martedì 26 novembre 2013

Vieni, passeggiamo in una poesia di Izet Sarajlić (per noi, Kiko)

I critici di poesia

I critici di poesia
Perché i critici di poesia
non scrivono poesia
giacché sanno tutto della poesia?

Sapessero,
forse preferirebbero scrivere poesia che di poesia.

I critici di poesia sono come i vecchi.
Anch’essi sanno tutto dell’amore.
Quello che non sanno è fare l’amore.


Abbracciati

Quei due abbracciati sulla riva del Reno
potevamo essere anche tu ed io.
Ma noi non passeggeremo mai più
su nessuna riva abbracciati.
Vieni, passeggiamo almeno in questa poesia.


Nessuna tu

Tante donne
e nessuna tu.
A Sarajevo
duecentomila donne
e nessuna tu.
In Europa
duecento milioni di donne
e nessuna tu.
Nel mondo
due miliardi di donne
e nessuna tu.

Sole e freddo


mercoledì 20 novembre 2013

Un murales per l'emigrazione (nostra)

Murales di Manuela Furlan sul muro dell'Ecoistituto della Valle del Ticino a Cuggiono (Mi)
Un murales per ricordare quando noi eravamo emigranti in Nord America (St. Louis, Herrin) e in Sud America (Buenos Aires). Il Mandamento di Cuggiono (Mi), 34.000 anime all'inizio del '900, ha mandato 4000 persone solo in America (400 di queste erano del mio paesello).
Sembrano tempi così lontani che neanche ce ne ricordiamo più. Storie di nostri bisnonni dimenticati. Pochi hanno mantenuto rapporti con l'Italia (terra matrigna). Ma forse fra poco ci toccherà riprendere quelle strade o forse altre verso l'oriente. Per cercare fortuna. Per tirar su una famiglia.

Forse è un destino inevitabile che l'Italia ritorni povera. Già le premesse ci sono se dal 2007 al 2012 il numero di individui in assoluta miseria è raddoppiato da 2,4 a 4,8 milioni e, secondo il Censis, oltre 9 milioni di italiani non hanno avuto accesso a cure mediche nel 2011 per ragioni economiche.

martedì 19 novembre 2013

'Sta notte


Ti ho sognata 'sta notte
Avevo conosciuto un'altra te
(Non ho voluto guardare una vecchia foto)
Ci siamo abbracciati
Ho appoggiato le mie labbra sulla tua spalla vicino al collo
Fino a quando mi son svegliato.

lunedì 18 novembre 2013

Scoprire i luoghi dopo che ci si è passati

Scoprire i luoghi dopo che ci si è passati. Mi capita sempre più spesso. Sarò un viaggiatore imprevidente e distratto, forse. Ma la soddisfazione di scoprire di essere stato proprio in quel posto che ha ispirato qualcosa e che è stato teatro di qualche avvenimento, mi fa venire ancora i brividi. E' una bella sensazione.
Ho parlato della mia "scappata" in Romagna tra Ravenna e Ferrara. Ecco Ferrara poi è stata veramente una "toccata e fuga" eppure poi ho letto l'ultimo racconto dei Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani che si intitola Una notte del '43 e allora...
Ci racconta così questa "storia" Marina Monego (http://www.lankelot.eu).
L’assassinio del console Bolognesi, ex Segretario Federale, provoca la fucilazione di undici persone fra civili e prigionieri politici. In quella notte a Ferrara serpeggiano ansia e paura, circolano voci disparate, la vita della città è sconvolta. Orrore, pietà, paura folle.
“E sembrerà strano che l’esecrazione pressocchè unanime dell’assassinio potesse accompagnarsi immediatamente al proposito altrettanto diffuso di far buon viso agli assassini, di fare atto di pubblica adesione e sottomissione alla loro violenza. Ma così accadde… Curvi, dimessi avviliti nei loro frusti pastrani di stoffa autarchica…” (p.201) i ferraresi aderiscono a Salò.
Ci si interroga sugli autori della strage, si parla degli squadristi veneti, ma la verità è che qualche ferrarese ha fatto la spia e ha rivelato i nascondigli di alcune vittime.
E, finita la guerra, in città prevale il desiderio di dimenticare in fretta, ma è sufficiente?

