Quante ombrose dimore hai già sfiorato,
anima mia, senza trovare asilo:
dal sogno rifluivi alla memoria.
da memoria tornavi a essere sogno,
per via ti sorprendeva la bufera.
...
domenica 11 maggio 2008
Francesco Petrarca, Canzoniere, Canzone 236
Le città son nemiche, amici i boschi,
a'miei pensier', che per quest'alta piaggia
sfogando vo col mormorar de l'onde,
per lo dolce silentio de la notte:
tal ch'io aspetto tutto 'l dí la sera,
che 'l sol si parta et dia luogo a la luna.
Deh or foss'io col vago de la luna
adormentato in qua' che verdi boschi,
et questa ch'anzi vespro a me fa sera,
con essa et con Amor in quella piaggia
sola venisse a starsi ivi una notte;
e 'l dí si stesse e 'l sol sempre ne l'onde.
a'miei pensier', che per quest'alta piaggia
sfogando vo col mormorar de l'onde,
per lo dolce silentio de la notte:
tal ch'io aspetto tutto 'l dí la sera,
che 'l sol si parta et dia luogo a la luna.
Deh or foss'io col vago de la luna
adormentato in qua' che verdi boschi,
et questa ch'anzi vespro a me fa sera,
con essa et con Amor in quella piaggia
sola venisse a starsi ivi una notte;
e 'l dí si stesse e 'l sol sempre ne l'onde.
venerdì 9 maggio 2008
Il nuovo ed il vecchio
Pareti imbiancate
vetri lavati col vetril
pavimento di parquet scopato e trattato con cera
quadri rimessi alle pareti (che belle le incisioni dei disegni di Landonio)
letto rifatto con lenzuola spesse ed un po' ruvide di chissà quale corredo...
tutto pare nuovo.
Ora posso mettermi a letto, vecchio.
vetri lavati col vetril
pavimento di parquet scopato e trattato con cera
quadri rimessi alle pareti (che belle le incisioni dei disegni di Landonio)
letto rifatto con lenzuola spesse ed un po' ruvide di chissà quale corredo...
tutto pare nuovo.
Ora posso mettermi a letto, vecchio.
mercoledì 7 maggio 2008
Franco Marcoaldi, Il tempo ormai breve
Il guanto
Al banco del bar della stazione
giace, abbandonato, un guanto.
E la mano che ne era proprietaria?
Prevarrà il freddo fisiologico
o un più glaciale sentimento di rimpianto?
Al banco del bar della stazione
giace, abbandonato, un guanto.
E la mano che ne era proprietaria?
Prevarrà il freddo fisiologico
o un più glaciale sentimento di rimpianto?
Rubone sul Naviglio Grande, Bernate Ticino
martedì 6 maggio 2008
Silenzio
Ci sono tanti silenzi:
c'è il silenzio del risentimento
il silenzio del ripensamento
quello dell'attesa
del riposo
estatico di fronte alla natura
terrorizzato di fronte all'incognito
della preghiera solitaria
di dio
c'è il silenzio tra gli amanti
e quello tra chi non si ama più
della lontananza
della troppa vicinanza
c'è chi rimpiange il silenzio di una volta
chi è terrorizzato dal silenzio di questa notte
chi cerca quello interiore
chi scopre con sgomento il proprio
c'è chi pensa che è il nostro futuro
chi il passato che non torna.
Ci sono tanti silenzi
basta scegliere il proprio
c'è il silenzio del risentimento
il silenzio del ripensamento
quello dell'attesa
del riposo
estatico di fronte alla natura
terrorizzato di fronte all'incognito
della preghiera solitaria
di dio
c'è il silenzio tra gli amanti
e quello tra chi non si ama più
della lontananza
della troppa vicinanza
c'è chi rimpiange il silenzio di una volta
chi è terrorizzato dal silenzio di questa notte
chi cerca quello interiore
chi scopre con sgomento il proprio
c'è chi pensa che è il nostro futuro
chi il passato che non torna.
Ci sono tanti silenzi
basta scegliere il proprio
lunedì 5 maggio 2008
Guittone d'Arezzo, "Oimè, lasso, com'eo moro pensando"
Oimè, lasso, com'eo moro pensando,
gioia, di voi ver me fatta noiosa!
