domenica 29 luglio 2012

Libri da evitare: Pinocchio


Ora la storia di Pinocchio nasce storta. Due vecchietti col parrucchino si contendono un pezzo di legno che parla e si azzuffano come matti salvo, quasi subito, promettersi amicizia eterna. Geppetto (uno dei due) poi ottiene il pezzo di legno parlante e lo modella a suo modo per farne un burattino col quale vorrebbe girare il mondo per guadagnare qualche soldo. Ma è alquanto distratto, perché dimentica di fare a Pinocchio le orecchie, pretendendo poi che quello senta le sue ragioni. Geppetto per di più affibbia questo nome alla sua creatura perché gli ricorda una famiglia di miserabili che “il più ricco chiedeva l'elemosina” e pretenderebbe, ancora, che Pinocchio si lasciasse condurre a questo non invitante destino senza ribellarsi e fuggire. Per fortuna che gli abitanti di quel borgo sono un po' più indulgenti di Geppetto e se devono scegliere tra quel vecchietto bizzarro col parrucchino biondo e il burattino non hanno dubbi. Così è Geppetto a finire in galera ben prima di Pinocchio ed è assolutamente secondario che il falegname sia completamente innocente. Ben gli sta.
Ora c'è da dire che il povero Pinocchio, nel frattempo, ha trovato rifugio a casa del padre-padrone e manco a dirlo vi trova un fastidioso grillo parlante che vuol cominciare a fargli la morale ancora prima di sapere che cosa veramente è successo e per di più a stomaco vuoto. Con tono saccente il grillo sostiene di essere arrivato ben prima di lui in quella casa quasi a volergli ricordare che lui, il burattino, è l'ultimo arrivato, anzi la sua presenza è alquanto indesiderata. Ora cosa poteva fare un burattino di legno tirato fuori ad accettate da un ceppo da ardere da un falegname inetto e pasticcione che lo voleva sfruttare per far soldi girando per le piazze ? Prende un martello e lo tira al grillo saccente che gli sta facendo una inutile paternale e, essendo sfigato, lo prende in pieno sulla testa.
Avete un bel dire che la testa di Pinocchio è piena di segatura, si trova bambino senza aver avuto una infanzia, può camminare e correre senza aver gattonato, si trova a parlare senza aver balbettato. Cosa ci si può aspettare da quella testa piena di cibo per tarli e senza alcuna esperienza di nulla ?
Quando infila una serie sfortuna di incontri ne esce sempre con le ossa rotte.
Ma, se ci pensate bene, nella sua sfiga avreste fatto altrimenti e vi sarebbe capitata miglior sorte ?
Se vi avessero proposto di vendere il noioso abbecedario per entrare in una fantasiosa compagnia di teatro, che avreste fatto ? Vabbè c'era Mangiafuoco a dirigerla, ma questo fa parte della sfiga...
Poi , non appena ha 5 zecchini d'oro in mano, Pinocchio incontra quei due gran filibustieri del Gatto e della Volpe e come può un burattino difendersi dall'ingordigia di quei due ?  L'unica arma che ha Pinocchio sono le sue gambe ed allora fugge e dove ti arriva ? Con tutte le case a disposizione, finisce in quella dei morti viventi abitata da una bambina con i capelli turchini ( i capelli i questa storia sono davvero strambi!). Si può essere più disgraziati ?
No, se pensiamo che oggi la storia maledettamente e noiosamente didascalica di Pinocchio possa funzionare con i nostri figli scafati su tutta la linea, ci sbagliamo di grosso. Possiamo solo sperare che Pinocchio lo leggano dopo, lontani dalla scuola, per puro divertimento e allora, forse...

venerdì 27 luglio 2012

Bhopal ? E chi se lo ricorda ?



Pochi ricordano il disastro di Bhopal che è avvenuto nel 1984 nella città indiana di Bhopal a causa della fuoriuscita di 40 tonnellate di isocianato di metile (MIC), dallo stabilimento della Union Carbide India Limited (UCIL), consociata della multinazionale americana Union Carbide specializzata nella produzione di pesticidi. 

