mercoledì 9 novembre 2011

Nel giardino, di notte, qualcuno danza



Enrico era scivolato fuori dalla porta di casa che il cuore gli batteva forte e si era portato una torcia portatile per farsi luce. Il giardino era come affondato nella notte, non si distingueva nulla e bisognava farsi largo nel sottobosco che sembrava essersi intrecciato serrandosi ad ogni intrusione. Procedeva con fatica, cercando di non fare rumore. In lontananza dietro al muro di cinta solo l'abbaiare di un cane insistente e fastidioso. Sulle gambe sentiva come mille mani che lo accarezzavano, le felci con le loro foglie come lunghe dita, l'erba sottile e tagliente già bagnata di una fresca rugiada. Agli alberi era rimasto solo il tronco mentre le fronde si confondevano con la notte non lasciando passare nemmeno un raggio della luna piena che pure era già spuntata e campeggiava nel cielo. Ma ecco proprio la luce della luna illuminava lattiginosamente il lato della serra. Le finestre lasciavano appena trasparire una luce altrettanto fioca proveniente dall'interno, quasi che all'interno avessero acceso delle candele. 
Il bambino si era avvicinato silenzioso ed aveva sbirciato attraverso la finestra. Il mondo là all'interno sembrava di favola: la luce tremolante più che creare luce produceva ombre mobilissime che si stagliavano sulle pareti, gli attrezzi sembravano danzare, ma anche figure umane si muovevano. Enrico non riusciva a mettere a fuoco nessuna immagine definita, appena riusciva ad acchiapparne una gli sfuggiva come se gli scivolasse tra le dita e si sciogliesse in quelle ombre. Si era fatto prendere dall'emozione e ci volle un po' di tempo prima che decidesse di seguire una sola immagine per distinguerla tra le altre, per separarla, per riconoscerla.
Aveva provato con una figura che indossava una specie di sciarpa di seta che sembrava gonfiarsi come una vela alla luce della candela. L'immagine sembrava materializzarsi per poi svuotarsi, librarsi nell'aria per poi cadere pesantemente a terra confondendosi con il ciarpame accumulato là dentro.
Enrico lentamente si assuefaceva a quell'atmosfera e solo ora apprezzava i particolari, affinava la sua capacità di discernere, di selezionare. Ora poteva percepire anche una musica, come un suono attutito, lontano e gracchiante che pareva essere prodotto da una di quelle radioline portatili. Il volume era talmente basso da confondersi con il fruscio della notte nel giardino. Così quella danza al soffio di una musica inesistente sembrava un po' macabra o forse era solo un effetto della luna piena che splendeva indifferente su tutto.
Ora distingueva una figura: un attimo si era girata verso la finestra ed un raggio improvviso aveva colpito il suo viso. Non poteva essere che la persona inquieta del secondo giorno. Era lei che indossava quella sciarpa di seta. Nell'angolo, poi, c'erano anche gli occhi fissi del nero che guardava dal cespuglio. Erano immobili, guardavano anche loro la danzatrice, la finestra e la testa del bambino che spuntava illuminata dalla luna. Erano calmi e fiduciosi, guardavano senza ansia, senza voglia di possedere, senza ombra di invidia. E sotto quegli occhi, per la prima volta Enrico aveva visto affacciarsi un sorriso appena accennato. A chi sorrideva? Alla ballerina dalla sciarpa svolazzante o ad Enrico, spettatore in incognito? 
Ecco che una grande ombra che stava sullo sfondo della stanza venire alla ribalta. Era una terza persona, enorme di statura, con una testa piccolissima, avvolta in un ampio tabarro nero che sembrava coprire tutta la stanza e lanciava ombre enormi allargando le braccia. Anche quella figura danzava con un movimento apparentemente sgraziato che ad ogni momento pareva travolgere tutto. Eppure gli altri apprezzavano ed incoraggiavano il nuovo danzatore. Tutti sembrano adattarsi alle sue goffe movenze e la figura con la sciarpa schivava abilmente i movimenti troppo maldestri dell'uomo col tabarro.
Enrico era rimasto lì a bocca aperta, come stesse ascoltando una fiaba del nonno: tutto evocava mondi fantastici ed improbabili dove lui si trovava a suo agio, da cui non avrebbe mai voluto separarsi. 
Ma un brivido freddo lo colse all'improvviso alla schiena quasi fosse una sferzata sulla groppa di un cavallo già teso dallo sforzo del galoppo. Non gli rimase che scuotersi di dosso quello stato di torpore che l'aveva preso e correre, senza nemmeno accendere la pila verso la lucina che si vedeva in lontananza sulla facciata bianca della casa. In un attimo era nel suo letto sotto le lenzuola profumate per tuffarsi in un altro ed imprevedibile sogno.

6 commenti:

  1. bello l'incedere di Enrico tra le felci.
    p.s.
    vedo che anche tu non ti fai mancare niente nei sogni :-)

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  2. Mai abbastanza, Giacy -:) purtroppo ho uno spirito molto "pratico" malgrado qualche svolazzo letterario. Sono un "tecnico" di formazione e mi occupo di cose maledettamente concrete (anche da pensionato).
    Forse questa è la molla per fantasticare -:)

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  3. E' bello il sogno, è bella la danza, è bella la foto.

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  4. Tutto bello, allora , Horror -:)))

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  5. Si, è tutto bello! :))) Ma i dettagli (la musica, la danza,l'immagine) fanno la differenza...

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  6. Ciao. Ho bisogno di dirti una cosa.
    Mi puoi scrivere a giorgio52@hotmail.it?
    Grazie. Giorgio

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