Perch'eo non so veder como né quando
eo v'affendesse fior d'alcuna cosa.
Ch'al comenzar, gioiosa gioi, ch'amando
ve demostrai de me fed'amorosa,
voi foste dolce ver di me, sembrando
de darmi gioi in voi sempre gioiosa.
Or non degnate pur de farvi loco
unde vo veggia, crudel morte mia,
che faite me pregiar la vita poco,
e dire: morte, per pietate, sia
guerenz'a me di sì cocente foco,
che m'aucide vivendo mille via.
gioia, di voi ver me fatta noiosa!
Perch'eo non so veder como né quando
eo v'affendesse fior d'alcuna cosa.
Ch'al comenzar, gioiosa gioi, ch'amando
ve demostrai de me fed'amorosa,
voi foste dolce ver di me, sembrando
de darmi gioi in voi sempre gioiosa.
Or non degnate pur de farvi loco
unde vo veggia, crudel morte mia,
che faite me pregiar la vita poco,
e dire: morte, per pietate, sia
guerenz'a me di sì cocente foco,
che m'aucide vivendo mille via.
sabato 3 maggio 2008
Franco Marcoaldi, Il tempo ormai breve
Che dici? Se ti abbraccio forte
forte, ho qualche chance in più
di scampare alla morte?
Nota a margine (che non spiega la poesia). L'amore non fa scampare dalla morte, rimane l'abbraccio (forse). Tutto è precario e relativo se vediamo la prospettiva dalla parte del nostro destino biologico. Perché dunque esitare in quell'abbraccio? E' l'attimo, ora, che ci trova vivi, perché non coglierlo? Forse perché guardiamo sempre altrove anche quando stringiamo forte forte l'altro, anzi, a volte pensiamo che l'altro ci impedisca quasi di vedere oltre. Ma non è così: ci facciamo sopraffare dalla pietà per noi stessi. L'altro non c'entra, non limita il nostro guardare, potrebbe farci notare anzi nuovi particolari e comunque, anche se non parlasse, è lui stesso in attesa come noi. Tutti e due non scampiamo alla morte. Perché dunque non abbracciarci, ancora più forte?
forte, ho qualche chance in più
di scampare alla morte?
Nota a margine (che non spiega la poesia). L'amore non fa scampare dalla morte, rimane l'abbraccio (forse). Tutto è precario e relativo se vediamo la prospettiva dalla parte del nostro destino biologico. Perché dunque esitare in quell'abbraccio? E' l'attimo, ora, che ci trova vivi, perché non coglierlo? Forse perché guardiamo sempre altrove anche quando stringiamo forte forte l'altro, anzi, a volte pensiamo che l'altro ci impedisca quasi di vedere oltre. Ma non è così: ci facciamo sopraffare dalla pietà per noi stessi. L'altro non c'entra, non limita il nostro guardare, potrebbe farci notare anzi nuovi particolari e comunque, anche se non parlasse, è lui stesso in attesa come noi. Tutti e due non scampiamo alla morte. Perché dunque non abbracciarci, ancora più forte?
J.L. Borges, Sogno
Se il sonno fosse (c'è chi dice) una
tregua, un puro riposo della mente,
perché, se ti si desta bruscamente,
senti che t'han rubato una fortuna?
Perché è triste levarsi presto? L'ora
ci deruba d'un dono inconcepibile,
intimo al punto da esser traducibile
solo in sopore, che la veglia dora
di sogni, forse pallidi riflessi
interrotti dei tesori dell'ombra,
d'un mondo intemporale, senza nome,
che il giorno deforma nei suoi specchi.
Chi sarai questa notte nell'oscuro
sonno, dall'altra parte del tuo muro?
tregua, un puro riposo della mente,
perché, se ti si desta bruscamente,
senti che t'han rubato una fortuna?
Perché è triste levarsi presto? L'ora
ci deruba d'un dono inconcepibile,
intimo al punto da esser traducibile
solo in sopore, che la veglia dora
di sogni, forse pallidi riflessi
interrotti dei tesori dell'ombra,
d'un mondo intemporale, senza nome,
che il giorno deforma nei suoi specchi.
Chi sarai questa notte nell'oscuro
sonno, dall'altra parte del tuo muro?
giovedì 1 maggio 2008
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