domenica 30 novembre 2008

Due solitudini


Quando ho visto questa mattina i due alberi nella nebbia, il titolo mi è venuto immediatamente...


Nella nebbia di Hermann Hesse


Strano camminar nella nebbia!
Solinga ogni pianta, ogni pietra,
di tutti questi alberi l'uno
l'altro non vede. Solo è ognuno.
...
Strano camminar nella nebbia!
Chi vive non può che star solo.
Di tutti gli uomini l'uno
non sa dell'altro. Solo è ognuno.

sabato 29 novembre 2008

Viola infreddolita dalla prima neve



[Per una persona (cara) lontana dal cuore infreddolito]

L'infinito lunare di Giuseppe Bonaviri


L'infinito lunare è una raccolta di racconti. La scrittura di Bonaviri è piana e le vicende raccontate partono sempre da situazioni molto concrete di vita quotidiana. Poi il registro cambia improvviso e ci si trova su un'astronave a fare un viaggio verso l'infinito con un improbabile equipaggio di scienziati e si rimane interdetti. Il medico di provincia, per amor di avventura, abbandona la moglie ed i figli ed accetta di fare un viaggio nello spazio, per una missione che pare oscura. Più l'astronave procede nell'infinito e più tutto l'equipaggio sembra sprofondare nella memoria come se il vero viaggio sia quello che ciascuno fa a ritroso nella sua vita. Ma nello stesso tempo c'è un sentimento di estraniazione che avvolge tutti e che rende il mondo veramente molto lontano.

(da un dialogo sull'astronave tra il medico e Lilì)
«Non mi pare che sia la voce di mia moglie» diceva alle volte «quel soffio indecifrabile di parole che mi ar­riva, quando il capitano mi da la comunicazione. Mi sento solo ed anche voi mi sembrate fantasmi. Che mi succede, dottore? È un distacco troppo forte quello che ci hanno imposto. Mi vien da pensare ai miei due vecchi zii, Michele ed Agrippina, che mi allevarono come un figlio sino a vent'anni. Non li ho forse traditi? Li vedo con grande chiarezza, come se il ricordo nascesse da un soffio luminosissimo. Si sedevano accanto al balcone e vi stavano per ore ed ore, sino a che dalla campagna ve­niva la sera. Parlavano di me e della mia infanzia e a vi­cenda si dicevano: "Ti ricordi del nostro nipotino?" Se vivono ancora saranno vecchi e curvissimi. Foglie sec­che. Bisogna stare vicini a quelli che si ricordano di noi. I miei zii avranno paura anche del canto del gallo, es­sendo troppo vecchi e potrebbero essere spezzati in scaglie. Forse il dio Rajhin li ha raccolti nella sotterra­nea Alcamuch con le cavalle dagli zoccoli di bronzo.»
«Che vale pensare a tutto questo?» lo interrompevo. «Ridiamone, piuttosto.»


Una lettura che ricorda il Calvino delle Cosmicomiche ( mi si perdoni l'azzardo, ma non essendo un critico mi posso permettere un giudizio temerario).

venerdì 28 novembre 2008

Un lume alla finestra...


(Artemisia Gentileschi; Giuditta e Oloferne)

Bisognerà ripristinare l'usanza che faceva mettere, nelle notti tempestose, un lume alla finestra per illuminare la strada al viandante sperduto. Chissà se c'è ancora qualche povero viandante sperduto nella notte e se c'è come sarà frastornato dai troppi lumi che ci sono ora. Certo essi non servono più ad indicare un approdo sicuro, un rifugio accogliente, ma a delimitare proprietà inviolabili controllate da telecamere di sorveglianza, sensori ad infrarossi sensibili al calore umano ed altri marchingegni anti-intrusione. Non ultimo qualche famelico cane addestrato (contro natura) ad azzannare malcapitati. Perché chi sta fuori è un intruso non è più un viandante. Aspettare uno sconosciuto è una assurdità.
Mi ricordo da bambino veniva a casa mia un barbone: di giorno si aggirava nei paesi, speduto, con quelle sacche piene di chissà quali cose e la notte dormiva nei capanni degli attrezzi in campagna. Quando i morsi della fame lo assalivano e non sapeva più dove andare suonava il campanello di casa, ma non si faceva vedere, si nascondeva dietro il muro di cinta ed aspettava. Mia mamma usciva, guadava, non vedeva nessuno e chiudeva la porta. Poi risuonava il campanello. Allora mia mamma usciva e non vedeva nessuno di nuovo, ma aveva capito. Allora senza scendere ad aprire il cancello gridava :"Vieni domani mattina che ti do qualcosa, adesso devo dare da mangiare ai miei bambini, vieni domani mattina". L'indomani mattina Lurup (questo era il suo soprannome) veniva a casa e trovava un panino con il salame o una fetta di formaggio.
Bisognerà ripristinare l'usanza che faceva mettere, nelle notti tempestose, un lume alla finestra per illuminare la strada al viandante sperduto.

