sabato 22 aprile 2017

In quell'ora prima dell'alba

Non sentiva più cantare gli uccelli dal suo letto che aveva due finestre sul piccolo giardino, un rettangolo verde sul lato nord della casa. Aveva dato la colpa ai doppi vetri che aveva appena installato per ripararsi dagli spifferi, ma forse c'entrava anche un po' di ipoacusia senile. Sta di fatto che la mattina, in quell'ora particolare prima dell'alba, non sentiva più cantare gli uccelli. Solo un cuculo riusciva a forare il silenzio con quel suo cu cu a ritmo sincopato e sospettoso di ogni altro rumore. Era l'unico rumore che si sentiva chiaramente, solo a quell'ora del primo mattino.
Si era attardato a letto pensando a questo isolamento in cui era stato cacciato ed immaginato di vedere il piccolo merlo con il primo piumaggio ancora grigio che tentava i primi brevi voli sul prato, controllato d'appresso dalla madre che lo incoraggiava con un petulante cinguettio. Il cinguettio poi si infittiva ogni volta che si avvicinava un pericolo, si sentiva nel piccolo giardino un rumore improvviso, una porta che sbatteva, il cigolio di una tapparella che si alzava, ma anche il semplice fruscio delle fronde dell'alto pico che frusciavano al vento. Per non parlare di quando irrompeva sul tappeto verde il piccolo cane: con un gran coup de theatre si presentava correndo all'impazzata tra un cespuglio e l'altro e creando un gran scompiglio nel composto piccolo ambiente immerso tra le case e le cascine. La mamma merlo aveva sentito il cane arrivare fin da quando la porta sul lato opposto della casa si era aperta e la padrona aveva fatto uscire il cane in giardino per i suoi bisogni e quello era corso fuori come se fosse stato legato alla catena per giorni, con le orecchie belle dritte sulla testa e con la voglia di creare scompiglio là dietro. Sapeva che erano in corso le esercitazioni di volo e lui faceva la posta a quel merlotto maldestro che al suo arrivo, terrorizzato, si rifugiava timoroso dentro il fitto cespuglio di fior d'arancio. La mamma volava bassa intorno al cane, cinguettando forte, per disturbarlo e fargli capire che doveva star lontano da lì, ma quello cocciuto gironzolava famelico in attesa di un piccolo sbaglio, di un'imprudenza, di un attimo di esitazione. 
Pochi minuti, poi il primo raggio di sole illumina la cima più alta del pino ed allora, come d'incanto, il giardino si zittisce e comincia un'altra giornata.

© G.G. 22 aprile 2017


venerdì 21 aprile 2017

Ricetta per esprimere il volo degli uccelli

Poesia di Nelo Risi
Ricetta per esprimere il volo degli uccelli

Fate a pezzi le gabbie
disfate i roccoli
date fuoco alle panie
miracolate i fringuelli
abolite i richiami e il vischio
seminate il cielo di miglio
forzate i sonni dei musei
con le finestre, e aria
al nibbio impagliato sottovetro
finché s'impenni…
Li guardo volare
ma la parola è rimasta indietro.

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Pensierino. La parola rimane indietro al volo che rimane inintellegibile per noi inchiodati a terra.


sabato 15 aprile 2017

Pasqua


Io vorrei donare una cosa sola al Signore,
ma non so che cosa.
E non piangerò più
non piangerò più inutilmente;
dirò solo: avete visto il Signore?
Ma lo dirò in silenzio
e solo con un sorriso,
 poi non dirò più niente.

