Incombe la notte sulla torre. Il grande braciere sul colmo del promontorio è spento. Notte di calma cupa e di attesa. Il mare sotto, incurante di tutto, continua il suo instancabile movimento. Forse anche la sentinella della torre si è fatta prendere da questa apparente calma e si è assopita. Ha capito che la sua era una inutile attesa?
martedì 30 agosto 2016
domenica 31 luglio 2016
domenica 17 luglio 2016
E la terra ? Quando se ne parla ?
...Arrivano le Autorità...
Ignazio Silone, Fontamara, Prima pubblicazione in Svizzera in lingua tedesca (tradotto da Nettie Sutro-Katzenstein) nel 1932. La prima edizione in italiano apparve nel 1934, pubblicata a spese dell'autore a Parigi, sotto la sigla fittizia di N.E.I. (Nuove edizioni italiane, Zurigo-Parigi). Nel 1945 il romanzo fu pubblicato dapprima a puntate, con parecchi errori e refusi, su una rivista italiana, dove Silone operò ingenti modifiche e correzioni. Nel 1947 uscì, con altre importanti modifiche, la prima edizione in volume, dall'Editore Faro di Roma.
La vicenda parte da...
Dal 1º giugno 1929 nel paese di Fontamara (nella Marsica, vicino ad Avezzano) non arriva più l'elettricità. Sperando di rimediare a questa “fatalità” ogni contadino analfabeta firma una misteriosa "carta bianca", portata da un graduato della milizia (il cav. Pelino), la quale si scoprirà essere in realtà l'autorizzazione a togliere l'acqua per l'irrigazione per indirizzarla verso i possedimenti dell'Impresario, un imprenditore legato al regime che ha ottenuto la carica di podestà.
[cfr Wikipedia voce Fontamara]
Commento. Pare che non sia cambiato nulla da allora: i prepotenti continuano imperterriti a farla da padroni e i cafoni (con l'i phone in mano, però) sono sempre manovrati.
Da una pattuglia si staccò un carabiniere che comunicò l'ordine ai cafoni. Diceva l'ordine:
«E' permesso di sedersi per terra.»
Noi ci sedemmo per terra. Eravamo ubbidienti come scolari. Seduti per terra rimanemmo circa un'ora. Dopo un'ora di attesa, una nuova staffetta provocò una viva agitazione. All'angolo della piazza apparve un gruppo di autorità. I carabinieri ci ordinarono:
«In piedi, in piedi. Gridate forte: Viva i podestà. Viva gli
amministratori onesti. Viva gli amministratori che non rubano.»
Noi balzammo in piedi e gridammo come loro volevano:
«Viva i podestà, viva gli amministratori onesti, viva gli
amministratori che non rubano».
Tra gli amministratori-che-non-rubano il solo che noi riconoscessimo fu l'Impresario. Dopo che gli amministratori-che-non-rubano si furono allontanati, col consenso dei carabinieri, potemmo nuovamente sederci per terra. Berardo cominciò a trovare la cerimonia troppo lenta.
«E la terra?» egli chiese ad alta voce ad alcuni carabinieri. «Quando se ne parla?»
![]() |
| Il fontanile di Fontamara a Pescina che avrebbe ispirato l'autore |
Ignazio Silone, Fontamara, Prima pubblicazione in Svizzera in lingua tedesca (tradotto da Nettie Sutro-Katzenstein) nel 1932. La prima edizione in italiano apparve nel 1934, pubblicata a spese dell'autore a Parigi, sotto la sigla fittizia di N.E.I. (Nuove edizioni italiane, Zurigo-Parigi). Nel 1945 il romanzo fu pubblicato dapprima a puntate, con parecchi errori e refusi, su una rivista italiana, dove Silone operò ingenti modifiche e correzioni. Nel 1947 uscì, con altre importanti modifiche, la prima edizione in volume, dall'Editore Faro di Roma.
La vicenda parte da...
Dal 1º giugno 1929 nel paese di Fontamara (nella Marsica, vicino ad Avezzano) non arriva più l'elettricità. Sperando di rimediare a questa “fatalità” ogni contadino analfabeta firma una misteriosa "carta bianca", portata da un graduato della milizia (il cav. Pelino), la quale si scoprirà essere in realtà l'autorizzazione a togliere l'acqua per l'irrigazione per indirizzarla verso i possedimenti dell'Impresario, un imprenditore legato al regime che ha ottenuto la carica di podestà.