Tommy Emmanuel - Angelina



Non so perché (o meglio lo so perfettamente, ma fingo a me stesso) questa canzone mi ricorda tante cose e mi viene un po' di "magone"...

giovedì 27 novembre 2008

Caravaggio, La conversione di Saulo



Fino al 12 Dicembre è possibile vedere questa tavola di Caravaggio a Palazzo Marino (Comune) di Milano. La tavola è di proprietà privata della famiglia Odescalchi e quindi è una occasione unica per vederla.
Ieri, con una breve coda, ho potuto ammirare da vicino questa tavola che, a dire il vero, non mi ha emozionato. Inorridiranno gli estimatori di Caravaggio, ma trovo questo quadro un po' sottotono...

Rubinstein e Horowitz suonano Chopin ballade No.1 Op 23 G minor






Se esiste un paradiso, suonano senz'altro questa musica...

Sogno o son desto



Da quando non ho più l'assillo della sveglia mi pare di sognare di più. Ed è una bella sensazione. Ora potrei permettermi di scrivere qualche sogno (e l'ho fatto su questo blog) anche se è una tecnica assai difficile per la complessità delle trame e dei riferimenti, per i rimandi al mio vissuto, della mia famiglia, delle persone che ho conosciuto. Non poco hanno a che fare (i sogni) con ciò che leggo quotidianamente e sopratutto con ciò che leggo la sera prima di addormentarmi. Molti scrittori si sono cimentati con la scrittura di sogni e forse gran parte della letteratura è un sogno, chissà... Penso che su quel percorso verso un uomo migliore che immagino sia la strada che ciascuno intraprende, bisogna fare i conti con se stessi e con i propri sogni... Quel che pare chiaro (almeno per me) che la contrapposizione realtà/sogno è da conbattere strenuamente: cancelleremmo, negando il sogno a favore della realtà, una parte fondamentale del nostro essere uomini.

mercoledì 26 novembre 2008

Antonio Gramsci e la conversione



Commento. Premetto che ho un grande rispetto per qualsiasi fede e che ho ancora più rispetto per la libertà di ricerca di qualsiasi persona. Quello che mi urta profondamente è il tentativo di annettere qualsiasi percorso alla "vera" fede che come ci dice un giorno si ed uno si il Papa (e la gerarchia cattolica, fino all'ultimo Parroco di paese) è quella Romana Cattolica Apostolica.
La salvezza (o la felicità o la pace o...) di ciascuno è un percorso arduo, pieno di insidie e di scoperte eccezionali e può benissimo arrivare a compimento lontano dalla pratica religiosa corrente. Se ne facciano una ragione: la fede nasce anche lontano dai Santini...

martedì 25 novembre 2008

Nazim Hikmet, Alla vita

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell'al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.

La vita non é uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla é più bello, più vero della vita.

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant'anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.


Commento. Piantare ulivi a settant'anni ? Spesso non crediamo nemmeno all'oggi, ma all'adesso. Siamo sfiduciati perché pensiamo d'essere incalzati dal tempo. Ma il tempo a cadenze sue, inevitabili. Riprendiamo con un bel respiro ampio a far battere il nostro cuore sul pentagramma del tempo ad un ritmo "largo"...

Info su Nazim Hikmet. Nasce a Salonicco nel 1902. È amico di Neruda, allievo di Majakovkij. È capace di ridere e piangere, di amare, di soffrire e di cantare. E cantava - racconta Neruda - prima piano e poi sempre più forte, a squarciagola, per vincere la sua debolezza e rispondere ai suoi torturatori. Cantava in mezzo agli escrementi delle latrine, dove lo avevano costretto a stare dopo averlo fatto a camminare fino all'esaurimento delle forze. Oppositore del regime di Kemal Ataturk, è condannato a 28 anni di carcere (1938) con l'accusa di incitamento alla ribellione perché ai cadetti della marina, che amano i suoi versi, piace leggere l'"Epopea di Sherok Bedrettin", il poema sulla ribellione dei contadini del 1500 contro l'impero ottomano.
Per la sua liberazione, nel '49 firmano a Parigi, insieme a tanti altri, Sartre, Ricasso e Robeson. Per la libertà si sottopone a uno sciopero della fame di 18 giorni, nonostante il cuore malato. Esce dal carcere in seguito ad un'amnistia generale. Anche da libero è perseguitato: due tentativi di ucciderlo e il servizio militare a 50 anni, malato. Privato della cittadinanza turca, deve rifugiarsi all'estero, accolto con affetto ovunque; solo gli Stati Uniti gli negano il visto. Muore esule a Mosca nel 1963.
(Tratto da http://www.sfonditalia.it/PoesieHikmet.htm)

La Valse , Ravel (Direttore Leonard Bernstein)



Un valzer sghembo, stravolto, inquietante che vuole essere un tributo a Johann Strauss, ma chiude un'epoca ed apre un secolo (l'opera è del 1911) altrettanto sghembo...

lunedì 24 novembre 2008

Fiore intirizzito


(Clicca sull'immagine per vederla ingrandita)

Museo Diocesano di Milano

Il Museo Diocesano nasce come emanazione della Diocesi ambrosiana ed è stato inaugurato nei Chiostri di Sant'Eustorgio dal Cardinale Martini nel 2001.
La visita virtuale al museo è possibile cliccando sul link del titolo.

