sabato 7 novembre 2015

Ancora scrittori a Trieste: Pahor Boris

Necropoli di Pahor Boris (scrittore triestino di lingua slovena)

Campo di concentramento di Natzweiler-Struhof sui Vosgi. L'uomo che vi arriva, una domenica pomeriggio insieme a un gruppo di turisti, non è un visitatore qualsiasi: è un ex deportato che a distanza di anni è voluto tornare nei luoghi dove era stato internato.

Domenica pomeriggio. Il nastro d'asfalto liscio e sinuoso che sale verso le alture fitte di boschi non è deserto come vorrei. Alcune automobili mi superano, altre stanno facendo ritorno a valle, verso Schimek; così il traffico turistico trasforma questo momento in qualcosa di banale e non mi permette di mantenere il raccoglimento che cercavo. So bene che anch'io, con la mia macchina, faccio parte di questa processione motorizzata, eppure sono sicuro che, vista la mia passata intimità con questi luoghi, se sulla strada fossi solo, il fatto di viaggiare in automobile non scalfirebbe l'immagine onirica che dalla fine della guerra riposa intatta nell'ombra della mia coscienza. 
Lo ammetto, non riesco ad accettare fino in fondo l'idea che questo posto di montagna, cardine del mio mondo interiore, sia visitabile da chiunque; e soffro anche un po' di gelosia: non soltanto perché oggi occhi estranei percorrono uno scenario che fu testimone della nostra anonima prigionia, ma anche perché questi sguardi curiosi (ne sono assolutamente certo) non potranno mai penetrare nell'abisso di abiezione in cui fu gettata la nostra fiducia nella dignità umana e nella libertà personale. 
Ecco che però, giunta da chissà dove, inizia a insinuarsi nel mio animo anche una picciola soddisfazione per il fatto che questa altura dei Vosgi non sia più il terreno segreto di una lontana dannazione consumatasi tutta in se stessa, ma sia diventata un luogo verso cui si dirigono i passi di innumerevoli persone. E queste persone, anche se la loro immaginazione sarà insufficiente per la visita che le attende, riusciranno tuttavia a intuire, attraverso le vie del cuore, l'inconcepibile realtà del destino di quei loro figli perduti. 
Uomini e donne di tutti i paesi d'Europa si radunano qui su questi alti terrazzamenti di montagna, dove il male aveva il sopravvento sul dolore e sembrava capace di imprimere alla consunzione il marchio dell'eternità. Si radunano qui per poggiare il piede su un luogo sacro dove le ceneri dei loro simili, con muta presenza, segnano nella coscienza dei popoli una tappa incancellabile della storia umana. 
© Fazi Editore
Pensierino. La memoria deve essere "coltivata". Magris in una intervista ammetteva di aver avuto notizia del Lager della Risiera di San Sabba molto dopo la fine della guerra. Non era il solo triestino che non sapeva di cosa si stesse consumando nella periferia della città. E questo episodio non era solo imputabile al fatto che i tedeschi, prima di andarsene dalla città, avevano pensato bene di cancellare a suon di dinamite il forno crematorio.  In questa terra di confine i contrasti sono stati violenti e con strascichi dolorosi: repressioni feroci (lager e foibe), pulizie etniche (l'esodo istriano) ecc ecc. Ma tutto nasceva ancora prima con la feroce prima guerra mondiale che qui ha lasciato montagne di morti. 

4 commenti:

  1. molto interessante Guglielmo...
    in verità tutto il tuo viaggio intorno a Trieste lo è.
    La memoria va coltivata, verissimo. questo è l'ennesimo esempio

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  2. Letto qualche anno fa.
    Amaro e sofferto.

    E quando sono uscita dalla mia visita a San Sabba non riuscivo a parlare.
    Avrei voluto solo nascondermi e piangere.

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  3. San Sabba è un buco nero, nascosto nella zona industriale, tra anonimi capannoni. E' la raffigurazione della memoria che abbiamo noi italiani. Non mi consola il fatto che sia l'intera umanità ad avere poca memoria e continui a ripetere gli orrori di sempre.

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  4. Ho letto diversi lavori di Magris e vi ho ritrovato infinite volte traccia di quanto complesso e sofferto sia il vivere in una terra di confine come quella triestina, anche se ora, almeno in teoria, il confine è stato superato.
    Una terra di confine, quella terra in particolare, è come se avesse due anime: una stracciata in mille pezzi, tanti quanti sono i popoli e le guerre e le traversie che l'hanno caratterizzata, un'altra che sembra miracolosamente sopravvissuta, a dispetto cui tutto quanto la poteva dividere.
    Mi viene di paragonarla ad un corpo offeso da tremende cicatrici ma vivo e, in qualche modo, sopravvissuto in ogni sua parte e con tutte le parti assieme unite.
    p.s.: ora mi chiamo Sabina, ma se passi dalle mie parti capirai...

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