenzio della mezzanotte una domanda rintocca di colpo nelle orecchie, un’interrogazione povera e febbrile: “Perché?”.
Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si da corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, rnentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita. La vita ch’è innamoramento impulsivo di se stessi, o abbandono alle quattro dorate, virginee, felici stagioni.
Scrivere, insinua la voce, non significa solo adulare i minuti con la cosmesi dell'imrnaginario, ma nutrirli dei nostri escreti mentali, addobbarli viziosamente delle nostre maschere nere. Rappresenta dunque in qualche modo una colpa: forse macchiarsi le mani d’inchiostro é come macchiarsele un poco di sangue, uno scrittore non é mai innocente.
...

Gesualdo Bufalino, da Cere perse, Capitoli I - La parola ansiosa, Le ragioni dello scrivere


Pensierino. Bufalino ci accompagna nelle tante ragioni dello scrivere che sono altrettanto nobili quanto infami. Forse tutti noi abbiamo avuto diverse e contraddittorie ragione per scrivere. C'è un faro in questa oscurità, le parole di Eduardo de Filippo "Ho sempre detto la verità al pubblico".

P.S. E con questo mi assento per qualche giorno. Mi attende un viaggio. Au revoir.

PPSS Ultima puntata della trilogia il 7/12. Assente, posto lo stesso (è malattia grave !).

sabato 3 dicembre 2011

Firme per il silenzio (inizio trilogia di testi tratti da Cere perse di Gesualdo Bufalino)



Abbazia delle tre fontane (Roma)
Scrittori della penisola, confréres (non so come chiamarvi, sono nuovo del sodalizio), e se provassirno per
un poco, un anno, sei mesi, a tacere? Un silenzio totale, soffice, color del miele... Senza più né un romanzo, né un saggio, né un elzeviro, né una poesia, né un panfletto, un’intervista (né un post su un blog, ndr)...
Bensì, da un capo all’altro d’Italia, telefoni staccati, contratti disdetti, lettere inevase; strette di mano eluse, diti sul labbro, come in certe statue del Settecento lungo i viali d’un giardino granducale. E le giornate allora sarebbero improvvisamente vacanti, una panoplia di graziose e rosee domeniche, un grappolo di ore lietamente infeconde, da piluccare adagio, in pantofole, con la moglie o chi per lei, bricoleggiando con rnartello e chiodi o bruciando nella stufa, un sedicesimo dopo l’altro, i volumi omaggio accatastati sul pavimento...
Che ne dite? Se opzione zero ha da essere, perché non estenderla alle rotative? E allora su, facciamolo questo gesto: incappucciamo le stilografiche, disarmiamo Olivetti e Remington, dopo tanti corpo a corpo cruenti. E prendiamoci una stagione sabbatica, sperimentiamo per la prima volta nei secoli la Cassa Integrazione dell’Alfabeto.

da Gesualdo Bufalino, Cere perse, Firme per un silenzio


Pensierino. Si, il silenzio è soffice e color del miele...

P.S. Prossimo brano di Gesualdo Bufalino il 7/12

lunedì 7 novembre 2011

Su quest'ardesia ch'è la nostra mente non sarebbe meglio cancellare piuttosto che scrivere ?


Tutto è partito da una "provocazione" di Mat (vedi qui) che faceva l'elogio dell'assenza. E così, rileggendo Gesualdo Bufalino in Piccole stampe degli anni trenta inserito nell'edizione Bompiani di Museo d'ombre...