Mi permetto di presentare una mia visita con le opere che più mi hanno colpito.


(Intagliatore lombardo fine XIV secolo inizio XV. L'intaglio nel legno della figura rende viva la drammaticità dell'evento.)



(Alessandro Magnasco, Il furto sacrilego, 1731. Il quadro è visionario ed impressionante: sembra la scena di un film horror. In realtà anticipa una visione romantica della vita e della morte. L'anticipa talmente che all'epoca non fu ne capito ne apprezzato.)



(Gaetano Previati, Via Crucis, 1888. La Via Crucis del Previati ha avuto una vicenda travagliata. Commissionata dal Prevosto di Castano Primo per il cimitero del paese è stata "strappata" per salvarla dalla sicura perdita e riposta nella Villa Rusconi del paese. Nel 1991 un incendio ha colpito la villa che è andata quasi completamente distrutta. Le tele sono state a quel punto ritirate dalla Curia che in seguito le ha inserite nel Museo. Ancora oggi i cittadini di Castano Primo godono del privilegio di poter visitare gratuitamente queste opere all'interno del Museo Diocesano)



(Francesco Hayez, Crocifisso con la Maddalena, 1827. La foto è tratta dal Catalogo perché sembra che l'unico quadro di Hayez degno di nota sia Il bacio, almeno per Google. Questo quadro ha una drammaticità che nulla ha a che vedere con lo stereotipo romantico de Il bacio)

Ottimisti versus pessimisti (una vittoria scontata)





E' meglio credere a chi (seppure bugiardo patentato) sostiene che bisogna essere ottimisti e sorridere al futuro o a chi (altrettanto poco credibile) sostiene che siamo sull'orlo della bancarotta e bisogna tirare la cinghia ?
Se la domanda si pone male la risposta non può essere che conseguente: a vantaggio del primo ed a sfavore del secondo !

La comunicazione conta, eccome... E gli errori si pagano...

J.L.Borges, Finzioni (traduzione di F. Lucentini) - La biblioteca di Babele

L'Universo (che altri chiamano la Biblioteca) si compone d'un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori, interminabilmente.
...
Nel corridoio è uno specchio, che fedelmente duplica le apparenze.
...
Qunado si proclamò che la Biblioteca comprendeva tutti i libri, la prima impressione fu di straordinaria felicità. Tutti gli uomini si sentirono padroni di un tesoro intatto e segreto. Non v'era problema personale o mondiale la cui eloquente soluzione non esistesse: in un qualche angolo. L'universo era giustificato, l'universo attingeva bruscamente le dimensioni illimitate della speranza.
...
Alla speranza smodata, com'è naturale, successe una eccessiva depressione. La certezza che un qualche scaffale d'un qualche esagono celava libri preziosi e che questi libri preziosi erano inaccessibili, parve quasi intollerabile. Una setta blasfema suggeri che s'interrompessero le ricerche e che tutti gli uomini si dessero a mescolare lettere e simboli, fino a costruire, per un improbabile dono del caso, questi libri canonici.
...


Commento. Il mito moderno che la razionalità possa comprendere ogni cosa è un mito senza alternative: si guarda allo specchio e vede solo questa apparenza. Una Babele senza alternative: l'alternativa sarebbe credere nel caos dell'irrazionale ed è una alternativa forte con molti (agguerriti) sostenitori. Borges sostiene (e come si potrebbe non credere a questa ulteriore apparenza !):

Non mi sembra inverosimile che in un certo scaffale dell'universo esista un libro totale (perché esista basta che sia possibile); prego gli dèi ignoti che un uomo - uno solo, e sia pure da migliaia d'anni! - l'abbia trovato e l'abbia letto. Se l'onore e la sapienza e la felicità non sono per me, che siano per altri. Che il ciclo esista, anche se il mio posto è all'inferno. Ch'io sia oltraggiato e annientato, ma che per un istante, in un essere, la Tua enorme Biblioteca si giustifichi.

Kaki


(Solo ieri era una bella giornata così...)

sabato 22 novembre 2008

J.L.Borges, Finzioni (traduzione di F. Lucentini) - L'ultima notte di Jaromir Hladìk

Antefatto. Jaromir Hladìk è stato arrestato a Praga nella notte del 19 Marzo 1939 dalla Gestapo per un suo saggio ebraizzante. E' autore di varie opere letterarie tra cui l'incompiuta tragedia "I nemici". Viene rinchiuso in carcere ed è decretata la sua morte per fucilazione. Nell'ultima notte insonne...