David Maria Turoldo per la Pasqua 1977

giovedì 13 aprile 2017

Il bacio tra i cavalieri

Il Cavaliere Verde e Messer Galvano

Alla corte di Re Artù si presentò (a Capodanno, dopo che l'anno vecchio si fu avviato al suo letto di morte e la vita, superata la sua notte più lunga, cominciava a districarsi dalla stretta della morte invernale) il Cavaliere Verde... Era un uomo di una statura fuori dal comune e completamente verde compresa la corazza che indossava e brandiva una arcaica ascia da guerra.
Entrò nel salone della tavola rotonda e rivolto ai cavalieri lanciò la sua sfida: il cavaliere sfidante avrebbe dovuto con quell'ascia recidere con un sol colpo la testa del cavaliere nero ed in cambio esattamente un anno dopo si sarebbe dovuto lui trovare presso la e offrire il collo all'ascia...
Nessuno tra i cavalieri della Tavola osava alzarsi tanto che lo stesso Re Artù si stava lui stesso offrendo per questa sfida; ma il giovane nipote Messer Galgano lo anticipò accettando lui la sfida del Cavaliere Verde.
Il Cavaliere Verde diete la sua ascia a Messer Galgano che con un sol colpo gli staccò la testa... Il Cavaliere Verde prese la sia testa sotto braccio e ricordò le condizioni della sfida: lo aspettava tra un anno...
Dopo un anno Messer Galvano partì compianto da tutta la corte che pensava di mai più rivederlo. Ma non riusciva a trovare dove fosse la Cappella Verde, nessuno sapeva dove fosse...
Una notte arrivò in un bosco oscuro e dopo aver vagato per ore si presentò davanti a lui un sinistro castello. Era la vigilia di Natale e Messer Galvano bussando al castello chiese se poteva trovare una cappella dove poter assistere alle funzioni per la nascita del Salvatore...
Il castellano era un uomo enorme dall'aspetto spaventoso e la moglie una donna dal fascino incantevole. L'accolsero e, con grande sua sorpresa, gli seppero indicare dove fosse la Cappella Verde: si trovava nel bosco poco distante dal castello. Il castellano invitò Messer Galvano a passare i giorni che mancavano alla fine dell'anno presso il castello.
Dopo cena, davanti al grande camino, il castellano ed il suo ospite fecero una scommessa: qualunque preda avesse preso il padrone di casa il giorno successivo a caccia sarebbe stata del suo ospite e viceversa qualunque conquista dell'ospite sarebbe stata del castellano.
Il giorno dopo il castellano partì all'alba per la caccia al suono dei corni e portando con se una muta di cani; Galvano che se ne stava a letto ricevette la visita della moglie del castellano e si sentì turbato, ma resistette ai suoi impulsi riuscendo a schivare gli attacchi della donna che dovette accontentarsi di dargli un piccolo bacio.
Al ritorno dalla caccia il castellano pose le sue numerose prede sul pavimento del sala del castello dicendo al suo ospite che erano tutte sue chiedendo di dargli quanto convenuto. Galvano imbarazzato diede un bacio al castellano.
Così nei giorni successivi si ripetè la stessa scena solo che il castellano portava sempre meno selvaggina e Galvano 2, 3, 4 e poi 5 baci...
...
La circostanza era resa ancora più aspra dal fatto che questo Galvano giovane e bello aveva una notevole reputazione di amante. " Dimmi almeno " lo implorò la donna " che sei innamorato di qualcun'altra, e che le hai giurato di restarle fedele ". Ma il giovane rispose che non c'era una donna particolare nella sua vita.
Allora ella sembrò cercare attorno un qualche pegno, una cosa che in qualche modo, seppur vago, potesse renderlo un poco suo; e si tolse dal dito un pesante anello, che lo scongiurò di accettare. Ma (li nuovo egli resistette - poiché un anello Ë simbolo della personalità e il dono di un anello comporta la resa del proprio essere. Donare il proprio anello Ë donare un potere, l'autorità di parlare o di agire a nostro nome. Per questo un re affiderà il suo anello al dignitario che ha la facoltà di promulgare gli ordini e di sigillare gli atti in sua vece, e una dama dar‡ il suo anello al cavaliere che Ë il suo cavaliere. Accettare un simile pegno comporta una promessa, una qualche sorta di legame; e Messer Galvano, nella sua qualità di cavaliere della Tavola Rotonda di Re Artù, era molto severo con se stesso riguardo a questo tipo di vincoli.
A quel che sembra, il giovane, in queste sue ultime ore di vita, veniva sottoposto a una prova molto delicata e rivelatrice. Il giorno dopo, all'alba, sarebbe partito per incontrare il Cavaliere Verde e assoggettarsi alla perdita della sua testa. Non gli restava che un giorno, un giorno soltanto in questo momento di fiammeggiante, prematuro tramonto della sua preziosa giovinezza. E se il suo giovane corpo avesse potuto creare una risposta vivente al suo desiderio di vita, ora furiosamente intensificato, non avrebbe potuto inventare nulla di pi˘ desiderabile di questa donna bella, gentile e incalzante che era venuta a lui. Un'ultima volta lo splendore del mondo gli si parava dinanzi, e offriva alle sue labbra un estremo assaggio, relativamente breve ma sontuoso, della vita che avrebbe perduto fin
troppo in fretta. Tuttavia il cavaliere - questo esperto amante di dame nobili e bellissime, per nulla indifferente al loro fascino e alle loro richieste - stava rifiutando il dono, quella coppa di piacere colma fino all'orlo.
...

