Quando il momento si annunciò con un colpo rovente che dallo stomaco spingeva verso il basso, lacerando i fianchi, i reni, l'intestino, capi che doveva svegliarsi da quell'imbambolimento e lottare. Non era soltanto una fatica, come aveva pensato. Era una lotta a morte che si scatenava dentro come se il corpo, prima integro, si fosse diviso in due, e una parte lottasse per mangiarsi l'altra.
- Grida! Grida che t'aiuta!
- La posizione è giusta. Bene si presenta. Grida e spingi! Così ce la fai!
Chi ce la fa? Quell'onda di dolore trascinante ? Doveva seguire quell'onda? Il suo corpo lottava con l'altro corpo che, come un masso di ferro, batteva al muro della pancia per uscire. Era lì il nemico, in quel masso che batteva per uscire dalla prigione, e vivere a costo di lacerare, distruggere il suo corpo che, anche se preparato, non ce la faceva a espellere quel nemico per non soccombere.
...
Lo sentiva che era deciso a vivere a costo di uccidere. E con un'ultima spinta, che dalle spalle la percorse fino a tagliare con un colpo secco il bassoventre, le cosce, lo sentì cadere da sé con un tonfo muto, nel vuoto.
...
Perché gridava così? Piangeva per la sua vita conquistata, o perché, nel segreto dell'atto carnale, quell'essere sapeva di aver quasi ucciso per la vita? Solo il mio corpo e il suo sapevano il significato di quella lotta mortale e senza ostilità: ognuno per la propria vita.
Goliarda Sapienza, L'arte della gioia, Einaudi