lunedì 30 giugno 2008

Federico Fellini, La voce della luna



Alcune frasi dal film...
(Il clarinettista che finisce col seppellire il suo strumento perché ha suonato le note del diavolo) Cosa le ha promesso la musica? Gioia, serenità, oblio, che tutti saremo felici, accettati e invece no no no.
(Ivo) Come mi piace ricordare. Più che vivere.
(Ivo incontrando il suo dottore) -Non sei cambiato per niente. – Anche tu non sei cambiato e allora è tempo di cambiare.
(Ivo) Vorrei stare sempre sui tetti. Beato di non essere niente.
(Ivo che è sceso nel pozzo) Tutto mi sarebbe stato chiaro. Ma ci pensi? Vivere finalmente liberi nel cuore ed è così semplice. Qualcosa che ci appartiene da sempre. Mi viene da piangere a vedere che invece è ancora così buoi, così lontano. Vedo solo offese, ingiustizie.
(Un cittadino indignato dai silenzi delle autorità venute a vedere la luna imprigionata) Culo di pietra, rispondi. (Prende la pistola e spara alla luna).
(Citazione) Nulla si sa tutto si immagina.
(Le donne a Ivo) Non devi capire. Guai a capire e che faresti dopo? Devi solo ascoltare. Solo sentirle le voci e augurarti che non si stanchino mai di chiamarti.
(Ivo nella scena finale davanti alla lune ed al pozzo) Se tutti facessimo un po’ più di silenzio, forse qualcosa potremmo capire.

Federico Fellini, La voce della luna

Alcune frasi dal film...
(Il clarinettista che finisce col seppellire il suo strumento perché ha suonato le note del diavolo) Cosa le ha promesso la musica? Gioia, serenità, oblio, che tutti saremo felici, accettati e invece no no no.
(Ivo) Come mi piace ricordare. Più che vivere.
(Ivo incontrando il suo dottore) -Non sei cambiato per niente. – Anche tu non sei cambiato e allora è tempo di cambiare.
(Ivo) Vorrei stare sempre sui tetti. Beato di non essere niente.
(Ivo che è sceso nel pozzo) Tutto mi sarebbe stato chiaro. Ma ci pensi? Vivere finalmente liberi nel cuore ed è così semplice. Qualcosa che ci appartiene da sempre. Mi viene da piangere a vedere che invece è ancora così buoi, così lontano. Vedo solo offese, ingiustizie.
(Un cittadino indignato dai silenzi delle autorità venute a vedere la luna imprigionata) Culo di pietra, rispondi. (Prende la pistola e spara alla luna).
(Citazione) Nulla si sa tutto si immagina.
(Le donne a Ivo) Non devi capire. Guai a capire e che faresti dopo? Devi solo ascoltare. Solo sentirle le voci e augurarti che non si stanchino mai di chiamarti.
(Ivo nella scena finale davanti alla lune ed al pozzo) Se tutti facessimo un po’ più di silenzio, forse qualcosa potremmo capire.

Insonnia

Non riuscire a dormire
Non un campanile a segnare il trascorrere delle ore
Non tempo
Sospeso
Pensiero
Non tempo
Non un campanile a segnare il trascorrere delle ore
Non riuscire a dormire

domenica 29 giugno 2008

Eppure sei stato albero

Quando

Quando si è chiuse le porte dietro le spalle
Serrate con pesanti chiavistelli
Messi sacchi di sabbia alle finestre
Per non far filtrare nemmeno un raggio di sole
Difficile che qualcuno possa vedere
Il tuo nuovo sorriso

sabato 28 giugno 2008

Eppure sei stato albero...