“Eppure sarebbe bastato ben poco, in fondo, perché l’errore di calcolo che tanti avevano compiuto sotto l’incombere di avvenimenti d’eccezione, quel semplice, umano sbaglio che i comunisti del luogo, insediatisi in Municipio dal ’45, tendevano adesso a trasformare in perpetuo marchio di infamia, diventasse insieme col resto nient’altro che un brutto sogno, un incubo orrendo da cui svegliarsi pieni di speranza, di fiducia in se stessi e nel futuro!
Sarebbe bastata la condanna esemplare degli assassini, e della notte del 15 dicembre 1943, di quella notte decisiva, fatale, sarebbe stato cancellato rapidamente ogni ricordo”. (p.210)

Ferrara non sa fare giustizia, ha una sorta di cuore marcio e Pino Barilari – una figura paragonabile a Geo Josz – è lì a ricordarlo ogni giorno, lui colpevole e vittima (della moglie che quella notte rincasava da un tradimento), al tempo stesso confinato e carceriere, reso invalido da una tabe dorsale, una malattia che sembra infettare la città stessa.
Barilari ha taciuto, ma il rimorso lo spinge ora a ricordare sempre l’eccidio, è una voce inquietante, è colui che scruta dall’alto i ferraresi e ne evidenzia il male segreto.
Ecco dunque il mio passare "involontario" lungo il fossato del Castello, il mio fotografare la Giovecca, l'imbocco di Via Roma, le finestre dalle quali il farmacista Pino Barilati scrutava la folla, ha acquistato una nuova luce (non del tutto tranquillizzante) e mi ha fatto capire (dopo) molte cose. 

sabato 16 novembre 2013

14 Novembre 1951, alluvione del Polesine

L'alluvione secondo la Settimana INCOM

L'alluvione secondo Peppone e Don Camillo


Il numero delle vittime umane è stato di circa cento, ben 89 delle quali nel solo episodio del cosiddetto "Camion della morte" che vide l'automezzo carico di fuggiaschi sorpreso dall'inondazione la notte del 14 novembre a Frassinelle.
...
Il numero dei profughi costretti a lasciare le proprie abitazioni fu compreso tra 180.000 e 190.000 unità.
Andarono perduti 6.000 capi di bestiame bovino. Incalcolabile il numero degli altri animali d'allevamento deceduti.
Dal 1951 al 1961 lasciarono in modo definitivo il Polesine 80.183 abitanti, con un calo medio della popolazione del 22%. Al 2001 abbandonarono il Polesine oltre 110.000 persone. In molti comuni il calo superò, dal '51 all'81, il 50% della popolazione residente.



giovedì 14 novembre 2013

Tre giorni in giro. Ferrara, Bassani, il Ghetto (3)


(Liberamente copiato da qualche parte)

La presenza ebraica a Ferrara precede di secoli l'istituzione del ghetto. Quando esso fu imposto nel 1627 circa 1.500 ebrei vivevano a Ferrara. La chiusura del ghetto durò oltre un secolo. Le porte che l'occupazione francese aprì nel 1796 si richiusero nel 1826, anche se con regole meno rigide, fino all'unità d'Italia del 1861. Anche dopo la sua chiusura, il ghetto rimase il centro della vita della comunità ebraica di Ferrara, che Giorgio Bassani ha immortalato nei suoi romanzi, Il giardino dei Finzi Contini e Cinque storie ferraresi.

martedì 12 novembre 2013

Tre giorni in Romagna (2). Il Battistero Neoniano e il Mausoleo di Galla Placidia

Due mete a Ravenna sulle tracce di Carl Gustav Jung.