Per la dama, frustrata da questa situazione, era diventata una sfida: doveva fargli accogliere un dono, un nonnulla che potesse costituire un legame segreto tra loro...
Nell'ultimo incontro Galvano stava per cedere, non sapeva più trovare argomenti per distrarre la dama e l'occhio gli cadde su un piccolo nastro verde che Úe cingeva la vita... La dama accortasi di questo momento di difficoltà e capendo l'imbarazzo del suo ospite si tolse il nastro e con grande insistenza glielo regalò dicendogli che quello era un talismano che l'avrebbe preservato da ogni disgrazia... Galvano alla fine cedette ed alla sera non lo presentÚ al castellano come conquista della giornata, ma lo tenne nel palmo della mano...

...
Il pezzetto di laccio verde non comparve, e la donna, che era stata l‡ in piedi a guardare con ansia, si rilassò con uno sguardo di gioia e di gratitudine.
La mattina dopo uno scudiero accompagnò Messer Galvano alla valle desolata, e quando gli ebbe mostrato il sentiero che conduceva alla Cappella Verde gli consigliÚ caldamente di tornare indietro. Nessuno, disse, era mai ritornato dalla cappella. " Perciò, mio buon Messer Galvano, " disse " lasciate stare quell'uomo. Andatevene in qualche altra direzione e io giuro che manterrò il vostro segreto ". Ma il giovane cavaliere non aveva paura, e con la cintura verde addosso sarebbe senza dubbio sopravvissuto là dove gli altri avevano fallito.
Proseguì solo, e a tempo debito giunse a un lugubre sotterraneo a volta, sprofondato nel terreno, eroso dal tempo e rivestito di muschio, un luogo (li convegno spettrale, desolato e silenzioso. Tirando le redini dinanzi a sè, egli si mise in ascolto; e non ascoltava da molto, quando udì un rumore stridente, come se qualcuno stesso affilando un'ascia, giungere nell'aria invernale dalla riva boscosa sull'altra parte nel torrente. Galvano gridò il proprio nome e annunciÚ il proprio arrivo. Una voce gli rispose che doveva aspettare, e di nuovo si udì quel terribile rumore di un'ascia che veniva affilata. Il suono cessò all'improvviso, e in un istante il mastodontico Cavaliere Verde usci da una grotta e Galvano lo vide scendere lungo la riva.
I saluti furono brevi e formali. Galvano fu condotto sul luogo dell'esecuzione. Seguendo l'esempio dell'anno precedente, stette ad aspettare tranquillamente, col collo chino e pronto, ma al momento dell'avventarsi dell'ascia, istintivamente " si restrinse un poco nelle spalle ". Si potrebbe affermare che questo era un secondo sintomo del lato del suo carattere che lo aveva costretto ad accettare il pezzetto di laccio, ed è interessante notare che, sebbene fosse ora protetto dal talismano (o forse proprio per quello), non poteva accettare del tutto il colpo che lo minacciava.
Il Cavaliere Verde, vedendolo trasalire, trattenne il colpo e rimproverò Galvano per la sua codardia. Il giovane protestò. Non era nella fortunata condizione, dichiarò, di poter recuperare la sua testa nel momento in cui gli fosse caduta. Tuttavia si mise nuovamente in posizione, promettendo che questa volta non avrebbe battuto ciglio.
Il Cavaliere Verde sollevò nuovamente l'ascia. Il fendente cominciava giù a cadere, quando il torreggiante carnefice, vedendo che il cavaliere si manteneva immobile, si interruppe di nuovo, arrestando il fendente delle braccia poderose, e osservò con aria d'approvazione: " Così mi piaci. Ora menerò il colpo. Ma prima togliti il copricapo che ti ha dato Re Artù, così potrò colpirti il collo proprio nel punto giusto
