venerdì 19 maggio 2017

Il lato oscuro del bianco


Pensierino. E' sicuramente una foto sbagliata, direbbero fotografi esperti. Ma è una di quelle cose che vengono fuori così: vuoi fare tutto in modalità "manuale" e  ti impappini tra i tempi di esposizione, l'apertura del diaframma e qualche ISO di troppo. Eppure questo fior d'arancio che emerge dall'ombra, nel giardino, all'imbrunire, qualcosa ispira. E sono pensieri (anzi pensierini) molto vicini al silenzio.

venerdì 12 maggio 2017

L'utopia del mondo di malinconia dove le parole saranno favole

L'Italia riapparirà un giorno, lo sento,
e sarà calma e gentile sotto un cielo celeste, come
qualche secolo fa. Ci saranno giardini, boschi,
belle città. Una popolazione rada e mite
vivrà in questi posti benedetti, e le parole di questo
tempo saranno favole. Avremo allora la malinconia.
Dovremo tenerIa cara. Custodirla in
templi preziosi, e in palazzi lunari come <>,elevarle
nelle campagne monumenti arborei, intestarle
fiumi e segreti corsi d'acqua (che riavremo),
e boschi - e nelle città eleganti accademie,
che saranno riapparse. Nei futuri secoli (molto
gioiosi) della malinconia, badiamo a che le ambizioni
e il lusso siano riconosciuti come quelle
tigri che sono, e la modestia e povera contentezza
della severità imperi. Che non ci siano se non
allievi e maestri di estetica e malinconia, artisti e
artigiani (cioè i più piccoli artisti), e il fare sia discreto, 
appena il necessario (come sedie, casette,
giocattoli e abiti da tre soldi o di un lusso
fantastico del solo colore).

Anna Maria Ortese, Le Piccole Persone, Adelphi, 2016 


giovedì 11 maggio 2017

Auguri mamma


Pensierino. Chi ti vede oggi dice che non riconosce più la persona di tanti anni fa. Io che ti vedo tutti i giorni sostengo che sei sempre tu.

venerdì 5 maggio 2017

L'anima parla per enigmi

"Coloro che trascorrono insieme tutta la vita... non saprebbero neppure cosa vogliono ottenere l'uno dall'altro. Nessuno potrà credere che si tratti del contratto dei piaceri amorosi... l'anima di entrambi vuole qualcos'altro che non è capace di esprimere; di ciò che vuole... essa ha una divinazione, e parla per enigmi".
 (Dal Simposio di Platone citato da Giorgio Colli, La nascita della filosofia, Adelchi, prima edizione 1975).

Pensierino. Non c'è nulla da fare. Non c'è rimedio. Un'area molto vasta di noi stessi è preclusa alla conoscenza degli altri. E' un grande mare nel quale noi stessi navighiamo senza bussola. Ogni tanto vediamo di lontano una piccola luce che crediamo subito essere un faro, ma ben presto, avvicinandoci, scopriamo essere tutt'altro, una illusione, un riflesso, un abbaglio. 
Forse è per questo che c'è qualcosa di inconoscibile per gli altri in noi stessi, perché è spesso sconosciuto anche a noi.
Siamo dunque avvolti nel mistero ?


lunedì 1 maggio 2017

1^ Maggio festa del lavoro. Un mio personale concerto.

Le nozze di Figaro, ossia la folle giornata (K 492), è la prima opera lirica di una trilogia composta da Wolfgang Amadeus Mozart su libretto di Lorenzo Da Ponte.
Le Nozze di Figaro, finita di comporre il 29 aprile, fu messa in scena al Burgtheater di Vienna, il
1º maggio, 1786 con Nancy Storace (Susanna), Francesco Benucci (Figaro) e Michael Kelly (tenore) (Basilio e Don Curzio) diretta da Mozart nelle prime due rappresentazioni e da Joseph Weigl nelle repliche.




mercoledì 26 aprile 2017

La sua fede era salda, fino a quella notte di plenilunio...



Pensierino. La sua fede era salda, fino a quella notte di plenilunio, quando il prete di campagna Don Barignan segue due fidanzati in una notte di plenilunio e... le sue certezze, come per incanto, si tramutano in dubbio.



Il testo di Henri-René-Albert-Guy de Maupassant (Tourville-sur-Arques, 5 agosto 1850 – Parigi, 6 luglio 1893) è trascritto grazie al blog di Ezio Scaramuzzino.