[cfr Wikipedia voce Fontamara]
Commento. Pare che non sia cambiato nulla da allora: i prepotenti continuano imperterriti a farla da padroni e i cafoni (con l'i phone in mano, però) sono sempre manovrati.
martedì 12 luglio 2016
vAlEnTiNo ZeicHeN, poeta
UNA MENTALITA'
A "MONTE" RISIEDE IL VIZIO
DELLA MENTALITÀ MAFIOSA.
LA MAFIA NON STA SOLO
NEGLI ODIOSI CRIMINI
MAFIA È ANCHE SOTTINTESO
SOTTERFUGIO CHE SI INSINUA
NELLE ABITUDINI LINGUISTICHE
DI INCONSAPEVOLI ONESTI.
MAFIA È INTERDIZIONE
A COMUNICARE, CENSURA
È INCENTIVO AFFINCHÉ
SOSPETTO E DIFFIDENZA
CANCELLINO OGNI VERITÀ.
MAFIA È TRASCURARE I MURI
PRIVANDOLI DELL'INTONACO
LASCIARE
CHE LE CARTACCE VOLINO
E CHE LA LORO OMBRA
IMBRATTI LA TERRA
ABBANDONARE I "VUOTI A PERDERE"
E LE DEFORMI PLASTICHE
QUALE RITRATTO DEL DEGRADO.
UOMO DAI DOPPI FINI,
RICERCA LO SCAMBIO
DI PENSIERI "FRANCHI"
IN ZONA "FRANCA" DEL PENSIERO
PURTROPPO, QUESTO È IL SOLO
DEBOLE, ANTIDOTO AL MALE.
RACCOGLI LE CARTACCE
E OGNI ALTRA VARIETÀ DI RIFIUTI
DI TUA INIZIATIVA
SPAZZA LA STRADA PUBBLICA
INTONACA
E NON SARÀ DEL TUTTO VANO.
vAlEnTiNo ZeicHeN
A "MONTE" RISIEDE IL VIZIO
DELLA MENTALITÀ MAFIOSA.
LA MAFIA NON STA SOLO
NEGLI ODIOSI CRIMINI
MAFIA È ANCHE SOTTINTESO
SOTTERFUGIO CHE SI INSINUA
NELLE ABITUDINI LINGUISTICHE
DI INCONSAPEVOLI ONESTI.
MAFIA È INTERDIZIONE
A COMUNICARE, CENSURA
È INCENTIVO AFFINCHÉ
SOSPETTO E DIFFIDENZA
CANCELLINO OGNI VERITÀ.
MAFIA È TRASCURARE I MURI
PRIVANDOLI DELL'INTONACO
LASCIARE
CHE LE CARTACCE VOLINO
E CHE LA LORO OMBRA
IMBRATTI LA TERRA
ABBANDONARE I "VUOTI A PERDERE"
E LE DEFORMI PLASTICHE
QUALE RITRATTO DEL DEGRADO.
UOMO DAI DOPPI FINI,
RICERCA LO SCAMBIO
DI PENSIERI "FRANCHI"
IN ZONA "FRANCA" DEL PENSIERO
PURTROPPO, QUESTO È IL SOLO
DEBOLE, ANTIDOTO AL MALE.
RACCOGLI LE CARTACCE
E OGNI ALTRA VARIETÀ DI RIFIUTI
DI TUA INIZIATIVA
SPAZZA LA STRADA PUBBLICA
INTONACA
E NON SARÀ DEL TUTTO VANO.
vAlEnTiNo ZeicHeN
giovedì 16 giugno 2016
Terminata la parentesi "politica"
Sono entrato anch'io nel tritacarne della politica amministrativa. Un'avventura difficile e dura, ma alla quale non potevo sottrarmi. Spero ci siano ancora tanti Cittadini che vogliono partecipare alla vita del proprio paese e portare il loro contributo. Non è un impegno "militante", ma un semplice dovere civico.
sabato 23 aprile 2016
mercoledì 20 aprile 2016
Il nulla e il despota maligno
Non conoscevo la poesia di Tommaso Landolfi. Forse non è stato un male perché è una poesia "senza scampo", cupa, pervasa da un fatale pessimismo nel destino dell'uomo. Una poesia talmente straziante che lo stesso autore ha cercato di tenersene lontano, quasi avesse paura di guardare giù nell'abisso che si apriva al suo sguardo. Non so se è un azzardo da neofita, ma sento la sua poesia molto vicina a quella dei "Canti ultimi" di David Maria Turoldo. Questo corpo a corpo con un dio silenzioso che è nello stesso tempo il nulla (lo chiama Turoldo) e una presenza ingombrante (despota maligno, lo chiama Landolfi).