Galvano era esasperato: " Dacci dentro, " gridò " altrimenti penserò che non osi vibrare il colpo ".
" Davvero! " disse il Cavaliere Verde. " La tua ricerca troverà presto la sua ricompensa ".
Sollevò l'ascia per la terza volta, la brandi in alto, la bilanciÚ e la fece ricadere; ma in modo tale che quasi mancò il bersaglio, graffiando solo la pelle col bordo della lama, segnandogli solo il collo con un sottile filo di sangue.
Galvano, appena sentì il colpo, balzò di lato, afferrò veloce le armi e si preparò a combattere. " Sono riuscito a farti fronte! " gridò. " Il pegno era un solo colpo, non di più!
Il Cavaliere Verde sorrideva, appoggiato tranquillamente all'ascia. " Non ti agitare " disse. " Hai ricevuto il colpo che meritavi. Non ti farò più alcun male. Per due volte mi sono trattenuto: quei colpi erano innocui perché per due volte sei stato ai patti e mi hai reso i baci che avevi accettato da mia moglie. Ma la terza volta hai fallito, e perciò ti ho segnato con la mia ascia. La cintura verde che indossi mi appartiene; E' stata fatta da mia moglie per me. Sono stato io a mandartela con le sue lusinghe, i suoi baci e la verde tentazione. So tutto ciò che è accaduto. E tra i cavalieri lei montò Messer Galvano. E' come una perla tra i ceci. Hai fallito, ma solo un poco, quando sei stato messo alla prova per la terza volta; non perché hai voluto indulgere alle tue passioni, tuttavia, ma perché amavi la tua vita e ti doleva di perderla ".
Messer Galvano era avvampato di vergogna. " Siate maledetti, voi due! " gridò. " Paura e Desiderio! Siete i distruttori del valore e dell'eroismo umano ". Togliendosi la cintura fece per restituirla, ma il Cavaliere Verde rifiutò di riceverla. Consolò il giovane eroe, pregandolo di conservare il laccio verde come dono, e poi lo invitò nuovamente ad accettare ospitalità nel castello.
Galvano rifiutò di seguirlo, ma acconsentì a conservare il laccio, che si legò sotto il braccio con un nodo nascosto. Gli avrebbe ricordato per sempre la sua debolezza. E così ritornò incolume alla Tavola Rotonda della corte di Re Artù, dove raccontò la sua storia. I cavalieri tennero conto più dell'eroismo della vittoria che dell'insuccesso, e in memoria del grande evento decisero che avrebbero sempre indossato, d'allora in avanti, un pezzetto di laccio verde.
...

Tratto da Heinrich Zimmer, Il re e il cadavere, Adephi, 1983

lunedì 20 marzo 2017

Il sapore della vita

Si può reagire in tanti modi alla malattia, l'amica Oneglia ha fatto così.
Ha scritto un ricettario con tutte le ricette che ha provato praticamente in questi anni. Il libro di 254 pagine lo puoi scaricare gratuitamente seguendo questo link "Il sapore della vita". Il "supporto psicologico" spesso necessario per affrontare la malattia è un altro degli elementi che ha propiziato la nascita di questo libro ed è per questo che si trova sulle pagine di una psicologa-psicoterapeuta (la figlia di Oneglia). 



Ricetta provata personalmente a casa sua...

CREMA DI ZUCCA E FAGIOLI CANNELLINI AL ROSMARINO

Ingredienti:Per 6 persone. 1 kg di zucca,2 cipolle di Tropea, 1 cucchiaino di timo,1 cucchiaino di maggiorana, 1 cucchiaino di curry, 2 cucchiai di olio di oliva extra vergine, pepe bianco q.b.,500g di cannellini, 2 foglie di alloro, 3 pomodorini, 1 spicchio d’aglio,  2 cucchiai di olio di oliva extra vergine e sale q.b..