Plenilunio

Portava bene il suo nome battagliero, don Marignan. Era un sacerdote alto e magro, fanatico, di animo retto ma in continua esaltazione. La sua fede era salda, senza oscillazioni. Era sinceramente convinto di conoscere il suo Dio, di capirne i disegni, le volontà, le intenzioni.
Talvolta, mentre passeggiava a gran passi lungo il vialetto del suo piccolo presbiterio di campagna, gli nasceva nella mente una domanda:«Perché Dio ha fatto questo?». Cercava, con ostinazione, mettendosi nei panni di Dio, e finiva quasi sempre col trovare la risposta. Non era lui la persona da mormorare, in uno slancio di pia umiltà:«Signore, i vostri disegni sono impenetrabili...». Diceva tra sé:«Sono il servo di Dio, quindi devo sapere i motivi delle sue azioni, e prevenirli se non li so».
In natura tutto gli appariva creato secondo una logica assoluta ed ammirevole. Domande e risposte si equilibravano sempre: l'alba esisteva perché il risveglio fosse allegro, le giornate perché le biade maturassero, le serate per preparare al sonno e le notti buie per dormire.
Le quattro stagioni coincidevano con tutte le necessità dell'agricoltura; mai lo avrebbe sfiorato il sospetto che la natura non abbia intenzioni, che tutto ciò che vive si sia dovuto piegare alle dure necessità delle epoche, dei climi, della materia.
Odiava la donna, inconsciamente, la disprezzava per istinto. Spesso ripeteva le parole di Gesù Cristo:«Donna, che v'è tra me e te?», aggiungendo:«Si direbbe che anche Dio sia scontento di questa sua opera». Per lui la donna era proprio la fanciulla dodici volte impura di cui parla il poeta. Era il tentatore che aveva trascinato al peccato il primo uomo e seguitava nella sua opera di dannazione; l'essere debole, pericoloso, che misteriosamente turba. E più ancora del loro corpo, abisso di perdizione, odiava il loro animo amoroso.
Aveva sentito spesso il loro amore riversarglisi addosso, e benché fosse sicuro d'essere inattaccabile, lo faceva andare in bestia quel bisogno di amare che sentiva fremere continuamente in esse.
Secondo lui Dio aveva creato la donna soltanto per tentare l'uomo e metterlo alla prova. Ci si doveva accostare a lei con cautele difensive, temendola come una trappola. E difatti ella era come una trappola, con le sue braccia tese e le labbra dischiuse verso l'uomo.
Era indulgente con le suore, perché i voti le avevano rese innocue; ma nonostante questo le trattava con durezza, perché sentiva sempre vivo, in fondo a quei loro cuori incatenati ed umiliati, l'eterno amore che giungeva fino a lui, benché fosse prete. Lo sentiva nei loro sguardi, più intrisi di pietà degli sguardi dei monaci, nelle loro estasi in cui si mischiava il sesso nei loro slanci verso Cristo, che lo indignavano perché si accorgeva che quello era amor di donna, amor carnale; sentiva quel maledetto amore anche nella loro docilità, nella dolcezza della voce quando gli parlavano, nei loro occhi bassi, nelle loro lacrime rassegnate quando le rimproverava con durezza.
Quando usciva dal convento scrollava la sottana e se ne andava svelto svelto, come se fuggisse un pericolo.
Aveva una nipote che viveva con la madre in una casetta vicino a lui. S'era ficcato in capo di farla diventare suora di carità.
Era graziosa, spensierata, allegra. Quando lo zio le faceva la predica, rideva: quand'egli si offendeva con lei, lo abbracciava di slancio, stringendoselo al cuore, mentre lui senza volere cercava di svincolarsi da quell'abbraccio che gli faceva godere una dolce gioia, risvegliando in lui quel senso della paternità che dorme in tutti gli uomini.
Le parlava spesso di Dio, del suo Dio, quando camminavano insieme nei sentieri in mezzo ai campi. Lei non lo ascoltava e guardava il cielo, le erbe, i fiori, con una tale felicità di vivere che le sprizzava dallo sguardo. Ogni tanto si slanciava ad acchiappare un insetto e quando l'aveva preso gridava: - Ma guarda, zio, com'è carino, mi viene voglia di baciarlo... - Quel bisogno di baciare le mosche o dei fiori irritava e sconvolgeva il sacerdote, che vi ritrovava una volta di più l'insopprimibile amore che germina sempre nel cuore femminile.
Un giorno la moglie del sagrestano, che gli sbrigava le faccende di casa, gli venne a dire con una certa cautela che la sua nipote aveva l'innamorato.
Provò un turbamento terribile, restò col fiato sospeso, col viso tutto insaponato, perché si stava facendo la barba.
Quando si riprese e poté riflettere e parlare esclamò:
- Non è vero, Mélanie; questa è una bugia!
La contadina si posò una mano sul cuore:
- Che il Signore mi fulmini se dico una bugia, signor curato. Vi dico che si vedono tutte le sere, dopo che la vostra sorella è andata a letto. Si trovano al fiume. Se volete vederli andateci, dalle dieci a mezzanotte.
L'abate smise di grattarsi il mento e cominciò a passeggiare furiosamente, come faceva quand'era oppresso da gravi pensieri. Quando volle ricominciare a radersi si tagliò tre volte, dal naso fino all'orecchio.
Restò taciturno per tutta la giornata, pieno d'indignazione e di collera. Al suo furore di sacerdote davanti all'invincibile amore si aggiungeva l'esasperazione del padre morale, del tutore, del reggitore d'anima, ingannato, derubato, preso in giro da una ragazzina; l'egoistica sensazione dei genitori ai quali una fanciulla annuncia che senza di loro e malgrado loro, ha scelto il suo sposo.
Dopo cena si sforzò di leggere un po', ma non ci riuscì; e la sua furia cresceva. Quando suonarono le dieci prese il bastone, un enorme bastone di quercia che usava sempre nelle sue uscite notturne, quando andava da qualche malato. Sorridendo guardò il grosso randello, col suo solido pugno di campagnolo gli fece fare dei minacciosi mulinelli. Ad un tratto lo alzò, e digrignando i denti lo fece piombare su una seggiola la cui spalliera, spezzata, cadde sul pavimento.
Aprì la porta e si fermò sulla soglia, sorpreso dallo splendore del plenilunio, tale che di rado capitava di vederlo.
E poiché la sua mente era eccitabile, come dovevano averla quei poeti sognatori dei padri della Chiesa, egli fu subito distratto e commosso dalla grandiosa e serena bellezza della pallida notte.
Nel suo giardinetto immerso in quella dolce luce, gli alberi da frutta allineati disegnavano sul viale, con l'ombra, le loro gracili membra di legno appena rivestito di foglie; e il caprifoglio gigante arrampicato sul muro della casa esalava un olezzo delizioso, come zuccherino, facendo ondeggiare nell'aria tiepida e limpida della sera una sorta di anima profumata.
Respirò profondamente, bevendo l'aria come gli ubriachi bevono il vino, e cominciò a camminare a passi lenti, meravigliato, estasiato, quasi dimentico della nipote.
Appena fu in aperta campagna, si fermò per contemplare la pianura inondata da quella luce carezzevole, immersa nell'incantesimo languido e dolce delle notti serene. I rospi, senza interruzione, lanciavano nell'aria il loro verso corto e metallico, e gli usignoli lontani mischiavano la loro musica che fa sognare senza pensare, musica lieve e vibrante fatta per i baci, alla seduzione del plenilunio.
Don Marignan riprese a camminare, sentendosi quasi mancare senza motivo. Era come improvvisamente indebolito, stremato; aveva voglia di mettersi seduto e di star fermo a contemplare, ad ammirare Dio attraverso la sua opera.
In fondo, seguendo le ondulazioni del fiumicello, serpeggiava una lunga fila di pioppi. Un vapore fine e bianco, solcato, tinto d'argento e reso lucente dai raggi della luna, era sospeso intorno e sulle sponde avviluppando il corso tortuoso dell'acqua con una specie di ovatta leggera e trasparente.
Il sacerdote si fermò un'altra volta, pervaso da una commozione crescente ed irresistibile.
Lo prese un dubbio, una vaga inquietudine; sorgeva in lui una di quelle domande che talvolta si poneva.
Perché Dio aveva fatto tutto ciò? Se la notte è destinata al sonno, all'incoscienza, al riposo, all'oblio di tutto, perché farla più bella del giorno, più dolce dell'alba e della sera; e perché quell'astro lento e incantevole, più poetico del sole, che pare destinato, per la sua discrezione, a illuminare cose troppo delicate e misteriose per la luce del sole, perché rendeva le tenebre così trasparenti?
Perché il più bravo degli uccelli cantori non si riposava come gli altri e gorgheggiava nell'ombra inquietante?
Perché quel mezzo velo gettato sul mondo? Perché quei brividi nel cuore, quella commozione nell'anima, quel languore della carne?
Perché un tale sfoggio di seduzioni, che gli uomini non potevano vedere, se dormivano nei loro letti? A chi era destinato un così sublime spettacolo, una simile abbondanza di poesia gettata dal cielo sulla terra?
Don Marignan non capiva.
Ed ecco che in fondo alla prateria, sotto la volta di alberi bagnati di nebbia lucente, apparvero due esseri che camminavano stretti.
L'uomo era più alto, teneva per la spalla la sua compagna e ogni tanto la baciava sulla fronte. Essi animarono d'un tratto l'immobile paesaggio che li circondava come una divina cornice fatta apposta per loro. Parevano un essere solo, a cui quella notte calma e silenziosa fosse destinata; e camminavano in direzione del sacerdote come una vivente risposta, la risposta che il suo Signore dava alle sue domande.
Il sacerdote restò immobile, col cuore che gli batteva forte sconvolto; gli pareva di assistere ad una scena biblica, come gli amori di Ruth e Booz, al compiersi della volontà divina in mezzo a uno di quegli scenari grandiosi di cui parlano i sacri libri. Cominciarono a ronzargli per il capo i versetti del Cantico dei Cantici, le grida ardenti, i richiami dei corpi, tutta la calda poesia del poema ardente d'amore.
«Forse Dio ha creato queste notti per velare con l'ideale gli amori degli uomini», disse tra sé.
E indietreggiò davanti alla coppia allacciata che seguitava a camminare. Eppure era la sua nipote; ma si chiedeva se non avrebbe disubbidito a Dio. Dio non permette l'amore, se lo circonda d'un simile splendore?
Fuggì smarrito, quasi vergognandosi, come se fosse penetrato in un tempio nel quale non aveva diritto d'entrare.

domenica 23 aprile 2017

100 giorni di solitudine e di libertà

Nidaa Badwan ( Abu Dhabi , 17 aprile 1987 ) E un'artista e fotografa emiratina con cittadinanza palestinese .