Una poesia comunque da sorbire a piccoli sorsi, per non avvelenarsi e , anzi, correre il rischio, come per tutti i veleni, che diventi un antidoto.
L'orgoglio, ma del dio,
Aperse il baratro infernale:
Non l'orgoglio dell'angiolo Lucifero,
Umile tanto da affrontare
Il despota maligno.
E baratro infernale questo foglio,
Bianco d'un impossibile messaggio.
RISVOLTO
Come il diario in versi Viola di morte (1972), anche Il tradimento, che ne è «grave e terribile seguito», sembra alimentato dal furore e dalla rabbia, quasi che scrivere colmasse in Landolfi – sono parole di Citati – «una tremenda voragine esistenziale, che torna a riaprirsi alla fine di ogni poesia, più angosciosa di prima. Ora i suoi versi ci rivelano l'immediato scatto dei nervi: ora tendono alla scansione nuda dell'epigramma e dell'aforisma. Non volano mai, non cantano mai, non corteggiano mai le grazie dell'immagine e della musica». E la ragione è chiara, lacerante: ugualmente allettato dal versante ‘selvoso' della prosa e da quello ‘brullo', ‘spoglio' della poesia, Landolfi si sente ormai, da entrambi, ugualmente respinto.
venerdì 15 aprile 2016
Il medico della depressione
Cechov appartiene in realtà a quella vena sottile di poeti che posero alle fondamenta del loro edificio una coscienza perfetta dell'ordine del mondo: delle leggi di necessità che ci governano, dell'irriducibile quantità di male su questa terra: (« quel non so che di irreparabile e spaventosamente disperato che non si può più mutare e al quale non ci si può abituare mai››). Dunque dell'urgenza di vivere secondo leggi del tutto opposte e complementari, secondo cioè quella rischiosa « follia d'amore » che l'uomo di continuo si adopera a soffocare in se stesso e negli altri.
Cristina Campo, Gli imperdonabili, Adelphi, p. 193
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| William Blake i tormentatori di Giobbe 1785-90, British Museum, London |
lunedì 28 marzo 2016
Un ricordo personale di Paolo Poli
![]() |
| Paolo Poli firma un autografo al Teatro Elfo Puccini. Gennaio 2013. |
Ho visto Paolo Poli solo due volte, dal vivo, in teatro: la prima è stata al Teatro Gobetti di Torino (bellissimo!) poteva essere il 2004 (+o-) con uno spettacolo chiamato Sillabari, da Goffredo Parise; la seconda volta all'Elfo Puccini di Milano con Aquiloni (gennaio 2013), due tempi di Paolo Poli liberamente tratti da Giovanni Pascoli, con Paolo Poli, Fabrizio Casagrande, Daniele Corsetti, Alberto Gamberini, Giovanni Siniscalco.
Impagabile la leggerezza di Paolo Poli.
Mi ricordo che il giorno dopo lo spettacolo di Torino, ero entrato in un bar di quelli meravigliosi (tutto specchi e cornici dorate) di Via Po, ad un certo punto spunta questo signore alto e distinto ed ordina un caffè. Era Paolo Poli. Mi guardava con un certo sospetto perché evidentemente non voleva che qualcuno lo riconoscesse per poter bere un caffè in santa pace. Ho fatto finta di nulla e ho continuato a bere il mio cappuccino sotto lo sguardo riconoscente dell'attore.
Impagabile la leggerezza di Paolo Poli.
Mi ricordo che il giorno dopo lo spettacolo di Torino, ero entrato in un bar di quelli meravigliosi (tutto specchi e cornici dorate) di Via Po, ad un certo punto spunta questo signore alto e distinto ed ordina un caffè. Era Paolo Poli. Mi guardava con un certo sospetto perché evidentemente non voleva che qualcuno lo riconoscesse per poter bere un caffè in santa pace. Ho fatto finta di nulla e ho continuato a bere il mio cappuccino sotto lo sguardo riconoscente dell'attore.
sabato 19 marzo 2016
La veranda di Salvatore Satta
Galeotta la solita trasmissione radiofonica di RAI TRE, ho "scoperto" questo libro che è entrato subito nel mio cuore. Evidenti, anche ad uno come me che ha letture "disordinate" e frammentarie, i rimandi e le connessioni con le Dicerie dell'untore di Gesualdo Bufalino. E non solo per l'ambientazione (un sanatorio al nord per Satta e uno al sud per Bufalino), ma anche , sorprendentemente, per la lingua ricchissima e le citazioni raffinate di due scrittori "isolani". L'unica differenza è che Satta vuole allontanarsi dalla sua terra (la Sardegna) quasi fosse un limite alla sua opera; Bufalino come sappiamo nella sua Sicilia è ben piantato a terra e ne succhia gli umori e le inflessioni dialettali, è quella la fonte di gran parte della sua ispirazione.