Parlò con Dio nell'oscurità: «Se in qualche modo esisto, se non sono una delle tue ripetizioni e delle tue errata, esisto come autore dei Nemici. Per condurre a termine questo dramma, che può giustificarmi e giustificarti, chiedo ancora un anno. Accordami questi giorni, Tu a cui appartengono i secoli e il tempo».
Era l'ultima notte, la più atroce; ma dieci minuti dopo, il sonno l'annegò come un'acqua scura.
Verso l'alba, sognò d'essersi rifugiato in una delle navate della biblioteca del Clementinum.
Un bibliotecario dagli occhiali neri gli domandò: - Che cerca? -
Hladik rispose: - Cerco Dio -.
Il bibliotecario disse: - Dio è in una delle lettere d'una delle pagine d'uno dei quattrocentomila volumi del Clementinum. I miei padri e i padri dei miei padri hanno cercato questa lettera; io sono diventato cieco a cercarla -.
Si tolse gli occhiali e Hladik gli vide gli occhi, che erano morti.
Un lettore venne a restituire un atlante. - Quest'atlante è inutile, - disse, e lo dette a Hladik.
Questi l'apri a caso. Vide una carta dell'India, vertiginosa. Bruscamente sicuro, toccò una delle lettere più piccole. Una voce che veniva da ogni luogo gli disse: - II tempo per il tuo lavoro t'è stato concesso -. Qui Hladik si svegliò.


Clementinum, edificio edificato nel 1556 da Ferdinando I a Praga

Frutti di stagione


Rosa canina detta anche Gratacu (avete capito bene!) perché una specie di lanuggine che avvolge i frutti provocava (ai tempi che si mangiava qualsiasi cosa commestibile ci fosse in giro!) un forte prurito anale.


Fusaggine o "berretta del prete" (perché non del cardinale, visto che è rossa?) da noi chiamata in dialetto Runcasnu. Il tronco si usava per fare stuzzicadenti, matite ed attrezzi agricoli. Il frutto (nella foto) è acidulo e velenoso.

Ella Fitzgerald, The Man I love

venerdì 21 novembre 2008

Antonio Gramsci traduce i Grimm

Storia di uno, Giovannin Senzapaura, che partì
di casa per imparare cos'è la pelle d'oca


Un padre aveva due figli. Il maggiore era scaltro e giudizioso e sapeva arrangiarsi in tutto benissimo,
il minore invece era stupido, non capiva e non imparava nulla, e quando la gente lo vedeva, diceva:
«Costui è per il padre un bel peso!».
Quando c'era qualcosa da fare, il fratello maggiore la eseguiva sempre; ma se il padre lo
chiamava per andare a prendere qualcosa, di sera o addirittura di notte e la strada passava accanto al
cimitero o in qualche altro luogo tetro, allora egli rispondeva: «Ah, no, babbo, io non ci vado, mi
viene la pelle d'oca!» perché era pauroso.
Oppure, quando la sera intorno al focolare si raccontavano storie, da far venire i brividi, gli
ascoltatori ogni tanto dicevano: «Ah, mi viene la pelle d'oca!».
Il fratello minore sedeva in un angolo, ascoltava e non riusciva a capire che cosa ciò significasse.
«Sempre dicono mi viene la pelle d'oca!, mi viene la pelle d'oca! e a me la pelle d'oca non
viene; deve essere certo un'abilità, della quale non capisco nulla».
Ora avvenne che una volta il padre gli disse: «Senti un po', tu diventi grande e forte, impara
qualche cosa per guadagnarti il pane. Vedi come tuo fratello si dà da fare, ma con te si perde il ranno
e il sapone».
«Eh, babbo - rispose, - io vorrei imparare volentieri una cosa. Sì, vorrei apprendere che cos'è
la pelle d'oca perché ancora non ne capisco proprio nulla».
Il maggiore rise appena lo sentì e pensò tra sé: «Dio, che stupido è mio fratello, nella vita
non riuscirà a niente; il buon giorno si conosce dal mattino». Il padre sospirò e rispose:
«La pelle d'oca potrai imparare a conoscerla, ma con questo non ti guadagnerai il pane».
Poco dopo il sacrestano venne in casa a far visita, per cui il padre si lamentò con lui delle
sue tristezze e gli raccontò come il suo figlio più giovane fosse così malamente dotato in ogni cosa,
non sapesse nulla e non imparasse nulla. «Pensate, che avendogli io domandato come vuole guadagnarsi
il pane, ha espresso il desiderio di voler imparare cos'è la pelle d'oca».
«Se non è che questo - rispose il sacrestano - egli potrà impararlo presso di me; mandatemelo
a casa, io lo dirozzerò per benino». Il padre ne fu contento perché pensava: «Il giovane imparerà
dunque qualcosa».
Il sacrestano se lo portò dunque in casa e il giovane doveva suonar le campane. Dopo un
paio di giorni, lo svegliò a mezzanotte, gli disse di levarsi, di salire sul campanile e di suonare le
campane. «Adesso imparerai bene che cos'è la pelle d'oca», pensava; di soppiatto lo precedette e
quando il giovane fu su e si voltò e volle prendere la corda della campana, vide che sulla scala, di
fronte allo spiraglio, c'era una figura tutta bianca. «Chi sei?», gridò, ma la figura non rispose, non si
mosse, non si allontanò. «Rispondi - gridò il giovane, - e allontanati, tu non hai da far nulla qui di
notte». Il sacrestano, però, rimase immobile, per cui il giovane credette che fosse uno spettro e gridò
per la seconda volta: «Che cosa vuoi qui? Parla, se sei un uomo onesto, oppure io ti getto giù dalla
scala».
Il sacrestano pensò: «Non lo credo così cattivo»; non proferì parola e stette immobile, come
se fosse di pietra. Il giovane dopo averlo chiamato per la terza volta inutilmente, si slanciò e gettò il
fantasma dalla scala, tanto che rotolò per dieci gradini e rimase disteso in un angolo. Quindi suonò
le campane, andò a casa, si mise a letto senza dire una parola e riprese a dormire.
La moglie del sacrestano aspettò a lungo il marito, ma non vedendolo ritornare chiese: «Sai
dove è rimasto mio marito? È salito prima di te sul campanile».
«No - rispose il giovane, - ma nella scala, di fronte allo spiraglio c'era un tale, e poiché non
volle rispondere e andarsene via, ho ritenuto fosse un mariuolo e l'ho buttato giù. Andate a vedere.
Se fosse stato lui, mi dispiacerebbe molto».
La donna corse via e trovò suo marito che giaceva in un angolo e si lamentava, perché aveva
una gamba spezzata. Lo portò giù e corse poi con alte grida dal padre del giovane. «Vostro figlio -gridò, - ha causato una grande disgrazia, ha gettato mio marito giù dalla scala, così che si è rotto una
gamba: portate via il fannullone da casa nostra».

