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Chissà... A volte i tarocchi ci dicono quello che vogliamo sentirci dire. Una superficie di bellissimi fiori che non ci sono. |
martedì 16 giugno 2020
Chissà se i tarocchi dicono la verità
domenica 7 giugno 2020
Portati per mano verso il caos
Friedrich Durrenmatt nel suo La Promessa (Un requiem per il romanzo giallo) racconta la storia del naufragio della logica poliziesca di fronte ad un grave episodio di assassinio di una bambina nelle campagne della Svizzera dei Grigioni.
Uno scrittore di romanzi gialli si incontra in una conferenza per la presentazione di un suo lavoro con un ex comandante di polizia, il dottor H, col quale di mala voglia condivide un passaggio in auto verso Zurigo. E' il dottor H. che per confutare le tesi dei meccanismi (troppo) perfetti con i quali si costruiscono i "gialli", racconta un episodio che, secondo lui, sconvolgerebbe quella logica.
Prima di svelare la conclusione "fin troppo semplice" il dottor H. sostiene:
Pensierino. Durrenmatt è maestro nel portarci per mano con una logica perfetta come un orologio svizzero (appunto) ad una conclusione che spiazza. La sua logica stringente è in funzione di un immanente irrazionale caos che sovrasta le nostre vite.(bisogna) avere ben chiaro in mente che riusciremo a evitare il naufragio nell'assurdo, che per forza di cose risulta sempre più netto e schiacciante, e a costruirci su questa terra un'esistenza abbastanza confortevole, solo incorporandolo tacitamente nel nostro pensiero. La nostra ragione rischiara il mondo non più dello stretto necessario. Nel bagliore incerto che regna ai suoi confini si insedia tutto ciò che è paradossale. Dobbiamo guardarci dal considerare questi fantasmi come fossero qualcosa "in sé", come se si trovassero fuori dello spirito umano, o, peggio ancora: non commettiamo lo sbaglio di considerarli come un errore evitabile, sbaglio che ci potrebbe indurre a condannare il mondo in una sorta di morale caparbia e dispettosa, qualora tentassimo di imporre una visione perfettamente razionale delle cose, giacché proprio la sua perfezione assoluta costituirebbe la sua menzogna mortale e un segno della peggiore cecità.
Il romanzo è uscito nel 1975 da Einaudi e nel 2005 ripubblicato ne La biblioteca di Repubblica.
domenica 17 maggio 2020
I simboli di una piccola comunità. Il caso del cedro di Buscate
135 anni del cedro del Cimitero. Una storia legata alla nostra comunità.
Premessa. In questi giorni si decide se abbattere o meno un Cedro dell'Himalaya che da 135 anni sta davanti al Cimitero di Buscate in provincia di Milano. Questa è la storia della sua nascita.

Il 3 maggio del 1885 Don Giovanni Battista Ferrari (professore emerito), Parroco di Buscate, inaugura il nuovo Cimitero di Buscate con una gran partecipazione di folla, delle Autorità, delle due Congreghe con le loro cappe nuove e della banda. L’entusiasmo è alle stelle e nel suo discorso il Parroco non lesina complimenti agli amministratori del Comune che lui chiama Estimati (le elezioni avvenivano ancora per censo e votavano solo quelli che avevano un reddito di almeno 19,8 lire di tasse pagate annuali – circa 90 € attuali -). Costoro “non consigliandosi colla parsimonia, che suggerirebbero i tempi, vollero che al bisogno fosse provveduto con buon gusto e larghezza di mezzi”. Il nuovo Cimitero prende il posto di quello ormai insufficiente di Via Villoresi (oggi parchetto delle rimembranze) che ha ospitato cinque generazioni di buscatesi (prima ancora, infatti, il cimitero era vicino a San Mauro). E’ ancora il Parroco che descrive l’opera: “ per ampiezza di spazio, per ben concepito disegno, per soda e corretta esecuzione, non che per ben intesi comparti interni, e per leggiadra disposizione di margini a verde perenne, e di alberi ospitali, che ne allietano l’ingresso (ndr ecco l'accenno ai 4 cedri dell'Imalaya che "fregiavano l'ingresso) è così ben riuscito, che tra i cimiteri rurali, a ben pochi può dirsi secondo”. A ulteriore fregio anche un “facoltoso e munifico proprietario di qui” (indicato in nota come Gaetano Motta), ha costruito un “marmoreo monumento… a pietoso ricordo de’ suoi cari estinti e che, colle sue forme severe, torreggia e sormonta questo recinto e anch’esso vi aggiunge lustro e decoro”.