Preparazione:       Lavate la zucca sotto l’acqua corrente, tagliatela a pezzetti  (metà  con  la  buccia), mettetela  in una pentola  a pressione  assieme  alle  cipolle tagliate  finemente  (5minuti dal fischio).Schiacciatela con un cucchiaio di legno fino ad ottenere una purea,unite il timo, la maggiorana, il curry, l’olio e il  pepe. La sera  prima  mettete  a  bagno  i fagioli  (12  ore),lavateli  e  cucinateli con l’alloro,i pomodorini, l’aglio e l’olio. Amalgamate gli ingredienti ed aggiustate di sale.  Guarnite il piatto con 1 rametto di rosmarino.

I fagioli cucinati nella pignatta di coccio molisana (“vicino al camino”) sono squisiti.


martedì 14 marzo 2017

Un prete, anzi due, un incontro, un viaggio


Vedo una trasmissione alla RAI e presentano un libro: Si può fare. La scuola come ce la insegnano i bambini di Davide Tamagnini, Editore: la meridiana, Anno edizione: 2016.
L'intervistatrice chiede all'autore (un maestro di scuola primaria), quali siano stati i suoi maestri e lui cita don Gino Piccio che gli ha insegnato il metodo pedagogico di Paolo Freire, l'autore della Pedagogia degli oppressi un testo diventato "mitico" negli anni a cavallo tra il 1960 e 1970.

Ma non è tanto per Freire che mi colpisce, ma è quel don Gino Piccio che mi rimanda indietro alla fine degli anni '60 quando frequentavo d'estate le lande assolate dell'Alto Monferrato. Don Gino aveva creato una piccola comunità che si trovava in una cascina isolata, sulla strada che conduceva da Ottiglio alla Madonna dei Monti, uno dei punti panoramici più belli del Monferrato.



da Wikipedia

Gino Piccio (Cuccaro Monferrato, 12 settembre 1920 – Ottiglio, 10 marzo 2014) entra in seminario a diciotto anni, senza particolari pulsioni religiose, con l'obiettivo di poter studiare ed evitare il conflitto mondiale. Per gravi problemi di salute ha già perso l'uso di un polmone. Grazie ad alcuni assistenti spirituali, tra cui don Primo Mazzolari, sente crescere progressivamente in sé la vocazione. Viene ordinato sacerdote il 29 giugno 1947 e frequenta il gruppo sacerdotale missionario fondato da Mons. Vittorio Moietta (che diventerà vescovo di Nicastro), maturando un interesse verso gli ultimi che lo guiderà nell'impegno sociale. Nel 1960 diventa parroco alla chiesa di Santo Stefano a Casale Monferrato, ma nel 1967 ottiene il permesso di rinunciare definitivamente alla Parrocchia e dedicarsi completamente alla predicazione. Diventa prete operaio (bracciante agricolo in giro per il Piemonte), affitta un modesto locale a Casale e lì allestisce un piccolo cenacolo frequentato dalle anime cattoliche più inquiete.
In seguito al Terremoto del Friuli, nel 1976 la Caritas di Casale Monferrato chiede a Don Piccio di organizzare una squadra di volontari che corra in aiuto alle persone colpite dal sisma. Nel comune di Attimis Don Piccio rimane fino al 1978 coordinando centinaia di volontari che sotto la direzione di un capomastro (unico retribuito) ricostruiscono le case danneggiate dei più poveri[8]. Accanto al lavoro di ricostruzione, svolge attività di socializzazione e di sensibilizzazione con gli abitanti del posto.
Di ritorno dal Friuli, Don Piccio si confronta nuovamente con il metodo Freire. Nasce così il progetto di Verrua Savoia (settembre 1978 - maggio 1980). Il paese agricolo della pianura vercellese vive un progressivo svuotamento della popolazione, dovuto all'apertura di una fabbrica vicino a Chivasso; metà degli abitanti è anziana e l'assistenza sanitaria è il problema più sentito. La reazione provocata dall'applicazione del metodo Freire obbliga l'amministrazione a costruire una casa di accoglienza e a favorire l'installazione di linee telefoniche anche nelle frazioni più lontane dell'abitato.
Dopo il Terremoto dell'Irpinia del dicembre '80 la Caritas si rivolge nuovamente a Don Piccio per organizzare una squadra di volontari. Il sacerdote rimane nel comune di Ricigliano dal 1981 al 1983 con tre obiettori di coscienza al servizio militare a coordinare i volontari provenienti da ogni parte d'Italia. Dopo un anno passato a lavorare a fianco dei paesani, viene proposto agli abitanti di scavalcare le istituzioni (lente e poco interessate ai veri problemi della gente) e chiedere direttamente alla Provincia Autonoma di Bolzano, che si era resa disponibile, di sostenere economicamente l'elettrificazione delle aree rurali del comune. Viene anche coordinata la ricostruzione della chiesa e degli addobbi sacri tramite una gestione pubblica del denaro. Il processo pedagogico avviato, sebbene tra molte contraddizioni e difficoltà, porta risultati concreti positivi nel comune soprattutto per il cambiamento della mentalità di diversi abitanti locali, che nel corso degli incontri organizzati si trasforma da passiva e fatalista in attiva e propositiva. 
Si trasferisce infine a vivere in una cascina nei pressi di Ottiglio dove studia e impara ad applicare il metodo Freire.