...seguono altri tentativi...fino a quando giunge presso un Re che lo sottopone ad altre tremende che Giovannino supera senza timore, ma senza avere mai la pelle d'oca. Al alla fine il Re...

Il re disse: «Tu hai liberato il castello e sposerai mia figlia».
«Tutto va benissimo - disse il giovane, - ma io ancora non so che cos'è la pelle d'oca».
L'oro fu portato su e furono festeggiate le nozze, ma il reuccio, per quanto amasse sua moglie
e fosse contento, tuttavia diceva sempre: «Almeno mi venisse la pelle d'oca, almeno mi venisse
la pelle d'oca».
Questo alla fine infastidì sua moglie. Allora la cameriera le disse: «Proverò ad aiutarlo ad
imparare cos'è la pelle d'oca». Andò giù al ruscello che scorreva attraverso il giardino e si fece portare
un secchione pieno di ghiozzi (pesciolini). La notte, quando il reuccio dormiva, sua moglie tirò via la coperta
e gli versò addosso il secchione pieno d'acqua fredda e di ghiozzi, così che i pesciolini gli si
dimenavano intorno.
Egli si svegliò e gridò: «Ah, che pelle d'oca, cara moglie! Sì, adesso so cos'è la pelle d'oca!».

Commento. Franz Marie-Louise von nel suo libro Fiabe interpretate, ed Boringhieri cerca di dare una interpretazione psicanalitica di (anche) questa fiaba che facilmente si può immaginare. La pelle d'oca provata dopo il matrimonio con la giovane principessa non lasciano dubbi in proposito... Ma quello che mi sorprende sempre è questa sottolineatura nelle fiabe della fortuna che capita al più disgraziato, al più abbandonato e reietto figlio scemo della famiglia.
In una società come la nostra che rifiuta "chi non è all'altezza", che ghettizza l'incapace ed il diverso, la fiaba tradizionale sembra supportare una ideologia assolutamente eversiva...

Ci sono luoghi che...



Ci sono luoghi che
non smetterò mai d'amare...

giovedì 20 novembre 2008

Filastrocche e preghiere dei nostri vecchi

Lunidì gh'é nasüu...


Lunidì gh'é nasüu Gianèn,

Martidì g'han fåi ul suchèn,

Merculdì l'han fåi stå in pée,

Giüidì l'ha töi mié,

Venerdì l'é mórtu,

Sòbu g'han fåi ul corpu.




Lunedì è nato ...


Lunedì è nato Giannino,

Martedì gli han fatto il vestitino,

Mercoledì l'han fatto stare in piedi,

Giovedì si è sposato,

Venerdì è morto,

Sabato gli han fatto il funerale.


(Santino per la Pasqua 1929)


In lètt mi a vó

In lètt mi a vóo
levàr che mi non sòo
al cas che nun levàss
l'anima mia a Diu ghéla lass.




Vado a letto

Vado a letto
non so se mi alzerò
nel caso non mi alzassi
l’anima mia a Dio la lascio


da Sempii (Fiabe della tradizione lombarda raccolte a Buscate) a cura di Guglielmo Gaviani. Prima edizione in 10 copie 1991. Ora disponibile sul sito www.ilmiolibro.it

L'On. Borghezio della Lega Nord partecipa ancora ad convegno dell'estrema destra europea

Vanno facendosi sempre più stretti i rapporti del leghista Mario Borghezio con l’estrema destra francese. Già lo scorso settembre l’amicizia oramai consolidata con l’identitarismo d’Oltralpe aveva portato l’eurodeputato del Carroccio a prender parte ai lavori per il rientro estivo della nizzarda Nissa Rebela, ospite di quel Philippe Vardon che di lì a poco sarebbe stato condannato dalla Corte d’appello d’Aix-en-Provence per incitamento all’odio razziale (cinquemila euro di ammenda, quattro mesi di carcere con la condizionale e sospensione dei diritti politici per quattro anni).

