Aveva ormai capito, con un certo disappunto, che non ricordava nulla di quanto leggeva. Capiva le parole, seguiva le trame ed i ragionamenti, si immaginava personaggi e situazioni, poteva descriversi mentalmente anche paesaggi e particolari trascurabili, ma , passato un giorno, tutto svaniva come avvolto da una nebbia lattiginosa.
Se n'era fatta una ragione, quasi subito, anche se non bastava a sedare il suo disappunto.
La ragione era semplice: nel suo cervello non ci stavano tutte quelle storie. Era un cervello piccolo ? Forse. Lo immaginava come un HD: alla fine anche se c'era qualche tera di memoria (aveva esagerato per un mal celato amor proprio), qualcosa doveva rimanere fuori.
Lo indispettiva però la scelta, assolutamente arbitraria, che il cervello faceva di ciò che si doveva scartare: si perché ricordava perfettamente cose assolutamente insignificanti tipo il nome dei sette Nani o le parole della canzone Gianna Gianna, ma aveva scodato, praticamente subito, quel ultimo racconto di Truman Capote che gli era piaciuto tanto e che aveva letto (solo) la sera prima. Si vabbè Capote non è il massimo della linearità nei suoi racconti in cui accumula situazioni e personaggi, punti di vista diversi e situazioni, allucinazioni e tic, ma anche lui aveva finito per confondere il cane di Alice Severn (Fred) con suo marito (Arthur). Gli sembrava imperdonabile dimenticare Vincent (il ragazzo che lavoro nella galleria del signor Garland) e D.J. la misteriosa ragazza dall'impermeabile verde che lo seguiva sempre. Ecco , proprio questa ragazza (D.J.) che pareva vivere in un mondo tutto suo, impenetrabile ai più, era l'archetipo di questo suo stato d'animo: era come se vivesse in un'altra dimensione e le storie del suo Falco senza testa attraversavano tante storie compresa quella del suo, temporaneo, amante Vincent. Ma era proprio Vincent che amava ?
L'unica cosa che non gli sarebbe piaciuto fare, malgrado questa inguaribile smemoratezza, era quella di sbattere fuori casa D.J. con le sue storie e chiudere la porta.

