giovedì 18 febbraio 2010

Eccola dunque la nuova libreria

Era l'armadio che nel '69 avevo adattato a libreria. Una volta qui ci stava tutto il necessario per una persona e ne avanzava, adesso vien da ridere solo a pensarci. Era finito poi in un angolo della cantina a prendere tarli ed ho deciso ad un certo punto che non bisognava fargli fare quella brutta fine. Così ho pensato di ripristinarlo all'uso che ne avevo fatto da studente. Il restauro ha ristabilito la bellezza del mobile ed anche il suo colore (nella foto sembra un po' giallognolo, ma è in realtà di un bel colore rossiccio). Dietro, durante il restauro, è stata trovata una di quelle grosse etichette con la scritta "ROMA 1920" che ho fatto lasciare. Il mobile infatti viene da lì: mio padre ed i suoi due fratelli sono nati a Roma perché la famiglia si era trasferita là per lavoro. Mio nonno infatti era funzionario delle Poste regie e da Torino era stato trasferito a Roma per lavoro. Non è che fossero torinesi i miei nonni se non da una generazione: il mio bisnonno era di Cagliari e lì aveva frequentato il Conservatorio e si era trasferito poi a Torino per suonare nell'orchestra regia della capitale d'Italia.
Non c'è dubbio alcuno sulla poca "stanzialità" degli italiani, solo pochi imbecilli pensano il contrario.
Mio padre mi raccontava di quando andava a giocare al pallone all'Acqua Acetosa a Roma e a rubar fichi nelle case vicino al campo. Qualche anno fa, andando per lavoro a Roma, ho chiesto ad un taxista com'era la zona dell'Acqua Acetosa. Mi ha guardato un po' fisso nello specchietto e poi mi ha detto che era una zona di campi sportivi e che la notte diventava il regno dei travestiti. Ho capito dopo lo sguardo indagatore.

Prima e dopo la "cura".
Mancano solo i libri di poesia.
Praticamente è già piena...

mercoledì 17 febbraio 2010

Passione e compassione ("ispirato" da una frase del libro di Romain Gary, La vita davanti a sé)


Progressivamente e quasi impercettibilmente il loro rapporto era passato dalla passione alla compassione. Non era un trauma per nessuno di loro. Sembrava anzi un esito naturale, il frutto di una stagione. In questo stemperarsi di sentimenti trovavano pace, fuggivano l'abbagliante incandescenza dei sensi per scoprire più delicate sfumature della propria umanità, delle proprie debolezze e le riconoscevano nell'altro. Rimaneva solo a volte negli occhi un lampo di quelle passioni, appannato da un'ombra di malinconia, ma poi si sorridevano passandosi un mano nei capelli.

martedì 16 febbraio 2010

Fame

Gli era venuta progressivamente una gran fame. Più sentiva che la vita gli stava fuggendo tra le dita e più aveva fame. Una fame irrefrenabile, bulimica, insaziabile. Si alzava la mattina dopo una notte agitata ed insonne ed il primo pensiero era cosa era rimasto nel frigorifero. Il timore di trovarlo vuoto era assillante. Si dirigeva in cucina ancora in pigiama per controllare che ci fosse qualcosa da mangiare e solo quando trovava il frigorifero straripante di vettovaglie allora si placava, tornava in bagno, si faceva la barba, si vestiva e poi già assaporava quelle fette di pane tostato imburrate coperte di marmellata di arance.
Eppure la sua non era stata una generazione che aveva mai sofferto la fame: era nato negli anni del boom economico quando si mangiava carne tutti i giorni. Ma forse erano stati i padri, che quella fame avevano conosciuto bene, ad instillare questa voracità.
Aveva posato la tazza del caffè sul lavandino ed il vasetto di marmellata nel frigorifero e già pensava a cosa avrebbe preparato per pranzo.
Gli era venuta una gran fame, forse perché sentiva il silenzio che intorno si infittiva come la brina sugli alberi nelle ultime fredde giornate di gennaio.


lunedì 15 febbraio 2010

Dipanando l'innocenza

Marina e Willico hanno parlato di innocenza e quindi...

