martedì 14 luglio 2020

Ottobre 1943, il Vesuvio si sveglia al rumore dei bombardamenti




Pensierino. Il Vesuvio ne ha viste tante sotto di sé ed ogni tanto anche lui fa sentire la sua voce potente che sovrasta il rumore di qualsiasi cosa succede là sotto, nei vicoli di Forcella o di Montedidio e fa tremare tutti.

martedì 16 giugno 2020

Chissà se i tarocchi dicono la verità

Chissà...
A volte i tarocchi
ci dicono quello che
vogliamo sentirci dire.
Una superficie
di bellissimi fiori
che non ci sono.



domenica 7 giugno 2020

Portati per mano verso il caos

Friedrich Durrenmatt nel suo La Promessa (Un requiem per il romanzo giallo) racconta la storia del naufragio della logica poliziesca di fronte ad un grave episodio di assassinio di una bambina nelle campagne della Svizzera dei Grigioni.
Uno scrittore di romanzi gialli si incontra in una conferenza per la presentazione di un suo lavoro con un ex comandante di polizia, il dottor H, col quale di mala voglia condivide un passaggio in auto verso Zurigo. E' il dottor H. che per confutare le tesi dei meccanismi (troppo) perfetti con i quali si costruiscono i "gialli", racconta un episodio che, secondo lui, sconvolgerebbe quella logica.
Prima di svelare la conclusione "fin troppo semplice" il dottor H. sostiene: 

(bisogna) avere ben chiaro in mente che riusciremo a evitare il naufragio nell'assurdo, che per forza di cose risulta sempre più netto e schiacciante, e a costruirci su questa terra un'esistenza abbastanza confortevole, solo incorporandolo tacitamente nel nostro pensiero. La nostra ragione rischiara il mondo non più dello stretto necessario. Nel bagliore incerto che regna ai suoi confini si insedia tutto ciò che è paradossale. Dobbiamo guardarci dal considerare questi fantasmi come fossero qualcosa "in sé", come se si trovassero fuori dello spirito umano, o, peggio ancora: non commettiamo lo sbaglio di considerarli come un errore evitabile, sbaglio che ci potrebbe indurre a condannare il mondo in una sorta di morale caparbia e dispettosa, qualora tentassimo di imporre una visione perfettamente razionale delle cose, giacché proprio la sua perfezione assoluta costituirebbe la sua menzogna mortale e un segno della peggiore cecità. 
Pensierino. Durrenmatt è maestro nel portarci per mano con una logica perfetta come un orologio svizzero (appunto) ad una conclusione che spiazza. La sua logica stringente è in funzione di un immanente irrazionale caos che sovrasta le nostre vite.

Il romanzo è uscito nel 1975 da Einaudi e nel 2005 ripubblicato ne La biblioteca di Repubblica.


domenica 17 maggio 2020

I simboli di una piccola comunità. Il caso del cedro di Buscate

135 anni del cedro del Cimitero. Una storia legata alla nostra comunità.
Premessa. In questi giorni si decide se abbattere o meno un Cedro dell'Himalaya che da 135 anni sta davanti al Cimitero di Buscate in provincia di Milano. Questa è la storia della sua nascita.
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Il 3 maggio del 1885 Don Giovanni Battista Ferrari (professore emerito), Parroco di Buscate, inaugura il nuovo Cimitero di Buscate con una gran partecipazione di folla, delle Autorità, delle due Congreghe con le loro cappe nuove e della banda. L’entusiasmo è alle stelle e nel suo discorso il Parroco non lesina complimenti agli amministratori del Comune che lui chiama Estimati (le elezioni avvenivano ancora per censo e votavano solo quelli che avevano un reddito di almeno 19,8 lire di tasse pagate annuali – circa 90 € attuali -). Costoro “non consigliandosi colla parsimonia, che suggerirebbero i tempi, vollero che al bisogno fosse provveduto con buon gusto e larghezza di mezzi”. Il nuovo Cimitero prende il posto di quello ormai insufficiente di Via Villoresi (oggi parchetto delle rimembranze) che ha ospitato cinque generazioni di buscatesi (prima ancora, infatti, il cimitero era vicino a San Mauro). E’ ancora il Parroco che descrive l’opera: “ per ampiezza di spazio, per ben concepito disegno, per soda e corretta esecuzione, non che per ben intesi comparti interni, e per leggiadra disposizione di margini a verde perenne, e di alberi ospitali, che ne allietano l’ingresso (ndr ecco l'accenno ai 4 cedri dell'Imalaya che "fregiavano l'ingresso) è così ben riuscito, che tra i cimiteri rurali, a ben pochi può dirsi secondo”. A ulteriore fregio anche un “facoltoso e munifico proprietario di qui” (indicato in nota come Gaetano Motta), ha costruito un “marmoreo monumento… a pietoso ricordo de’ suoi cari estinti e che, colle sue forme severe, torreggia e sormonta questo recinto e anch’esso vi aggiunge lustro e decoro”.
Il discorso del Parroco è accalorato ed a tratti emozionante, non tralasciando dotte citazioni (non solo bibliche) e stoccate ai “materialisti”. Già i materialisti erano forse quei contadini che proprio in quegli anni cercavano di affrancarsi da una vita miserevole e da contratti agrari da fame.
A loro il Parroco ricorda: “E’ l’uguaglianza finale (ndr nella morte) che rende tollerabile la diseguaglianza sociale, contro cui, dagli imi strati, oggidì più che mai, si freme e tumultua”.
Ma la Boje era già partita nella provincia di Mantova e nel Trevigiano e si stava diffondendo a macchia d’olio nella pianura. Arriverà ben presto anche a Dairago e Villa Cortese il 5 maggio 1889 con la richiesta ai proprietari ("pretesa" la chiamavano Lor Signori) di ridiscutere i contratti. Alla sordità dei proprietari terrieri (tra i quali dobbiamo annoverare anche la Chiesa), la risposta si fa sempre più violenta tanto che ad Arluno è chiamato ad intervenire l’esercito del generale Bava Beccaris, quello che nello stesso mese sparò alla folla a Milano facendo 80 vittime e il giugno successivo fu insignito del titolo di grande ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia dal Re Umberto I e nominato senatore dl Regno. Il 21 e 22 maggio dello stesso anno i moti arrivarono anche a Buscate con l’episodio dei sassi che infrangono le grandi due lanterne davanti alla Villa che diventerà Abbiate e che aveva come proprietario all’epoca proprio quel Gaetano Motta che aveva costruito la tomba di famiglia al cimitero. Il risultato è l’arresto di due “facinorosi” Gaetano Miramonti e Antonio Nava, condannati rispettivamente a 40 giorni e sette mesi di carcere. Il Miramonti sbarcherà poi a Ellis Island il 13/06/1903 (Mi a vo via, p.16): è la sorte di molti “ribelli” che finiranno con l’emigrare per avere una nuova opportunità nella vita lontano dalla miseria.
Per tornare agli alberi “ospitali” che fregiano l’ingresso del Cimitero certamente uno di questi è il cedro dell’Himalaya che campeggia ancora oggi e speriamo lo faccia ancora per secoli.
Non spetta a me dire se questo albero centenario debba essere recuperato dopo i gravi danni subiti, saranno i tecnici ad esprimersi in merito: agli amministratori spetta l’onere di scegliere personale qualificato per questo tipo di analisi. Certamente, come o cercato di spiegare in questo articolo, questo albero è un simbolo per il paese e quando si maneggiano i simboli di una comunità occorre avere molte attenzioni. In passato non abbiamo avuto scrupoli e abbiamo distrutto pezzi della nostra identità (la chiesa di San Mauro, il Municipio, Villa Abbiate): i segni di questa sbrigativa e devastante liquidazione sono ancora ben visibili. Cerchiamo di valutare bene questa volta cosa fare.
Su Buscateblog potete anche leggere il testo integrale del discorso di Giovanni Battista Ferrari
L'immagine può contenere: una o più persone, folla, albero e spazio all'aperto
Un funerale del 1928. Si vedono oltre la cinta ed il cancello d'ingresso del Cimitero i 4 Cedri.
Quello più a destra è quello sopravvissuto fino ad oggi.
Cimitero_Vecchio_cancello
L'entrata del Cimitero e al centro la Cappella Motta