Tutti si ricorderanno che alle Olimpiadi di Londra la Union Carbite è uno degli sponsors più munifici.

La nube formatasi in seguito al rilascio di isocianato di metile, iniziato poco dopo la mezzanotte del 3 dicembre 1984, uccise in poco tempo 2.259 persone e avvelenò decine di migliaia di altre. Il governo del Madhya Pradesh ha confermato un totale di 3.787 morti direttamente correlate all'evento, ma stime di agenzie governative arrivano a 15.000 vittime. 

Una relazione governativa del 2006 asserisce che l'incidente ha causato danni rilevabili a 558.125 persone, delle quali circa 3.900 risultano permanentemente invalidate a livello grave.
Ancora nel 2006, nelle zone interessate dalla fuoriuscita del gas il tasso di morbilità è 2,4 volte più elevato che nelle altre adiacenti.

Si ritiene che i prodotti chimici ancora presenti nel complesso abbandonato, in mancanza di misure di bonifica e contenimento, stiano continuando a inquinare l'area circostante.

[Liberamente riassunto da Wikipedia]

Bhopal, 26 lug 2012. Un gruppo di bambini disabili, che
vive nei pressi dell'industria indiana di Bhopal
hanno partecipato oggi a una manifestazione di
protesta chiamata le Olimpiadi di Bhopal
contro la presenza del gigante dell'industria chimica
Dow Chemical tra gli sponsor dei Giochi Olimpici di Londra.



Gita a Porto Valtravaglia (Lago Maggiore) in quattro foto

Il tempo non si mette bene
Poi si aggiusta e si parte...
Verso la Svizzera
Non sono i Borromeo i veri proprietari dei Castelli di Cannero


mercoledì 25 luglio 2012

Forse il cuore ci resta, forse...E ancora attendi, non so che cosa, mia sperduta...


da GIORNO DOPO GIORNO (Quasimodo)

Forse il cuore

Sprofonderà l’odore acre dei tigli
nella notte di pioggia. Sarà vano
il tempo della gioia, la sua furia,
quel suo morso di fulmine che schianta.
Rimane appena aperta l’indolenza,
il ricordo d’un gesto, d’una sillaba,
ma come d’un volo lento d’uccelli
fra vapori di nebbia. E ancora attendi,
non so che cosa, mia sperduta; forse
un'ora che decida, che richiami
il principio o la fine: uguale sorte,
ormai. Qui nero il fumo degli incendi
secca ancora la gola. Se lo puoi,
dimentica quel sapore di zolfo
e la paura. Le parole ci stancano,
risalgono da un’acqua lapidata;
forse il cuore ci resta, forse il cuore...

Pensierino. Ci sono attese senza speranza. Tanto che si è dimenticato persino l'oggetto dell'attesa o rimane, lontanissimo, come appannato. Eppure sono attese tenaci, proprio per questa loro evanescenza. Il cuore dell'uomo è misterioso.

domenica 22 luglio 2012

L'amore è una cosa che secca

Corrado, un professore di una scuola di Torino, è tra le migliaia di persone che si allontanano dalla città durante i tremendi bombardamenti alleati del 1943. Vicino alla casa in collina dove abita con Elvira e sua madre, ha ritrovato Cate che otto anni prima è stata la sua ragazza. Cate ha un figlio, Dino avuto da non si sa chi e in Corrado si insinua il dubbio che sia suo figlio.
Quando chiedevo a Dino se disegnava ancora, lui alzava le spalle, e dopo un poco mi portava il quaderno. Allora parlavamo di uccelli, di cavallette, di strati geologici. -Perché, - mi chiedevo, - non posso fargli compagnia come prima, quando nemmeno immaginavm questa faccenda?- Se adesso Dino mi accettava senza molto entusiasmo, era perché gli stavo troppo alle costole, perché mi facevo suo padre. Strana cosa, pensai, coi bambini succede come succede con gli adulti: si disgustano a troppo accudirli. L'amore è una cosa che secca. Ma erano amore le smanie dell'Elvira per me, le mie chiacchiere con Dino e il farmi ragazzo per lui? Esistono amori che non siano egoismo, che non vogliano ridurre l'uomo e la donna al proprio comodo? Cate lasciava che facessi, che prendessi il suo posto accanto a Dino, che girassimo i boschi. Ci dava un'occhiata a sera arrivando, impenetrabile, canzonatoria, e ascoltava tranquilla le vanterie di Dino. A volte pensavo che anche lei ci trovasse il suo comodo. Dino imparava e profittava frequentandomi.
Pensierino. Mettiamola così: se l'amore "secca" forse non è amore. Ma come diceva una mia ... (non so come definirla) "odiamo profondamente ed irrimediabilmente una persona per le stesse identiche cose per cui prima l'abbiamo amata perdutamente".