Scherziamo con il tempo

Il tempo innanzitutto trascorre, se proprio si vuole fare i poetici, fluisce.
Brutalmente passa (quasi sempre in fretta), o stringe, per indicare che il tempo che si ha a disposizione per compiere qualcosa sta per finire.
Ma naturalmente si può perdere la nozione del tempo, e quindi non rendersi più conto del suo trascorrere e ciò può avere anche qualche effetto positivo. Oppure perderne proprio tergiversando in qualche modo. Naturalmente chi tergiversa ha bisogno di prendere tempo ed allora si lancia in tante declinazioni: fra poco, poco prima, poco dopo, c’è tempo non c’è fretta o c’è sempre tempo fino al terrificante un attimino (come un tempo compresso) che spero non entri mai nei vocabolari anche quelli più spericolati dietro le “novità” linguistiche. Arriva la dilazione fino al più sgarbato non ho tempo da dedicarti. Naturalmente il suo interlocutore non ha tempo e vuole risparmiare tempo (non volendolo sprecare) perché vuole impiegarlo bene e intende il perdere tempo dell’altro come un rubare del suo. Per lui il tempo dell’altro è troppo e quando lo vedrà finalmente arrivare esclamerà seccato “al tempo”. Ma per i furti di tempo non c’è sanzione né possibile recupero. Il tempo è perduto e al massimo ci puoi scrivere su molto (Marcel Proust).
Per altri non ce n’è mai di tempo, troppe cose da fare. E certamente non si può prendere tempo, nella presunzione di rinviarlo. Oppure non c’è più tempo, c’è un limite e bisogna scegliere poche cose da fare, subito. E si scopre improvvisamente l’essenziale. Naturalmente c’è sempre qualcuno che è fuori tempo, per mancanza di sintonia? Per fortuna c’è chi arriva in tempo almeno si ricorda che c’è un tempo degli altri che va tenuto in conto (soprattutto se è quello del Capostazione).
Col tempo avvengono tante cose: il tempo può essere medico, per chi cova dolore e malattia e si aggrappa ad una speranza, ma anche tiranno, per chi teme il tempo.
Se pensiamo di averlo dimenticato improvvisamente ci accorgiamo quanto ne è passato e non è più il tempo in cui Berta filava.
Alla fine ci arrendiamo alle ingiurie del tempo.
Così scopriamo che il nostro è pur sempre un intervallo di tempo, ecco questa è la definizione più calzante: un intervallo tra due nulla.

venerdì 27 giugno 2008

Si partirà mai come vorrebbe H.D.Thoreau in Camminare ?

"Nel corso della mia vita ho incontrato non più di una o due persone che
comprendessero l'arte del camminare, ossia di fare passeggiate, che avessero
il genio, per così dire, del vagabondare, termine splendidamente tratto da
"genti oziose che nel Medioevo percorrevano il paese chiedendo l'elemosina,
con il pretesto di recarsi à la Sainte Terre" in Terra Santa, sin quando i
bambini cominciarono a gridare : "Ecco là un Sainte-Terrer" un Vagabondo,
un Terra Santa.
Coloro che non giungono mai in Terra Santa, nei loro vagabondaggi, come
invece pretendono, sono degli autentici oziosi e dei perdigiorno; ma coloro
che vi giungono sono Vagabondi come io intendo, nel senso buono.
.....
E' vero, siamo dei crociati miserabili, e lo sono anche quei camminatori
che, ai nostri giorni non affrontano imprese tenaci e di lunga durata. Le
nostre spedizioni non sono altro che gite, e ci ritroviamo, la sera, accanto
al vecchio focolare da cui siamo partiti. Per metà del cammino non facciamo
che ritornare sui nostri passi.
Dovremmo avanzare, anche sul percorso più breve, con imperituro spirito di
avventura, come se non dovessimo mai far ritorno, preparati a rimandare,
come reliquie, i nostri cuori imbalsamati nei nostri desolati regni.
Se sei pronto a lasciare il padre e la madre, e il fratello e la sorella, e
la moglie e il figlio e gli amici, e a non rivederli mai più, se hai pagato
i tuoi debiti, e fatto testamento, se hai sistemato i tuoi affari, e se sei
un uomo libero, allora sei pronto a metterti in cammino. "

giovedì 26 giugno 2008

Flâneur, digressione

Col termine “flâneur” si intende (tradotto malamente in italiano) “passeggiatore”, spesso senza méta, un po’ farfallone, un po’ bighellone, forse un incostante per indecisione. Insomma essere flâneur sembrerebbe nell’accezione corrente che abbia assunto un accento tutt’altro che positivo, anzi sembra insito nel termine una certa velatura di giudizio morale se non addirittura di pregiudizio.
Baudelaire, quando ha coniato questo termine, aveva tutt’altro giudizio e intendeva per flâneur una persona molto consapevole del suo comportamento pigro e privo di qualsiasi urgenza: “lo si sarebbe benissimo raffigurato come uno che porta al guinzaglio delle tartarughe lungo le vie di Parigi”. Già perché flâneur nasce come passeggiatore eminentemente cittadino e rappresenta il progenitore del turista come lo conosciamo oggi. Solo ai tempi del poeta questa figura cominciava a diffondersi ed avere una certa consistenza sociale: i viaggi diventavano appannaggio non solo della nobiltà (come era stato nel secolo precedente), ma anche della borghesia emergente, anche se spesso erano “viaggi” tutti interni alla città. Col tempo il raggio di questo “passeggiare” diventerà sempre più ampio, fino a raggiungere oggi l’intero globo terraqueo.
Dunque c’è un’ambivalenza nel termine flâneur come capita, nel tempo, ad alcune parole: il senso muta, a volte si stravolge.