In quell’occasione Mario Borghezio, chiamato a relazionare sull’esperienza degli “identitari al governo dell’Italia”, aveva invitato gli astanti a rivalutare Julius Evola, il cui lavoro «fornisce i fondamenti metafisici e spirituali della battaglia identitaria».
Ora è il Club de l’Horloge (espressione, con il Grece di Alain de Benoist, della Nuova destra francese) ad annunciare, in un comunicato stampa, la presenza di Borghezio alla consueta Università annuale di dicembre, un ciclo di conferenze dedicato al populismo, “soluzione per un’Europa in crisi”, durante il quale verrà anche analizzata l’”originalità della Lega Nord, un movimento che ha saputo imporre il proprio peso alla coalizione di governo”.

Si rinnova, dunque, l’interesse per il “laboratorio Italia”, tanto che negli ultimi mesi è stata tutta l’intricata rete delle organizzazioni dell’estrema destra francese (formazioni orgogliosamente anti-islamiche e, all’occorrenza, antisemite) a spendersi in parole d'elogio per il movimento leghista (capace di stringere alleanze di governo e, allo stesso tempo, di esprimere rivendicazioni tali da far apparire “timidi boy scout” i vari Le Pen d’Oltralpe).

(da L'unità 20/11/08)

Commento. Il tipo è pericoloso e non dimentichiamo che prima di militare nella Lega Nord ha avuto esperienze sia nel movimento monarchico che negli ambienti dell'estrema destra extraparlamentare. Ha affermato di avere militato da giovane nel movimento Jeune Europe (un movimento dichiaratamente razzista, antisemita e antiamericano, fondato in Belgio nel 1960 dall'ex SS Jean Thiriart).
Tutti quelli che, anche a sinistra, guardano con "attenzione le istanze del popolo della Lega", dovrebbero sapere con chi hanno a che fare. Questo è uno dei principali "ispiratori" della Lega...

Appena sotto alla croce ci sta la pubblicità. Sopra, il parafulmine...



Sovrastima della potenza umana e sottostima di quella divina?

Marisa Rusconi, L'amore diviso

Non le rimane che accostarsi alla parete, lanciando sguardi affamati verso le coppie che piroettano instancabili. Odia il ruolo di quella che fa tappezzeria. Nelle feste e nella vita. Se almeno non sapesse danzare, oggi avrebbe un alibi sicuro, e un rimpianto in meno , lei che non sa fare quasi nulla nella vita, conosce l’arte superflua e sublime del ballo, anche se finora ha potuto sperimentarla solo con suo padre, che è un abi­le ballerino e le ha insegnato la giusta posizione, diversi passi e molte figure. Stranamente, il suo corpo rigido e impacciato seguendo la musica si addolcisce, ritrova slanci e sinuosità, morbidezze e ardori, nascosti in chis­sà quali oscure fibre di se stesso.
Le sono bastate poche prove nel tinello di casa, con la guida sicura del padre, per capire che la musica può suonare dentro di sé e scatenare energie sepolte. Solo più tardi, invece, sentirà che la danza può essere anche qualcosa di più: l’immenso spazio immaginario in cui si annullano — per una notte o per pochi istanti — l’ineso­rabile misura del tempo, il peso della carne, la fatica dei pensieri, il disincanto di vivere. Il corpo che diventa gabbiano incostante, falena che non ha paura di bru­ciarsi le ali... Solo più tardi sentirà che il suo desiderio per un uomo si moltiplica e si galvanizza in quel pas­saggio bizzarro: l’abbraccio nel ballo prima del vero abbraccio; la vicinanza inebriante delle teste, degli oc­chi, delle bocche, della pelle, di tutte le membra; vici­nanza non statica ma perpetuamente variabile e oscil­lante, secondo il ritmo che li avvolge e li penetra. Un cercarsi continuo per sfuggire all’ultimo momento; un raggiungersi di nuovo e subito lasciarsi, nella rassicu­rante certezza che l’altro è comunque prigioniero di quella stessa ragnatela di respiri.

Pensierino. Non so ballare e me ne dispiace. Capisco la bellezza della danza, il gioco degli sguardi e dei movimenti dei corpi. Il sentirsi e guardarsi, il lasciarsi ed il riprendersi. Ma non so ballare e me ne dispiace.

lunedì 17 novembre 2008

Ci sono rose





Ci sono rose nel giardino
anche ora che l'inverno è alle porte.
Sono le ultime rose
che faticano a sbocciare.
Coglile e portale in casa
a rischio di pungerti un poco.
Il loro profumo vale
un puntino rosso sull'indice.



domenica 16 novembre 2008

Händel "Lascia la Spina", Cecilia Bartoli



Lascia la spina

Lascia la spina
cogli la rosa;
tu vai cercando
tu vai cercando
il tuo dolor.
Lascia la spina
cogli la rosa;
tu vai cercando
il tuo dolor.