Il discorso del Parroco è accalorato ed a tratti emozionante, non tralasciando dotte citazioni (non solo bibliche) e stoccate ai “materialisti”. Già i materialisti erano forse quei contadini che proprio in quegli anni cercavano di affrancarsi da una vita miserevole e da contratti agrari da fame.
A loro il Parroco ricorda: “E’ l’uguaglianza finale (ndr nella morte) che rende tollerabile la diseguaglianza sociale, contro cui, dagli imi strati, oggidì più che mai, si freme e tumultua”.
Ma la Boje era già partita nella provincia di Mantova e nel Trevigiano e si stava diffondendo a macchia d’olio nella pianura. Arriverà ben presto anche a Dairago e Villa Cortese il 5 maggio 1889 con la richiesta ai proprietari ("pretesa" la chiamavano Lor Signori) di ridiscutere i contratti. Alla sordità dei proprietari terrieri (tra i quali dobbiamo annoverare anche la Chiesa), la risposta si fa sempre più violenta tanto che ad Arluno è chiamato ad intervenire l’esercito del generale Bava Beccaris, quello che nello stesso mese sparò alla folla a Milano facendo 80 vittime e il giugno successivo fu insignito del titolo di grande ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia dal Re Umberto I e nominato senatore dl Regno. Il 21 e 22 maggio dello stesso anno i moti arrivarono anche a Buscate con l’episodio dei sassi che infrangono le grandi due lanterne davanti alla Villa che diventerà Abbiate e che aveva come proprietario all’epoca proprio quel Gaetano Motta che aveva costruito la tomba di famiglia al cimitero. Il risultato è l’arresto di due “facinorosi” Gaetano Miramonti e Antonio Nava, condannati rispettivamente a 40 giorni e sette mesi di carcere. Il Miramonti sbarcherà poi a Ellis Island il 13/06/1903 (Mi a vo via, p.16): è la sorte di molti “ribelli” che finiranno con l’emigrare per avere una nuova opportunità nella vita lontano dalla miseria.
Per tornare agli alberi “ospitali” che fregiano l’ingresso del Cimitero certamente uno di questi è il cedro dell’Himalaya che campeggia ancora oggi e speriamo lo faccia ancora per secoli.
Non spetta a me dire se questo albero centenario debba essere recuperato dopo i gravi danni subiti, saranno i tecnici ad esprimersi in merito: agli amministratori spetta l’onere di scegliere personale qualificato per questo tipo di analisi. Certamente, come o cercato di spiegare in questo articolo, questo albero è un simbolo per il paese e quando si maneggiano i simboli di una comunità occorre avere molte attenzioni. In passato non abbiamo avuto scrupoli e abbiamo distrutto pezzi della nostra identità (la chiesa di San Mauro, il Municipio, Villa Abbiate): i segni di questa sbrigativa e devastante liquidazione sono ancora ben visibili. Cerchiamo di valutare bene questa volta cosa fare.
Su Buscateblog potete anche leggere il testo integrale del discorso di Giovanni Battista Ferrari
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Un funerale del 1928. Si vedono oltre la cinta ed il cancello d'ingresso del Cimitero i 4 Cedri. Quello più a destra è quello sopravvissuto fino ad oggi. |
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L'entrata del Cimitero e al centro la Cappella Motta |
martedì 12 maggio 2020
Ul spégiu végiu (Il vecchio specchio)
Pensierino. Lo specchio è una grande metafora. Qui la Poesia di Maria Ferrario ne trae altre suggestioni.
domenica 10 maggio 2020
Tradimento

l'acqua chiara.
Appena esci nel sole
tracci un'ombra.
Perciò se invochi dio
ti viene male.
