lunedì 9 novembre 2015

Granellini sparsi

"Ho paura, e non so di che: non di quello che mi viene incontro, no, perché in quello spero e confido. Del tempo ho paura, del tempo che fugge così in fretta. Fugge? No, non fugge, e nemmeno vola: scivola, dilegua, scompare, come la rena che dal pugno chiuso filtra giù attraverso le dita, e non lascia sul palmo che un senso spiacevole di vuoto. Ma, come della rena restano, nelle rughe della pelle, dei granellini sparsi, così anche del tempo che passa resta a noi la traccia"
Antonia Pozzi

Sopra il nudo cuore. Fotografie e film di Antonia Pozzi: una grande mostra dedicata a una delle più alte voci della letteratura novecentesca, una poetessa ancora tanto da scoprire di cui saranno svelati soprattutto passione e talento per la fotografia. Spazio Oberdan di Milano ospita la poetessa dal 23 ottobre 2015 al 6 gennaio 2016.







Le montagne 
Occupano come immense donne la sera:sul petto raccolte le mani di pietra fissan sbocchi di strade, tacendo l’infinita speranza di un ritorno.Mute in grembo maturano figli all’assente. (Lo chiamaron vele laggiù – o battaglie. Indi azzurra e rossa parve loro la terra). Ora a un franare di passi sulle ghiaie grandi trasalgon nelle spalle. Il cielo batte in un sussulto le sue ciglia bianche.Madri. E s’erigon nella fronte, scostano dai vasti occhi i rami delle stelle:se all’orlo estremo dell’attesa nasca un’aurora e al brullo ventre fiorisca rosai. 
Pasturo, 9 settembre 1937

INFORMAZIONI UTILI

Sopra il nudo cuore. Fotografie e film di Antonia Pozzi
Spazio Oberdan di Milano

a cura di Giovanna Calvenzi e Ludovica Pellegatta

INFO:
T 02.87242114 // www.cinetecamilano.it
SpazioOberdan, tel. 02.7740 6302/6300

ORARI D’INGRESSO
Da martedì a giovedì: 12 – 19.30
Venerdì: 12 – 21.30
Sabato: 12 – 19.30
Domenica 10 – 19.30

MODALITÀ D’INGRESSO:
Biglietto d’ingresso:intero €6,00
Biglietto d’ingresso ridotto per possessori di Cinetessera o studenti universitari o over 65: € 4,00
Cinetessera annuale: € 6,00, valida anche per le proiezioni al MIC – Museo Interattivo del Cinema – e all’ Area Metropolis 2.0 – Paderno Dugnano.


sabato 7 novembre 2015

Ancora scrittori a Trieste: Pahor Boris

Necropoli di Pahor Boris (scrittore triestino di lingua slovena)

Campo di concentramento di Natzweiler-Struhof sui Vosgi. L'uomo che vi arriva, una domenica pomeriggio insieme a un gruppo di turisti, non è un visitatore qualsiasi: è un ex deportato che a distanza di anni è voluto tornare nei luoghi dove era stato internato.

Domenica pomeriggio. Il nastro d'asfalto liscio e sinuoso che sale verso le alture fitte di boschi non è deserto come vorrei. Alcune automobili mi superano, altre stanno facendo ritorno a valle, verso Schimek; così il traffico turistico trasforma questo momento in qualcosa di banale e non mi permette di mantenere il raccoglimento che cercavo. So bene che anch'io, con la mia macchina, faccio parte di questa processione motorizzata, eppure sono sicuro che, vista la mia passata intimità con questi luoghi, se sulla strada fossi solo, il fatto di viaggiare in automobile non scalfirebbe l'immagine onirica che dalla fine della guerra riposa intatta nell'ombra della mia coscienza. 
Lo ammetto, non riesco ad accettare fino in fondo l'idea che questo posto di montagna, cardine del mio mondo interiore, sia visitabile da chiunque; e soffro anche un po' di gelosia: non soltanto perché oggi occhi estranei percorrono uno scenario che fu testimone della nostra anonima prigionia, ma anche perché questi sguardi curiosi (ne sono assolutamente certo) non potranno mai penetrare nell'abisso di abiezione in cui fu gettata la nostra fiducia nella dignità umana e nella libertà personale. 
Ecco che però, giunta da chissà dove, inizia a insinuarsi nel mio animo anche una picciola soddisfazione per il fatto che questa altura dei Vosgi non sia più il terreno segreto di una lontana dannazione consumatasi tutta in se stessa, ma sia diventata un luogo verso cui si dirigono i passi di innumerevoli persone. E queste persone, anche se la loro immaginazione sarà insufficiente per la visita che le attende, riusciranno tuttavia a intuire, attraverso le vie del cuore, l'inconcepibile realtà del destino di quei loro figli perduti. 
Uomini e donne di tutti i paesi d'Europa si radunano qui su questi alti terrazzamenti di montagna, dove il male aveva il sopravvento sul dolore e sembrava capace di imprimere alla consunzione il marchio dell'eternità. Si radunano qui per poggiare il piede su un luogo sacro dove le ceneri dei loro simili, con muta presenza, segnano nella coscienza dei popoli una tappa incancellabile della storia umana. 
© Fazi Editore
Pensierino. La memoria deve essere "coltivata". Magris in una intervista ammetteva di aver avuto notizia del Lager della Risiera di San Sabba molto dopo la fine della guerra. Non era il solo triestino che non sapeva di cosa si stesse consumando nella periferia della città. E questo episodio non era solo imputabile al fatto che i tedeschi, prima di andarsene dalla città, avevano pensato bene di cancellare a suon di dinamite il forno crematorio.  In questa terra di confine i contrasti sono stati violenti e con strascichi dolorosi: repressioni feroci (lager e foibe), pulizie etniche (l'esodo istriano) ecc ecc. Ma tutto nasceva ancora prima con la feroce prima guerra mondiale che qui ha lasciato montagne di morti. 