domenica 10 maggio 2020

Tradimento

Intorbidi, se tocchi
l'acqua chiara.

Appena esci nel sole
tracci un'ombra.

Perciò se invochi dio
ti viene male.

Fabrizia Ramondino, Avvertimento, da Per un sentiero chiaro, Einaudi, 2004

Pensierino. Chissà perché rileggendo questa poesia ho pensato alla trasmissione di ieri sera di Roberto Benigni che raccontava i Dieci Comandamenti.




martedì 5 maggio 2020

Lucenti e rigide come antichissime statue

La festa è iniziata e dai casolari scendevano ai paesi (trasfigurati dalla memoria) di Schiazzano, di Montecchio, di Marciano, di Alisistri e Metamunno (paesi "alla marina" fuori Althénopis - la Napoli della Ramondino) le maestose matrone popolane.

Passano le vecchie dei casolari vestite di seta cangiante, marrone o verde bottiglia o nera, che noi vedevamo invece sempre infagottate o discinte, con le gambe nodose di varici e i piedi deformi, levati a volte su una pietra a riposare. Passavano vestite dalla testa ai piedi, lucenti e rigide come antichissime statue, depositarie di sapienza, tutrici della terra, dei parti, dell'allevamento dei figli, della cura dei malati e dei pazzi, e custodi delle basilari regole di civile e religiosa convivenza.

Questo capitolo del libro di Fabrizia Ramondino è molto evocativo e come si svolge la festa, prima religiosa, con i suoi riti della processione e benedizione, e poi di festa laica con le bancarelle e i "fuochi" finali, i fidanzati che si appartano, i bambini che sgusciano ovunque, curiosi, mi ha ricordato la mia infanzia e quelle atmosfere, anche se da noi, nella Lombardia di San Carlo, le commistioni tra religione e festa "pagana" erano assolutamente vietate. Eppure, malgrado questa cupezza imposta, c'era comunque un che di gioioso, che apriva al sorriso.

Il libro della Ramondino devo dire che solo a tratti mi ha entusiasmato, in particolare questo capitolo delle feste e gli ultimi del "Ritorno al nord", con il racconto del confronto/scontro con la madre. Lì il racconto si fa nervoso, sincopato, con frasi brevi, flash taglienti di una "normalità" borghese rifiutata. Per il resto la minuziosa descrizione della saga familiare personalmente stufa un po', ma è un giudizio molto sommario.

Rimane un libro da leggere.

Fabrizia Ramondino, Althénopis, Einaudi, ultima edizione 2016



martedì 28 aprile 2020

Amaro Rea

Ho finito di leggere l'amaro libro di Domenico Rea, Pensieri della notte, Dante & Descartes, 2006. Un libro immerso in una Napoli lontana dalle cartoline "basta ca ce sta 'o sole", una città vissuta dai protagonisti esclusivamente di notte, camminando a piedi nei vicoli luridi, visitando per cene luculliane infimi bassi o terrazze affacciate su un mare di antenne tivvù. Rea e gli amici (i professori Igalo e Broell) si aggirano a piedi o di malavoglia con una sgangherata 500, alla ricerca di qualcosa di autentico che ancora si può gustare in questa città trasformata in una metropoli anonima, omologata per gusti ed abitudini e mantenendo, comunque, quell'afrore caratteristico, persistente, dal quale pare non riesca ad affrancarsi.
La città di giorno è invivibile per il traffico caotico, il rumore, una delinquenza sfrontata che non trova alcun argine al suo dilagare, accettata come una calamità naturale. 
I vecchi professori parlano di gusti antichi della cucina, del libraio napoletano di Port'Alba dal quale si trovano i libri anche usciti 10 anni fa, delle bellezze della strada per San Gregorio Armeno, dell'impareggiabile  camiciaio Struzzo, dei sarti sopraffini Panico Rubinacci e Ciardi. Insomma parlano di un mondo che scompare. 
Il prof. Broel alla fine tenta una fuga in un convento immerso nei boschi di Vallechiara, ma scopre che anche lì è arrivata la "modernità" con i suoi eroi (Baudo, la Carrà e Maradona) e quindi se ne ritorna a Napoli concludendo "Pensando a quanto ho visto e sentito soffrirò di meno".

Rimane un libro pieno di un humor amaro. Delizioso.

PS Deliziosi i due gattini Fritz e Look che seguono i nottambuli nelle loro scorribande gastronomiche, ricavandone sempre il loro tornaconto.

PPSS Il Prof. Igalo, manco a dirlo, abita in vico Purgatorio Storto: un nome, un destino.

giovedì 23 aprile 2020

Arrivano i barbari

Arrivano i barbari di Costantino Kavafis



Che aspettiamo, raccolti nella piazza?
Oggi arrivano i barbari.
Perché mai tanta inerzia nel Senato?
E perché i senatori siedono e non fan leggi?

Oggi arrivano i barbari.
Che leggi devon fare i senatori?
Quando verranno le faranno i barbari.
Perché l’imperatore s’è levato
così per tempo e sta, solenne, in trono,
alla porta maggiore, incoronato?

Oggi arrivano i barbari
L’imperatore aspetta di ricevere
il loro capo. E anzi ha già disposto
l’offerta d’una pergamena. E là
gli ha scritto molti titoli ed epiteti.
Perché i nostri due consoli e i pretori
sono usciti stamani in toga rossa?
Perché i bracciali con tante ametiste,
gli anelli con gli splendidi smeraldi luccicanti?
Perché brandire le preziose mazze
coi bei caselli tutti d’oro e argento?