Autore: 
 Giuseppe Muscardini

Nel cinquantesimo della scomparsa di Carl Gustav Jung potrà avere una qualche utilità rievocare un episodio significativo della sua vicenda biografica. A Ravenna ebbe un prodigioso abbaglio che avvalora la concezione da lui teorizzata in diverse pubblicazioni secondo cui nella psiche umana vi sono cose che non sono prodotte dall'Io, ma si producono da sé, e vivono di vita propria.
Si dovrà risalire agli anni Trenta, quando il già affermato psichiatra nativo di Kesswil, autore di numerosi saggi sull'inconscio e all'epoca Presidente della Società internazionale di Psicoterapia, si recò in Italia per dare continuità a quei viaggi e percorsi che erano alla base dei suoi studi sulla psiche umana. A Ravenna, la città cantata da Gabriele d'Annunzio con versi ad alta densità simbolica (glauca notte rutilante d'oro, sepolcro di violenti custoditi da terribili sguardi), gli aspetti misteriosi della nostra mente emersero con inquietante evidenza, e Jung ne registrò personalmente gli effetti.
Affascinato dallo splendore dell'arte musiva che richiama da secoli i viaggiatori di tutto il mondo, lo psichiatra svizzero entrò insieme alla sua compagna di viaggio all'interno del Battistero Neoniano, rivestito di preziosi mosaici. Qui fu attirato dall'immagine di Cristo che allunga la mano a Pietro per salvarlo dalle acque del fiume in cui rischia di annegare, e ne tentò in loco l'interpretazione, disquisendo con la donna sul significato della morte e della rinascita, a suo parere ben manifestato nella raffigurazione. Ma la sorpresa l'ebbe al ritorno dal viaggio, quando a Zurigo decise di approfondire le ricerche richiedendo a Ravenna una riproduzione fotografica di quel particolare del mosaico. Scoprì così che una rappresentazione di Cristo nell’atto di soccorrere Pietro, sulle pareti del Battistero Neoniano in realtà non esisteva. Jung l'aveva solo percepita: si era trattato di un’illusoria parvenza originata in lui dall'incontro fra coscienza e inconscio, in una commistione di impressioni difficili da spiegare sul piano sensoriale.

Il turbamento di Jung a Ravenna non era un fatto nuovo. Già vent’anni prima, nel 1914, aveva avvertito un senso di smarrimento davanti alla tomba di Galla Placidia, l’imperatrice romana figlia di Teodosio I. Mettendo in relazione le due analoghe esperienze, fu naturale per lui richiamare alla mente il leggendario racconto sulla tempesta che nel 424 sorprese Galla Placidia quando da Costantinopoli attraversò il mare per raggiungere l’Occidente. La promessa e il voto di erigere una chiesa a Ravenna e di abbellirla con splendidi mosaici se fosse sopravvissuta ai flutti turbinosi, fu mantenuta dalla raffinata regnante e sorse così la basilica di San Giovanni Evangelista. Ma in epoca successiva un incendio devastò la chiesa e i mosaici andarono distrutti. L’associazione fra la perdita dei mosaici e la mancanza di qualcosa già visibile in precedenza, acquisiva la valenza di una privazione che dovette influenzare la sfera sensoriale di un individuo dotato di conoscenze storico-artistiche. Questa può essere la causa psichica della momentanea percezione visiva di Jung, tanto più credibile se si considera la condivisione dell’esperienza da parte della sua compagna di viaggio, che pure credette di vedere all’interno del Battistero Neoniano lo stesso mosaico. Anche quando una spiegazione fosse stata possibile, lo psichiatra risolse di annoverare il fatto tra i fenomeni e lecose della psiche che emergono spontaneamente dall'inconscio, seppure in assenza di condizioni plausibili per richiamarle. Nel volume autobiografico Ricordi, sogni, riflessioni, si legge testualmente: Il mio caso non è certo l'unico, di questo genere, ma quando ci capitano cose simili, non si può fare a meno di prenderle più sul serio di quando si sono solo sentite dire o si sono lette. In genere, di fronte a racconti di cose simili, si hanno pronte tutte le spiegazioni possibili: io, per parte mia, sono invece giunto alla conclusione che prima che si possa definire qualsiasi teoria nei riguardi dell'inconscio, ci sia ancora bisogno di farne molte, moltissime esperienze.