Sito ufficiale qui .



sabato 22 aprile 2017

In quell'ora prima dell'alba

Non sentiva più cantare gli uccelli dal suo letto che aveva due finestre sul piccolo giardino, un rettangolo verde sul lato nord della casa. Aveva dato la colpa ai doppi vetri che aveva appena installato per ripararsi dagli spifferi, ma forse c'entrava anche un po' di ipoacusia senile. Sta di fatto che la mattina, in quell'ora particolare prima dell'alba, non sentiva più cantare gli uccelli. Solo un cuculo riusciva a forare il silenzio con quel suo cu cu a ritmo sincopato e sospettoso di ogni altro rumore. Era l'unico rumore che si sentiva chiaramente, solo a quell'ora del primo mattino.
Si era attardato a letto pensando a questo isolamento in cui era stato cacciato ed immaginato di vedere il piccolo merlo con il primo piumaggio ancora grigio che tentava i primi brevi voli sul prato, controllato d'appresso dalla madre che lo incoraggiava con un petulante cinguettio. Il cinguettio poi si infittiva ogni volta che si avvicinava un pericolo, si sentiva nel piccolo giardino un rumore improvviso, una porta che sbatteva, il cigolio di una tapparella che si alzava, ma anche il semplice fruscio delle fronde dell'alto pico che frusciavano al vento. Per non parlare di quando irrompeva sul tappeto verde il piccolo cane: con un gran coup de theatre si presentava correndo all'impazzata tra un cespuglio e l'altro e creando un gran scompiglio nel composto piccolo ambiente immerso tra le case e le cascine. La mamma merlo aveva sentito il cane arrivare fin da quando la porta sul lato opposto della casa si era aperta e la padrona aveva fatto uscire il cane in giardino per i suoi bisogni e quello era corso fuori come se fosse stato legato alla catena per giorni, con le orecchie belle dritte sulla testa e con la voglia di creare scompiglio là dietro. Sapeva che erano in corso le esercitazioni di volo e lui faceva la posta a quel merlotto maldestro che al suo arrivo, terrorizzato, si rifugiava timoroso dentro il fitto cespuglio di fior d'arancio. La mamma volava bassa intorno al cane, cinguettando forte, per disturbarlo e fargli capire che doveva star lontano da lì, ma quello cocciuto gironzolava famelico in attesa di un piccolo sbaglio, di un'imprudenza, di un attimo di esitazione. 
Pochi minuti, poi il primo raggio di sole illumina la cima più alta del pino ed allora, come d'incanto, il giardino si zittisce e comincia un'altra giornata.

© G.G. 22 aprile 2017


venerdì 21 aprile 2017

Ricetta per esprimere il volo degli uccelli

Poesia di Nelo Risi
Ricetta per esprimere il volo degli uccelli

Fate a pezzi le gabbie
disfate i roccoli
date fuoco alle panie
miracolate i fringuelli
abolite i richiami e il vischio
seminate il cielo di miglio
forzate i sonni dei musei
con le finestre, e aria
al nibbio impagliato sottovetro
finché s'impenni…
Li guardo volare
ma la parola è rimasta indietro.

Questa poesia proviene da: Poesia di Nelo Risi - Ricetta per esprimere il volo degli uccelli - Poesie di Nelo Risi - Poesie.reportonline.it https://www.poesie.reportonline.it/poesie-di-nelo-risi/poesia-di-nelo-risi-ricetta-per-esprimere-il-volo-degli-uccelli.html#ixzz4erwPcrbL

Pensierino. La parola rimane indietro al volo che rimane inintellegibile per noi inchiodati a terra.


sabato 15 aprile 2017

Pasqua


Io vorrei donare una cosa sola al Signore,
ma non so che cosa.
E non piangerò più
non piangerò più inutilmente;
dirò solo: avete visto il Signore?
Ma lo dirò in silenzio
e solo con un sorriso,
 poi non dirò più niente.

David Maria Turoldo per la Pasqua 1977

giovedì 13 aprile 2017

Il bacio tra i cavalieri

Il Cavaliere Verde e Messer Galvano

Alla corte di Re Artù si presentò (a Capodanno, dopo che l'anno vecchio si fu avviato al suo letto di morte e la vita, superata la sua notte più lunga, cominciava a districarsi dalla stretta della morte invernale) il Cavaliere Verde... Era un uomo di una statura fuori dal comune e completamente verde compresa la corazza che indossava e brandiva una arcaica ascia da guerra.
Entrò nel salone della tavola rotonda e rivolto ai cavalieri lanciò la sua sfida: il cavaliere sfidante avrebbe dovuto con quell'ascia recidere con un sol colpo la testa del cavaliere nero ed in cambio esattamente un anno dopo si sarebbe dovuto lui trovare presso la e offrire il collo all'ascia...
Nessuno tra i cavalieri della Tavola osava alzarsi tanto che lo stesso Re Artù si stava lui stesso offrendo per questa sfida; ma il giovane nipote Messer Galgano lo anticipò accettando lui la sfida del Cavaliere Verde.
Il Cavaliere Verde diete la sua ascia a Messer Galgano che con un sol colpo gli staccò la testa... Il Cavaliere Verde prese la sia testa sotto braccio e ricordò le condizioni della sfida: lo aspettava tra un anno...
Dopo un anno Messer Galvano partì compianto da tutta la corte che pensava di mai più rivederlo. Ma non riusciva a trovare dove fosse la Cappella Verde, nessuno sapeva dove fosse...
Una notte arrivò in un bosco oscuro e dopo aver vagato per ore si presentò davanti a lui un sinistro castello. Era la vigilia di Natale e Messer Galvano bussando al castello chiese se poteva trovare una cappella dove poter assistere alle funzioni per la nascita del Salvatore...
Il castellano era un uomo enorme dall'aspetto spaventoso e la moglie una donna dal fascino incantevole. L'accolsero e, con grande sua sorpresa, gli seppero indicare dove fosse la Cappella Verde: si trovava nel bosco poco distante dal castello. Il castellano invitò Messer Galvano a passare i giorni che mancavano alla fine dell'anno presso il castello.
Dopo cena, davanti al grande camino, il castellano ed il suo ospite fecero una scommessa: qualunque preda avesse preso il padrone di casa il giorno successivo a caccia sarebbe stata del suo ospite e viceversa qualunque conquista dell'ospite sarebbe stata del castellano.
Il giorno dopo il castellano partì all'alba per la caccia al suono dei corni e portando con se una muta di cani; Galvano che se ne stava a letto ricevette la visita della moglie del castellano e si sentì turbato, ma resistette ai suoi impulsi riuscendo a schivare gli attacchi della donna che dovette accontentarsi di dargli un piccolo bacio.
Al ritorno dalla caccia il castellano pose le sue numerose prede sul pavimento del sala del castello dicendo al suo ospite che erano tutte sue chiedendo di dargli quanto convenuto. Galvano imbarazzato diede un bacio al castellano.
Così nei giorni successivi si ripetè la stessa scena solo che il castellano portava sempre meno selvaggina e Galvano 2, 3, 4 e poi 5 baci...
...
La circostanza era resa ancora più aspra dal fatto che questo Galvano giovane e bello aveva una notevole reputazione di amante. " Dimmi almeno " lo implorò la donna " che sei innamorato di qualcun'altra, e che le hai giurato di restarle fedele ". Ma il giovane rispose che non c'era una donna particolare nella sua vita.
Allora ella sembrò cercare attorno un qualche pegno, una cosa che in qualche modo, seppur vago, potesse renderlo un poco suo; e si tolse dal dito un pesante anello, che lo scongiurò di accettare. Ma (li nuovo egli resistette - poiché un anello Ë simbolo della personalità e il dono di un anello comporta la resa del proprio essere. Donare il proprio anello Ë donare un potere, l'autorità di parlare o di agire a nostro nome. Per questo un re affiderà il suo anello al dignitario che ha la facoltà di promulgare gli ordini e di sigillare gli atti in sua vece, e una dama dar‡ il suo anello al cavaliere che Ë il suo cavaliere. Accettare un simile pegno comporta una promessa, una qualche sorta di legame; e Messer Galvano, nella sua qualità di cavaliere della Tavola Rotonda di Re Artù, era molto severo con se stesso riguardo a questo tipo di vincoli.
A quel che sembra, il giovane, in queste sue ultime ore di vita, veniva sottoposto a una prova molto delicata e rivelatrice. Il giorno dopo, all'alba, sarebbe partito per incontrare il Cavaliere Verde e assoggettarsi alla perdita della sua testa. Non gli restava che un giorno, un giorno soltanto in questo momento di fiammeggiante, prematuro tramonto della sua preziosa giovinezza. E se il suo giovane corpo avesse potuto creare una risposta vivente al suo desiderio di vita, ora furiosamente intensificato, non avrebbe potuto inventare nulla di pi˘ desiderabile di questa donna bella, gentile e incalzante che era venuta a lui. Un'ultima volta lo splendore del mondo gli si parava dinanzi, e offriva alle sue labbra un estremo assaggio, relativamente breve ma sontuoso, della vita che avrebbe perduto fin
troppo in fretta. Tuttavia il cavaliere - questo esperto amante di dame nobili e bellissime, per nulla indifferente al loro fascino e alle loro richieste - stava rifiutando il dono, quella coppa di piacere colma fino all'orlo.
...