Oggi arrivano i barbari,
e questa roba fa impressione ai barbari.
Perché i valenti oratori non vengono
a snocciolare i loro discorsi, come sempre?

Oggi arrivano i barbari:
sdegnano la retorica e le arringhe.
Perché d’un tratto questo smarrimento
ansioso? (I volti come si son fatti serii)
Perché rapidamente le strade e piazze
si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi?

S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
Taluni sono giunti dai confini,
han detto che di barbari non ce ne sono più.
E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
Era una soluzione, quella gente.


(Tratto da Poesie, Oscar Mondadori editori, Milano, 1961. A cura di Filippo Maria Pantani.)

Pensierino. Ora che i "barbari" non premono più alle nostre porte, che sarà di noi? Cosa sarà di quelli che avevano tanto confidato in loro per giustificare muri e blocchi navali ?. 

Lalla Romane e le immagini della sua infanzia

Lalla Romano con il suo libro Lettura di una immagine, Einaudi, ci tiene a precisare che non vuole fare una storia della sua famiglia e per pudore e riservatezza nemmeno uno scavo psicologico dei personaggio familiari che sono rappresentati nelle foto. La sua rimane una descrizione estetica delle foto ritrovate in un vecchio baule della casa di famiglia a Demonte (Cuneo) che suo padre Roberto, geometra, capo dell’Ufficio tecnico del Comune aveva scattato intorno al 1910.
La lettura estetica è contrassegnata da tanti riferimenti alla pittura in particolare francese e rileva la prima grande passione di Lalla Romano per la pittura.

Le foto, che forse per la riproduzione tipografica o per l'intrinseca qualità risultano un po' "impastate" e i particolari che Lalla Romano descrive, alcune volte, sfuggono al lettore. Comunque la scrittrice, pur con tutta la ritrosia che esprime programmaticamente in premessa di questo libro, ci offre una quadro di sentimenti familiari, di rapporti sociali che disegnano efficacemente una famiglia borghese alla vigilia della prima Grande Guerra.

Molto interessante rimane comunque la "lettura" delle foto con una minuziosa descrizione della composizione dei personaggi fotografati, dei vestiti con i loro accessori, dei luoghi (esterni ed interni), delle espressione e posture dei soggetti. Vi è , per dirla con Ronald Barthes, non solo uno "studium" (la descrizione puntuale) della foto ma cercare anche un "punctum" (qualcosa che fa presagire un divenire). Non a caso uno dei capitoli del libro si intitola "ritratti-destini".








giovedì 16 aprile 2020

Pro e contro la fotografia ed il suo uso

Da tempo ho in mente un progetto di un album fotografico familiare che però non sia una semplice raccolta di vecchie foto, ma qualcosa di più. Sarà l'età (freschi freschi i 70 anni) che porta una buona dose di nostalgia. Forse c'è (un po' velato) il desiderio che certe cose rimangano per qualche tempo almeno nella memoria di mio figlio (già i nipoti le avranno scordate).
Naturalmente la prima cosa da fare quando ci si appresta ad una simile impresa è sciogliere qualche piccolo dubbio. Cerco di spiegarmi. In primis cos'è una fotografia, poi cos'è quella fotografia per me, cosa potrebbe dire quella fotografia a chi non ha un rapporto emotivo con quella foto.

Divagazione 1. Di entusiasti e detrattori del mezzo fotografico ce ne sono a schiere: gli entusiasti in genere sono fotografi (più o meno dilettanti o professionali) e anche numerosi scrittori (Jack London, Giovanni Verga, Émile Zola, Lewis Carroll, Allen Ginsberg, August Strindberg, Silvio Perrella e Alessandro Baricco); di detrattori ne cito almeno tre: Italo Calvino (L'avventura di un fotografo), Giovanni Arpino (Contro la fotografia), Ronald Barthes (La camera chiara).

Tutti (entusiasti e detrattori) sono concordi col dire che la foto è un mezzo effimero: poche sono le foto che entrano come dire nell'immaginario collettivo e anche questo immaginario muta sempre più rapidamente tanto che basta un piccolo scostamento temporale o di luogo e tutto cambia.

Divagazione 2 (un po' più lunga).  Scrive Ronald Barthes in La camera chiara, Einaudi (p. 69)
Così, solo nell'appartamento nel quale era morta da poco, io andavo guardando alla luce della lampada, una per una, quelle foto di mia madre, risalendo a poco a poco il tempo con lei, cercando la verità del volto che avevo amato. E finalmente la scoprii.
Era una fotografia molto vecchia. Cartonata, con gli angoli smangiucchiati, d'un color seppia smorto, essa mostrava solo due bambini in piedi, che face­vano gruppo, all'estremità d'un ponticello dì legno in un Giardino d'Inverno col tetto a vetri. Mia ma­dre aveva allora (1898) cinque anni, suo fratello sette. Lui teneva la schiena appoggiata alla balau­strata del ponte, sulla quale aveva disteso un brac­cio; lei, pii discosta, pit1 piccina, stava di faccia; s'intuiva che il fotografo le aveva detto: «Fatti pini avanti, che ti si veda»; aveva congiunto le mani, te­nendole con un dito, come fanno spesso i bambini, con un gesto impacciato. Fratello e sorella, uniti fra loro, io lo sapevo, dalla disunione dei genitori, i quali avrebbero divorziato di li a poco, avevano po­sato uno accanto all'altra, soli, in mezzo al fogliame e alle palme della serra (era la casa in cui rnia. madre era nata, a Chennevières-sur-Marne).
Osservai la bambina e finalmente ritrovai mia madre, La luminosità del suo viso, la posizione in­genua delle sue mani, il posto che essa aveva docilmente occupato senza mostrarsi e senza nascondersi­, la sua espressione infine, che la distingueva, come il Bene dal Male, dalla bambina isterica, dalla smorfiosetta che gioca all'adulta, tutto ciò formava l'immagine d'una innocenza assoluta (se si vuole accogliere questa parola nella lettera della sua etimologia, la quale è “Io non so nuocere”)...