giovedì 5 novembre 2015

Arrivederci Duino, alla prossima


Che cosa, oggi, ti spinge a tornare
nel giardino che agita il vento inquieto
e appena poco fa scorreva un brivido
do sole ? Vedi come al suo sparire
il verde si fa cupo.
Vieni ! Potessi io come te ignorare
il peso degli alberi.
(Se un albero si abbattesse sul sentiero
dovremmo chiamare uomini per sollevarlo. Cosa è dunque
così pesante al mondo ?)
Scendesti i molti gradini di pietra:
e io udii il rumore dei tuoi passi.
Ora di te neanche più l'eco.
...

Rainer Maria Rilke. Apparizione. Duino, fine gennaio 1912. 

martedì 3 novembre 2015

Dell'andare e del ritornare

Talvolta i luoghi parlano, talvolta tacciono, hanno le loro epifanie e le loro chiusure. Come ogni incontro, pure quello con i luoghi - e con chi ci vive - è avventuroso, ricco di promesse e di rischi. Alcuni luoghi, Venezia o Praga parlano anche al viaggiatore più distratto e ignaro con l'evidenza stessa del loro apparire e della vita che vi si svolge.
Altri si affidano a un'eloquenza indiretta, seducono solo chi li attraversa conoscendo ciò che è avvenuto fra quegli alberi o in quelle strade: la stanza in cui è morto Kafka, a Kierling, dice tante cose ma solo a chi sa che tra quelle pareti ha vissuto le sue ultime ore Kafka e guarda anche le
crepe sui muri in questa luce. Altri luoghi si chiudono in un opaco segreto e l'incontro fallisce; pure il viaggio, come ogni avventura, è esposto alla sconfitta e all'aridità. Ciò avviene perché il viaggiatore - per ignoranza, per superbia, per accidia - non trova la chiave per entrare in quel mondo, il vocabolario e la grammatica per capire quella lingua e decifrare quella cultura. Lo status viatoris che il pensiero religioso attribuisce all'uomo implica pure questa fragilità,
quest'alternanza di gloria e di caduta, la capacità di salvezza unita all'esposizione allo scacco e alla colpa.
Ci sono luoghi che affascinano perché sembrano radicalmente diversi e altri che incantano perché, già la prima volta, risultano familiari, quasi un luogo natio. Conoscere è spesso, platonicamente, riconoscere, è l'emergere di qualcosa magari ignorato sino a quell'attimo ma accolto come proprio. Per vedere un luogo occorre rivederlo. Il noto e il familiare, continuamente riscoperti e arricchiti,
sono la premessa dell'incontro, della seduzione e dell'avventura; la ventesima o centesima volta in cui si parla con un amico o si fa all'amore con una persona amata sono infinitamente più intense della prima. Ciò vale pure per i luoghi; il viaggio più affascinante è un ritorno, un'odissea, e i luoghi del percorso consueto, i microcosmi quotidiani attraversati da tanti anni, sono una sfida ulissiaca.
"Perché cavalcate per queste terre?” chiede, nella famosa ballata di Rilke, l'alfiere al marchese che procede al suo fianco. "Per ritornare” risponde l'altro.
Claudio Magris, L'infinito viaggiare, Oscar Mondadori, 2005


lunedì 2 novembre 2015

Fulvio Tomizza a Trieste

« La mano mi trema come in quel lontano mattino di Pasqua, quando mio padre occupato con le due messe e la benedizione delle uova mandò me, sui dodici anni, a versare l'acquasanta nei quattro cantoni della parrocchia per preservarla dalla grandine estiva. Nella boccetta dell'acqua, battezzata il giorno avanti nella tinozza ai piedi della fonte, aveva aggiunto una lacrima del cero pasquale, un pezzetto di ostia rimasta pane in sagrestia, un filo d'oro strappato al piviale e uno d'argento caduto dalla pianeta. Continuavo a tremare mentre lui in calzoni, coi mustacchi gialli riconsacrava, e per me profanava, l'acqua con la quale ci si segna in fronte. »
(Fulvio Tomizza, Incipit de La miglior vita1977)
Niente di meglio che seguire questo itinerario tomizziano che trovate qui .


domenica 1 novembre 2015

Saba a Trieste

Ho attraversato tutta la città.
Poi ho salita un'erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.

Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un'aria strana, un'aria tormentosa,
l'aria natia.

La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.

Ho attraversato tutta la città,
poi ho percorso una strada in salita,
dapprima affollata, più in là deserta,
che terminava con un piccolo muro:
un cantuccio dove mi siedo,
solo; e mi sembra che nel punto in cui esso finisce,
finisca anche la città.

Trieste ha una sua grazia
scontrosa. Se piace,
è come un ragazzaccio rozzo e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
venato di gelosia.

Da questa salita scopro ogni sua chiesa, ogni sua strada,
se conduce alla spiaggia affollata
o alla collina sulla cui cima rocciosa si
accampa una casa, l’ultima.

Ogni cosa
è circondata
da un’aria strana, tormentosa,
l’aria del paese natio.

La mia città, che è viva in ogni parte, mi
riserva un cantuccio, fatto a posta per me,
per la mia vita meditabonda e solitaria.



Commento. Trieste città di grandi incontri e di grandi solitudini.

Tram Opicina-Trieste

Un consiglio. Arrivare a Trieste dal monte, prendendo il tram che da Opicina scende a Trieste. Si arriva in centro a Trieste (Piazza Oberdan) e ogni mezz'ora si può torna su. Una variante da fare (soprattutto in caso di vento) è fermarsi all'obelisco e prendere (a piedi) la bellissima passeggiata Napoleonica che ci mostra Trieste ed il suo golfo dall'alto (e al riparo dalla Bora).




sabato 31 ottobre 2015

Incontri letterari a Trieste


Passeggiando per Trieste si possono avere dei veri e propri "incontri letterari". La trovata (certamente non originale) di mettere le statue di scrittori lungo le strade della città è un pretesto (riuscito) per dire una cosa molto semplice: la loro opera è presente ancora oggi nella cultura della città. E così al porto canale si può incontrare James Joyce che ha vissuto 9 anni a Trieste a partire dal 1905. Insegnava inglese alla Berlitz School di via San Nicolò ed insegnò l'inglese a Italo Svevo e sua moglie con lezioni private alla sua villa Veneziani. Anche quello fu un incontro letterario: Joyce aveva confidato a Svevo di essere uno scrittore e di avere già al suo attivo alcune pubblicazioni (Chamber Music del 1907, un romanzo, A Portrait of the Artist as a Young Man (o Dedalus) e i racconti Dubliners), mentre Svevo (sconsolato) aveva risposto di aver tentato anche lui la via della scrittura, ma con scarsi risultati (aveva scritto "solo" Una vita e Senilità)...

Joyce scrive a Trieste la sua raccolta poetica Musica da camera

Amata, di quella si dolce prigionia (Musica da camera xxii)

Amata, di quella si dolce prigionia
La mia anima è lieta...
Tenere braccia che inducono alla resa
E voglion esser strette.
Sempre così mi trattenessero,
Felice prigioniero sarei!

Amata, quella notte mi tenta
Che, nel tremante viluppo delle braccia,
In alcun modo gli allarmi
Possano turbarci ma il sonno
A più sognante sonno si sposi e l'anima
Con l'anima giaccia prigioniera.

James Joyce

Da Una vita di Italo Svevo

Non aveva pensato mai al suicidio che col giudizio alterato dalle idee altrui. Ora lo accettava non rassegnato ma giocondo. La liberazione! Si rammentava che fino a poco prima aveva pensato altrimenti e volle calmarsi, vedere se quel sentimento giocondo che lo trascinava alla morte non fosse un prodotto della febbre da cui poteva essere posseduto. No! Egli ragionava calmo! Schierava dinanzi alla mente tutti gli argomenti contro al suicidio, da quelli morali dei predicatori a quelli dei filosofi più moderni; lo facevano sorridere! Non erano argomenti ma desiderî, il desiderio di vivere.
Egli invece si sentiva incapace alla vita. Qualche cosa, che di spesso aveva inutilmente cercato di comprendere, gliela rendeva dolorosa, insopportabile. Non sapeva amare e non godere; nelle migliori circostanze aveva sofferto più che altri nelle più dolorose. L’abbandonava senza rimpianto. Era la via per divenire superiore ai sospetti e agli odii. Quella era la rinunzia ch’egli aveva sognata. Bisognava distruggere quell’organismo che non conosceva la pace; vivo avrebbe continuato a trascinarlo nella lotta perché era fatto a quello scopo.





I venti di Mario Vargas Llosa

 Il protagonista di questo libretto di Vargas Llosa si reca una mattina con l'amico Osorio ad una manifestazione contro la chiusura di u...