Ma facciamo una piccola digressione. Anche il più incallito (chi cammina molto ha a che fare con questi piccoli inconvenienti) flâneur, ha sempre una méta seppur provvisoria. Il suo stimolo iniziale è l’andare e muoversi verso qualcosa che ha ben presente. Il fatto è che una volta che la raggiunge cambia obiettivo e tende a reiterare n volte questo meccanismo. Così sembra che non abbia le idee chiare o che sia un incostante e sicuramente, al fondo, dimostra la sua natura di perenne insoddisfatto. Il suo è uno zizzagare apparentemente senza senso alcuno.

Quando ero ragazzo io (anni 60 del secolo scorso) c’erano viaggi da veri flâneur: non era ancora il tempo del mitico viaggio in India che diventerà di moda dopo i Beatles (1968), ma ricordo che il viaggio più avventuroso ed assolutamente privo di motivazione logica era “andare a Capo Nord in tenda con la moto o con la 500”. Generazioni di ragazzi della mia età, a metà degli anni ’60, si sono cimentati in questo impresa (o almeno ci hanno pensato una volta). Impresa che aveva qualcosa di iniziatico nella sua preparazione, nel suo svolgersi e nel suo epilogo. Non ho mai sentito nessuno che abbia detto di aver fallito l’obiettivo: sarebbe stato come dire che si era fallita “La prova” che dimostrava la propria maturità raggiunta e la predisposizione per altri e più impegnativi viaggi. La rigida selezione avveniva prima ed alla fine partivano sempre in pochissimi.
Il viaggio aveva un’incubazione macchinosa: l’idea nasceva al bar dove i ragazzi (era una roba tutta al maschile, allora) si trovavano abitualmente (prima dei fast-food) e man mano che andava precisandosi e concretizzandosi avveniva una selezione degli interessati. Ci volevano tempo (un mese), mezzi (auto o moto), tenda canadese, qualche soldo per benzina e cibo. Avventura assicurata. Alla fine partivano in pochi, davvero pochi. Ma tremendamente motivati a compiere questa pazzia. A Capo Nord ci si arrivava sfiniti, dopo un viaggio lungo, che presentava soprattutto negli ultimi 2000 chilometri una prova di resistenza fisica e psicologica. E tutto serviva per vedere il “sole che non tramonta mai” davanti al Circolo Polare Artico. E raccontarlo estasiati a quelli che erano rimasti a casa. Naturalmente io ero tra quelli che erano rimasti a casa. Fin da allora i viaggi mi mettevano troppa ansia e preferivo esplorazioni più vicine. Diciamo che tornavo alle origini del flâneur che esplorava una ben delimitata e vicina realtà. Ma questa è un’altra storia.

mercoledì 25 giugno 2008

Spiaggia


La spiaggia verso Le Castella

"Voi Che Sapete" - Le Nozze di Figaro - Mozart

Voi che sapete
che cosa è amor,
donne vedete
s'io l'ho nel cor.
Quello ch'io provo
vi ridirò;
è per me nuovo,
capir nol so.
Sento un affetto
pien di desir,
ch'ora è diletto,
ch'ora è martir.
Gelo, e poi sento
l'alma avvampar,
e in un momento
torno a gelar.
Ricero un bene
fuori di me.
Non so ch'il tiene,
non so cos'è.
Sospiro e gemo
senza voler,
palpito e tremo
senza saper.
Non trovo pace
notte, nè dì,
ma pur mi piace
languir così.
Voi che sapete
che cosa è amor,
donne, vedete
s'io l'ho nel cor.

martedì 24 giugno 2008

G. Lorca, L'ombra dell'anima mia, 1919

L’ombra dell’anima mia
fugge in un tramonto di alfabeti,
nebbia di libri
e di parole.