E Italo Calvino ne L’avventura di un fotografo, in Amori difficili, Einaudi p. 57

È il fotoreporter il vero antagonista del fotografo domenicale? I loro mondi si escludono?
Oppure l'uno dà un senso all'altro?» e così riflettendo prese a fare a pezzi le foto con Bice (ndr la fidanzata che l'ha lasciato) o senza Bice accumulate nei mesi della sua passione, a strappare le filze di provini appese ai muri, a tagliuzzare la celluloide delle negati-ve, a sfondare le diapositive, e ammucchiava i residui di questa metodica distruzione su giornali distesi per terra. «Forse la vera fotografia totale, pensò, è un mucchio di frammenti d'immagini private, sullo sfondo sgualcito delle stragi e delle incoronazioni.» Piegò i lembi dei giornali in un enorme involto per buttarlo nella spazzatura, ma prima volle fotografarlo. Dispose i lembi in modo che si vedessero bene due metà di foto di giornali diversi che nell'involto si trovavano per caso a combaciare. Anzi, riaprì un po' il pacco perché sporgesse un pezzo di cartoncino lucido d'un ingrandimento la-cerato. Accese un riflettore; voleva che nella sua foto si potessero riconoscere le immagini mezzo appallottolate e stracciate e nello stesso tempo si sentisse la loro irrealtà d'ombre di inchiostro casuali, e nello stesso tempo ancora la loro concretezza d'oggetti carichi di significato, la forza con cui s'aggrappavano all'attenzione che cercava di scacciarle. Per far entrare tutto questo in una fotografia occorreva conquistare un'abilità tecnica straordinaria, ma solo allora Antonino avrebbe potuto smettere di fotografare. Esaurite tutte le possibilità, nel momento in cui il cerchio si chiude-va su se stesso, Antonino capì che fotografare fotografie era la sola via che gli restava, anzi la vera via che lui ave-va oscura mente cercato fino allora. 

E di nuovo Ronald Barthes in La camera chiara, Einaudi (p.65 Citando Proust, Il tempo ritrovato)

Una sera di novembre, poco tempo dopo la morte di mia madre, mi misi a riordinare delle foto.
Non speravo di «ritrovarla », non mi aspettavo nulla da «certe fotografie d'una persona, guardando le quali ci par di ricordarla meno bene di quando ci accontentiamo di pensarla» (Proust). Sapevo perfettamente che, a causa di quella fatalità che è uno degli aspetti piú atroci del lutto, per quanto consultassi le immagini, non avrei mai più potuto ricordarmi i suoi lineamenti (richiamarli interamente a me). No. Conformemente al desiderio espresso da  Valéry alla morte della madre, io volevo « scrivere un libretto su di lei, solo per me» (forse un giorno lo scriverà, affinché, impressa, la sua memoria duri almeno il tempo della mia notorietà). Inoltre, quelle sue foto, fatta eccezione per quella che avevo pubblicato, in cui si vede mia madre giovane che passeggia su una spiaggia delle Landes e nella quale «ritrovavo» il suo passo, la sua salute, il suo fascino — ma non il suo volto, troppo lontano —, quelle sue foto non potevo nemmeno dire che le amassi: non mi mettevo a contemplarle, non mi ci perdevo.
Le scorrevo, ma nessuna di loro mi pareva veramente «buona»: nessuna performance fotografica, nessuna risurrezione viva del volto amato. Se un giorno le avessi mostrate a degli amici, dubito che esse avrebbero detto qualcosa.
Più modestamente faccio ancora due citazioni: la prima è del grande fotografo Gianni Berengo Gardin che risponde su cosa cerchi ancora dalla fotografia
Il racconto cerco, il racconto. Ci sono due tipi di fotografia che raccontano. Una, chiamiamola alla Cartier-Bresson tra virgolette: una foto unica che però racconti qualcosa. L’altra, il racconto con cento foto, quindi più dilazionato, per fare un libro.
 La seconda è ancora Roland Barthes:
Così è la Foto: non da dire ciò che dà a vedere.

Ecco mi piacerebbe fare un "racconto fotografico" per cercare di dire quello che vedo in alcune fotografie. E' banale?

PS Non ho ancora trovato un libro che devo consultare prima di buttarmi in questa avventura ed è di Lalla Romano, Lettura di un’immagine,

martedì 7 aprile 2020

Il miracolo segreto

Il miracolo segreto è uno dei racconti che compone il libro Finzioni di Jorge Luis Borges che in Italia è noto per la traduzione di Franco Lucentini per i tipi di Einaudi.

Il protagonista del racconto è lo scrittore praghese Jaromir Hladìk, ebreo, arrestato nella notte del 19 marzo del 1939 dalla Gestapo, il suo crimine è l'aver firmato un appello contro l'annessione dell'Austria alla Germania. La sua condanna è inevitabile: verrà fucilato alle 9 del 29 marzo 1939. La "giustizia" nazista è velocissima ed implacabile.
Hladìk ha un unico cruccio: non aver abbastanza tempo per riscrivere la sua tragedia I nemici. Gli interessa più la sua fama di scrittore che la sua stessa vita, ma senza tempo non può nemmeno rivedere il suo lavoro.
La sua è una continua lotta con il tempo o l'illusione del tempo che "passa" o non "passa mai". Ingaggia una lotta fatta di sogni e risvegli, di orologi che non smettono il loro ticchettio alla ricerca di un "inceppamento" del tempo, un "ritorno al passato" che lancerebbe un'ombra sul presente ridimensionandolo a semplice illusione. Ed ecco...

Verso l'alba, sognò d'essersi rifugiato in una delle navata della Biblioteca del [il più grande edificio di Praga dopo il palazzo del governo. ndr]. Un bibliotecario dagli occhi neri gli domandò:- Che cerca? - Hladìk rispose: - Cerco Dio -. Il bibliotecario disse:- Dio è in una delle lettere d'una delle pagine d'uno dei quattrocentomila volumi del Clementinum. I miei padri e i padri dei miei padri hanno cercato questa lettera; io sono diventato cieco a cercarla -. Si tolse gli occhiali e Hladìk gli vide gli occhi, che erano morti. Un lettore venne a restituire un atlante.  - Quest'atlante è inutile, - disse, e lo dette a Hladìk. Questi lo aprì a caso. Vide una carta dell'India, vertiginosa. Bruscamente sicuro, toccò una delle lettere più piccole. Una voce che veniva da ogni luogo gli disse:- Il tempo per il tuo lavoro t'è stato concesso-. Qui Hladìk si svegliò.

Inutilmente Hladìk nella sua preghiera nella notte della vigilia della fucilazione chiede a Dio un anno di tempo, ma -"il tempo per il tuo lavoro t'è stato concesso"-. E' già mattino, le guardie svegliano Hladìk e lo conducono davanti al protone di esecuzione, ma sono le 8.44 occorre attendere lo scoccare delle 9. In questi 16 minuti Hladìk rivede la sua tragedia da capo a fondo, " non lavorò per la posterità e neppure per Dio, delle cui preferenze letterarie poco sapeva". Rivede tutto e alla fine gli "mancava di risolvere, ormai, un solo aggettivo. Lo trovò..." la scarica di fucilate lo fulmina. Erano le 9.02.