Di esperienze Carl Gustav Jung ne ebbe molte, come viaggiatore, come studioso, come individuo dedito ai misteri della mente. Il rifiuto di una visione dogmatica della religione e dei fatti dell’esistenza, il suo graduale allontanamento dalle teorie di Sigmund Freud, su cui peraltro si era formato nel tentativo di interpretare i sogni dei pazienti, non gli consentirono di dare al curioso episodio di Ravenna spiegazioni certe. Restava un mistero dell’anima, uno dei tanti, una visione onirica mai sfuocata in ambiguità, ma ben definita e presente in lui anche a distanza di tempo. Tanto definita da poterne descrivere, come in un sogno di cui si conserva viva memoria, perfino i dettagli, i colori (l’azzurro del mare, riferisce Jung) l’ampiezza della raffigurazione e i cartigli riempiti con le parole di Pietro e di Cristo.

sabato 9 novembre 2013

Tre giorni in Romagna tra Ravenna, Comacchio e Ferrara (prima parte)

Capitolo I. Le biciclette di Ravenna e Ferrara.
Abituato allo strapotere delle auto, mi sono trovato in questi posti di fronte allo strapotere delle biciclette: c'è la stessa quantità di bici che si possono vedere ad Amsterdam , ma senza il rispetto di semplici regole che in Olanda si applicano. Per esempio non è il caso di attraversare in bici un mercato o sfrecciare tenendosi per mano per strade strette e piene di gente che cammina. Così l'andare per strada a piedi diventa assai pericoloso perché le biciclette sono silenziose e ti piombano addosso senza far rumore e vi assicuro che fanno molto male...
Penso non abbiate frainteso questa prima frase come lo sfogo di un inveterato automobilista. Tutt'altro: sono un amante e praticante della bici (chi segue questo blog lo sa), ma a tutto c'è un limite e non ci si può affidare solo alla protezione della Madonna del Ghisallo che dal 1949, grazie a papa Pio XII, è la patrona universale dei ciclisti, perché quella non protegge i pedoni.


Capitolo II. La pesantezza del potere.
Il mausoleo di Teodorico è una tappa obbligata per chi visita Ravenna. Le 230 tonnellate del monolite che costituisce la cupola danno una netta raffigurazione della pesantezza del potere che incombe su tutti compreso chi lo esercita. Il monumento è formato da due "aule" : una superiore con il sarcofago e una inferiore.
Al centro dell’aula superiore si trova il labrum, vasca di porfido rosso danneggiata che potrebbe essere servita da sarcofago per Teodorico re dei Goti, morto a Ravenna il 30 agosto del 526. Non si è mai trovata traccia di una scala d’accesso al piano superiore (quelle esistenti sono ad uso dei turisti): ciò potrebbe essere l’elemento fondamentale a sostegno della teoria della esclusiva destinazione funeraria della cella superiore. Nel 540 Ravenna fu occupata dai Bizantini e il corpo del re estromesso, senza troppi complimenti, dal sepolcro.

Capitolo III . Il battistero degli Ariani.
E' una piccola costruzione anche questa voluta da Teodorico situata nel centro della città di Ravenna alla quale si accede scendendo dal piano della strada con alcuni gradini. La cosa strepitosa è il soffitto della cupola che ricorda San Apollinare nuovo la chiesa capitolare fatta costruire come il Battistero da Teodorico. Effetto davvero impressionante è la trasparenza dell'acqua ottenuto con il mosaico. 


... continua...