Fabrizia Ramondino, Avvertimento, da Per un sentiero chiaro, Einaudi, 2004
Pensierino. Chissà perché rileggendo questa poesia ho pensato alla trasmissione di ieri sera di Roberto Benigni che raccontava i Dieci Comandamenti.
martedì 5 maggio 2020
Lucenti e rigide come antichissime statue

Passano le vecchie dei casolari vestite di seta cangiante, marrone o verde bottiglia o nera, che noi vedevamo invece sempre infagottate o discinte, con le gambe nodose di varici e i piedi deformi, levati a volte su una pietra a riposare. Passavano vestite dalla testa ai piedi, lucenti e rigide come antichissime statue, depositarie di sapienza, tutrici della terra, dei parti, dell'allevamento dei figli, della cura dei malati e dei pazzi, e custodi delle basilari regole di civile e religiosa convivenza.
Questo capitolo del libro di Fabrizia Ramondino è molto evocativo e come si svolge la festa, prima religiosa, con i suoi riti della processione e benedizione, e poi di festa laica con le bancarelle e i "fuochi" finali, i fidanzati che si appartano, i bambini che sgusciano ovunque, curiosi, mi ha ricordato la mia infanzia e quelle atmosfere, anche se da noi, nella Lombardia di San Carlo, le commistioni tra religione e festa "pagana" erano assolutamente vietate. Eppure, malgrado questa cupezza imposta, c'era comunque un che di gioioso, che apriva al sorriso.
Il libro della Ramondino devo dire che solo a tratti mi ha entusiasmato, in particolare questo capitolo delle feste e gli ultimi del "Ritorno al nord", con il racconto del confronto/scontro con la madre. Lì il racconto si fa nervoso, sincopato, con frasi brevi, flash taglienti di una "normalità" borghese rifiutata. Per il resto la minuziosa descrizione della saga familiare personalmente stufa un po', ma è un giudizio molto sommario.
Rimane un libro da leggere.
Fabrizia Ramondino, Althénopis, Einaudi, ultima edizione 2016
martedì 28 aprile 2020
Amaro Rea
Ho finito di leggere l'amaro libro di Domenico Rea, Pensieri della notte, Dante & Descartes, 2006. Un libro immerso in una Napoli lontana dalle cartoline "basta ca ce sta 'o sole", una città vissuta dai protagonisti esclusivamente di notte, camminando a piedi nei vicoli luridi, visitando per cene luculliane infimi bassi o terrazze affacciate su un mare di antenne tivvù. Rea e gli amici (i professori Igalo e Broell) si aggirano a piedi o di malavoglia con una sgangherata 500, alla ricerca di qualcosa di autentico che ancora si può gustare in questa città trasformata in una metropoli anonima, omologata per gusti ed abitudini e mantenendo, comunque, quell'afrore caratteristico, persistente, dal quale pare non riesca ad affrancarsi.
La città di giorno è invivibile per il traffico caotico, il rumore, una delinquenza sfrontata che non trova alcun argine al suo dilagare, accettata come una calamità naturale.
I vecchi professori parlano di gusti antichi della cucina, del libraio napoletano di Port'Alba dal quale si trovano i libri anche usciti 10 anni fa, delle bellezze della strada per San Gregorio Armeno, dell'impareggiabile camiciaio Struzzo, dei sarti sopraffini Panico Rubinacci e Ciardi. Insomma parlano di un mondo che scompare.
Il prof. Broel alla fine tenta una fuga in un convento immerso nei boschi di Vallechiara, ma scopre che anche lì è arrivata la "modernità" con i suoi eroi (Baudo, la Carrà e Maradona) e quindi se ne ritorna a Napoli concludendo "Pensando a quanto ho visto e sentito soffrirò di meno".
Rimane un libro pieno di un humor amaro. Delizioso.
PS Deliziosi i due gattini Fritz e Look che seguono i nottambuli nelle loro scorribande gastronomiche, ricavandone sempre il loro tornaconto.
PPSS Il Prof. Igalo, manco a dirlo, abita in vico Purgatorio Storto: un nome, un destino.
PPSS Il Prof. Igalo, manco a dirlo, abita in vico Purgatorio Storto: un nome, un destino.
giovedì 23 aprile 2020
Arrivano i barbari
Arrivano i barbari di Costantino Kavafis
Che aspettiamo, raccolti nella piazza?