Dice un vecchio proverbio lombardo “Da fiö sa nòs e da fiö sa mor” (si nasce e si muore bambini) e rivela la fragilità di queste due stagioni della vita che corrispondono anche a due età dell'innocenza. E' una innocenza “diversa”: la prima è una innocenza, come dire, per “mancanza di colpa”, l'altra per “eccesso di colpa”.

Sulla mancanza di colpa dei bambini di fronte al mondo non mi dilungo, basta solo pensare al fatto, non raro, che si trovino coinvolti “innocentemente” dal male che li circonda e colpisce.

Sull'eccesso di colpa dei vecchi invece direi che è il “frutto” della loro vita, temo tranne qualche rarissimo caso, che ciascuno avrà da rimproverarsi un rosario infinito di colpe che non potrà che snocciolare ogni qual volta tenti di fare un bilancio. E allora perché l'eccesso di colpa dei vecchi li porterebbe all'innocenza? Esattamente perché, come dire, è il fatto di riconoscere la colpevolezza che ci riporta verso l'innocenza. Non potrebbe essere altrimenti. Non potremmo riconoscere l'innocenza senza aver provato il contrario.

C'è equidistanza dell'uomo dall'innocenza e dal suo contrario la colpevolezza? Qui si scontrano due idee dell'uomo vecchie come il mondo: c'è chi dice che l'uomo sia per natura innocente e possa diventare colpevole se lo vuole (più o meno), altri che dicono l'opposto, che cioè è nato colpevole e possa (spesso con interventi estranei alla sua natura) diventare innocente. Se crediamo a Sant'Agostino che sostiene che la verità sta dentro l'uomo (In interiore homine habitat veritas. Nisi invenias noli exire sed rede in te ipsum), non possiamo che pensare che l'uomo è la casa della verità e quindi dell'innocenza.

Ma allora come si spiega il male? Se l'uomo è la casa della verità perché cerca la menzogna? Forse perché (tento una risposta) non sa cercare dentro di sé abbastanza e si ferma prima. Uso una metafora: se ci guardiamo allo specchio vediamo il nostro aspetto, la nostra immagine riflessa. Ma dal nostro aspetto cosa potrebbe comprendere un'altra persona? Poco. Se ci guardiamo allo specchio però noi “vediamo” qualcos'altro, leggiamo piccoli segnali, impercettibili particolari, vediamo qualcosa di più, di più profondo.

Ora ci deve spaventare se siamo talmente “disseccati” da aver perso la capacità di guardarci e scoprire la verità che c'è in noi.

Ma come facciamo a sapere se siamo "disseccati"? Meglio che non sia io a rispondere a tutte le domande, ho già sparato troppe risposte !

domenica 14 febbraio 2010

Io non ridevo


L'AQUILA. Si sono ritrovati in piazza Duomo, per manifestare il proprio sdegno davanti alle risate degli imprenditori la notte del 6 aprile, con cartelli e magliette con scritto "Io alle 3,32 non ridevo'", oppure "Riprendiamoci la nostra città". Poi la scelta di varcare la zona rossa, superando le transenne e le barricate delle forze dell'ordine ai Quattro cantoni per raggiungere piazza Palazzo dove alcuni sono saliti sui cumuli di macerie per mostrare il loro dissenso (foto Fabio Iuliano). Da il Centro Domenica 14/2/2010. Maggiori informazioni e filmati su 3e32 .


venerdì 5 febbraio 2010

giovedì 4 febbraio 2010

2 Euro

Stava nel mucchio dei libri della bancarella con la scritta che campeggiava sopra “Tutto a 2 Euro”. Non aveva di primo acchito un grande appeal come libro: la copertina era stata ricoperta con una di quelle carte decorate che si compravano a rotoli e servivano un tempo per proteggere soprattutto i libri di scuola, i più maltrattati da alunni insofferenti o, nei casi più rari, ricoprivano libri cari al lettore, martoriati dalla lettura e dalla consultazione frequente. Sulla facciata o sul dorso i perfezionisti appiccicavano un'etichetta con il titolo e l'autore del libro. In questo caso no, nessuna etichetta, solo la copertina diligentemente ripiegata all'interno e fermata con piccoli pezzi di scotch.