Pensierino. Otto pagine memorabili


sabato 4 aprile 2020

La bomba e noi

Ho finito di leggere il libro di Enrico Deaglio "La bomba" edito da Feltrinelli.
Parlo prima della forma. Mi è sembrato un libro costruito rapidamente: l'autore sostiene che l'idea è venuta al suo Editor Alessia Dimitri nella primavera del 2018 ed il libro è uscito nel settembre 2019. La mole dei fatti raccontati, dei documenti citati e le molte divagazioni, per altro gustosissime, presuppongono un lavoro enorme che certo non ha trovato l'Autore impreparato, trattandosi di materia che come giornalista ha masticato per tanti anni. Questo affastellarsi di informazioni, nelle quasi 300 pagine del libro, ha un effetto frastornante, anche perché il racconto procede per negazioni: presenta i fatti e la lettura che dei fatti hanno fatto poliziotti, questori, magistrati, servizi segreti ecc ecc e poi la loro completa confutazione. Ci si avvicina sempre di più alla verità, ma per successive approssimazioni. Il testo in alcuni punti è ripetitivo e in altri confuso anche se il lettore è così avvinghiato al racconto che si passa sopra a queste piccole imperfezioni.
Il contenuto. Deaglio ci racconta un'Italia in bilico nella quale da una parte ci sono forze antidemocrati che hanno una precisa strategia golpista trovando nello stato non solo appoggio , ma incoraggiamento e copertura e dall'altra c'è una società civile che ha delle reazioni istintive fortissime (vedi la folla impressionante ai funerali in Duomo delle vittime di Piazza Fontana) che fanno tramontare ogni velleità eversiva. Questa istintività delle risposte popolari però non è in grado di ispirare un'azione politica per far ripristinare uno stato di diritto, nemmeno di assicurare alla giustizia i responsabili di questi gravissimi reati di eversione. Con loro i depistatori, i servitori infedeli dello stato, non solo non sono perseguiti, ma sono regolarmente promossi perché non rispondono alle istituzioni democratiche, ma a poteri che di democratico non hanno nulla.
Un quadro desolante e che ci deve far riflettere. Forse (ma non è detta l'ultima parola) la caduta del muro di Berlino nel 1989 ha cambiato qualcosa, ma ancora troppe sono le ombre. 
Quando parliamo di questi avvenimenti dovremmo tenere sempre ben presenti le ultime 10 pagine del libro di Deaglio che sono una sintesi "affilatissima" a 50 anni della vicenda dell'attentato alla Banca dell'Agricoltura in Piazza Fontana a Milano: tutta quella strategia del golpismo ha segnato almeno 20 anni della nostro "stato arcano" come l'ha chiamato con una buona dose di ottimismo Norberto Bobbio.

domenica 29 marzo 2020

Accoppiamenti giudiziosi (o forse no)

Prendo a prestito il titolo di un romanzo di Carlo Emilio Gadda per fare un gioco sui libri della mia libreria. In tempi di coronavirus si finisce per fare quei lavori che mai e poi mai avremmo pensato di portare a termine come ad esempio mettere in ordine alfabetico i libri di casa nella speranza (o illusione) di poterli "trovare" più facilmente alla bisogna in futuro.
Così l'accoppiamento tra i libri avviene per puro ordine alfabetico e con grande sorpresa ci si trova a "sposalizi" davvero curiosi. 

Alcuni esempi:

