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sabato 10 aprile 2021

Donna da mangiare


Ho finito di leggere "La donna da mangiare", il primo romanzo di Margaret Atwood scritto nel 1965. La Atwood è diventata famosa per il grande pubblico dopo che da un suo -inquietante- romanzo (L'ancella) è stata tratta una serie televisiva. 

La donna da mangiare è la storia di una triangolo amoroso in cui tutti i protagonisti giocano un ruolo che percepiscono essere conforme agli stereotipi correnti (di genere in particolare) e che piccoli e continui segnali alla fine fanno deragliare. Penso che il romando descriva molto bene una situazione dei rapporti tra uomini e donne che è cominciata ad andare in crisi in quegli anni, ma che ancora oggi è tutt'altro che "risolta". Il romanzo si conclude con un "liberi tutti" che non è una soluzione, ma la semplice constatazione che quei modelli erano (e sono) insostenibili e occorre provare strade nuove e per lo più ancora inesplorate.


martedì 1 settembre 2015

Recensioni. Il racconto dei racconti di Matteo Garrone

Il racconto dei racconti - Tale of Tales è un film a episodi del 2015 co-scritto, co-prodotto e diretto da Matteo Garrone, al suo primo film in lingua inglese.



La pellicola è l'adattamento cinematografico della raccolta di fiabe Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, pubblicata postuma tra il 1634 ed il 1636.

Recensione. Dunque il solo fatto che Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile sia prodotto in lingua inglese mi fa pensare ad un piatto di spaghetti conditi con il ketchup. Ma supero il pregiudizio iniziale e vedo il film. 
L'atmosfera, malgrado il film parli di fiabe, pare subito iper-realista: sarà la regina che mangia il cuore (quasi crudo) del drago marino, sarà la pulce gigante nutrita da sangue del Re annoiato o le due vecchie che ingannano il Principe facendogli vedere un solo dito, tutto acquista un'aria troppo reale. 
Non per altro le scene sono girate effettivamente in luoghi meravigliosi: nel Lazio (a Palazzo Chigi di Ariccia e Acquapendente) tra Napoli (tra cui il Palazzo Reale), Toscana (Vie Cave tra Sovana e Sorano, nel Castello di Sammezzano di Reggello e nel Palazzo Vecchio di Firenze), Puglia (a Castel del Monte, Gioia del Colle, Mottola e Statte), Sicilia (nel Castello di Donnafugata e nelle Gole dell'Alcantara) ed Abruzzo (nel castello di Roccascalegna). Pare uno spot pubblicitario per un tour operator statunitense o nipponico.
Le tre fiabe scelte sono La cerva fatata, La pulce e La vecchia scorticata.
Lontane mille miglia le atmosfere del Decameron di Pier Paolo Pasolini che fece un'operazione inversa traducendo i testi di Boccaccio in dialetto di Napoli. L'equivoco, che qualcuno dovrà spiegare a questi contabili del "mercato" mondiale dei film, è che un linguaggio "internazionale" non necessariamente attira folle ai botteghini. Il linguaggio universale è la stessa fiaba che usa canoni codificati riconoscibili da tutte le culture. E questo doveva bastare.
Sacrificare l'iperbolico dialetto del Basile alle logiche del mercato statunitense è perdere di vista una grande opportunità per fare un prodotto omogeneizzato (che garantisce standard di qualità, per carità), ma insipido.   


...fa’ pigliare lo core de no drago marino e fallo cocinare da na zitella zita, la quale, a l’adore schitto de chella pignata, deventarrà essa perzì co la panza ‘ntorzata; e, cuotto che sarrà sto core, dallo a manciare a la regina, che vedarrai subbeto che scirrà prena comme si fosse de nove mise... 
da La Cerva Fatata

lunedì 9 aprile 2012

Tra malìe ed incantesimi, storia di sette donne in uno sperduto paese di montagna


Assistere in provincia ad una presentazione di un libro è una esperienza che consiglio. L'atmosfera si fa intima, subito: a parte l'autore, chi lo presenta e qualche raro spettatore (a volte parente dello scrittore o del presentatore) c'è ben poco pubblico e non di rado si può rischiare il vuoto assoluto. E non è uno svantaggio, anzi. Si può assistere a serate di altissimo livello proprio perché non c'è "ansia di prestazione" da parte dell'autore che si scioglie subito, capisce che è a casa sua, il presentatore e il pubblico stanno decisamente dalla sua parte, sono spesso suoi estimatori, se è uno scrittore "scafato" può permettersi di fare pure il ganassa. Insomma l'atmosfera è quella giusta per parlare a ruota libera. Mi era capitata una sera così alla Biblioteca di Castano Primo tanti anni fa con Carlo Lucarelli ( che, tra parentesi, è un simpaticone, malgrado gli argomenti che usa trattare) e forse ne ho già parlato in un vecchio post (o forse no, ma chi se ne frega, direte!).
Questa è stata la volta della scrittrice (stavo dicendo "nostra" scrittrice, perché è proprio una delle mie parti, quasi una compaesana) Laura Pariani. L'occasione è stata la presentazione del suo nuovo libro che si intitola "La valle delle donne lupo" edito da Einaudi. Il luogo era il Circolone di Legnano, locale storico della cittadina famoso soprattutto per la stagione musicale sempre molto ricca e variegata. Il Circolone è il classico Circolo dopolavoristico di una ex grande realtà industriale come Legnano che vantava aziende "mitiche" come la Tosi, le tessiture e filature De Angeli-Frua, Cantoni, Bernocchi, Dell'Acqua ecc ecc e che ora sono praticamente sparite inghiottite da immense aree di palazzoni e supermercati.
La serata parte bene, in sordina: Laura Pariani è persona assai dimessa, schiva, la prende da lontano, poi butta lì due letture di alcune sue pagine e allora si rimane presi come da una malìa. Ed è di malìe che si parla in questo libro di donne che vivono sole in uno sperduto paese di montagna, dimenticato da Dio e dagli uomini, ma non, appunto, dalla magia antica delle "guaritrici" che sanano la vita anche con la morte.   