Le Parche
Forse il nodo d’ogni nostro destino, quello cbe ci perde o ci salva, sta qui, in questa vicemla del ricordare e del dimentimre. Si sa qual é sulla terra la condizione dell’uomo: bruciare un attimo e spegnersi, fiammifero fra due bui. Ma in seno a quel frettoloso bruciare, quante minori cancellature c'insidiano, quante ombre perdiamo senza tregua, come chi si dissangua. Delle quali stoltamente ci facciamo mendicanti e pescatori, senza stancarci di tirar su dal pozzo secchi e secchi di cenere nera. Frattanto s'invecchia, è la legge. Ci si stupisce che gli altri invecchino insieme a noi; gli altri e le cose tutte. Ma non sarebbe meglio se su quest'ardesia ch'è la nostra mente, e su cui il calendario lavora di raspa e di lima, lasciandoci, sentinelle incatenate, a guardare una sponda di nebbie e di spettri; non sarebbe più giusto se su questo palinsesto, su questo intonaco troppo scritto, una mano cancellasse in una volta sola sembianze felici e malecopie corrotte? Insomma non converrebbe più a tutti l'assenza che la presenza, l'amnesia più cieca che la memoria più astuta? Da un così futile dubbio io non so spremere risposte, ma miele e strazio insieme. E come il giocatore al suo tavolo, torno al vizio (benedetto, maledetto) rivisitarmi a ritroso.

sabato 5 novembre 2011

Bufalino, L'uomo invaso, Don Chisciotte e Sancio

Horror vacui mi ha ricordato con un suo post il grande scrittore siciliano Gesualdo Bufalino che amo moltissimo. Pensavo di aver fatto chissà quante citazioni delle sue opere, invece, inspiegabilmente ne trovo poche (forse quella più riuscita è questa e quest'altra). Rimedio immediatamente con una piccola citazione, ma è solo l'inizio di un nuovo ciclo. 

Don Chisciotte torna a casa dopo tanti anni di battaglia. E' stanco ed invecchiato. Lo segue Sancio che, ormai, è diventato il suo custode: ha perso l'ammirata riverenza che aveva quando era partito tanti anni prima ed ha acquisito il compito di salvaguardare il suo padrone da altre, dolorose, esperienze.
Don Chisciotte e Sancio raggiungono una locanda e lì il cavaliere si riposa.

Ricordò l'incontro che aveva fatto, nell'uscir da Toboso, con la carretta d'attori, e come la Morte gli era apparsa, insieme a un Cupido senz'armi, ritta in piedi sul tavolaccio; e come un Diavolo pulcinella, agitando sonagli e vesciche, s'era involato sul somaro di Sancio... Quella volta lui s'era di leggeri convinto che tali apparizioni non fossero quel che parevano, ma quel che dicevano d'essere: non la Morte, il Diavolo, Amore... ma comici di passo, povere maschere erranti.
da L'uomo invaso, L'ultima cavalcata di Don Chisciotte, Gesualdo Bufalino 

martedì 28 dicembre 2010

Il bianco secondo Gesualdo Bufalino

Bellissimo e innocente colore, il bianco, ma nella sua purezza quanti spaventi s'annidano. "Obscur comme un lys", scrisse una volta un poeta e voleva alludere a quel tanto d'indecisione e d'enigma che, a differenza dei rimanenti colori, privilegia il bianco e lo carica delle più opposte virtualità, facendolo apparire a un tempo emblema della più esangue assenza e dell'assoluto totale. Un colore pericoloso, dunque, dove alternativamente trionfano il chiuso nulla e l'infinitamente aperto infinito; un colore che non per caso, sposandosi al nero, genera i morbidi o secchi incantesimi del film muto e dei vetusti dagherrotipi. Un colore cui gli stessi pittori non osano accostarsi che con rispetto e tremore, tanto esso appare immacolato e quasi sdegnoso a paragone degli altri — blu di Prussia, gialli Vermeer, rossi di squilla - nei quali più crudamente trapela un'infezione di vita. Si pensi ai Pierrots di Watteau, ai muri di Utrillo, alle sinfonie "en blanc majeur" di Wisthler... Quindi al bianco calcinato e luttuoso di cui si vestono gl'intonaci delle case di campagna sotto il sole del Sud nella controra di luglio...
Ebbene, tutto questo, e altro ancora, è il bianco d'una salina.
(Tratto da Altre pagine siciliane, OPERE/2, Classici Bompiani, 2007)

 Jean-Antoine Watteau: Gilles (Pierrot)

Maurice Utrillo, Place du Tertre

James Abbott McNeill Whistler, Sinfonia in bianco, Contessa Cecilia 

P.S. Ci vorrebbe la maestria fotografica di Maurizio per catturare il biancore delle saline tra Trapani e Marsala (con i loro mulini a vento) e quella di Janas per quelle sarde di Capo d'Orso a Palau.