Ai suoi funerali celebrati nel duomo di Casale Monferrato, il cardinale Severino Poletto, dinanzi a cinquanta sacerdoti arrivati da ogni parte d'Italia, affermò: «È stato un prete dal carisma particolare, che ha preceduto, come spirito, quello di Papa Francesco che raccomanda a noi sacerdoti di andare nelle periferie, non soltanto come luoghi, ma nelle periferie dello spirito»
Il metodo pedagogico di don Gino è basato soprattutto sul lavoro manuale ed anche io faccio la vendemmia dal vicino di casa di questo strano prete. Una giornata di lavoro a raccogliere uva e portarla con le gerle fino al carro. A mezzogiorno mangio con la famiglia contadina nella povera casa. La moglie porta una fumante zuppiera con la pasta al sugo e il padrone di casa tira fuori, come fosse un prestigiatore, un tovagliolo con piccoli tartufi. Li ha raccolti lui col suo cagnolino da trilola giù tra i pioppeti e i fossi alla base delle colline e mi da una grattata sopra la pasta come fosse la cosa più normale del mondo in questa casa. Non dimenticherò mai quel gesto.

La sera si prega nella "cappella" della cascina: quattro lastre di lamiera ondulata per la messa; all'interno un tabernacolo in ferro, costruito dagli operai con cui lavorava, cinto da una catena spezzata e sulla cui porticina sono saldati tre chiodi, simboli della fatica dell'uomo e dello spirito libero. All'omelia tutti possono parlare e dire la propria.

Con don Gino e altri che si trovavano alla cascina di Ottiglio ho fatto nel 1971 un indimenticabile viaggio che aveva come méta la Scuola 725 di Roma, la scuola messa su un altro prete "scomodo" don Roberto Sardelli tra le baracche dell'Acquedotto Felice a Roma.

Nel 1968 don Roberto Sardella lascia la parrocchia di San Policarpo, nel quartiere Tuscolano a Roma, e va a vivere con i baraccati dell’Acquedotto Felice. Lì don Roberto organizza una scuola, la 725, che prende il nome dal numero civico della baracca che la ospita. Seicentocinquanta famiglie hanno vissuto vicino all’acquedotto fino al 1974, anno in cui il Comune assegnò loro le case popolari.


Mentre si andava Roma su per l'appennino tosco-emiliano, non poteva mancare una visita all'ultimo degli eremiti del Convento di Camaldoli. Ma questa è un'altra storia.


martedì 7 marzo 2017

E chi è questo pupo in vestina?