Per la dama, frustrata da questa situazione, era diventata una sfida: doveva fargli accogliere un dono, un nonnulla che potesse costituire un legame segreto tra loro...
Nell'ultimo incontro Galvano stava per cedere, non sapeva più trovare argomenti per distrarre la dama e l'occhio gli cadde su un piccolo nastro verde che Úe cingeva la vita... La dama accortasi di questo momento di difficoltà e capendo l'imbarazzo del suo ospite si tolse il nastro e con grande insistenza glielo regalò dicendogli che quello era un talismano che l'avrebbe preservato da ogni disgrazia... Galvano alla fine cedette ed alla sera non lo presentÚ al castellano come conquista della giornata, ma lo tenne nel palmo della mano...

...
Il pezzetto di laccio verde non comparve, e la donna, che era stata l‡ in piedi a guardare con ansia, si rilassò con uno sguardo di gioia e di gratitudine.
La mattina dopo uno scudiero accompagnò Messer Galvano alla valle desolata, e quando gli ebbe mostrato il sentiero che conduceva alla Cappella Verde gli consigliÚ caldamente di tornare indietro. Nessuno, disse, era mai ritornato dalla cappella. " Perciò, mio buon Messer Galvano, " disse " lasciate stare quell'uomo. Andatevene in qualche altra direzione e io giuro che manterrò il vostro segreto ". Ma il giovane cavaliere non aveva paura, e con la cintura verde addosso sarebbe senza dubbio sopravvissuto là dove gli altri avevano fallito.
Proseguì solo, e a tempo debito giunse a un lugubre sotterraneo a volta, sprofondato nel terreno, eroso dal tempo e rivestito di muschio, un luogo (li convegno spettrale, desolato e silenzioso. Tirando le redini dinanzi a sè, egli si mise in ascolto; e non ascoltava da molto, quando udì un rumore stridente, come se qualcuno stesso affilando un'ascia, giungere nell'aria invernale dalla riva boscosa sull'altra parte nel torrente. Galvano gridò il proprio nome e annunciÚ il proprio arrivo. Una voce gli rispose che doveva aspettare, e di nuovo si udì quel terribile rumore di un'ascia che veniva affilata. Il suono cessò all'improvviso, e in un istante il mastodontico Cavaliere Verde usci da una grotta e Galvano lo vide scendere lungo la riva.
I saluti furono brevi e formali. Galvano fu condotto sul luogo dell'esecuzione. Seguendo l'esempio dell'anno precedente, stette ad aspettare tranquillamente, col collo chino e pronto, ma al momento dell'avventarsi dell'ascia, istintivamente " si restrinse un poco nelle spalle ". Si potrebbe affermare che questo era un secondo sintomo del lato del suo carattere che lo aveva costretto ad accettare il pezzetto di laccio, ed è interessante notare che, sebbene fosse ora protetto dal talismano (o forse proprio per quello), non poteva accettare del tutto il colpo che lo minacciava.
Il Cavaliere Verde, vedendolo trasalire, trattenne il colpo e rimproverò Galvano per la sua codardia. Il giovane protestò. Non era nella fortunata condizione, dichiarò, di poter recuperare la sua testa nel momento in cui gli fosse caduta. Tuttavia si mise nuovamente in posizione, promettendo che questa volta non avrebbe battuto ciglio.
Il Cavaliere Verde sollevò nuovamente l'ascia. Il fendente cominciava giù a cadere, quando il torreggiante carnefice, vedendo che il cavaliere si manteneva immobile, si interruppe di nuovo, arrestando il fendente delle braccia poderose, e osservò con aria d'approvazione: " Così mi piaci. Ora menerò il colpo. Ma prima togliti il copricapo che ti ha dato Re Artù, così potrò colpirti il collo proprio nel punto giusto
Galvano era esasperato: " Dacci dentro, " gridò " altrimenti penserò che non osi vibrare il colpo ".
" Davvero! " disse il Cavaliere Verde. " La tua ricerca troverà presto la sua ricompensa ".
Sollevò l'ascia per la terza volta, la brandi in alto, la bilanciÚ e la fece ricadere; ma in modo tale che quasi mancò il bersaglio, graffiando solo la pelle col bordo della lama, segnandogli solo il collo con un sottile filo di sangue.
Galvano, appena sentì il colpo, balzò di lato, afferrò veloce le armi e si preparò a combattere. " Sono riuscito a farti fronte! " gridò. " Il pegno era un solo colpo, non di più!
Il Cavaliere Verde sorrideva, appoggiato tranquillamente all'ascia. " Non ti agitare " disse. " Hai ricevuto il colpo che meritavi. Non ti farò più alcun male. Per due volte mi sono trattenuto: quei colpi erano innocui perché per due volte sei stato ai patti e mi hai reso i baci che avevi accettato da mia moglie. Ma la terza volta hai fallito, e perciò ti ho segnato con la mia ascia. La cintura verde che indossi mi appartiene; E' stata fatta da mia moglie per me. Sono stato io a mandartela con le sue lusinghe, i suoi baci e la verde tentazione. So tutto ciò che è accaduto. E tra i cavalieri lei montò Messer Galvano. E' come una perla tra i ceci. Hai fallito, ma solo un poco, quando sei stato messo alla prova per la terza volta; non perché hai voluto indulgere alle tue passioni, tuttavia, ma perché amavi la tua vita e ti doleva di perderla ".
Messer Galvano era avvampato di vergogna. " Siate maledetti, voi due! " gridò. " Paura e Desiderio! Siete i distruttori del valore e dell'eroismo umano ". Togliendosi la cintura fece per restituirla, ma il Cavaliere Verde rifiutò di riceverla. Consolò il giovane eroe, pregandolo di conservare il laccio verde come dono, e poi lo invitò nuovamente ad accettare ospitalità nel castello.
Galvano rifiutò di seguirlo, ma acconsentì a conservare il laccio, che si legò sotto il braccio con un nodo nascosto. Gli avrebbe ricordato per sempre la sua debolezza. E così ritornò incolume alla Tavola Rotonda della corte di Re Artù, dove raccontò la sua storia. I cavalieri tennero conto più dell'eroismo della vittoria che dell'insuccesso, e in memoria del grande evento decisero che avrebbero sempre indossato, d'allora in avanti, un pezzetto di laccio verde.
...