Quando guardavo B. sfogliare questi libri delle bancarelle, rimanevo sempre sorpreso dall'affetto con cui maneggiava questi oggetti. Se li girava tra le mani, scorreva le pagine, si soffermava sulle annotazioni a matita a margine del testo, accennava un sorriso (persino, lei che di sorrisi era avara) quando trovava un ritaglio di giornale o una dedica. Sembrava che le interessasse di più quella umanità che aveva maneggiato e letto quel libro che il libro stesso. Per imitazione di quel ricordo, ho cominciato a sfogliare il libro ricoperto di carta a fronde colorate aprendolo alla prima pagina.

La copertina in effetti si era ormai staccata dal resto del libro, anzi si vedevano proprio i fili della cucitura affiorare. Ed ecco...

S. Giovanni 1939

Alla cara ottima Vanna

Annalisa

E poi nella pagina successiva il nome scritto a matita in alto

- Vanna B. -

e sotto il titolo, solo

Limpido rivo

Poi ancora una pagina intera vuota ed ecco la contro-copertina da una parte la dedica dell'autore ed il titolo

All'egregio professor G. lei dona il suo aff.mo allievo

(firmato) G.Pascoli

(nell'ovale un giovinetto con una livrea con bottoni luccicanti di madreperla e colletto alto con due rametti decorativi di mimosa).

Sull'altra pagina

Giovanni Pascoli

Limpido rivo

Prose e poesie presentate da

Maria

ai figli giovinetti

d'Italia

*

Terza edizione

A. Mondadori . Editore

A pagina 15 (nella poesia LA PIADA) un piccolo ritaglio dal C.d.S. [Corriere della sera] del 13-3-2000. Riporta la poesia di Pascoli dalla raccolta “Trenta poesie famigliari”

“Per il viale, neri lunghi stormi,

facendo tutto a man più fosco,

passano: preti, nella nebbia informi,

che vanno in riga a San Michele in Bosco.

Vanno. Tra loro parlano di morte.

Cadono sopra loro foglie morte.

Sono con loro morte foglie sole.

Vanno a guardare l'agonia del sole”

Scorro i ritagli dentro il libro. Qualche foglio di giornale è ingiallito dall'azione della luce sull'amido. Tutti i ritagli sono del C.d.S. e datano tutti nel 2000. Quel vecchio libro era già passato nelle mani di più generazioni. Forse era stato regalato, già così vecchio e malandato, da quella tal Annalisa della dedica. Un ricordo di famiglia, forse. La conoscenza di una profonda passione per il poeta della tal Vanna , anche. Forse il regalo ad una “ottima” istitutrice “cara” per i suoi premurosi servigi, pure.

Vanna certamente amava la poesia e quello era un libro che sfogliava spesso. Vi aggiungeva articoli con altre poesie. Una volta aveva aggiunto a p. 143 anche un articolo di Mosca dal titolo emblematico “Al bando la poesia a memoria”.

Ecco forse Vanna aveva ricordo e rimpiangeva quelle poesie passate a memoria che ancora ora si ricordava tanto bene e poteva recitare per diletto dei nipoti che rimanevano estasiati da una nonna che recitava come una vera attrice.

Il libro non ha un segno, non una sottolineatura, Vanna ha segnato solo il suo nome sulla prima pagina, a matita, leggero. Quasi avesse timore di rovinarlo.

Ora era in vendita sulla bancarella a 2 Euro e l'ho preso, con un sorriso.

I venti di Mario Vargas Llosa

 Il protagonista di questo libretto di Vargas Llosa si reca una mattina con l'amico Osorio ad una manifestazione contro la chiusura di u...