mercoledì 18 luglio 2012

Incontri nel tempo

Vedo a TV2000 un documentario su Cesare Pavese e scopro di aver incontrato lo scrittore in Monferrato, diverse volte, senza saperlo. La casa in collina è la casa dove anch'io ho abitato nelle calde estati di fine anni '60, lui c'era stato nei terribili bombardamenti di Torino durante la guerra (novembre-dicembre del 1942  e poi agosto 1943): gli stessi silenzi, gli stessi paesaggi di colline e vigne e boschi e canneti, la stessa solitudine senza amore. 
Chi conosce il Monferrato ha presente come le colline si riempiono di nebbie, in tutte le stagioni, lasciando spuntare solo le creste dove sono abbarbicati paesi e castelli e cascine. Sembra una metafora della memoria dalla quale, spesso involontariamente, riemergono ricordi favolosi o spaventosi, teneri o lugubri.
Foto di Claudio Penna. Aramengo, basso Monferrato.
Quella solitudine, tremenda, l'ho provata. Non la cercavo. La subivo. Mi pesava. Non aveva il conforto dell'intelligenza, della curiosità, dell'avventura.
Mi trattenevo nel cortile a mangiar frutta o bere un sorso. La vecchia mi offriva il caffè, l'acqua e zucchero. Per poter pagare, domandavo del vino. A quell'ora non venivo lì per Cate, non venivo per nessuno. Se Cate c'era, la guardavo sfaccendare, le chiedevo cosa si diceva a Torino. In realtà mi soffermavo soltanto per il piacere di sentirmi sull'orlo dei boschi, di affacciarmi di lì a poco lassù. Nel sole di luglio, selvatico e immobile, il tavolino familiare, i visi noti, e quell'indugio di commiato, mi appagava il cuore. 
(Cesare Pavese, La casa in collina)
Poi scopro che ho incontrato Pavese anche a Casale Monferrato. Infatti, dopo varie peripezie, Cesare Pavese finisce a Casale Monferrato ospite (clandestino) di un convento. Anche Casale la conoscevo molto bene: i suoi freschi portici d'estate, i suoi bar con i tavolini fuori, le sue pasticcerie favolose e quella coltre di polvere grigia sui tetti che da ragazzo pensavo fosse cemento ed era invece qualcosa di tremendo, una specie di maledizione.
Piazza Mazzini ed i portici di Via Roma. Foto Ian Spackman
Da Casale Pavese saliva con le nipoti in bicicletta fino al Santuario di Crea, percorrendo in lungo rettifilo che passa da Ozzano ed imbocca la Val Cerrina. Crea è un'altra méta delle mie scorribande: salire su alla Cappella del Paradiso era sempre una esperienza emozionante. Dalla terrazza circolare che domina il Santuario si può spaziare sulla pianura vercellese, fino alle montagne. Le colline qui finiscono e davanti hai il "vuoto" della pianura, le sue infinite risaie, gli ordinati pioppeti, il reticolo minuzioso dei suoi canali di irrigazione.
Il Paradiso di Crea
Di ritorno da Crea, Pavese si imbatte in un posto di blocco proprio sulla lunga salita di Ozzano: c'è stato uno scontro a fuoco tra repubblichini e partigiani e ci sono giovani a terra, morti. Non importa molto che abbiano la divisa nera o il fazzoletto rosso al collo: sono giovani accomunati alla morte.