L’ombra dell’anima mia!

Sono giunto alla linea dove cessa
la nostalgia
e la goccia di pianto si trasforma
alabastro di spirito.

(L’ombra dell’anima mia!)

Il fiocco del dolore
finisce,
ma resta la ragione e la sostanza
del mio vecchio mezzogiorno di labbra
del mio vecchio mezzogiorno
di sguardi.

Un torbido labirinto
di stelle affumicate
imprigiona le mie illusioni
quasi appassite.

L’ombra dell’anima mia!

E un’allucinazione
munge gli sguardi.
Vedo la parola amore
sgretolarsi.

Mio usignolo!
Usignolo!
Canti ancora?


Madrid, dicembre 1919.

lunedì 23 giugno 2008

Centrali eoliche (ferme)



Le famose centrali eoliche della Calabria… Sono proprio ferme le pale, non è la foto: non sono mai partite… Prima costruite e poi fermate da una inchiesta della magistratura che indaga sulle infiltrazioni mafiose negli appalti per la loro installazione. Storie italiane senza fine in cui si intrecciano responsabilità di politici arraffoni ed incapaci, imprese che pensano di andare a lavorare all’estero perché qui non riescono a muovere un dito senza l’assenso del politico di turno e del mafioso di zona (con i relativi balzelli economici per l’uno e per l’altro). E tutto quando l’interesse generale (per i cittadini) sarebbe non vedere le bollette dell’energia aumentate un mese si e uno pure.
E’ un sistema che è al collasso senza vie di uscita e che va allegramente verso il collasso. Si perché (forse ce lo siamo scordato, ma , evidentemente, la storia non ha insegnato nulla!) anche le civiltà più evolute sono piombate in pochi decenni nella decadenza.
Non c’è uomo della provvidenza che tenga. Anzi, diciamolo francamente, di questi uomini ne abbiamo già assaggiati alcuni con risultati disastrosi.

La Sig.ra Elianora e l'ICI

La Sig.ra Elianora Valgimigli, pensionata di Bologna, ha scritto al suo Sindaco chiedendogli di indicarle il numero di conto corrente al quale versare la sua tassa ICI di € 169. La Sig.ra Elianora è a conoscenza dell’abolizione della tassa sulla casa decisa nel primo Consiglio dei Ministri de governo Berlusconi, ma ritiene sia un “giusto contributo alla collettività”.

L’ICI è una tassa comunale, i cui parametri sono decisi dal Comune che decide quanto e a chi farla pagare in relazione alla tipologia dell’abitazione ed al reddito dei cittadini. E’ quindi una tassa che dovrebbe essere sostenuta da chi si dichiara federalista in quanto gestita dalla istituzione più decentrata dello Stato, cioè il Comune. Ma il federalismo della Lega e del governo Berlusconi è un’altra cosa. Nessuno sa cosa. Nessuno spiega con parole semplici cosa veramente sia. Sicuramente è lontano mille miglia dal “contributo alla collettività” della Sig.ra Elianora che presuppone il concetto (questo certamente semplice!) che un cittadino si senta in debito con la collettività per tutto quello che riceve in termini di servizi. Mi rendo ben conto che non sempre lo Stato, in tutte le sue articolazioni amministrative, è vicino al cittadino ed ai suoi reali bisogni. Basta vedere cosa succede a Napoli per i rifiuti.

La Sig.ra Elianora si rende conto che forse qualcuno la prenderà per pazza e nel paese in cui ogni anno si scoprono 3000 (tremila) evasori totali, non è molto lontana dalla verità.

domenica 22 giugno 2008

a Dio, Vottorio Gassman

Sempre Te chiamo quando tocco il fondo,
so il numero a memoria e ti disturbo
come un maniaco abbarbicato al telefono;
lascio un messaggio se sei fuori. Perdona.
Perdonami di tutto. So che a volte
cancelli a qualche fortunato il debito
che tutti con te abbiamo. La bolletta
falla pagare a me, ma dimmi almeno
che non farai tagliare la mia linea:
ti prego, quando echeggerà quest’ultimo
e dolorante squillo, Dio – per Dio! –
non staccare: rispondimi!

(da la Repubblica, Gassman segreto, oggi)

PS Insisto col proporre la lettura di David Maria Turoldo, Canti ultimi che è un dialogo-scontro tra l'autore con il Nulla.