Canuta brina
per mano ascosa,
giungerà quando
nol crede il cuor,
giungerà quando
nol crede il cuor.

Canuta brina
per mano ascosa,
giungerà quando
nol crede il cuor,
giungerà quando
nol crede il cuor.


Commento. Sulla stessa aria di Lascia ch'io pianga queste parole aprono ad una speranza fievolissima: a nulla vale la bellezza della rosa quando si cerca la propria spina e come la brina scende per una mano nascosta, così la felicità giunge per vie misteriose, non basta volerla col cuore.

Prime nebbie

Gelso (Murun) su nebbia



Gocce di nebbia



Apparizioni



(Clicca sulle foto per guardarle ingrandite)

Natalie Dessay & Cecilia Bartoli - Duetto dal Mitridate di Mozart



Mitridate, re di Ponto

Dramma per musica in tre atti di Vittorio Amedeo Cigna-Santi musica di Mozart

PERSONAGGI

Mitridate, Re di Ponto e d'altri regni, amante d'Aspasia, Tenore
Aspasia, promessa sposa di Mitridate, e già dichiarata Regina, Soprano
Sifare, figliuolo di Mitridate e di Stratonica, amante d'Aspasia, Soprano
Farnace, primo figliuolo di Mitridate, amante della medesima, Contralto
Ismene, figlia del re de' Parti, amante di Farnace, Soprano
Marzio, tribuno romano, amico di Farnace, Tenore
Arbate, governatore di Ninfea, Soprano

Tradizioni dei morti del Comune di Thiesi (SS)

Quando una persona è in fin di vita nessuno si deve mettere ai piedi del letto perché è il posto destinato ai parenti morti; tale usanza forse era motivata dal fatto che si riteneva che poco prima di morire si vedessero i parenti defunti. Sono tante le testimonianze che riportano il ricordo dei loro cari che, in punto di morte, dicevano di vedere i propri genitori, il marito o la moglie o altri cari defunti. Si considerava utile levare la fede e gli orecchini ai moribondi perché pare potessero ritardarne il decesso.
Si racconta che le persone che durante la loro esistenza avevano rubato (secondo altra versione, avevano bruciato) un giogo di legno (“su juale”), al momento dcl decesso non riuscivano a morire e restavano in agonia finchè non si metteva loro un giogo sotto il cuscino.
In genere durante la veglia funebre le donne, in particolare le parenti strette, cantavano versi di lode e di rimpianto della persona defunta. Questi canti, detti “sos attittidos”, a volte venivano eseguiti da persone estranee (“sas attittadoras”), le quali quasi sempre svolgevano tale funzione dietro compenso.
I familiari stretti del defunto non uscivano di casa nei giorni immediatamente successivi al triste evento, per cui erano i vicini di casa ed i parenti che provvedevano a fornire loro il cibo. Quest’usanza, detta “su piattu”, a Siligo si chiama “s’ acconostu” e a Bonnanaro “su piattu de s’acconostu” che si traduce letteralmente: “il piatto della consolazione” (le prime due indicazioni sono quindi abbreviazioni della terza che è completa).
Quando si rientra da un funerale ancora oggi si sconsiglia di andare in una casa diversa dalla propria perché vi si porterebbe la morte. Per evitare ciò si va prima in un negozio, un bar, a casa propria o in chiesa. (ndr questa usanza è presente anche al nord nelle aree del basso novarese).
La morte non interrompeva completamente i contatti fra il defunto e i familiari che si incontravano nel sonno se vi era qualcosa di importante da comunicare: “appo bidu a babbu in su sonnu e mi at ..d....”; a mamma appo dimandadu si...

venerdì 14 novembre 2008

Una giornata "surrealista"

L'avevo capito subito fin dal mattino: era una giornata strana, all'insegna del sogno e del surreale. A Milano il traffico era molto reale e le code ai semafori e la gente sulla metropolitana. Ma ecco che davanti alla chiesa di San Carlo dietro San Babila vedo uno dei tanti questuanti all'ingresso delle chiese. Dorme avvolto in una vecchia giacca col cappello che gli copre il volto. Al collo un cartello scritto a macchina "NON SONO COMUNISTA". lo guardo, non lo fotografo col telefonino perché ne va della sua dignità, comunque.

Cerco il PAC: c'è la mostra "Il Nouveau Réalisme dal 1970 ad oggi. Omaggio a Pierre Restany". Ma arrivo davanti alla Villa Belgioioso-Bonaparte Museo dell'Ottocento con l'invitante cartello "Ingresso libero". Dentro leggo "Dall'11 Novembre al 14 Dicembre 2008, in occasione della mostra di Tino Sehgal, la Galleria d'Arte Moderna di Milano sarà aperta tutti i giorni dalle ore 10.00 alle ore 20.00. Il Museo Marino Marini , la Collezione Vismara, la Raccolta Grassi: dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 17.30."
Mi sembra una buona cosa e poi non ho mai visto questa splendida villa che si affaccia su due giardini (uno proprio ed uno pubblico oltre la strada).