E perché i senatori siedono e non fan leggi?
così per tempo e sta, solenne, in trono,
alla porta maggiore, incoronato?
sono usciti stamani in toga rossa?
Perché i bracciali con tante ametiste,
gli anelli con gli splendidi smeraldi luccicanti?
Perché brandire le preziose mazze
coi bei caselli tutti d’oro e argento?
a snocciolare i loro discorsi, come sempre?
ansioso? (I volti come si son fatti serii)
Perché rapidamente le strade e piazze
si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi?
Era una soluzione, quella gente.
(Tratto da Poesie, Oscar Mondadori editori, Milano, 1961. A cura di Filippo Maria Pantani.)
Pensierino. Ora che i "barbari" non premono più alle nostre porte, che sarà di noi? Cosa sarà di quelli che avevano tanto confidato in loro per giustificare muri e blocchi navali ?.
Che aspettiamo, raccolti nella piazza?
Perché mai tanta inerzia nel Senato?Oggi arrivano i barbari.
E perché i senatori siedono e non fan leggi?
Perché l’imperatore s’è levatoOggi arrivano i barbari.
Che leggi devon fare i senatori?
Quando verranno le faranno i barbari.
così per tempo e sta, solenne, in trono,
alla porta maggiore, incoronato?
Perché i nostri due consoli e i pretoriOggi arrivano i barbari
L’imperatore aspetta di ricevere
il loro capo. E anzi ha già disposto
l’offerta d’una pergamena. E là
gli ha scritto molti titoli ed epiteti.
sono usciti stamani in toga rossa?
Perché i bracciali con tante ametiste,
gli anelli con gli splendidi smeraldi luccicanti?
Perché brandire le preziose mazze
coi bei caselli tutti d’oro e argento?
Perché i valenti oratori non vengonoOggi arrivano i barbari,
e questa roba fa impressione ai barbari.
a snocciolare i loro discorsi, come sempre?
Perché d’un tratto questo smarrimentoOggi arrivano i barbari:
sdegnano la retorica e le arringhe.
ansioso? (I volti come si son fatti serii)
Perché rapidamente le strade e piazze
si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi?
E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
Taluni sono giunti dai confini,
han detto che di barbari non ce ne sono più.
Era una soluzione, quella gente.
(Tratto da Poesie, Oscar Mondadori editori, Milano, 1961. A cura di Filippo Maria Pantani.)
Pensierino. Ora che i "barbari" non premono più alle nostre porte, che sarà di noi? Cosa sarà di quelli che avevano tanto confidato in loro per giustificare muri e blocchi navali ?.
Lalla Romane e le immagini della sua infanzia

La lettura estetica è contrassegnata da tanti riferimenti alla pittura in particolare francese e rileva la prima grande passione di Lalla Romano per la pittura.
Le foto, che forse per la riproduzione tipografica o per l'intrinseca qualità risultano un po' "impastate" e i particolari che Lalla Romano descrive, alcune volte, sfuggono al lettore. Comunque la scrittrice, pur con tutta la ritrosia che esprime programmaticamente in premessa di questo libro, ci offre una quadro di sentimenti familiari, di rapporti sociali che disegnano efficacemente una famiglia borghese alla vigilia della prima Grande Guerra.
Molto interessante rimane comunque la "lettura" delle foto con una minuziosa descrizione della composizione dei personaggi fotografati, dei vestiti con i loro accessori, dei luoghi (esterni ed interni), delle espressione e posture dei soggetti. Vi è , per dirla con Ronald Barthes, non solo uno "studium" (la descrizione puntuale) della foto ma cercare anche un "punctum" (qualcosa che fa presagire un divenire). Non a caso uno dei capitoli del libro si intitola "ritratti-destini".
giovedì 16 aprile 2020
Pro e contro la fotografia ed il suo uso
Da tempo ho in mente un progetto di un album fotografico familiare che però non sia una semplice raccolta di vecchie foto, ma qualcosa di più. Sarà l'età (freschi freschi i 70 anni) che porta una buona dose di nostalgia. Forse c'è (un po' velato) il desiderio che certe cose rimangano per qualche tempo almeno nella memoria di mio figlio (già i nipoti le avranno scordate).