PPSS Ma anche F.Dostoevskij, Il sogno di un uomo ridicolo

sabato 21 giugno 2008

KOS SAKA…? , Luigi Meneghello, Pomo pero, BUR

Si distinguono i grandi mali-base, le quattro forme del Male, sulla cui rispettiva forza si disputava per chiarirsi le idee, dedènte, deréce, detèsta e depànsa, variabili rispetto ai parametri del voltaggio e dell’amperaggio. C’era una quinta forma, dedòne, categoria a parte che non colpiva gli uomini; e altre minori, come il mal-caduto. E il male oscuro.

venerdì 20 giugno 2008

Vacanza



Non temere piccolo ospite dagli occhi gialli, vieni, entra
Questa è una casa ospitale con le creature come te...



Dentro un vaso di vetro

Non ti ho raccolto
umile conchiglia
lasciandoti al tuo destino
di onde e sabbia.
Ti avrei rubato il futuro
per chiuderti
come inutile trofeo
dentro un vaso di vetro.
(Capopiccolo, 21/06/08)

mercoledì 18 giugno 2008

Terre di mezzo

Terre di mezzo, sconosciute
(Andante)

Pare non vi abiti nessuno nelle terre di mezzo. Assolate, d’estate. Verdi di sterminate risaie. Rare piante a delimitare fossati e argini. Orizzonti sempre indecifrabili. Gelide, d’inverno. Terra rappresa. Orizzonti preclusi da impalpabili nebbie.
Cumuli di nuvole là in fondo come cortina di montagne. Dense di vapori nati da enormi paioli fumanti.
Monotonia di campi e colori: tutto sembra perdersi e sfumare nel grigio del cielo argenteo. La notte sembra lontana e raggiunge tardi questi campi. La luce indugia a lungo là dove le montagne (queste sì vere) si percepiscono vagamente.
Ecco l’airone cinerino, solitario, sull’argine della risaia. Un sussulto per un niente. Un leggero piegarsi delle ginocchia come per spiccare un tuffo ed eccolo che dispiega le ali e subito le lunghe zampe si distendono nel volo.
Altre garzette bianche a quel movimento rispondono con un volo disordinato, come a cercare riparo. Ma non c’è riparo nelle terre delle risaie.
Non c’è riparo nelle terre di mezzo.
Solo la notte nasconde tutto: prima le montagne, poi i campanili lontani, gli argini, i filari di pioppi, i rari gelsi e i salici sul ciglio dei fossi. Tutto rimane avvolto nell’ombra. Si alza il gracidare delle rane e fari a tagliare le risaie a fette lucenti.
Aironi e garzette si sono ritirati al tramonto, verso le rive del Sesia, nelle anse dove il fiume rallenta e viene giù con la corrente, nella notte, un’aria fresca che odora di montagne.
Le terre di mezzo attendono l’alba, immobili, ancora più vuote e solitarie e lontane da tutto e da tutti.
Passo la terra di mezzo ed ora sono oltre, nella terra del sogno. In balìa dei sogni…
I confini sono alle spalle.
Una sensazione di libertà e nello stesso tempo di attesa: non si può prevedere cosa succederà in un sogno. Così faccio un sospiro grande che si apre ad un sorriso, ma lo sguardo scruta l’orizzonte sparito alle spalle e quello ignoto che si apre davanti.
Lo sguardo s’immalinconisce, si vela, come luce abbagliante è rimasta sulla retina un’impronta, persistente, che si attenua a fatica.


Intermezzo notturno
(Adagio)

Terre di mezzo
Tra notte e alba
Silenziose
Campane ammutolite. Per non turbare sonni inquieti
Come se il silenzio potesse tener lontano i pensieri
Terre d’ombre
Di luci promesse
Di luci che faticano a farsi avanti, quasi la notte fosse denso catrame
Eppure
Miagolii di gatti nottambuli
Cinguettii d’uccelli nascosti
Piccoli segnali che qualcosa vive, là in fondo, oltre
Nelle terre di là, già abbandonate dalla notte



Ultime terre di mezzo
(Rondò)