D'ANNUNZIO, GABRIELE, ALCYONE 
D'AVILA, TERESA IL CASTELLO INTERIORE

DE MARTINO, ERNESTO MORTE E PIANTO RITUALE 
DE ROBERTO, FEDERICO, LA SORTE

DE' PAZZI, MARIA MADDALENA, LE PAROLE DELL'ESTASI 
DEAGLIO, ENRICO, LA BOMBA

FREUD, SIGMUND, SOGNI NEL FOLCLORE 
FRUTTERO & LUCENTINI, L'IDRAULICO NON VERRà

GARIN, EUGENIO, L'UMANESIMO ITALIANO 
GARY, ROMAIN, BIGLIETTO SCADUTO

GUACCIO, FRATE, TRATTATO DI DEMONOLOGIA 
GUALTIERI, MARIANGELA, CAINO

HEUMAN, ANDRES FRATTURE
HILLESUM, ETTY DIARIO 1941-1943

JOYCE, JAMES I MORTI
JUNG, CARL G. GLI ARCHETIPI DELL'INCONSCIO COLLETTIVO

LANDOLFI, TOMMASO VIOLA DI MORTE
LANZA, ADRIANO IL DéMONE TOCCATOCI IN SORTE

MANZONI, ALESSANDRO I PROMESSI SPOSI. LA COLONNA INFAME
MARASCO, WANDA IL GENIO DELL'ABBANDONO

MARìAS, JAVIER DOMANI NELLA BATTAGLIA PENSA A ME
MASCIOLO, VINCENZO IL PENSIERO ORIGINALE CHE HO COMMESSO

MORANTE, ELSA MENZOGNA E SORTILEGIO
MORESCO, ANTONIO L'ADDIO

OSSOLA, CARLO IL CONTIMENTE INTERIORE
OVIDIO, PUBLIO NASONE LE METAMORFOSI

PALEY, GRACE PICCOLI CONTRATTEMPI DEL VIVERE
PANSA, GIANPAOLO MA L'AMORE NO

PARIANI, LAURA QUESTO VIAGGIO CHIAMAVANO AMORE
PARISE, GOFFREDO IL RAGAZZO MORTO E LE COMETE

PASCARELLA, CESARE LA SCOPERTA DE L'AMERICA E ALTRI SONETTI
PASCOLI, GIOVANNI LIMPIDO RIVO

PERMUNIAN, FRANCESCO DALLA STIVA DI UNA NAVE BLASFEMA
PESSOA, FERNANDO IL BANCHIERE ANARCHICO

PERMUNIAN, FRANCESCO DALLA STIVA DI UNA NAVE BLASFEMA
PESSOA, FERNANDO IL BANCHIERE ANARCHICO

SAPIENZA, GOLIARDA L'UNIVERSITà DI REBIBBIA
SARAMAGO, JOSé CAINO

SEMINERIO, DOMENICO SENZA RE Né REGNO
SERAO, MATILDE IL VENTRE DI NAPOLI

SIMENON, GEORGES PIOGGIA NERA
SMITH, PATTY IL SOGNO DI RIMBAUD

SOFRI, ADRIANO CHI è IL MIO PROSSIMO
SOLDATI, MARIO UN VIAGGIO A LOURDES

TABUCCHI, ANTONIO NOTTURNO INDIANO
TANIZAKI, JUN'ICHIRO LIBRO D'OMBRA

TERZANI, TIZIANO IN ASIA
TESTORI, GIOVANNI IL PONTE DELLA GHISOLFA

TRILUSSA TUTTE LE POESIE
TUROLDO, DAVID MARIA CANTI ULTIMI

VAN DER LEEUW, J.J. DEI IN ESILIO
VARAGINE, JACOPO DA LEGGENDA AUREA VOL I, II

VIVIANI, CESARE CREDERE ALL'INVISIBILE
VOLTAIRE CANDIDO
VON FRANZ, MARIE LOUISE ALCHIMIA

WOOLF, VIRGINIA ORLANDO
XINGJIAN, GAO LA MONTAGNA DELL'ANIMA












sabato 28 marzo 2020

Dormono dormono sulla collina vicino a Piazza Fontana

Leggendo La bomba. Cinquant'anni di Piazza Fontana di Enrico Deaglio (Feltrinelli editore) scopro che non solo Giovanni Pinelli e Luigi Calabresi si conoscevano (ma questo era quasi inevitabile visto che Calabresi era incaricato dalla Questura di "seguire" i movimenti extraparlamentari), ma anche che tra i due c'era una certa stima reciproca. Per Natale del 1968 il Capo dell'Ufficio politico della Questura, Antonino Allegra e il vicecommissario Calabresi regalarono a Pinelli un libro di Enrico Emanuelli Mille milioni di uomini un reportage del giornalista de La Stampa nella Cina di Mao Tse Tung, libro per altro che parlava della rivoluzione cinese con toni tutt'altro che "ostili". Nell'agosto dell'anno successivo, siamo a cinque mesi dalla strage della Banca dell'Agricoltura di Piazza Fontana, Pinelli contraccambiò il regalo con quello che considerava il libro della sua vita, condiviso in questa passione dalla moglie Licia: l' Antologia di Spoon River di Edgar
Lee Master nella traduzione di Fernanda Pivano. C'era forse una sottile ironia in questi due regali: evidente quella del Capo dell'Uffici politico e del suo vice, più sottile quella di Pinelli in quanto l'editore di quel libro, Giangiacomo Feltrinelli, era considerato dalla Questura come la "mente" di trame eversive e , dopo lo scoppio della bomba alla Banca dell'Agricoltura, anche l'organizzatore degli attentati di Milano e di Roma. Questi rapporti apparentemente "cordiali" non impedivano alla Questura di mantenere una stretta sorveglianza del Circolo Ponte della Ghisolfa e di autorizzare fin dall'agosto del 1969 le intercettazioni del telefono di casa Pinelli.
Del prima e dopo del 12 Dicembre sappiamo ormai tutto di quello che è successo e dei responsabili: Franco Freda e Giovanni Ventura dell'organizzazione fascista Ordine Nuovo come organizzatori, Delfo Zorzi come esecutore della strage, Carlo Maria Maggi come organizzatore (condannato in seguito all'ergastolo in via definitiva per la strage di piazza della Loggia) e Giancarlo Rognoni come basista.
Sappiamo anche dei depistaggi organizzati principalmente dall'Ufficio Affari Riservati del Viminale che aveva immediatamente inviato suoi uomini a Milano: per loro la strage era sicuramente stata organizzata e attuata da settori anarchici di Milano, tesi subito abbracciata dal Questore di Milano Marcello Guida.
Da qui l'arresto di Pietro Valpreda e di Giuseppe Pinelli e di tanti altri anarchici del Circolo Ponte della Ghisolfa.
Come è noto Giuseppe Pinelli morì nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969 precipitando da una finestra della questura di Milano, dove era trattenuto (oltre le 48 ore di fermo di polizia) per accertamenti in seguito all'attentato.
Di questa morte si sono fatte molte ricostruzioni, famosa quella di Dario Fo Morte accidentale di un anarchico; Deaglio nel suo libro riporta la testimonianza del Tenente dei Carabinieri Savino Logato, che era presente nella stanza dove era interrogato Pinelli, che confida: "Pinelli non si è ucciso, è stato un incidente", infine nel 1972 c'è la "verità giudiziaria" del giudice incaricato di indagare, Gerardo D'Ambrosio,  che concluse scrivendo che Pinelli era morto per un "malore attivo" che lo ha fatto precipitare dalla finestra.
   
Il 20 dicembre 1969 si svolsero i funerali di Giuseppe Pinelli, al cimitero di Musocco, a cui parteciparono la famiglia, i compagni anarchici e alcuni intellettuali come Franco Fortini (che ne scriverà un resoconto giornalistico), Vittorio Sereni, Marco Forti e Giovanni Raboni. Successivamente, il corpo di Pinelli sarà traslato nel cimitero degli anarchici di Turigliano, vicino a Carrara, e sulla lapide verrà apposta una poesia di Edgar Lee Masters, Carl Hamblin.


Carl Hamblin
(epitaffio sulla tomba dell'anachico Giuseppe Pinelli)

La macchina del Clarion di Spoon River fu distrutta
ed io spalmato di pece e coperto di penne,
per aver pubblicato questo il giorno in cui gli Anarchici
vennero impiccati a Chicago:

"Vidi una donna bellissima con gli occhi bendati
eretta sui gradini di un tempio di marmo.
Grandi moltitudini passavano davanti a lei,
sollevando la faccia ad implorarla.
Nella mano sinistra teneva una spada.
Brandiva quella spada, colpendo a volte un bimbo, a volte un operaio,
ora una donna che tentava sottrarsi, ora un folle.
Nella destra teneva una bilancia;
nella bilancia venivano gettati pezzi d'oro
da quelli che schivavano i colpi del1a spada.
Un uomo con la toga nera lesse da un manoscritto:
"Ella non rispetta gli uomini."
Poi un giovanotto col berretto rosso
balzò al suo fianco e le strappò la benda.
Ed ecco, le ciglia erano corrose
dalle palpebre imputridite;
le pupille bruciate da un muco latteo;
la follia di un'anima morente
le era scritta sul volto -
ma la moltitudine vide perché portava la benda."


Luigi Calabresi fu assassinato nel maggio 1972, da aderenti a Lotta Continua (così è stato stabilito in tre gradi di giudizio). Verranno condannati Leonardo Marino (reo confesso), Giorgio Pietrostefani, Ovidio Bompressi e Adriano Sofri. 

Pensierino. Nell'ottobre del 1969 iniziavo l'università alla Statale di Milano. Ne ho un'eco lontana di questi avvenimenti, come se fossero successi 100 anni fa. Passavo tutti giorni davanti alla Banca dell'Agricoltura scendendo dalla Metro a Piazza Duomo e percorrendo il marciapiede dell'Arcivescovado arrivavo in Via Larga. La storia mi passava di fianco ed io non me ne rendevo conto.

venerdì 20 marzo 2020

Il manuale per diventare pazzi

Gentile dottor professor scienziato Edison,
...
Non mi dica che non sa come diventare pazzo...Se vuole Le mando un manuale con le istruzioni per impararlo.
(Laura Pariani, Questo viaggio chiamavamo amore, Einaudi



Pensierino. Oggigiorno c'è un manuale per tutto ormai, quindi perché non dovrebbe essercene uno per diventare pazzo ?

mercoledì 18 marzo 2020

Come si sente, signor Campana?