Tratto da Heinrich Zimmer, Il re e il cadavere, Adephi, 1983

lunedì 20 marzo 2017

Il sapore della vita

Si può reagire in tanti modi alla malattia, l'amica Oneglia ha fatto così.
Ha scritto un ricettario con tutte le ricette che ha provato praticamente in questi anni. Il libro di 254 pagine lo puoi scaricare gratuitamente seguendo questo link "Il sapore della vita". Il "supporto psicologico" spesso necessario per affrontare la malattia è un altro degli elementi che ha propiziato la nascita di questo libro ed è per questo che si trova sulle pagine di una psicologa-psicoterapeuta (la figlia di Oneglia). 



Ricetta provata personalmente a casa sua...

CREMA DI ZUCCA E FAGIOLI CANNELLINI AL ROSMARINO

Ingredienti:Per 6 persone. 1 kg di zucca,2 cipolle di Tropea, 1 cucchiaino di timo,1 cucchiaino di maggiorana, 1 cucchiaino di curry, 2 cucchiai di olio di oliva extra vergine, pepe bianco q.b.,500g di cannellini, 2 foglie di alloro, 3 pomodorini, 1 spicchio d’aglio,  2 cucchiai di olio di oliva extra vergine e sale q.b..

Preparazione:       Lavate la zucca sotto l’acqua corrente, tagliatela a pezzetti  (metà  con  la  buccia), mettetela  in una pentola  a pressione  assieme  alle  cipolle tagliate  finemente  (5minuti dal fischio).Schiacciatela con un cucchiaio di legno fino ad ottenere una purea,unite il timo, la maggiorana, il curry, l’olio e il  pepe. La sera  prima  mettete  a  bagno  i fagioli  (12  ore),lavateli  e  cucinateli con l’alloro,i pomodorini, l’aglio e l’olio. Amalgamate gli ingredienti ed aggiustate di sale.  Guarnite il piatto con 1 rametto di rosmarino.

I fagioli cucinati nella pignatta di coccio molisana (“vicino al camino”) sono squisiti.


martedì 14 marzo 2017

Un prete, anzi due, un incontro, un viaggio


Vedo una trasmissione alla RAI e presentano un libro: Si può fare. La scuola come ce la insegnano i bambini di Davide Tamagnini, Editore: la meridiana, Anno edizione: 2016.
L'intervistatrice chiede all'autore (un maestro di scuola primaria), quali siano stati i suoi maestri e lui cita don Gino Piccio che gli ha insegnato il metodo pedagogico di Paolo Freire, l'autore della Pedagogia degli oppressi un testo diventato "mitico" negli anni a cavallo tra il 1960 e 1970.

Ma non è tanto per Freire che mi colpisce, ma è quel don Gino Piccio che mi rimanda indietro alla fine degli anni '60 quando frequentavo d'estate le lande assolate dell'Alto Monferrato. Don Gino aveva creato una piccola comunità che si trovava in una cascina isolata, sulla strada che conduceva da Ottiglio alla Madonna dei Monti, uno dei punti panoramici più belli del Monferrato.



da Wikipedia

Gino Piccio (Cuccaro Monferrato, 12 settembre 1920 – Ottiglio, 10 marzo 2014) entra in seminario a diciotto anni, senza particolari pulsioni religiose, con l'obiettivo di poter studiare ed evitare il conflitto mondiale. Per gravi problemi di salute ha già perso l'uso di un polmone. Grazie ad alcuni assistenti spirituali, tra cui don Primo Mazzolari, sente crescere progressivamente in sé la vocazione. Viene ordinato sacerdote il 29 giugno 1947 e frequenta il gruppo sacerdotale missionario fondato da Mons. Vittorio Moietta (che diventerà vescovo di Nicastro), maturando un interesse verso gli ultimi che lo guiderà nell'impegno sociale. Nel 1960 diventa parroco alla chiesa di Santo Stefano a Casale Monferrato, ma nel 1967 ottiene il permesso di rinunciare definitivamente alla Parrocchia e dedicarsi completamente alla predicazione. Diventa prete operaio (bracciante agricolo in giro per il Piemonte), affitta un modesto locale a Casale e lì allestisce un piccolo cenacolo frequentato dalle anime cattoliche più inquiete.
In seguito al Terremoto del Friuli, nel 1976 la Caritas di Casale Monferrato chiede a Don Piccio di organizzare una squadra di volontari che corra in aiuto alle persone colpite dal sisma. Nel comune di Attimis Don Piccio rimane fino al 1978 coordinando centinaia di volontari che sotto la direzione di un capomastro (unico retribuito) ricostruiscono le case danneggiate dei più poveri[8]. Accanto al lavoro di ricostruzione, svolge attività di socializzazione e di sensibilizzazione con gli abitanti del posto.
Di ritorno dal Friuli, Don Piccio si confronta nuovamente con il metodo Freire. Nasce così il progetto di Verrua Savoia (settembre 1978 - maggio 1980). Il paese agricolo della pianura vercellese vive un progressivo svuotamento della popolazione, dovuto all'apertura di una fabbrica vicino a Chivasso; metà degli abitanti è anziana e l'assistenza sanitaria è il problema più sentito. La reazione provocata dall'applicazione del metodo Freire obbliga l'amministrazione a costruire una casa di accoglienza e a favorire l'installazione di linee telefoniche anche nelle frazioni più lontane dell'abitato.
Dopo il Terremoto dell'Irpinia del dicembre '80 la Caritas si rivolge nuovamente a Don Piccio per organizzare una squadra di volontari. Il sacerdote rimane nel comune di Ricigliano dal 1981 al 1983 con tre obiettori di coscienza al servizio militare a coordinare i volontari provenienti da ogni parte d'Italia. Dopo un anno passato a lavorare a fianco dei paesani, viene proposto agli abitanti di scavalcare le istituzioni (lente e poco interessate ai veri problemi della gente) e chiedere direttamente alla Provincia Autonoma di Bolzano, che si era resa disponibile, di sostenere economicamente l'elettrificazione delle aree rurali del comune. Viene anche coordinata la ricostruzione della chiesa e degli addobbi sacri tramite una gestione pubblica del denaro. Il processo pedagogico avviato, sebbene tra molte contraddizioni e difficoltà, porta risultati concreti positivi nel comune soprattutto per il cambiamento della mentalità di diversi abitanti locali, che nel corso degli incontri organizzati si trasforma da passiva e fatalista in attiva e propositiva. 
Si trasferisce infine a vivere in una cascina nei pressi di Ottiglio dove studia e impara ad applicare il metodo Freire.

Ai suoi funerali celebrati nel duomo di Casale Monferrato, il cardinale Severino Poletto, dinanzi a cinquanta sacerdoti arrivati da ogni parte d'Italia, affermò: «È stato un prete dal carisma particolare, che ha preceduto, come spirito, quello di Papa Francesco che raccomanda a noi sacerdoti di andare nelle periferie, non soltanto come luoghi, ma nelle periferie dello spirito»
Il metodo pedagogico di don Gino è basato soprattutto sul lavoro manuale ed anche io faccio la vendemmia dal vicino di casa di questo strano prete. Una giornata di lavoro a raccogliere uva e portarla con le gerle fino al carro. A mezzogiorno mangio con la famiglia contadina nella povera casa. La moglie porta una fumante zuppiera con la pasta al sugo e il padrone di casa tira fuori, come fosse un prestigiatore, un tovagliolo con piccoli tartufi. Li ha raccolti lui col suo cagnolino da trilola giù tra i pioppeti e i fossi alla base delle colline e mi da una grattata sopra la pasta come fosse la cosa più normale del mondo in questa casa. Non dimenticherò mai quel gesto.