Solo il cuore dovrebbe scandire il ritmo della vita. Da quando inizia a battere e la vita comincia a quando smette e la vita se n’è andata.
Non è così. Tra quei due momenti c’è una terra di mezzo abitata da infinite cose: sì, ci paiono davvero i n f i n i t e . Sono cose che stanno dentro la pausa tra un battito e l’altro. Quelle che ci sembra non finiscano mai, senza saziare la nostra sete infinita, all’improvviso svaniscono senza lasciare traccia. Non paiono neppure mai esistite. Ci stupiamo che lo siano state e che possano durare più del battito di ciglio.
Il ritmo del cuore che scandisce la vita non è sempre identico.
Ci sono momenti che il ritmo si fa sincopato, ci pare che tutto funzioni come un giro di danza. L’incoscienza del movimento ci vela anche la musica. Sembra che, addirittura, si possa andare oltre quel ritmo e si è presi da un delirio di potenza, quasi a sentirci autonomi da qualsiasi costrizione della natura, padroni del nostro destino.
Ci sono momenti invece che non stiamo più al passo, fatichiamo a muoverci, la musica ci precede, non riusciamo a starle dietro. Annaspiamo. Corriamo senza raggiungerla. Ci manca l’aria. Il ritmo ci sembra vorticoso e lontano dalle nostre possibilità e finiamo col guardare, invidiandoli, altri che danzano, che sembrano presi da quella incoscienza del movimento che anche noi avevamo assaggiato.
Ci sono momenti alla fine che ci riconciliamo col ritmo del cuore. Riprendiamo a sentirlo. Scopriamo di non averlo, per tanti anni, ascoltato. Ci stupisce che sia rimasto quel battito di sempre. Quel battito che, inconsapevolmente, avevamo assorbito nella pancia della mamma. Era lì. Non si era mai mosso. Continuava come un basso continuo a fare il suo lavoro. Misterioso.
Solo il cuore dovrebbe scandire il ritmo della vita. Da quando inizia a battere e la vita comincia a quando smette e la vita se n’è andata.
Alla fine di questa terra di mezzo solo il cuore rimarrà.

1 febbraio 2007

martedì 17 giugno 2008

Ci sono

Ci sono donne diffidenti, troppo diffidenti
ci sono donne dure, troppo dure
ci sono donne permalose, troppo permalose
ci sono donne scostanti, troppo scostanti
ci sono donne lontane , troppo lontane
e pure gli uomini sono diffidenti duri permalosi scostanti lontani.

Un futuro di solitudini?

lunedì 16 giugno 2008

Saudade, malattia dell'anima...

*Saudade* in portoghese è un termine che deriva dalla cultura lusitana, prima portoghese e poi brasiliana, che indica una forma di melanconia, un sentimento affine alla nostalgia. Etimologicamente, deriva dal latino /solitáte/, solitudine, isolamento.

In alcune accezioni la /saudade/ è una specie di ricordo nostalgico, affettivo di un bene speciale che è assente, accompagnato da un desiderio di riviverlo o di possederlo. In molti casi una dimensione quasi mistica, come accettazione del passato e fede nel futuro.

In lingua portoghese, a differenza di altre lingue romanze, la parola è l'unica utilizzata per designare tutte le varianti di questo sentimento. In tal senso è spesso considerata intraducibile in altre lingue. /Saudade/ può essere comunque tradotta, approssimativamente, anche come struggimento, tristezza di un ricordo felice.

Si può avere /saudade/ di molte cose :

* di qualcuno che non c'è più,
* di qualcuno che amiamo e che è lontano o è assente,
* di un caro amico,
* di qualcuno o qualcosa che non si vede da tantissimo tempo,
* di qualcuno con cui non parliamo da molto tempo,
* di un luogo caro (la patria, il proprio paese, la propria casa),
* di un cibo,
* di situazioni,
* di un amore.

L'espressione /matar a saudade/ (o /matar saudades/) è utilizzata per esprimere la scomparsa di questo sentimento, ad esempio, ricordando, parlando di un fatto passato, reincontrando una persona, rivedendo un luogo o rivivendo una situazione. Nel sud del Portogallo, /mandar saudades/ significa mandare saluti, felicitazioni.

(da Wikipedia)

Luoghi dell'anima, la mia valle


Quando vedo questo luogo
gli affanni del cuore si placano
e attendo
che là nel profondo
un airone bianco
fenda il verde
col suo volo
solitario

domenica 15 giugno 2008

Teneri passerotti al Giardino della Guastalla nel centro di Milano



Giovanni Raboni, "L'opera poetica", Mondadori, pag. 577

Un giorno o l'altro ti lascio, un giorno
dopo l'altro ti lascio, anima mia.
Per gelosia di vecchio, per paura
di perderti - o perché
avrò smesso di vivere, soltanto.
Però sto fermo, intanto,
come sta fermo un ramo
su cui sta fermo un passero, m'incanto...