Naturalmente la prima cosa da fare quando ci si appresta ad una simile impresa è sciogliere qualche piccolo dubbio. Cerco di spiegarmi. In primis cos'è una fotografia, poi cos'è quella fotografia per me, cosa potrebbe dire quella fotografia a chi non ha un rapporto emotivo con quella foto.
Divagazione 1. Di entusiasti e detrattori del mezzo fotografico ce ne sono a schiere: gli entusiasti in genere sono fotografi (più o meno dilettanti o professionali) e anche numerosi scrittori (Jack London, Giovanni Verga, Émile Zola, Lewis Carroll, Allen Ginsberg, August Strindberg, Silvio Perrella e Alessandro Baricco); di detrattori ne cito almeno tre: Italo Calvino (L'avventura di un fotografo), Giovanni Arpino (Contro la fotografia), Ronald Barthes (La camera chiara).
Tutti (entusiasti e detrattori) sono concordi col dire che la foto è un mezzo effimero: poche sono le foto che entrano come dire nell'immaginario collettivo e anche questo immaginario muta sempre più rapidamente tanto che basta un piccolo scostamento temporale o di luogo e tutto cambia.
Divagazione 2 (un po' più lunga). Scrive Ronald Barthes in La camera chiara, Einaudi (p. 69)
E Italo Calvino ne L’avventura di un fotografo, in Amori difficili, Einaudi p. 57
E di nuovo Ronald Barthes in La camera chiara, Einaudi (p.65 Citando Proust, Il tempo ritrovato)
Ecco mi piacerebbe fare un "racconto fotografico" per cercare di dire quello che vedo in alcune fotografie. E' banale?
PS Non ho ancora trovato un libro che devo consultare prima di buttarmi in questa avventura ed è di Lalla Romano, Lettura di un’immagine,
Naturalmente la prima cosa da fare quando ci si appresta ad una simile impresa è sciogliere qualche piccolo dubbio. Cerco di spiegarmi. In primis cos'è una fotografia, poi cos'è quella fotografia per me, cosa potrebbe dire quella fotografia a chi non ha un rapporto emotivo con quella foto.
Divagazione 1. Di entusiasti e detrattori del mezzo fotografico ce ne sono a schiere: gli entusiasti in genere sono fotografi (più o meno dilettanti o professionali) e anche numerosi scrittori (Jack London, Giovanni Verga, Émile Zola, Lewis Carroll, Allen Ginsberg, August Strindberg, Silvio Perrella e Alessandro Baricco); di detrattori ne cito almeno tre: Italo Calvino (L'avventura di un fotografo), Giovanni Arpino (Contro la fotografia), Ronald Barthes (La camera chiara).
Tutti (entusiasti e detrattori) sono concordi col dire che la foto è un mezzo effimero: poche sono le foto che entrano come dire nell'immaginario collettivo e anche questo immaginario muta sempre più rapidamente tanto che basta un piccolo scostamento temporale o di luogo e tutto cambia.
Divagazione 2 (un po' più lunga). Scrive Ronald Barthes in La camera chiara, Einaudi (p. 69)
Così, solo nell'appartamento nel quale era morta da poco, io andavo guardando alla luce della lampada, una per una, quelle foto di mia madre, risalendo a poco a poco il tempo con lei, cercando la verità del volto che avevo amato. E finalmente la scoprii.
Era una fotografia molto vecchia. Cartonata, con gli angoli smangiucchiati, d'un color seppia smorto, essa mostrava solo due bambini in piedi, che facevano gruppo, all'estremità d'un ponticello dì legno in un Giardino d'Inverno col tetto a vetri. Mia madre aveva allora (1898) cinque anni, suo fratello sette. Lui teneva la schiena appoggiata alla balaustrata del ponte, sulla quale aveva disteso un braccio; lei, pii discosta, pit1 piccina, stava di faccia; s'intuiva che il fotografo le aveva detto: «Fatti pini avanti, che ti si veda»; aveva congiunto le mani, tenendole con un dito, come fanno spesso i bambini, con un gesto impacciato. Fratello e sorella, uniti fra loro, io lo sapevo, dalla disunione dei genitori, i quali avrebbero divorziato di li a poco, avevano posato uno accanto all'altra, soli, in mezzo al fogliame e alle palme della serra (era la casa in cui rnia. madre era nata, a Chennevières-sur-Marne).