La sera si prega nella "cappella" della cascina: quattro lastre di lamiera ondulata per la messa; all'interno un tabernacolo in ferro, costruito dagli operai con cui lavorava, cinto da una catena spezzata e sulla cui porticina sono saldati tre chiodi, simboli della fatica dell'uomo e dello spirito libero. All'omelia tutti possono parlare e dire la propria.

Con don Gino e altri che si trovavano alla cascina di Ottiglio ho fatto nel 1971 un indimenticabile viaggio che aveva come méta la Scuola 725 di Roma, la scuola messa su un altro prete "scomodo" don Roberto Sardelli tra le baracche dell'Acquedotto Felice a Roma.

Nel 1968 don Roberto Sardella lascia la parrocchia di San Policarpo, nel quartiere Tuscolano a Roma, e va a vivere con i baraccati dell’Acquedotto Felice. Lì don Roberto organizza una scuola, la 725, che prende il nome dal numero civico della baracca che la ospita. Seicentocinquanta famiglie hanno vissuto vicino all’acquedotto fino al 1974, anno in cui il Comune assegnò loro le case popolari.


Mentre si andava Roma su per l'appennino tosco-emiliano, non poteva mancare una visita all'ultimo degli eremiti del Convento di Camaldoli. Ma questa è un'altra storia.


martedì 7 marzo 2017

E chi è questo pupo in vestina?



E chi è questo pupo in vestina?
Ma è Adolfino, il figlio del signor Hitler!
diventerà forse un dottore in legge
o un tenore dell'opera di Vienna?
Di chi è questa manina, di chi,
e gli occhietti, il nasino?
Di chi il pancino pieno di latte,
ancora non si sa:
d'un tipografo, d'un mercante, d'un prete?
Dove andranno queste buffe gambette, dove?
Al giardinetto, a scuola, in ufficio,
alle nozze magari con la figlia del sindaco?
Bebè, angioletto, tesoruccio,
piccolo raggio,
quando un anno fa veniva al mondo
non mancavano segni
nel cielo e sulla terra:
un sole primaverile, gerani alle finestre,
musica d'organetto nel cortile,
un fausto presagio nella carta velina rosa,
prima del parto
un sogno profetico della madre:
se sogni un colombo - è una lieta novella,
se lo acchiappi - giungerà a chi hai a lungo atteso.
Toc, toc, chi è?
è il cuoricino di Adolfino.
Ciucciotto, pannolino,
bavaglino, sonaglio,
il bimbetto,
lodando Iddio e toccando ferro,
è sano.
Somiglia ai genitori,
al gattino nel cesto,
ai bambini
di tutti gli album di famiglia.
Beh, adesso non piangeremo mica,
il fotografo farà clic sotto la tela nera.
Atelier Klinger, Grabenstrasse Braunau,
e Braunau è una cittadina piccola,
ma dignitosa,
ditte solide, vicini dabbene,
profumo di torta e di sapone da bucato.
Non si sentono cani ululare
né i passi del destino.
L'insegnante di storia allenta il colletto
e sbadiglia sui quaderni.

Wisława Szymborska, La prima fotografia di Hitler

Pensierino. Chi è ? Uno di noi, uguale a noi. Teniamolo a mente.

domenica 5 marzo 2017

Consigli di lettura (poetica)

COMPAGNIA

Stamattina mi sono svegliato con la pioggia
che batteva sui vetri. E ho capito
che da molto tempo ormai,
posto davanti a un bivio,
ho scelto la via peggiore. Oppure,
semplicemente, la più facile.
Rispetto a quella virtuosa. O alla più ardua.
Questi pensieri mi vengono
quando sono giorni che sto da solo.
Come adesso. Ore passate
in compagnia del fesso che non sono altro.
Ore e ore
che somigliano tanto a una stanza angusta.
Con appena una striscia di moquette su cui camminare.

(Raymond Carver, Orientarsi con le stelle, minimum fax, 2006)


Pensierino. Cosa mi attira di questa poesia piana, scontata, pedantemente (fino ad irritare) quotidiana ? Forse proprio questo. 
Tanti ricordano Carver per i suoi deliziosi racconti, ma la sua poesia non è da meno.

martedì 28 febbraio 2017

mercoledì 22 febbraio 2017

Ci sono libri...

Ci sono libri che ritornano periodicamente nella mia vita. Li acquisto, leggo, perdo di vista e poi spariscono chissà dove. Oppure altri che stanno lì ad aspettare che ritorni a ritrovarli e leggere. Ci sono poi dei libri "spaiati" che o sono destinati a rimanerlo in eterno (quasi diciamo) o che improvvisamente si ritrovano. Per il primo caso cito l'esempio di un'edizione dei Vangeli commentata in quattro volumi e due sono spariti nel nulla (forse per miracolo); aveva un libro di poesia di Garcia Lorca, ma quando l'ho comprato non mi ero accorto che era un opera in due volumi ed il secondo mancava. 
Quindi è con grande giubilo che annuncio il ritrovamento su una bancarella di Corsico dei due volumi di poesia di Garcia Lorca nella bella edizione Guanda del 1966.


Ps Ci sono anche libri che ho dovuto abbandonare non per scelta, ma per i casi della vita ed è il capitolo più doloroso. Quando per caso li vedo su una bancarella o in una libreria, mi viene un "tuffo" al cuore, come se rivedessi un caro amico dopo tanti anni di lontananza. 

venerdì 17 febbraio 2017

L'infinito, gli angeli, la scala di Santa Clara e le benedizioni dei campi

Libere associazioni stimolate dalla lettura di Alessandro Borgna, Il tempo e la vita, Feltrinelli.

Parto da Robert Musil, I turbamenti del giovane Torless, Einaudi, 1999. La scoperta (terrorizzante) dell'infinito.

"- L'infinito! -Torless aveva udito l'espressione durante il corso di matematica. Non gli aveva ispirato nessuna idea particolare. Era un termine che ricorreva sovente; ma qualcuno l'aveva inventato per la prima volta e da allora era possibile tenerne conto come di qualcosa di reale e di solido. Era quello che per l'appunto che ricorreva nei calcoli; Torless non aveva cercato mai più in là.
E adesso, di colpo, gli balenò che in quella parola v'era qualcosa di terribilmente inquietante. Gli sembrava un concetto addomesticato, con il quale lui aveva combinato ogni giorno i suoi piccoli trucchi; e adesso ad un tratto era scatenato. Qualcosa di al disopra della ragione, qualcosa di selvaggio e di distruttivo era stato una volta addomesticato da qualche ingegnosa operazione, ma ora s'era destato all'improvviso ed era ridivenuto attivo. Stava lassù, in quel cielo, vivo e minaccioso e sogghignante. Alla fine egli chiuse gli occhi, perché quella vista lo torturava."

Cosa sono gli angeli, se non il collegamento tra terra e cielo. E viene il momento in cui pensiamo di poterne fare a meno. Rainer Maria RilkeL'angelo custode, 1899

Da che l’Angelo mio più non mi veglia,
può libere spiegar, volando, l’ali;
e fendere il silenzio delle stelle.