(poesia inviata tanto tempo fa da una personale speciale che non vedo più)

venerdì 13 giugno 2008

Raymond Depardon, Ospedale psichiatrico di Collegno, 1980


Hai bisogno di difenderti da tutto
neanche lo spazio limitato e familiare del refettorio
ti tranquillizza
troppa luce
troppo rumore di persone e stoviglie
troppi fiori sulla tovaglia
non ti rimane che rifugiarti
nella tua giacca
e lì dentro
chiudere
occhi
e orecchie
a ritrovare
il respiro lento
e farti abbracciare
dal silenzio

Vignetta di Vauro

Un bacio, un sogno

Svegliarsi per un bacio sulle labbra
era un sogno
tenero
pensarlo poi con nostalgia
lontano
inafferrabile

Voglio tornare in quel sogno

Microcosmo


Mondi vicinissimi e sconosciuti...

martedì 10 giugno 2008

Paolo Messina, Ura ca passa

Ura ca passa


Si chian-tu è st'ura

ca passa e mi punci

iu m'acquazzinu di tempu.

Si junci

vuci pi st'àspiri

praj senza ciuri

mi ridi la luna

e mi vesti di biancu.

E zichi zachi d'umbri

ariu di notti

cu passu d'erva

arrassu

pprtu li giumma

d'un abitu dimisu

'n contraluci.


1947


da: Poesie siciliane, 1985


Passerà quest'ora. Se pianto è quest'ora / che scorre e mi punge / io m'imbrino di tempo. / Se giunge / voce per queste aspre / plaghe senza fiori / mi ride la luna / e mi veste di bianco. / E zig zag d'ombre / aria di notte / con passo d'erba / lontano / porto i fiocchi / d'un abito dismesso / in controluce. (Traduzione di Lucio Zinna).

Adelaide Petters Lessa, Siddharta

Siddharta

( da H. Hesse )

Respiru
lu ciumi
chi scinni
eternu
e ascutu
sirenu
li soi
milli
vuci.

Sgriciu
la pirfizioni.

Mago di Oz


“Mago di Oz, dammi un cervello”, chiese lo Spaventapasseri
“Mago di Oz, dammi un cuore”, chiese il Boscaiolo di latta
“Mago di Oz, dammi il coraggio”, chiese il Leone codardo
“Potrei avere cervello, cuore e coraggio, Mago di Oz?”

lunedì 9 giugno 2008

Spina

Una spina, su quel sentiero lungo il Naviglio
La gomma della bicicletta si è sgonfiata lentamente
Il tempo di arrivare a casa

Basta niente
E quel poco di spinta che avevi
Per tener duro e raggiungere una provvisoria méta
Si affievolisce per una gomma bucata

Te l'eri cercata
Il temporale aveva portato su quello stradino tanti rami con le spine
Era prevedibile
Eppure, questa volta, la méta sembrava davvero così vicina

sabato 7 giugno 2008

Morire di lavoro, un film di Daniele Segre


Interviste a operai edili e parenti delle vittime da infortunio sul lavoro. Uno spaccato della "normale illegalità" di un settore produttivo importante del nostro Paese. Lavoro nero, caporalato, cantieri abusivi, grandi opere, tutti sanno come si lavora nessuno affronta il problema.

giovedì 5 giugno 2008

Koka


Liberatoria.

Io sottoscritto Koka Cane, nato qualche anno fa e residente in bel posto comodo
AUTORIZZO
la pubblicazione su internet delle immagini che mi ritraggono riprese dal sig. Guglielmo (mio vicino di casa).
Ne vieto altresì l'uso in contesti che ne pregiudichino la dignità personale ed il decoro. La posa e l'utilizzo delle immagini sono da considerarsi effettuate in forma del tutto gratuita.

martedì 3 giugno 2008

Lamento della Ninfa, Monteverdi

Non havea Febo ancora
recato al mondo il dí,
ch'una donzella fuora
del proprio albergo uscí.

Sul pallidetto volto
scorgeasi il suo dolor,
spesso gli venia sciolto
un gran sospir dal cor.