Osservai la bambina e finalmente ritrovai mia madre, La luminosità del suo viso, la posizione ingenua delle sue mani, il posto che essa aveva docilmente occupato senza mostrarsi e senza nascondersi, la sua espressione infine, che la distingueva, come il Bene dal Male, dalla bambina isterica, dalla smorfiosetta che gioca all'adulta, tutto ciò formava l'immagine d'una innocenza assoluta (se si vuole accogliere questa parola nella lettera della sua etimologia, la quale è “Io non so nuocere”)...
E Italo Calvino ne L’avventura di un fotografo, in Amori difficili, Einaudi p. 57
È il fotoreporter il vero antagonista del fotografo domenicale? I loro mondi si escludono?
Oppure l'uno dà un senso all'altro?» e così riflettendo prese a fare a pezzi le foto con Bice (ndr la fidanzata che l'ha lasciato) o senza Bice accumulate nei mesi della sua passione, a strappare le filze di provini appese ai muri, a tagliuzzare la celluloide delle negati-ve, a sfondare le diapositive, e ammucchiava i residui di questa metodica distruzione su giornali distesi per terra. «Forse la vera fotografia totale, pensò, è un mucchio di frammenti d'immagini private, sullo sfondo sgualcito delle stragi e delle incoronazioni.» Piegò i lembi dei giornali in un enorme involto per buttarlo nella spazzatura, ma prima volle fotografarlo. Dispose i lembi in modo che si vedessero bene due metà di foto di giornali diversi che nell'involto si trovavano per caso a combaciare. Anzi, riaprì un po' il pacco perché sporgesse un pezzo di cartoncino lucido d'un ingrandimento la-cerato. Accese un riflettore; voleva che nella sua foto si potessero riconoscere le immagini mezzo appallottolate e stracciate e nello stesso tempo si sentisse la loro irrealtà d'ombre di inchiostro casuali, e nello stesso tempo ancora la loro concretezza d'oggetti carichi di significato, la forza con cui s'aggrappavano all'attenzione che cercava di scacciarle. Per far entrare tutto questo in una fotografia occorreva conquistare un'abilità tecnica straordinaria, ma solo allora Antonino avrebbe potuto smettere di fotografare. Esaurite tutte le possibilità, nel momento in cui il cerchio si chiude-va su se stesso, Antonino capì che fotografare fotografie era la sola via che gli restava, anzi la vera via che lui ave-va oscura mente cercato fino allora.
E di nuovo Ronald Barthes in La camera chiara, Einaudi (p.65 Citando Proust, Il tempo ritrovato)
Una sera di novembre, poco tempo dopo la morte di mia madre, mi misi a riordinare delle foto.Più modestamente faccio ancora due citazioni: la prima è del grande fotografo Gianni Berengo Gardin che risponde su cosa cerchi ancora dalla fotografia
Non speravo di «ritrovarla », non mi aspettavo nulla da «certe fotografie d'una persona, guardando le quali ci par di ricordarla meno bene di quando ci accontentiamo di pensarla» (Proust). Sapevo perfettamente che, a causa di quella fatalità che è uno degli aspetti piú atroci del lutto, per quanto consultassi le immagini, non avrei mai più potuto ricordarmi i suoi lineamenti (richiamarli interamente a me). No. Conformemente al desiderio espresso da Valéry alla morte della madre, io volevo « scrivere un libretto su di lei, solo per me» (forse un giorno lo scriverà, affinché, impressa, la sua memoria duri almeno il tempo della mia notorietà). Inoltre, quelle sue foto, fatta eccezione per quella che avevo pubblicato, in cui si vede mia madre giovane che passeggia su una spiaggia delle Landes e nella quale «ritrovavo» il suo passo, la sua salute, il suo fascino — ma non il suo volto, troppo lontano —, quelle sue foto non potevo nemmeno dire che le amassi: non mi mettevo a contemplarle, non mi ci perdevo.
