sabato 17 dicembre 2011

A Napoli il maglioncino non va di moda...

Questo e altri manifesti dello stesso tono sono appesi ovunque a Forcella, nei Quartieri Spagnoli, a Chiaiano e Fuorigrotta ecc. Il signore col maglioncino non è molto amato e ci si stupisce (ma non più di tanto) che a sinistra trovi tanti convinti estimatori. Ma "la sinistra" è una categoria superata per chi sta smantellando tutte le conquiste sociali , dei diritti e salariali dei lavoratori e per molti che pensano di essere moderni perché guardano alla "sinistra" si Blair o semplicemente ai democratici americani come un modello.

Non ci rimane che magnarce o padrone
Pomigliano d'arco è diventato l'esempio su cui costruire le "nuove relazioni sindacali" di Sergio Marchionne e sappiamo questo eufemismo che cosa vuol dire. Si sa che questi manager moderni usano un linguaggio da Bocconi o da Harward.
Ieri una interessante conferenza nella mia profonda provincia milanese sulla presentazione di un libro fatto da 4 operai di Pomigliano su come si è arrivati all'accordo in FIAT.



AA.VV., Pomigliano non si piega
Ed. A.C. Editoriale, febbraio 2011
pp. 205, Euro 8,00

Il referendum del 22 giugno 2010 sull’accordo imposto da Marchionne ai lavoratori FIAT di Pomigliano ha segnato una pagina fondamentale della storia delle lotte operaie in Italia: la prima di un nuovo capitolo, che ha trovato nel referendum di Mirafiori dello scorso gennaio la sua immediata continuazione. Malgrado la propaganda incessante FIAT (fuori e dentro la fabbrica), le minacce, i reparti confino per i sindacalisti ecc ecc più del 40% degli operai ha detto no all'accordo.

Su questi “accordi” si è letto e sentito di tutto e di più: televisioni e carta stampata si sono sostanzialmente divise tra chi sosteneva la tesi del “sacrificio duro ma necessario” e chi invece appoggiava in pieno il progetto Marchionne, accusando in sostanza gli operai fannulloni di Pomigliano e Mirafiori di essere i colpevoli della crisi economica. Tra tante voci, per lo più provenienti da giornalisti e politici che non hanno messo piede in fabbrica neppure un giorno in vita loro, nessuno o quasi si è premurato di chiedere direttamente agli operai della FIAT come gli accordi avrebbero cambiato, materialmente, le loro condizioni di lavoro e di vita.


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