martedì 14 ottobre 2008

Emily Dickinson e tre traduttori

1695

There is a solitude of space
A solitude of sea
A solitude of Death, but these
Society shall be
Compared with that profounder site
That polar privacy
A soul admitted to itself -
(L'ultimo verso non c'è nei manoscritti originali. Sembra sia una aggiunta editoriale.)


Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare
e solitudine la morte – eppure
tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,
segretezza polare
che è un’anima al cospetto di se stessa –
infinità finita.

(traduzione di Marisa Bulgheroni, Meridiani)


C'è una solitudine di spazio,
una solitudine di mare,
una di morte, ma
faranno lega tutte quante
a paragone con quell'estremo punto,
quella polare ritrosia
di un'anima ammessa a se stessa.
Finita infinità

(traduzione di Mario Luzi, Meridiani)


C’è una solitudine nello spazio
Una solitudine nel mare
Una solitudine nella morte
Luoghi affollati
come le nostre
gelate profondità

(traduzione di Fra', post a questo blog del 14_10_08)

Commento. Inutile dire che la traduzione della poesia è di per sé cosa ardua. Forse aiuta essere poeti. O almeno chi traduce è tentato di ritrovare quella musicalità delle parole che era nelle intenzioni del poeta da tradurre. Gli esiti sono a volte esaltanti...

3 commenti:

  1. C’è una solitudine nello spazio
    Una solitudine nel mare
    Una solitudine nella morte
    Luoghi affollati
    come le nostre
    gelate profondità

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  2. @ frà. L'elenco delle solitudini sarebbe davvero molto lungo...Grazie per aver prolungato la poesia...

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  3. Che grande differenza di capacità e di anima fra le due traduzioni, Luzi era davvero un grande.

    Francesca

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