Le scorrevo, ma nessuna di loro mi pareva veramente «buona»: nessuna performance fotografica, nessuna risurrezione viva del volto amato. Se un giorno le avessi mostrate a degli amici, dubito che esse avrebbero detto qualcosa.
Il racconto cerco, il racconto. Ci sono due tipi di fotografia che raccontano. Una, chiamiamola alla Cartier-Bresson tra virgolette: una foto unica che però racconti qualcosa. L’altra, il racconto con cento foto, quindi più dilazionato, per fare un libro.La seconda è ancora Roland Barthes:
Così è la Foto: non da dire ciò che dà a vedere.
Ecco mi piacerebbe fare un "racconto fotografico" per cercare di dire quello che vedo in alcune fotografie. E' banale?
PS Non ho ancora trovato un libro che devo consultare prima di buttarmi in questa avventura ed è di Lalla Romano, Lettura di un’immagine,
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martedì 7 aprile 2020
Il miracolo segreto

Il protagonista del racconto è lo scrittore praghese Jaromir Hladìk, ebreo, arrestato nella notte del 19 marzo del 1939 dalla Gestapo, il suo crimine è l'aver firmato un appello contro l'annessione dell'Austria alla Germania. La sua condanna è inevitabile: verrà fucilato alle 9 del 29 marzo 1939. La "giustizia" nazista è velocissima ed implacabile.
Hladìk ha un unico cruccio: non aver abbastanza tempo per riscrivere la sua tragedia I nemici. Gli interessa più la sua fama di scrittore che la sua stessa vita, ma senza tempo non può nemmeno rivedere il suo lavoro.
La sua è una continua lotta con il tempo o l'illusione del tempo che "passa" o non "passa mai". Ingaggia una lotta fatta di sogni e risvegli, di orologi che non smettono il loro ticchettio alla ricerca di un "inceppamento" del tempo, un "ritorno al passato" che lancerebbe un'ombra sul presente ridimensionandolo a semplice illusione. Ed ecco...
Verso l'alba, sognò d'essersi rifugiato in una delle navata della Biblioteca del [il più grande edificio di Praga dopo il palazzo del governo. ndr]. Un bibliotecario dagli occhi neri gli domandò:- Che cerca? - Hladìk rispose: - Cerco Dio -. Il bibliotecario disse:- Dio è in una delle lettere d'una delle pagine d'uno dei quattrocentomila volumi del Clementinum. I miei padri e i padri dei miei padri hanno cercato questa lettera; io sono diventato cieco a cercarla -. Si tolse gli occhiali e Hladìk gli vide gli occhi, che erano morti. Un lettore venne a restituire un atlante. - Quest'atlante è inutile, - disse, e lo dette a Hladìk. Questi lo aprì a caso. Vide una carta dell'India, vertiginosa. Bruscamente sicuro, toccò una delle lettere più piccole. Una voce che veniva da ogni luogo gli disse:- Il tempo per il tuo lavoro t'è stato concesso-. Qui Hladìk si svegliò.
Inutilmente Hladìk nella sua preghiera nella notte della vigilia della fucilazione chiede a Dio un anno di tempo, ma -"il tempo per il tuo lavoro t'è stato concesso"-. E' già mattino, le guardie svegliano Hladìk e lo conducono davanti al protone di esecuzione, ma sono le 8.44 occorre attendere lo scoccare delle 9. In questi 16 minuti Hladìk rivede la sua tragedia da capo a fondo, " non lavorò per la posterità e neppure per Dio, delle cui preferenze letterarie poco sapeva". Rivede tutto e alla fine gli "mancava di risolvere, ormai, un solo aggettivo. Lo trovò..." la scarica di fucilate lo fulmina. Erano le 9.02.
Pensierino. Otto pagine memorabili
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Per una amica
Ti avevo inviato i miei auguri di buon compleanno il 24 agosto. Erano tre anni che non rispondevi, ma continuavo ad inviarti un mio messagg...
-
Si te veco: me veco. Si mme vire: te vire. Si tu parle, c’è l’eco e chist’eco song’i. Si te muove: me movo. Si te sento: me sento. Si ...
-
Il miracolo segreto è uno dei racconti che compone il libro Finzioni di Jorge Luis Borges che in Italia è noto per la traduzione di Franco L...