La Domenica le donne ricoverate nel sanatorio vanno a messa accompagnate dalle suore e passano attraverso il reparto degli uomini. Ne nasce questo incontro.
Ogni domenica, così come ogni anno Persefone tornava sulla terra a consolarne la crosta arida e greve, lo stuolo delle donne traversa il corridoio dei maschi per andare alla messa.Si odono, prima, le suore, con le sottane ventose, coi bisbigli di rosari e di chiavi: da lontano, per le chiazze di luce delle finestre, trascorrono, fantasmi bianchi e neri, per entro i raggi di luna.I malati si attruppano ai varchi.Ma esse sono le donne di una grande casa in rovina, che, tra i molti travagli e il molto penare, intendono finalmente che l'amore è un lusso, già prima che un'illusione, e diventano, un po' per volta, immemori di sé. Giungono, coi loro visi di massaie distolte dalle faccende, curvi sotto gli uccellacci bianchi delle cornette; tremano di freddo e sonno; e « abbiamo fretta, abbiamo fretta ›› pare che mormorino nel perpetuo ticchettio delle labbra. Passano, immuni, tra codeste nari erte al fiuto; sogguardano oblique, e intorno intorno il silenzio sembra farsi più grande.Ma la porta a vetri appannati, che segna i riguardi ai desideri troppo incalzanti, si va affollando d'ombre: teste e testine appaiono e scompaiono, mani s'agitano ammiccando, qualche risata trilla soffocata. Finalmente un urtone violento sbatte contro il muro la porta, con trepidare di vetri; e una bruttona alta e grossa avanza con molto sdegno e molta protervia. Dietro, le teste e testine si sono già ricomposte per la inattesa irruzione: ed ora avanzano anch'esse, lunga fila multicolore, nella scia di quell'altra.Un chiacchierio sommesso s'intona ai loro rapidi piccoli passi. Ma, come al passare di Elena davanti ai vecchi di Troia, tra quella torma alla posta s'è rifatto, d'improvviso, il silenzio.Tolte le brutte, che non contano, sono degli uccellini. Pigolano e cinguettano, e non osano alzare il capo: si sente in loro la gabbia. O sono degli eliotropi, con quei corpi troppo lunghi e troppo sottili, dallo sviluppo precoce: i petti e i visi di bimba sui ceppi robusti di donna danno una spaurita dolcezza a questa deformità, che le fa incedere con le teste bionde reclinate sulle minuscole amiche. O sono delle ninfee, con quella loro bellezza di pianta acquatica. E passano, e ridono. E quel loro riso argentino, che nessuna ragione muove, e per ciò nessuna ragione contrista, si ripercuote tra le vecchie volte, così come le litanie delle monache, come l'accento rozzo dei maschi. Ma questi, con le orecchie tese, con i volti e i colli allungati, con gli occhi lucenti, con le narici dilatate, immobile gruppo statuario, hanno afferrato quel riso: lo riconoscono. la nota dell'eterno femminino che si ripete ancora nell'effimero di quassù. Nel silenzio fatto tempestosi, i desideri sembrano staccarsi con mani invisibili, ed ecco gli abiti striati maculati sono alzati scomposti lacerati: appaiono misere carni arrossate dalle punture, spalle strette, toraci lunghi o arrotondati dal collasso. Simili a cavalli nel deserto, i desideri bevono all'acqua di quel miraggio e la sete si esaspera.
venerdì 11 marzo 2016
A mio figlio
Si te veco: me veco.
Si mme vire: te vire.
Si tu parle, c’è l’eco
e chist’eco song’i.
Si te muove: me movo.
Si te sento: me sento.
Si me truove, te trovo…
Si me trovo, si tu!
(...papà tuo)
(versi di Eduardo de Filippo)
Si mme vire: te vire.
Si tu parle, c’è l’eco
e chist’eco song’i.
Si te muove: me movo.
Si te sento: me sento.
Si me truove, te trovo…
Si me trovo, si tu!
(...papà tuo)
(versi di Eduardo de Filippo)
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