"Come si sente, signor Campana?" mi domanda il dottore quando viene a trovarmi. Con la voce monotona che sempre usa con me. E le sue parole sembrano arrivarmi molto da lontano.
Io al solito rispondo "Non mi sento". E anche se lui storce la bocca in un falso sorriso, io ribatto che è la pura verità. Non è infatti questione di sentirsi bene o male. Non sento me stesso. Quel "signor Campana" a cui allude, non so chi sia.
Laura Pariani, Questo viaggio chiamavano amore, Einaudi, 2015

Questo è un dialogo tra Dino Campana e lo psichiatra Carlo Pariani in una delle visite nell'Ospedale Psichiatrico di Castel Pulci dove il poeta è stato ricoverato. Dino Campana morirà in questo luogo nel 1932.

Laura Pariani ricostruisce a suo modo il viaggio di Dino Campana in Argentina avvenuto presumibilmente tra l'autunno del 1907 e la primavera del 1909. Un viaggio di cui non si hanno tracce se non un timbro sul passaporto del poeta ed un imbarco da Genova per Montevideo, dove il poeta scompare nella pampa. Qualcuno sostiene (Ungaretti) che questo viaggio non ci sia mai stato. Certamente Dino Campana ha cercato sempre di fuggire, vivendo di espedienti e piccoli lavori e girando il mondo, pur di andare altrove, pur di allontanarsi dalla madre e dalle delusioni di un ambiente letterario che non lo capiva (l'esperienza di Firenze con la rivista Lacerba diretta da Giovanni Papini e Ardengo Soffici). 
Questa voglia di "evadere" è così radicale da lo fa evadere anche da se stesso: "Non mi sento" fa dire la Pariani a Campana. 

Pensierino. Quante volte abbiamo avuto la sensazione di "non sentirci", come se la vita fosse di qualcun altro ? Forse è un auspicio, per qualcuno una maledizione.



domenica 8 marzo 2020

Le cautele sull'uso della memoria

Ché la memoria va trattata con cautela.
(Laura Pariani, Questo viaggio chiamavano amore, Einaudi, 2015).

Pensierino. Non ho mai trattato la memoria con cautela, confidando, evidentemente, nel potere curativi del tempo: (pensavo) i ricordi si addolciscono oppure quando sono terribili a volte si cancellano, per una sorta di igiene mentale. Ma la memoria fa dei brutti scherzi, ti sorprende, quando meno te lo aspetti e ti butta addosso cose che mai ti saresti aspettato, finite in qualche angolo e prese all'amo da particolari assolutamente insignificanti. A far da esca può essere una immagine, una musica, un profumo, un riflesso di sole sul vetro della finestra. Per me la migliore rimane la musica: come potrebbe essere altrimenti con un padre musicista.

venerdì 6 marzo 2020

La notte

La notte da Canti Orfici di Dino Campana

1. Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita, arsa su la pianura sterminata nell'Agosto torrido, con il lontano refrigerio di colline verdi e molli sullo sfondo. Archi enormemente vuoti di ponti sul fiume impaludato in magre stagnazioni plumbee: sagome nere di zingari mobili e silenziose sulla riva: tra il barbaglio lontano di un canneto lontane forme ignude di adolescenti e il profilo e la barba giudaica di un vecchio: e a un tratto dal mezzo dell'acqua morta le zingare e un canto, da la palude afona una nenia primordiale monotona e irritante: e del tempo fu sospeso il corso.


In debito

In debito

Quello con te è un debito
che mai potrò saldare: mi hai
offerto casa nella vita e vita
nella casa. Esiste forse modo,
per me, di ricambiare?

Franco Marcoaldi

Pensierino. No, non vuoi che ricambio nulla e così mi devo arrendere al fatto che quel tuo gesto era gratuito. Ora hai chiuso anche quella piccola finestra aperta tra noi e quel gesto rimane senza riscatto.



giovedì 20 febbraio 2020

Passeggiate d'inverno




Pensierino. Con un gruppo di amici "erranti e perseveranti" coetanei abbiamo preso l'abitudine di fare due passeggiate settimanali nella nostra Valle del Ticino. Con qualsiasi tempo, incuranti degli acciacchi ci inoltriamo in percorsi tra boschi e acque (Ticino, Naviglio Grande, Villoresi ecc) coprendo una distanza dagli 8 ai 10 km. Un modo per fare movimento e parlare.  

venerdì 14 febbraio 2020

Teatro Franco Parenti: I Promessi Sposi alla prova

E' la prima volta che entro al Teatro Franco Parenti di Milano e quindi l'emozione è forte. Questo è uno dei luoghi "sacri" del teatro milanese. L'occasione di vedere rappresentata qui una riedizione di una classico testo di Giovanni Testori non può essere che un ulteriore motivo di curiosità.

Nel 1984 Andrée Ruth Shammah metteva in scena per la prima volta "I Promessi Sposi alla Prova" di Giovanni Testori.
La rilettura di Testori dei Promessi sposi di Alessandro Manzoni è basata su un artificio drammaturgico: sotto la direzione di un regista/maestro, i sei attori interpretano tutti i personaggi del libro e ripercorrono la vicenda di Renzo e Lucia, di Don Abbondio e  Don Rodrigo, di Agnese  Perpetua e Gertrude, dell'Innominato e della Monaca di Monza.
Una rilettura che, naturalmente, ha fatto sobbalzare sulle sedie i soliti "custodi puristi della tradizione" del teatro e dell'opera del Manzoni. Ma Testori di queste provocazioni ne ha fatte per tutta la sua carriera. Non è un caso che parteggi spudoratamente per la Monaca di Monza.
La compagnia che ha rappresentato "I Promessi Sposi alla prova" è formata da navigati attori e da giovani allievi della scuola di teatro Franco Parenti e quindi anche in scena si ripropone il rapporto tra allievi e maestri che offre spunti interessanti di teatro nel teatro. Testori poi ci mette del suo decostruendo la storia e sottolineando passaggi dell'opera manzoniana. 
Una lezione di teatro, insomma e per fortuna che la platea era piena di giovani, forse trascinati dalle scuole, ma andare a teatro non ha mai fatto male a nessuno, anzi, forse qualcuno si appassionerà anche.


Teatro Franco Parenti
I Promessi Sposi alla prova
di Giovanni Testori
con Luca Lazzareschi, Laura Marinonie con Filippo Lai, Laura Pasetti, Nina Pons, Sebastiano Spada
e la partecipazione di Carlina Tortaregia Andrée Ruth Shammah 


mercoledì 12 febbraio 2020

Il Tango di Jorge Louis Borges




E' sempre divertente leggere Jorge Louis Borges, soprattutto perché ci trascina nelle sue infinite divagazioni. Anzi a volte viene il sospetto che interi libri siano divagazioni. Il suo libro Tango pare proprio una di queste divagazioni.

Purtroppo noi (in Europa) riusciamo a tradire lo spirito del tango facendone (negli anni 10 del '900) una danza un po' edulcorata e raffinata, mentre alle sue origini era ballo audace e indecente, di «rettile da lupanare» ballato da guappi dal coltello facile e, quindi, dalla vita corta. Un ballo coraggioso e sensuale pieno di felicità velata da un "pensiero triste".