La prima pagina

Uno
1928-30
È una vita da poveri sculati per la famiglia di un becchino in un paesino di montagna. Nella valle di ***, infatti, si muore o da piccolini o da vecchioni. E il morire della gente dipende dalle annate. Se il raccolto di patate è cattivo, i casi possono anche essere molti. Se invece è buono, non crepa nessuno. Nessuno è cosí scemo da morire proprio nell’epoca di un buon raccolto. Certo, qualcuno ogni tanto finisce schiacciato da un tronco durante il taglio del bosco o precipita col carro in un fosso; oppure qualcun altro viene mandato all’altro mondo dal calcio di un mulo. C’è anche chi annega nel torrente: la mattina la riàle ha un’acqua cosí scarsa che una capra la berrebbe in un sorso, ma a mezzogiorno è capace di diventare schiumosa e furibonda; per cui capita sempre qualche imprudente che ci finisce travolto... Negli anni che il Marziano definisce «migliori», si arriva perfino a otto nove casi di morte. Che però mica tutti vanno a vantaggio del becchino, purtroppo. Se un pastore, presèmpio, finisce in uno degli orridi dalle parti della cascata, chi lo trova piú? Non ne resta da seppellire neanche un ossicino. Senza contare che c’è anche chi emigra, magari in Germania o addirittura in Mérica, e a quel punto chi s’è visto s’è visto; al massimo di lui ritorna al paese il lusso di un telegramma su una carta rigida che non serve neanche nel ritré. Comunque pochi sono quelli che i becchini chiamano «morti grassi», su cui cresce l’erba baiocchèlla... Certo il Falciatore bussa anche alla porta dei ricconi quando l’è ora: nel qual caso si fa un funerale in pompa, con suono di campane, lettere dorate sulla bara e una mancia speciale per il becchino. Ma è rarità. Di regola si tratta di cerimonie da due soldi. Ché in questa valle di fame baiòsa la vita è sempre stata grama: sette cacciatori, sette pastori e sette boscaioli fanno ventun poverettini a culinfuori. Cosí nella famiglia di un sotterramorti c’è poco da sfogliare verze.

mercoledì 4 novembre 2009

Boualem Sansal, Il villaggio tedesco, Einaudi


Questo libro dell'autore algerino Boualem Sansal narra una storia appassionante e con un ritmo coinvolgente. Da tempo non trovavo in letteratura tanta passione e acume nell'affrontare in un colpo solo questioni molto calde come l'Olocausto e l'integralismo islamico. Ciò è stato possibile attraverso una trama efficace: due fratelli di origine algerina, che vivono nelle banlieue parigine in un enclave a forte connotato islamico, scoprono (prima l'uno, poi, al tragico suo suicido, l'altro) che il padre non è altro che un SS specializzato nelle camere a gas dei deportati nei campi di concentramento. E' riuscito a farla franca, alla fine della guerra, rifugiandosi in Algeria, dopo aver attraversato l'Africa in modo avventuroso. Lì diventa un "consulente" della guerriglia e sposa una algerina rifacendosi una credibilità e trovando, molti anni dopo, la morte in una incursione di bande islamiche nel villaggio dell'interno dove abita. I figli vengono inviati, ancora adolescenti da uno zio, in Francia ed il primo diventerà un rappresentante di pompe idrauliche di una multinazionale, mentre l'altro farà una vita più marginale arrangiandosi come può per tirare a campare in bilico tra integrazione (impossibile) e devianza (anche dalla cultura imperante della propria gente.

Il libro non è di quelli che può lasciare indifferenti e mentre sulla descrizione degli orrori del nazismo può trovare immediata sintonia da parte del lettore, quando affronta la questione dell'integralismo islamico in occidente,  spiazza in particolare perché le voci narranti sono provenienti da quella cultura e si esprimono con una durezza di paragoni (col nazismo appunto) che fa riflettere. Non ha nulla questo atteggiamento del becero anti-islamismo di tanti nostrani politici (di destra in maggioranza -Lega Nord in testa-, ma con qualche bel rappresentante anche del PD). Il quadro che ne esce è a dir poco allarmante e costringe a rivedere luoghi comuni imperanti.
Da leggere.

I venti di Mario Vargas Llosa

 Il protagonista di questo libretto di Vargas Llosa si reca una mattina con l'amico Osorio ad una manifestazione contro la chiusura di u...