D'altra parte nel 1907 Rilke in ‘Angelo della Meridiana’ , una lirica inclusa in ‘ Nuove Poesie ’ scrive:
“ Angelo tu di pietra, che ne sai del nostro umano vivere nel mondo?”


Eppure
(da un  abbozzo di mio racconto)
Aveva guardato la volta dell’abside della piccola chiesa e subito gli era venuta in mente la filastrocca snocciolata dalle mamme per far dormire i bambini 
Oh Santa Clara,
prestem la vostra scara
da 'ndà in paradis
a truà ul San Diunis.
San Diunis l'è bel e mort
ghe nessün de fagh ul corp,
gh'era i Angel che cantavan,
la Madonna la suspirava,
ul Bambin in ginugiun.
Uh che bella uraziun!
Chi ca la sa e chi ca la dis
andaren in paradis,
chi ca la sa, chi la dis minga
andaran sempar a l'infernu! 
Chiesa di San Pietro, Buscate

L’angelo dell’affresco era lì sulla sua scala puntata verso il cielo azzurro che guadava giù come ad invitare a salire ritardatari fedeli. Ma i fedeli sotto seduti sulle panche erano immersi in tutt’altri pensieri, il cielo azzurro era estraneo alla loro vita e guardavano il cotto segnato dal tempo del pavimento. I vecchi ricordavano che alla chiesetta si andava in processione dalla parrocchiale per le rogazioni a marzo proprio per invocare la fertilità dei campi e la pioggia nell’arida pianura sassosa era una mamma. Quel cielo azzurro non prometteva di certo neanche una goccia d’acqua ed il contadino non veniva in chiesa per vederselo lì bello terso ed azzurrino, quando aveva da maledirlo ogni giorno quello vero che implacabile stava sulla sua testa.
Il prete, incurante del cielo, recitava con la sua solita cantilena e i fedeli biascicavano le risposte alle sue invocazioni pensando ai propri campi di grano e meliga ed al cielo che incombeva su tutto. 
A folgore et tempestate
Libera nos Domine
A peste, fame et bello
Libera nos Domine
 …
La prima processione si svolgeva il 25 Aprile e le altre la settimana che precedeva l’ascensione. All’alba per tre giorni consecutivi (partendo dal Lunedì) si partiva dalla chiesa parrocchiale. La méta erano i campi verso la Miorina (a Nord), passando da San Pietro fino al Brughé (Est), lo Stallone (Sud), e Santa Maria (Ovest). Come a voler segnare il territorio si benedicevano i quattro punti cardinali.

Processione a Buscate, 1928



lunedì 13 febbraio 2017

Olive Kitteridge

"Mi sconcerta questo mondo, ma ancora non voglio lasciarlo". Ultima frase della miniserie intitolata Olive Kitteridge trasmessa nel 2014 sul canale HBO, diretta da Lisa Cholodenko e basata sull'omonimo romanzo del 2008 di Elizabeth Strout.


Protagonista della miniserie è l'attrice Frances McDormand, affiancata da un cast che comprende Richard Jenkins, Bill Murray, Zoe Kazan, Rosemarie DeWitt, John Gallagher Jr. e Peter Mullan.

Pensierino. Mi ritrovo nel caratteraccio della protagonista Olive, nella sua ironia al vetriolo, nelle sue malinconie e rimpianti (raramente il marito le strappa un sorriso appena accennato). Invidio la sua schiettezza ruvida e diretta, la forza e la determinazione con la quale affronta la vita. Vive accanto ad un marito che respinge come un muro di gomma la sua apparente gelida freddezza e la ricambia di un amore incondizionato. Lui (il marito) crede ci siano buone persone, lei (la moglie) ne dubita e diffida di tutti. Eppure alla fine riescono ad amarsi a loro modo. Grazie a Francesca che mi ha "passato" il dvd con questa bellissima storia.

mercoledì 1 febbraio 2017

Quando siamo in esilio

Quando siamo in esilio

Quando siamo in esilio, o abbiamo cambiato casa, o siamo stati sradicati dalla nostra patria, non si modifica solo il tempo interiore, il tempo vissuto, ma anche lo spazio vissuto: il modo di vivere e di sentire lo spazio. Nel paese straniero, ma anche nella nuova casa, il linguaggio delle cose, il linguaggio del paesaggio, si trasformano profondamente. Quelle terre, e quegli orizzonti, che hanno dato un senso ai viaggi e alle vacanze, si fanno estranei ed insignificanti quando abbiano ad essere luoghi di esilio. Spazio e tempo, drasticamente mutati nella loro forma e nelle loro risonanze emozionali, si fanno categorie inquietanti e stranianti: portatrici di solitudine e di silenzio. Il mondo, in cui si è esiliati, o sradicati, è contrassegnato dalla estraneità e dalla inconoscibilità. Non ci riconosciamo più in questo tempo e in questo spazio, in questo silenzio e in questo paesaggio, in questi ghiacciai dell'anima e in questo fiammeggiare dell'angoscia, in queste cifre nascoste e illeggibili di una realtà che è divenuta così estranea; e la perdita della patria, ma anche la perdita della  casa in cui si abitava con la sua storia e le sue memorie, si accompagnano a inquietudini e a smarrimenti che lasciano ferite non sempre rimarginabili.

Eugenio Borgna, Il tempo e la vita, Feltrinelli, 2015, p. 76

Pensierino. Da tempo ho scelto di essere uno "sradicato" e le ferite continuano a sanguinare.



venerdì 27 gennaio 2017

Storie di famiglia

Mio nonno Guglielmo (1888-1949) era un imprenditore conciario: dopo aver fatto diversi anni di lavoro a Milano in conceria, ha deciso, con suo padre Carlo, di mettere su una piccola conceria al mio paese. Erano stufi, dicevano, di vedere un sacco di ruberie nell'azienda dove lavoravano. 
La nuova attività si era specializzato nella produzione di pelli per guanti e pellicciotti in lana per l'imbottitura di cappotti. L'organico di questa piccola attività era formato da tre operai, mio nonno e suo padre che lavoravano da mattina a sera. Il lavoro era prevalentemente manuale e consisteva nella trattamento di calce e solfuro in fossa per la depilazione delle pelli e poi la concia al tannino- Le pelli venivano messe ad asciugare all'aperto su trespoli di legno.


In più mio nonno curava sia l'acquisto delle pelli (si andava allora sotto i portici di Piazza dei mercanti a Milano il Sabato) che la vendita del prodotto finito.
Economicamente se la passava bene, mio nonno, e trovava il tempo per quello che era sempre stato il suo hobby: la musica. Infatti era oltre che un buon organista anche un direttore di corali (dirigeva quella del mio paese e di un paese vicino), ma non disdegnava di andare a suonare il piano sotto lo schermo del Cinema Pozzi di Busto Arsizio per accompagnare le pellicole mute.

Un giorno a casa si presenta un pittore e gli propone l'acquisto di un suo ritratto ad olio. Mio nonno è stupito, non ha commissionato nessun ritratto, ma, evidentemente lusingato, accetta di acquistarlo. Ora il quadro è in bella vista nel mio studio insieme ai ritratti di altri avi (i nonni di mio padre). Non è un "capolavoro", ma un ricordo di un nonno che non ho mai conosciuto se non dai racconti famigliari. 


giovedì 26 gennaio 2017

A mezz'acqua

Essere a mezz'acqua, come il tronco nella palude.
Non è galleggiare, non affondare.
Sospesi in un volo incatenato.


lunedì 23 gennaio 2017

Parlava instancabilmente


Applicabile senza dubbio a molti post su FB e Twitter.
"E per quanto Clara avesse poco da dire su di sé, ne parlava instancabilmente". 
Roberto Bolano, Chiamate telefoniche, Adelphi, p. 202.