Ecco. Non pensavo di aver incontrato Cesare Pavese sulle colline del Monferrato e invece. Una buona occasione per leggere La casa sulla collina.

sabato 14 luglio 2012

Ecco il cuore com'è


Chiudo la finestra anche se fuori il sole è ancora alto sull'orizzonte, tenui nubi orlate di rosa acceso si allungano verso montagne che non si vedono, coperte come sono da una foschia lattiginosa. Non voglio più vedere, mi irrita la luce, mi infastidiscono quei colori pastello. Meglio la notte e la luce artificiale dentro la stanza.

Poco fa sul Ticino vagavo tra le pietraie del greto, voci lontane di pescatori, aerei incessanti sulla testa che raggiungono Malpensa, pensieri che si confondono con le stradine sconvolte dalla piena. Già perché non c'è nulla di più improbabile di queste strade lungo il corso del fiume: vengono sconvolte da ogni straripamento, si alzano muri di pietre o si accumulano sabbie finissime e bianche e sterpi e fiorirà ogni cosa a primavera tutto tranne i levigati legni degli alberi abbattuti, portati via dalla corrente e spiaggiati qui da chissà quale bosco… Mostruosi grovigli di radici si ergono come monumenti di una natura potente, che sa smuovere questi simboli di una solidità centenaria che parevano fino a poco prima infissi nella terra profondamente, irremovibili, solenni… 
Il fiume ora sembra aver perso la sua forza, fatica a far rotolare qualche pietra, lambisce la riva senza quasi toccarla, leggero. Solo qualche settimana fa ha portato via interi ripari di blocchi di cemento, ha fatto crollare nell'acqua e corroso gli stradini lungo la riva, ha sommerso di pietre boschi e prati. Ancora si vede il segno della sabbia finissima sulla corteccia rugosa delle robinie e le erbe del sottobosco sembrano pettinate da un violento colpo di vento, piegate a terra, come snervate dal disperato tentativo di resistere alla forza dell'acqua.
Nei boschi si trovano ancora pantani dove l'acqua ha stagnato più a lungo ed ora se n'è andata assorbita inesorabilmente dal terreno sciolto di queste campagne. La terra di coltura ed il soffice umus di sottofondo dei boschi sembra sia sparito, slavato via dalla piena ed affiorano pietre ovunque.
Ecco il cuore com'è: come quegli alberi, quelle erbe, come quei ripari di blocchi di cemento, come quegli stradini, come quei pantani, come il terreno dove affiorano solo pietre, come barca affondata…

mercoledì 11 luglio 2012

Come non trovare più i libri

Ho realizzato ormai che il modo migliore per non trovare un libro è metterlo in una libreria ordinato per autore. Basta una lieve disattenzione, si ripone il libro in uno scaffale sbagliato ed il gioco è fatto, non si troverà più. La scorsa settimana mi è capitato con Il ragazzo morto e le comete di Goffredo Parise che avevo consigliato a mia sorella per una sua nuova (ennesima) antologia per la scuola. Il libro sembrava assolutamente sparito ed era, inspiegabilmente, lì dietro l'angolo.


Questa è una sera d'inverno. Prima che il buio e il gelo arrivino nei cortili a tramontana per tutta la notte, Giorgio, Abramo e gli altri ragazzi accendono fuochi con foglie fradice, rami morti e carta raccattata nelle immondizie. Il fumo pieno di umori estivie di erbe aromatiche cammina dentro i cunicoli delle fogne dove il canale s'insinua a trasportare erbe, gatti morti, piccoli involti dal contenuto roseo e informe, spellato dall'acqua.A quest'ora si illuminano le finestre nella soffitta dove abita la famiglia di Abramo. Due grandi stanze dal pavimento di mattoni sono la casa di Abramo; una ha nel mezzo la tavola, ai ganci del soffitto - coperto di giornali e di manifesti, con molte macchie e disegni di umidità - sono appese le pentole di alluminio e la lampadina. L'abbaino è la finestra più grande della casa. Ora vede le stelle, ma a volte la pioggia e in certe notti le eclissi di luna. Nella stanza vi sono i tre letti di ferro spinti fin dove il tetto degrada, un armadio di lamiera, una poltrona di vimini. degli ombrellini da sole; e infine il grammofono a cilindri, l'indimenticabile macchina che non manda più suono ma per un tempo infinito muove e fa girare rotelle lucenti nel buio.
(incipit da Goffredo Parise, Il ragazzo morto e le comete, Adelphi)