Sí calpestando fiori
errava hor qua, hor là,
i suoi perduti amori
cosí piangendo va:

"Amor", dicea, il ciel
mirando, il piè fermo,
"dove, dov'è la fè
ch'el traditor giurò?"

Miserella.

"Fa' che ritorni il mio
amor com'ei pur fu,
o tu m'ancidi, ch'io
non mi tormenti più."

Miserella, ah più no, no,
tanto gel soffrir non può.

"Non vo' più ch'ei sospiri
se non lontan da me,
no, no che i martiri
più non darammi affè.

Perché di lui mi struggo,
tutt'orgoglioso sta,
che si, che si se'l fuggo
ancor mi pregherà?

Se ciglio ha più sereno
colei, che'l mio non è,
già non rinchiude in seno,
Amor, sí bella fè.

Ne mai sí dolci baci
da quella bocca havrai,
ne più soavi, ah taci,
taci, che troppo il sai."

Sí tra sdegnosi pianti
spargea le voci al ciel;
cosí ne' cori amanti
mesce amor fiamma, e gel.

A planc cale il soreli, canto di montagna

A planc cale il soreli
daûr di un’alte mont;
‘ne grande pâs e regne
che pâr un sium profont.

E lis piorutis mangjin
jarbutis che son là;
il to pinsîr oh biele
cui sa là ch’al sarà?

Il sole tramonta piano / dietro un alto monte; / regna una grande pace, / e tutto sembra / profondamente addormentato.
Le pecorelle mangiano / le erbette che sono lì; / il tuo pensiero, oh bella, / chissà dove sarà?

lunedì 2 giugno 2008

Danza macabra, Santa Maria in Binda, Nosate



Quando, nel XIV secolo, alla fine del Medioevo, le condizioni di vita divennero più facili e la gente cominciò a sentire il "piacere di vivere", proprio allora iniziò una serie di pestilenze e carestie, a partire dalla Peste Nera descritta da Boccaccio nel "Decameron", che riproposero drammaticamente il rischio di una morte disperata. Allora si cercò di reagire all'angoscia attraverso una "educazione alla morte", tramite insegnamenti capaci di staccare gli uomini dalle cose di questo mondo, e tentando di "addomesticare" la grande paura. La Danza Macabra fissa, storicamente, questo particolare momento, segnando quindi il trapasso tra il Medioevo e il Rinascimento, dove lo spettacolo della morte assunse quel significato "moderno" di angoscia e paura che ancor oggi lo accompagna. Qui a Santa Maria in Binda la morte è raffigurata come uno scheletro che invita al ballo finale un lungo corteo di religiosi: dal prevosto al vescovo, dal cardinale al Papa, ciascuno di esso mostrato con gli attributi del suo potere, gelosi detentori di un tragico quanto grottesco potere.

Saggezza orientale



"Le parole sono preziose, ma più prezioso è il silenzio".

Sono ricchissimo, il silenzio mi circonda, morbido, ci affondo dentro senza accorgermene, ma allo stesso tempo il senso mi sfugge è impenetrabile nella sua semplicità, nasconde qualcosa e, per questo, è molto simile alla nebbia, che adoro...

domenica 1 giugno 2008

Meg, Parole alate



Parole dolci
parole complicate
parole semplici
parole alate
parole inutili
parole piu’ affilate di una lama
parole fresche
parole come gocce di rugiada

parole che un cuore possono spezzare
parole che ti fanno sanguinare
parole che possono incendiare
gli animi di una rivoluzione

parole uniche
parole che in un lampo a te conducono
parole fragili
parole che poi puntano e distruggono
parole stupide
parole che non sanno dove andare
parole acquatiche
che il mare azzurro sanno attraversare

parole che un cuore possono spezzare
parole che ti fanno sanguinare
parole che possono cambiare
quello che sembrerebbe immutabile

parole magiche
parola mia d’onore
le piu’ struggenti
parole d’amore
parole al vento
parole che si perdono nel tempo
parole date
e gia’ dimenticate

parole che un cuore possono spezzare
parole che sembrano mai bastare
parole che possono cambiare
quello che sembrerebbe immutabile
parole che un cuore possono spezzare
parole che ti fanno sanguinare
parole che possono incendiare
gli animi di una rivoluzione
parole che possono cambiare
quello che sembrerebbe immutabile

Tous Les Matins du Monde - Improvisation sur les Folies