domenica 10 gennaio 2010

L'attenzione [della serie Racconti della Domenica]


L’attenzione

Si era svegliato ed aveva avuto la netta sensazione che qualcosa di veramente eccezionale gli sarebbe successo. Si era fatta la doccia, sbarbato, vestito di tutto punto e poi si era guardato allo specchio, sorridendo, ed aveva detto “Si è una giornata speciale e sono pronto”. Non era il primo giorno che si svegliava con quella sensazione e ripeteva quel rituale, ma era come se la notte avesse l’effetto di cancellare anche il più piccolo dubbio.
Attendere era diventato il suo modo di vivere: non sapeva nemmeno lui cosa attendesse di preciso, ma sapeva che qualcosa sarebbe successo. E la cosa gli metteva un certo buon umore, un inspiegabile buon umore perché, intanto, nulla succedeva di così importante da poter giustificare il suo ottimismo.
L'attesa affinava l'attenzione: guardava, osservava attentamente, soppesava, ascoltava, odorava, valutava le sensazioni di calore o di freddo, di ruvido o di liscio che gli venivano dalla pelle, gustava arrotando la lingua cibi e liquidi, insomma aveva i cinque sensi in allarme.
Man mano che il tempo passava non si perdeva d'animo, rimaneva fermo nel suo atteggiamento d’ascolto, pronto, vigile, sveglio, attento.
Persino la notte quando si coricava, in quello stadio tra veglia e sonno, appuntava l'udito e sbarrava gli occhi nel buio per capire se qualcosa succedesse, a sua insaputa, approfittando del suo momentaneo calo d’attenzione o quel melanconico sottile scetticismo che prende la sera.

-   Vieni su corri, pigrona
-   Non ce la faccio, non ce la faccio
-   Dai, su, spicciati
-   Eccomi, che fretta c’era di arrivare qui in cima?
-   Vieni qui e poi capirai
-   Che c’è?
-   Guarda
Si apriva un largo orizzonte dalla collina che sovrastava il lago ed oltre le colline poi ancora, là in fondo le montagne. Sopra il poggiolo c’era una panchina per fermarsi ed ammirare lo spettacolo. Non c’era più bisogno di parole. Guardavano e sorridevano. Scoprivano un altro paesaggio, altri prati lontani, altri specchi di laghi e tornavano a sorridere ed a sorridersi.
Ecco, questa è la beatitudine: guardare e perdersi. Insieme.
Ma ecco la sveglia intonava la sua suoneria e, ancora una volta, si alzava con un sorriso.

Con il tempo si era fatta un'idea brutalmente semplice di tutto quanto gli stava succedendo e se l’era tenuta stretta e nascosta come un prezioso segreto.
     
© Guglielmo Gaviani
Buscate 10/01/2010






Al patetico ottimismo del mio racconto, non posso che accostare, come contrappunto, questa poesia di Gesualdo Bufalino tratta dalla raccolta L'amaro miele.

Poscritto, dopo molti anni

Se qualcuno stasera è infelice come me.
qualcuno come me, sprangato in una stanza,
dopo aver visto due volte lo stesso film,
solo con un baule di parole sbagliate,
di ricordi bugiardi, in un paese di neve,
fra due lenzuola bianchissime, solo;
se qualcuno stasera è come me nel mondo
uno straniero che domani se n'andrà...

Amico che di là dei monti
per ascoltarmi stringi gli occhi come una volta,
ricordi i balli prima della guerra.
e Jole e Minia e la signora forestiera,
ricordi il sole del trentanove
sui nostri visi brutti, le nostre risa di poveri,
l'intercalare “Quien sabe?” di moda tutta un estate,
finché significò qualcosa...

Poi la luna si chiuse nei pozzi,
l'unghia d'inverno recise
i mazzi di robinie spruzzolati di sangue,
migrarono gli uccelli dai nidi delle caserme...
Chi guarirà dentro di noi tutti quei morti
che palpano con mani cieche
la notte smisurata che li mura?
Chi nel nero tizzone risveglierà una guancia
per ripetere “t'amo “ ai ponte della Bettola?

Giorni più neri altrove m'aspettavano:
mi punse il petto la febbre
con lunghe aguzze scapole di vergine.
scaltro venne un sensale
a contare i miei passi, il mio respiro...
Insolente proposta di esistere,
inutilmente al balcone
il grido dei gallo un'alba mi chiamò

Da allora chiuso nel mio cunicolo, e pieno
d'un minuto rancore, d'un bambino rancore,
come un guardiano di faro in fedele
vivo in attesa d'un naufragio, m'affeziono
ai minimi relitti che la tempesta mi porge,
dirigo sugli scogli ogni barca che mi cerca,
rido da solo strofinandomi le mani...

Dio, tu dici, o chiedi in silenzio :

a guisa dei poliziotti dei romanzi,
ho fiutato nel mondo le Sue peste;
in piedi e in ginocchio, beffato e beffardo,
l'ho ferito e chiamato, l'ho perduto e cercato,
ma il delitto dentro la stanza chiusa
s'è ripetuto ogni volta, all'improvviso...

E poi... ma addio, addio, le parole non servono.


3 commenti:

  1. ci sono giorni che si vestono di questa euforia "immotivata"...però piacerebbe anche a me farmi un'idea di cosa stava succedendo! Il video regala un paesaggio bellissimo, in che momento della giornata hai registrato? dalla luce non si capisce. Grazie, anche della puntualità promessa ;-) perciò...buona domenica!

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  2. Il filmato è stato girato il 3 agosto del 2007 alle due del pomeriggio sopra a Verbania (Piancavallo). Non è stata una bella estate, vivevo solo sul lago e , come ho sempre fatto nella mia vita, cercavo nella natura una tranquillità che non avevo. Non era affatto un momento di "beatitudine", eppure di fronte a questo panorama...
    Ma lo scrivere ora è un'altra cosa: posso permettermi di associare sentimenti, emozioni che attraversano il tempo e in qualche modo seppur parziale lo sconfiggono...
    Ciao e grazie per la lettura del mio racconto mignon

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  3. Solo un segno per dirti che sono passata all'appuntamento domenicale, ed ho fatto bene e mi è piaciuto.
    Grazie.

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