Oggi è stata la volta di Montedidio di Erri de Luca che cercavo per una promessa fatta a Giacynta di citare un suo passo: era un proseguimento di un percorso che partiva dai racconti su Napoli di Anna Maria Ortese. Il libro sembra svanito nel nulla, lo troverò tra qualche mese.


“‘A iurnata è ‘nu muorzo,” la giornata è un morso, è la voce di mast’ Errico sulla porta della bottega. Io stavo già là davanti da un quarto d’ora per cominciare bene il primo giorno di lavoro. Lui arriva alle sette, tira la serranda e dice la sua frase d’incoraggiamento: la giornata è un morso, è corta, diamoci da fare. Ai vostri comandi, gli rispondo, e così è andata. Oggi scrivo la prima notizia per tenere conto dei nuovi giorni. Non sto più a scuola. ho fatto tredici anni e babbo mi ha messo a lavorare. E’ giusto, è ora. L’istruzione obbligatoria va fino alla terza elementare, lui mi ha fatto studiare fino alla quinta perché ero malatino e poi così avevo un titolo di studio migliora. Qua intorno i bambini vanno a lavorare pure senza scuola, babbo non ha voluto. Fa lo scaricatore al porto, non ha studiato, solo adesso sta imparando a leggere e scrivere alle lezioni serali della cooperativa degli scaricatori. Parla il dialetto e ha soggezione dell’italiano e della scienza di quelli che hanno studiato. Dice che con l’italiano uno si difende meglio. Io lo conosco perché leggo i libri della biblioteca, ma non lo parlo. Scrivo in italiano perché è zitto e ci posso mettere i fatti del giorno, riposati dal chiasso del napoletano.
(Incipit da Montedidio di Erri De Luca, Feltrinelli)


In compenso andare a grufolare tra i libri cercando qualcosa di gustoso da assaggiare, mi ha fatto riscoprire un vecchio libro di J.J. Van Der Leeuw, Dei in esilio, ed Alaya Via Rovello, 5 Milano, 1951, L.500, che da molti è considerato un un libro "illuminato" per iniziati. Non mi sembra il caso di parlare nemmeno di sfuggita di teosofia al 10 di luglio, farei scappare anche i miei due lettori. Anche la storia di questo libro regalato come un "prezioso tesoro", non alzerebbe l'audience e dimostrerebbe solo che non si danno le perle ai porci. 
Mi basta aver lanciato un'esca.

Trovo invece il solito segnalibro con un mio appunto datato 22/07/2003 che recita:
Ma un giorno sente una canzone che conosceva fin dalla sua giovinezza: allora, in un improvviso spasimo, egli ricorda tutto quello che ha perduto, rendendosi conto, con dolore, di essere in esilio...

Mi pare già di aver "deragliato" abbastanza ed è il caso di attendere il fresco della sera...

lunedì 9 luglio 2012

Post scriptum

Goya, Incubi
Gradirei sapere
cosa sogna chi non sogna,
e rendere meno amara
la vita che deve venire...

Gradirei sentire
com'è l'anima che vive
senza all'anima sorridere...
Io sognai e niente ottenni.
Sognerò senza riuscirvi.

...