martedì 27 luglio 2010

L'USCITA DALL'ARCA ovvero IL DISINGANNO da L'uomo invaso di Gesualdo Bufalino

Un mattino Noè decise di venir fuori. La colomba era tornata e ripartita, tornata ancora e ripartita ancora. Ormai lui non s’aspettava più che tornasse e il cuore gliene era radioso. Uscì col ramoscello d’ulivo in mano, cautamente toccò col piede scalzo la coltre di fango giallo dove la nave s’era chetata.
I primi passi furono d’ubriaco. Eppure s’avviò coraggioso, affondando fino al ginocchio, su per un crinale che prometteva un belvedere, lassù. Passo passo guadagnò la cima, da una balconata di roccia s’affacciò finalmente, avido di battezzare e amare con gli occhi la vergine terra. E la vide e la amò: sudicia di ruggini e muffe, fumosa di vulcani, pezzata da mille pozzanghere ma rutilante, oh quanto rutilante, di festa e di gioventù!
Quando ridiscese, lo attrasse un rimasuglio triangolare d’acqua in una cavità della pietra. Non gli dispiacque la faccia che vi specchiò, cotta dal sale e dal vento, arata da mille spaventi. Una faccia ch’era maestosa d’anni, ma, insieme, acerba e attonita, tale e quale la terra, e altrettanto corrusca di un sotterraneo sorriso. Il quale divenne riso spiegato, udendo il subbuglio davanti all’uscio dell’arca, donde, senza più legge, le famiglie pedestri, volatili e rettili sciamavano fuori, correndo, strisciando, volando a grotte, nidi, covili. I suoi stessi figli, Sem, Cam e Jafet, vide andarsene, ciascuno per la sua strada. Solo la donna taceva, in piedi accanto a lui, e lui le carezzò con la mano i capelli.
“Guarda”, le disse e mostrò col gesto la terra, gli arcipelaghi, i golfi, il cristallo dell’aria, le peripezie delle valli e dei fiumi, il teatro degli orizzonti. Un tanfo di putredine dolciastra se ne levava tuttora, ma nel limo già misteriosi semi fiorivano, diamanti di stille pendevano dalle fronde, radici si tendevano a berle, occhi di creature scintillavano freschi nell’erba.
Il vecchio volse il capo al cielo, aspettando. Il cielo era azzurrissimo e vuoto, dove un arcobaleno ironico impallidiva. Poi una colomba apparve lassù, la sua colomba, e sembrava sbandare con ali goffe, sbalordita dal sole. Noè non s’avvide del falco, sentì solo un frullo, uno strido e piombargli un’ombra bianca fra i piedi, spruzzargli le gambe col sangue della sua gola squarciata.
Ma come? Noè aguzzò occhi e orecchi sospettosi sul mondo. Stupefatto e sospettoso spiava il mondo redento. E udì le voci irose dei figli, vide su un sasso chiudersi un pugno, un ragno tessere fra due steli una tela e una mosca ronzarvi accanto. Un lupo urlò dietro un agnello, una vipera morse un calcagno... Ma come? L’uomo chiese con gli occhi alla donna e la donna gli rispose con gli occhi. Una lacrima scorse a Noè lungo la gota, si mischiò col pelame del mento. Lui la pulì col rovescio della mano, curvò le spalle, s’incamminò.
“Ma come?” si domandava.


Pensierino. Non c'è espiazione che tenga, non c'è penitenza abbastanza crudele, non c'è esperienza del male così oscura da far amare la luce.

venerdì 30 gennaio 2009

Lettura de Diceria dell'untore di Gesualdo Bufalino


Segnalo la lettura su RAI RADIO 3 di Diceria dell'untore che può essere ascoltato anche in podcast. E' forse uno dei libri che amo di più se questo può in qualche modo essere utile a richiamare all'ascolto o alla lettura (addirittura !) qualche passante da questo blog.

I venti di Mario Vargas Llosa

 Il protagonista di questo libretto di Vargas Llosa si reca una mattina con l'amico Osorio ad una manifestazione contro la chiusura di u...