E chi è questo pupo in vestina?
Ma è Adolfino, il figlio del signor Hitler!
diventerà forse un dottore in legge
o un tenore dell'opera di Vienna?
Di chi è questa manina, di chi,
e gli occhietti, il nasino?
Di chi il pancino pieno di latte,
ancora non si sa:
d'un tipografo, d'un mercante, d'un prete?
Dove andranno queste buffe gambette, dove?
Al giardinetto, a scuola, in ufficio,
alle nozze magari con la figlia del sindaco?
Bebè, angioletto, tesoruccio,
piccolo raggio,
quando un anno fa veniva al mondo
non mancavano segni
nel cielo e sulla terra:
un sole primaverile, gerani alle finestre,
musica d'organetto nel cortile,
un fausto presagio nella carta velina rosa,
prima del parto
un sogno profetico della madre:
se sogni un colombo - è una lieta novella,
se lo acchiappi - giungerà a chi hai a lungo atteso.
Toc, toc, chi è?
è il cuoricino di Adolfino.
Ciucciotto, pannolino,
bavaglino, sonaglio,
il bimbetto,
lodando Iddio e toccando ferro,
è sano.
Somiglia ai genitori,
al gattino nel cesto,
ai bambini
di tutti gli album di famiglia.
Beh, adesso non piangeremo mica,
il fotografo farà clic sotto la tela nera.
Atelier Klinger, Grabenstrasse Braunau,
e Braunau è una cittadina piccola,
ma dignitosa,
ditte solide, vicini dabbene,
profumo di torta e di sapone da bucato.
Non si sentono cani ululare
né i passi del destino.
L'insegnante di storia allenta il colletto
e sbadiglia sui quaderni.

Wisława Szymborska, La prima fotografia di Hitler

Pensierino. Chi è ? Uno di noi, uguale a noi. Teniamolo a mente.

domenica 5 marzo 2017

Consigli di lettura (poetica)

COMPAGNIA

Stamattina mi sono svegliato con la pioggia
che batteva sui vetri. E ho capito
che da molto tempo ormai,
posto davanti a un bivio,
ho scelto la via peggiore. Oppure,
semplicemente, la più facile.
Rispetto a quella virtuosa. O alla più ardua.
Questi pensieri mi vengono
quando sono giorni che sto da solo.
Come adesso. Ore passate
in compagnia del fesso che non sono altro.
Ore e ore
che somigliano tanto a una stanza angusta.
Con appena una striscia di moquette su cui camminare.

(Raymond Carver, Orientarsi con le stelle, minimum fax, 2006)


Pensierino. Cosa mi attira di questa poesia piana, scontata, pedantemente (fino ad irritare) quotidiana ? Forse proprio questo. 
Tanti ricordano Carver per i suoi deliziosi racconti, ma la sua poesia non è da meno.

mercoledì 22 febbraio 2017

Ci sono libri...

Ci sono libri che ritornano periodicamente nella mia vita. Li acquisto, leggo, perdo di vista e poi spariscono chissà dove. Oppure altri che stanno lì ad aspettare che ritorni a ritrovarli e leggere. Ci sono poi dei libri "spaiati" che o sono destinati a rimanerlo in eterno (quasi diciamo) o che improvvisamente si ritrovano. Per il primo caso cito l'esempio di un'edizione dei Vangeli commentata in quattro volumi e due sono spariti nel nulla (forse per miracolo); aveva un libro di poesia di Garcia Lorca, ma quando l'ho comprato non mi ero accorto che era un opera in due volumi ed il secondo mancava. 
Quindi è con grande giubilo che annuncio il ritrovamento su una bancarella di Corsico dei due volumi di poesia di Garcia Lorca nella bella edizione Guanda del 1966.


Ps Ci sono anche libri che ho dovuto abbandonare non per scelta, ma per i casi della vita ed è il capitolo più doloroso. Quando per caso li vedo su una bancarella o in una libreria, mi viene un "tuffo" al cuore, come se rivedessi un caro amico dopo tanti anni di lontananza. 

I venti di Mario Vargas Llosa

 Il protagonista di questo libretto di Vargas Llosa si reca una mattina con l'amico Osorio ad una manifestazione contro la chiusura di u...