(Fernando Pessoa, Il mondo che non vedo, Bur)


Pensierino. Gli antichi avevano paura del sonno: era preannuncio dello stato di morte. Non solo non volevano sognare, ma non volevano neppure dormire, si mettevano in letti corti, con tanti cuscini per stare seduti a letto e non abbandonarsi a Morfeo.
Quando leggo "Gradirei sentire com'è..." penso ad una persona precisa, la vedo che soffre del suo stato di infermità, non sorride mai alla sua anima. Quando rimane sola, si lamenta, come se fosse insopportabile stare con se stessa. Non vorrei mai arrivare in quello stato, vorrei "sognare senza riuscirvi", ma sognare.  

domenica 8 luglio 2012

Percorsi

Roma, 13 giugno 1914 - Rapallo, 9 marzo 1998
Anna Maia Ortese entra nella letteratura parlando del silenzio. La sua poesia Emanuele "è stato il modo di rendere con la parola scritta, e un sentimento caldo - rendere in modo estatico -, qualcosa di atroce e soprattutto insondabile". La morte tragica del fratello è il contesto in cui nasce la sua poesia.

Poi venne il racconto Pellerossa e poi ancora le traduzioni  dei racconti di Katherine Mansfield Preludio e Alla baia. Subito dopo queste letture e traduzioni, Anna Maria Ortese scrive Solitario lume.



Incipit Pellerossa da Angelici dolori, Adelphi, p. 21
Non più di tre anni fa, esistendo ancora mio fratello Manuele, poiché la pin bella stanza della casa, quella d’angolo sul porto, era priva di mobili e solo arredata di cassoni e brande, io potevo sognare quello che dico, ora assurdo e lamentevole sogno. Un veliero dunque, una "Maria Rosaria" di quelle che attraccavano un tempo sotto le finestre caricando barili, con spettacolose rande e fasciame, vecchio ma buono. A bordo di questa obbediente casa andavamo il fratello rnaggiore e io dolcemente navigando, prima sotto la costa sorrentina, poi giù verso la Sicilia e quindi, fatti esperti da alcuni mesi di navigazione, sopra i mari aperti del mondo, quali l’Atlantico e 1’iridato (nella mente) Pacifico. Lui avrebbe capitanato la nave, io, provvista di colori tedeschi portati da casa, avrei dipinto i paesaggi e la gente colorata di quei posti, grande mia passione.

Incipit Preludio da Tutti i racconti di Katherine Mansfield, Adelphi, p. 3
Nel carrozzino non c’era un centimetro di spazio per Lottie e Kezia. Pat le issò in cima ai bagagli, ma lassù vacillavano; il grembo della nonna era occupato e Linda Burnell non avrebbe certo potuto reggere per molto il peso di un bambino. Isabel, dandosi un sacco d'arie, era appollaiata a cassetta, accanto al nuovo uomo di fatica. Borse, valigie e scatole erano ammucchiate per terra. "Queste sono cose di assoluta necessità e non voglio perderle di vista neanche un minuto" disse Linda Burnell, con la voce tremante per la fatica e l’agitazione. Lottie e Kezia rimasero sul prato appena dentro il cancello, tutte pronte per la mischia, nei loro cappotti guarniti di bottoni d’ottone con le ancore e i berrettini tondi coi nastri da marinaio. Mano nella mano, osservavano’con occhi sgranati e solenni prima le cose di assoluta necessità poi la loro madre.

Poi vennero i suoi racconti prima , durante e dopo la guerra raccolti in Angelici dolori e poi, negli anni '50, Infanta sepolta. 


Così la Ortese commenta questi racconti in Corpo celeste, ed. Adelphi, p.73.

Questi racconti, una trentina comprendendo anche quelli che non pub
blicai, furono tutti tentativi, dapprima felici,
poi via via nevrotici e travagliati, di rendere il primo impatto col mondo (estasi, meraviglia) 
e poi lo sconforto vedendo questo mondo 
sempre più mutarsi in un deserto, dove nessuna cosa sembrava avere senso, destinazione: un mondo di mostri e fantasmi. E il primo di tutti era quella ragazzetta delle osser
vazioni sulla nave e la zona di ieri dove la na
ve è passata. Per questa ragazzetta, votata i
stintivamente a contemplare, meditare, ap
prendere emozioni sempre più rare e isola
te -in questo mondo già spazzato dalla guer
ra e dove la prima civiltà Sette-Ottocento non era più, e una nuova civiltà molto sinistra ve
niva avanti -, non era davvero più posto. 