J.L. Borges scava nella sua immensa memoria e ne trae ricordi dell'infanzia nei quali rivivono quartieri popolari di Buenos Aires, i balli popolari negli squallidi barrios di immigrati (soprattutto italiani), le antiche milonghe e habanere
e tutto prende un altro colore ed un altro ritmo.




Jorge Luis Borges
Il tango


A cura di Martín Hadis
Edizione italiana a cura di Tommaso Scarano
Piccola Biblioteca Adelphi, 2019, 3ª ediz., pp. 170

lunedì 10 febbraio 2020

Una Marchesa ad Assisi

Ippolita Baldini è forse più famosa per le sue uscite a Zelig e Colorado e la partecipazione ai film Quando la notte regia di Cristina Comencini e Ti presento un amico regia di Carlo Vanzina , ma ha un curriculum artistico notevole con partecipazione a spettacoli teatrali e cinematografici.
In questo lavoro che si intitola "Una Marchesa ad Assisi" riprende uno dei suoi personaggi di successo e fa passare un'ora in allegria. Nel 2012 ha aperto una sua attività che si chiama TEATROCASATUA che organizza eventi teatrali in case private. 


Una Marchesa ad Assisi
con Ippolita Baldini
monologo scritto e interpretato da Ippolita Baldini
collaborazione alla drammaturgia Emanuele Aldrovandi
regia Camilla Brison
produzione Teatro della Cooperativa





martedì 4 febbraio 2020

Teatro: "Misericondia" al Piccolo Teatro Grassi di Milano

Anna, Nuzza e Bettina crescono come se fosse figlio loro Arturo, figlio di Lucia morta di parto e di percosse. Tutte fanno il mestiere più vecchio del mondo di notte, mentre di giorno sferruzzano a maglia nel basso fetido, sporco, buio e accudiscono Arturo che è come un burattino cresciuto, un pezzo di legno animato dalla follia. Naturalmente le tre madri di Arturo si contendono Arturo e si rinfacciano di non aver fatto nulla quando vedevano Lucia maltrattata da quella bestia di uomo che l'aveva ingravidata. Ma c'era come un fato che governava le loro vite nei bassi di Palermo, al quale nessuno poteva ribellarsi, come una maledizione. Ma le tre madri vogliono che Arturo viva meglio, gli hanno trovato una sistemazione in un istituto dove sarà accudito e avrà una sua stanza luminosa e riscaldata. Arriva il giorno: Arturo si veste di tutto punto, gli viene preparata una valigia con dentro tutto ciò che ha, un cambio di vestiti e la scatola con i ricordi di mamma Lucia (una foto e una collanina). Arturo deve solo aspettare che arrivi la banda e poi andrà con loro.

Misericordia di Emma Dante, in scena al Teatro Grassi dal 16 gennaio al 14 febbraio 2020, ha per protagonisti gli attori Italia Carroccio, Manuela Lo Sicco, Leonarda Saffi e Simone Zambelli.

Foto di scena di Masiar Pasquali


Pensierino. Entrare nella sala di velluto rosso del Piccolo Teatro Grassi di Milano è sempre una emozione. Turisti da tutta Europa arrivano qui davanti ed entrano nel cortile nel Chiostro Nina Vinchi come se entrassero in chiesa. Fuori lo struscio di Via Dante.

giovedì 30 gennaio 2020

Esercitare la memoria

Scrive Fabrizia Ramondino in una nota a piè pagina di Althénopolis: "Le visioni, che sono verità rivelate, come le ossessioni, che sono verità non ancora rivelate, non si possono dimenticare, né però spiegare".
Il ricordo che abbiamo dell'infanzia è, man mano che procede l'età, sempre un po' "mitico" e comunque brutalmente selettivo. Certi episodi o immagini o profumi o particolari si stampano nella memoria anche senza un motivo "forte"; altri ci sfuggono tra le dita come sabbia e non ricordiamo nulla di episodi che hanno segnato una tappa importante della nostra vita. 
Certo è che la scrittura di questi ricordi, come in questo caso ha fatto la Ramondino, stimola la mitizzazione, ingigantisce particolari e sfumature, apre visioni e descrive ossessioni. Come tutti i miti non possiamo "spiegare", ma solo raccontare. 
E' un "esercizio" che farebbe bene a tutti.



lunedì 20 gennaio 2020

Teatro. La cena delle belve

Roma, 1943, interno di casa borghese, il compleanno della padrona di casa, invitati alcuni amici.
Fuori si sente uno sparo. Si affacciano alla finestra dall'appartamento e vedono a terra due ufficiali delle SS uccisi a pistolettate. Immediata la reazione. Arrivano nella zona militari tedeschi che setacciano il quartiere. L'ufficiale delle SS che dirige l'operazione entra anche nell'appartamento dove si svolge la festa e comunica che come rappresaglia ogni famiglia della casa deve scegliere due persone destinate alla fucilazione. Anche i convenuti a quella festa devono scegliere tra di loro due persone, mente gli altri avranno salva la vita.
Iniziano una serie di tentativi uno più goffo dell'altro di togliersi da questa situazione: prima un tentativo di corruzione dell'ufficiale, poi il tentativo di coinvolgere un altro comandante tedesco che interceda per la liberazione, poi una maldestra fuga attraverso i tetti, infine un tentativo della padrona di casa di circuire lo stesso comandante.
Intanto tra gli amici cominciano a nascere diffidenze, tentativi di ricatto, di svelamento di segreti inconfessati (tradimenti, debiti di gioco non pagati, di avere particolari tendenze sessuali) ed il clima si deteriora sempre più, con palesi tentativi di indurre qualcuno a offrirsi "volontario" per la rappresaglia.
Tutto finisce quando l'ufficiale delle SS entra nella stanza e comunica che un uomo (che era un altro amico che loro aspettavano alla festa) si è consegnato accusandosi dell'omicidio e che quindi loro tutti sono liberi.
Tutti se ne vanno, ma nulla è più come prima.



LA CENA DELLE BELVE
(Le repas des fauves)
di Vahè Katchà
Elaborazione drammaturgica Julien Sibre
Versione italiana Vincenzo Cerami

Regia associata Julien Sibre e Virginia Acqua

Con (in o. a.) Marianella Bargilli, Emanuele Cerman, Alessandro D’Ambrosi, Maurizio Donadoni, Ralph Palka, Gianluca Ramazzotti, Ruben Rigillo, Silvia Siravo

Scene Carlo De Marino
Costumi Francesca Brunori
Disegno luci Giuseppe Filipponio
Foto Luigi Cerati, Benedetta Folena

Produzione Gianluca Ramazzotti per Ginevra Media Production Srl
Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano

Ottobre 1943, il Vesuvio si sveglia al rumore dei bombardamenti

Pensierino . Il Vesuvio ne ha viste tante sotto di sé ed ogni tanto anche lui fa sentire la sua voce potente che sovrasta il rumore ...