Pensierino. E' la nuova "bulimia da parole e immagini" che invade il web. Come ha scritto Umberto Eco i social “hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli”. E, per carità, ho la mia quota di imbecillità anch'io. Ma sto provando a curarmi, almeno.


sabato 21 gennaio 2017

La serenità (breve) era possibile,

Vivere con Tony, ricorda Anne, era come vivere su una nave che solcava un mare liscio come una tavola. Fuori ogni giorno scoppiava una tempesta, la gente viveva sotto la minaccia di un terremoto personale, tutti parlavano di catarsi collettiva, ma lei e Tony si erano infilati in un cantuccio dove la serenità era possibile. Breve, dice Anne,  ma possibile.

(Roberto Bolano, Chiamate telefoniche, Adelchi,  2012. Dal racconto Vita di Anne Moore).

Pensierino. In attesa di quel attimo mi godo la tempesta. 

giovedì 19 gennaio 2017

La mitologia prima di Omero

Il mito Pelasgico della nascita del mondo in Robert Graves, I miti greci, Longanesi.

All'inizio Eurinome, Dea di Tutte le Cose, emerse nuda dal Caos e non trovò nulla di solido per posarvi i piedi: divise allora il mare dal cielo e intrecciò sola una danza sulle onde.
Sempre danzando si diresse verso sud e il vento che turbinava alle sue spalle le parve qualcosa di nuovo e di distinto; pensò dunque di iniziare con lui l'opera della creazione. Si voltò all'improvviso, afferrò codesto Vento del Nord e lo soffregò tra le mani: ed ecco apparire il gran serpente Ofione.
Eurinome danzava per scaldarsi, danzava con ritmo sempre più selvaggio finché Ofione, acceso di desiderio, avvolse nelle sue spire le membra della dea e a lei si accoppiò. Ora il Vento del Nord, detto anche Borea, è un vento fecondatore; spesso infatti le cavalle, accarezzate dal suo soffio, concepiscono puledri senza l'aiuto di uno stallone. E così anche Eurinome rimase incinta.
Subito essa, volando sul mare, prese la forma di una colomba e, a tempo debito, depose l'Uovo Universale. Per ordine della dea, Ofione si arrotolò sette volte attorno all'uovo, finché questo si schiuse e ne uscirono tutte le cose esistenti, figlie di Eurinome: il sole, la luna, i pianeti, le stelle, la terra con i suoi monti, con i suoi fiumi, con i suoi alberi e con le erbe e le creature viventi.
Eurinome e Ofione si stabilirono sul Monte Olimpo, ma ben presto Ofione irritò la dea perché si vantava di essere il creatore dell'Universo. Eurinome allora lo colpì alla bocca con un calcio, gli spezzò tutti i denti e lo relegò nelle buie caverne sotterranee.
Commento. Prima di Omero i miti più antichi (che si conoscono) ci presentano la nascita del mondo con protagonista Eurinome "colei che abita le ampiezze" o "colei che regna sugli spazi". Come per il Ramo d'oro di James Frazer, anche le "ricostruzioni" dei miti di Robert Graves sono molto contestate, ma rappresentano a loro volta una "mitologia" nella ricerca antropologica.


lunedì 16 gennaio 2017

Il confine tra amore e disamore

Il confine tra amore e disamore è una linea sottilissima.
Lì si raggiungono temperature glaciali.

sabato 14 gennaio 2017

Spaura allor questo deserto



...
Quando novellamente
nasce nel cor profondo
un amoroso affetto,
languido e stanco insiem con esso in petto
un desiderio di morir si sente:
come, non so: ma tale
d’amor vero e possente è il primo effetto.
Forse gli occhi spaura
allor questo deserto: a se la terra
forse il mortale inabitabil fatta
vede omai senza quella
nova, sola, infinita
felicità che il suo pensier figura:
ma per cagion di lei grave procella
presentendo in suo cor, brama quiete,
brama raccorsi in porto
dinanzi al fier disio,
che già, rugghiando, intorno intorno oscura.
...

Giacomo Leopardi

Pensierino. Quel verbo "spaurare" ci appare come una paura ingigantita che porta allo sgomento ed è il sentimento che prevale quando si scopre il deserto dei sentimenti.

martedì 10 gennaio 2017

Esprimere l'inafferrabile

Questo pensiero di Carl Gustav Jung contenuto in Psicologia e alchimia è stato (per me, almeno) illuminante: richiama alla "complessità" che è sempre unione di contrapposti. Ciascuno dei due estremi, preso per conto proprio, sarebbe "debole". Il paradosso e il mito sono le cose che svelano il "profondo" e immutabile che sta in tutti noi. (Sintesi forse un po' brutale, ma perdonerete).



Gli obiettori, particolarmente di parte cristiana, per i quali è impossibile che le enunciazioni più contraddittorie siano vere, devono tollerare a loro volta le seguenti domande: Uno è forse uguale a tre? Com 'è che tre può esser uno? Una madre può esser vergine? E così via. Non ci si è ancora accorti che tutte le enunciazioni religiose contengono contraddizioni logiche e asserzioni impossibili per principio, anzi, che proprio questo costituisce l'essenza delle asserzioni religiose? Tertulliano ha ben ammesso (De carne Christi, n. 5): “E morto è il figlio di Dio, ciò che è credibile proprio perché è assurdo. E sepolto è risorto: ciò che è certo perché è impossibile." Se il cristianesimo invita a credere a tali contraddizioni, non può, mi sembra, disapprovare chi dia diritto d'esistenza a qualche altro paradosso in più. Stranamente il paradosso appartiene ai beni spirituali più preziosi; l'univocità invece è segno di debolezza. Per questa ragione una religione impoverisce nel suo intimo quando perde o diminuisce i suoi paradossi; se invece li aumenta, diventa più ricca, poiché solo il paradosso è capace di abbracciare, anche se soltanto approssimativamente, la pienezza della vita; mentre ciò che è univoco, che non ha contraddizioni, è unilaterale, e quindi inadatto a esprimere l'inafferrabile.

domenica 8 gennaio 2017

Senza confettura di ciliege



Ormai da quindici anni, ogni 5 settembre, i miei vecchi fanno i bagagli e vanno, carichi di un mucchio di cose inutili, a passare quindici giorni a Herceg Novi. Mio padre non sopporta il mare, mia madre non ne è troppo entusiasta, ma là possono, seduti su una panchina sulla riva, contemplare a lungo, quando cala la sera, l’isola di Manula dove il loro figlio maggiore, Ešo, fu fucilato il 16 luglio 1942. Io sono certo che mia madre porta in un barattolo un po’ di confettura di ciliege. Ešo ne rubava sempre in cucina. Così i miei vecchi, nel crepuscolo a Herceg Novi, fissano con lo sguardo il punto che fu il suo ultimo soggiorno terrestre. Turismo orribile quello della tristezza. Io non lo auguro a nessuno!

1973

Izet Sarajlic


Pensierino. "Turismo orribile quello della tristezza", vero. Per i genitori del poeta è una tristezza condivisa, in qualche modo se ne porta il peso in due. Forse. Quando la tristezza ti prende da solo è insopportabile. Non c'è nessuna confettura di ciliege a portata di mano.

martedì 3 gennaio 2017

La porta chiusa

C'è sempre una porta chiusa
Dentro noi.
Bussiano tutta la vita
Sperando che qualcuno apra.
Ma la chiave c'è e l'abbiamo in tasca
E non sappiamo di averla.