venerdì 6 luglio 2012

Diaz, condannati i vertici della polizia. I funzionari saranno sospesi


La Cassazione conferma la sentenza d'Appello per i pestaggi. Prescritti i reati dei celerini. Cancellieri: attueremo disposizioni. I legali delle vittime: giustizia è fatta, ma resta una pagina nera della storia italiana.
Condanne confermate dalla cassazione per i vertici della polizia nel processo per il pestaggio di 60 ragazzi e gli arresti illegali di altri 93 manifestanti alla scuola Diaz di Genova durante il G8 del 2001.
Le condanne confermate riguardano le accuse di falso nei confronti dei vertici della polizia coinvolti nel pestaggio e negli arresti illegali. La Suprema corte, invece, ha dichiarato prescritte le condanne per le lesioni inflitte dai celerini. 
Vincenzo Canterini, ex dirigente del reparto mobile di Roma, condannato a cinque anni di reclusione ha avuto una riduzione di pena per la prescrizione del reato di lesioni. Per gli altri dirigenti, rimangono inalterate le pene del verdetto d'appello. Convalidate in particolare le condanne a 4 anni per Francesco Gratteri, attuale capo del dipartimento centrale anticrimine della Polizia; a 4 anni per Giovanni Luperi, vicedirettore Ucigos ai tempi del G8, oggi capo del reparto analisi dell'Aisi. Tre anni e 8 mesi sono stati invece inflitti a Gilberto Caldarozzi, attuale capo servizio centrale operativo. 
I Funzionari condannati sono l'ultimo anello della catena di comando e sono stati tutti promossi nella Polizia. Ora attendiamo che vengano allontanati come prevede la condanna. 
I vertici della Polizia e della Digos sono stati esclusi dal processo e ricoprono oggi cariche rilevanti grazie alle promozioni ottenute con governo di Giuliano Amato.

Secondo Amnesty International, la sentenza è «importante» perché «finalmente e definitivamente, anche se molto tardi, riconosce che agenti e funzionari dello stato si resero colpevoli di gravi violazioni dei diritti umani di persone che avrebbero dovuto proteggere». «Tuttavia - prosegue l'organizzazione di difesa dei diritti umani in una nota - i fallimenti e le omissioni dello stato, nel rendere pienamente giustizia alle vittime delle violenze del G8 di Genova, sono di tale entità, che queste condanne lasciano comunque l'amaro in bocca: arrivano tardi, con pene che non riflettono la gravità dei crimini accertati e che in buona parte non verranno eseguite a causa della prescrizione». 

Ma come fai a conservare lo stesso buonumore

martedì 3 luglio 2012

Familismo amorale

 
Il familismo amorale (Amoral familism, in lingua originale) è un concetto sociologico introdotto da Edward C. Banfield nel suo libro The Moral Basis of a Backward Society del 1958 (trad. it.: Le basi morali di una società arretrata, 1976), scritto in collaborazione con la moglie Laura Fasano. Le tesi di Banfield sono state e sono oggetto di controversia, e hanno stimolato un notevole dibattito sulla natura del familismo e sul ruolo della cultura nello sviluppo o nell'arretramento sociale ed economico.
Non sono nessuno per dire se questa teoria sociologica abbia un fondamento o meno, ma vedendo come si comportano molte famiglie, mi pare una definizione che calza a pennello descrivendo un atteggiamento, un modo di pensare e una filosofia di vita molto diffusa.
Per queste "famiglie amorali" la competizione col mondo è aperta, sanguinosa, senza esclusione di colpi. Ed il mondo più prossimo è lo stato nelle sue declinazioni territoriali, con le sue "invadenti" leggi e disposizioni e regolamenti e gabelle e... Così il familismo amorale "inventa" forme di resistenza che vanno dall'evasione fiscale alla programmata e sistematica eversione verso ogni forma di regola.  Gli strumenti sono collaudati: clientelismo, nepotismo e la pratica del "tu fai un favore ammè ed io...".  L'obiettivo ? Il mantenimento del "tenore di vita" per noi e per i nostri figli...
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una perfetta ingovernabilità di tutti i processi sociali ed una sostanziale "immobilità" sociale.