Il Parco all'inglese della Villa Belgioioso progettato dall'architetto Pollack con la collaborazione del conte Ercole Silva.

Entro e vengo avvicinato da una addetta museale in divisa che mi sussurra "Sarkozy ha detto che bisogna salvaguardare il Dalai Lama". La guardo e dico "Come, scusi?" Ripete "Sarkozy ha detto che bisogna salvaguardare il Dalai Lama". Sorrido ed entro nella prima sala. Poi nella seconda più ampia e tre addetti del museo provenienti dalle tre porte del locale iniziano a cantare una canzone di un famoso film con Ginger e Fred e accennano un passo di danza. I ragazzi spagnoli che mi seguono non si lasciano pregare e cominciano a ballare anche loro. Ma intravedo nella sala successiva una ragazza a terra, sembra svenuta. Poi si muove lentamente e si rigira su un fianco. Una turista inglese le fa una foto ignorando i Segantini alle pareti ed urtando un gesso preparatorio di Ebe del Canova (la statua in marmo sta all'Hermitage di San Pietroburgo). Tiro avanti cercando i quadri di Previati che mi pare ci siano qui da qualche parte. Entro nel grande salone da pranzo con un affresco di Andrea Appiani "Il parnaso" sul soffitto: al centro della sala un ragazzo ed una ragazza si abbracciano, si stringono, si sfiorano e i visitatori li guardano divertiti. Oltre la compagnia di ragazzi spagnoli si è fermata ad osservare qualcosa in una stanza: l'avvertenza è chiara "VIETATO L'ACCESSO AI MINORI. ALCUNE SCENE POTREBBERO URTARE LA SENSIBILITà DEI VISITATORI". Entro ed è in corso una danza spogliarello di una ragazza. Chissà cosa vuol dire, non trovo nessun nesso con l'esposizione. Dietro di me arriva una coppia che esce alquanto agitata dalla stanza: è una donna di una certa età col figlio anche lui sui trenta. Il figlio ossessivamente ripete "Hai visto quella è una donnaccia". La madre farfuglia frasi sconnesse, cerca una uscita, poi, non trovandola, si accascia su una sedia (con una bella scritta sopra "VIETATO SEDERSI"), ma l'addetto al museo ha capito al volo la situazione e cerca di rassicurare i due, indirizzandoli alla loro via (temporanea) di fuga.

Salgo al piano superiore (dal piano alto "nobile" al piano basso della servitù -avrei voluto essere servo io in questi locali!-). Deliziose statuette del Buddha del XII-XIII secolo collocate in semplici bacheche sulle scale: mi chiedo cosa ci sarà mai di più bello ed importante al piano superiore. Non sono deluso: una saletta piena di quadri di Previati ed altre sale con quadri del '900 di tutto rispetto (Balla, Boccioni, Marini, Segantino, Fausto Pirandello). Le opere che mi hanno colpito: due teneri ritratti della madre di Balla, La maschera di Fausto Pirandello e La maternità di Previati. In un corridoio tappeti da preghiera di antica manifattura del XVII secolo.

Balla, La madre


Previati, Maternità

Scendendo ripasso in una sala per vedere un Quarto stato di Pellizza da Volpedo che occupa l'intera parete e mi avvio all'uscita pensando che quel quarto stato lì è enorme e fiero ormai solo nei quadri del Pellizza.
Imbucando la MM mi dico " Una bella giornata surrealista"...

Per il momento...

Agitato mi sono alzato presto. Non sapevo che cosa avevo e, dopo aver fatto colazione, sono tornato nel letto ancora caldo della notte. E' una cosa che mi posso permettere da quando sono in pensione. Il sonno mi ha ripreso ed ho sognato di aver sentito, mentre ero nel bagno, delle voci di donne che entravano in casa. Incuriosito ritorno nella mia stanza e trovo tre donne, anzi, per l'esattezza due donne ed una bambina. Saluto. Una delle signore mi dice in modo molto formale “ Buongiorno signor G.”. Rimango un po' stupito. Non la conosco mentre sembra che lei mi conosca bene. Ma mi attira la bambina: ha i capelli color carota ed il capo leggermente reclinato.
Le dico “Bei capelli e belle lentiggini...”.
Mi guarda di sottecchi, sospettosa e timida.
Insisto “Quanti anni hai?” .
Mi risponde sottovoce “Per il momento 17”.
Mi viene una bella risata “ E già, bella risposta: anch'io per il momento ho 58 anni”.
Mi guarda stupita non capisco se perché mi scopra così vecchio o perché rido della sua risposta. Mi sveglio sorridendo: la giornata comincia bene...

giovedì 13 novembre 2008

Maria Serena Mirto, La morte nel mondo greco: da Omero all'età classica



Le Cerimonie del Cordoglio.
La scansione delle varie fasi in cui si articola il rito funebre - esposizione (próthesis) del cadavere, processione che ne accompagna il trasporto (ekphorà) al luogo della sepoltura, deposizione dei resti cremati nella tomba o semplice inumazione del corpo...
...
A partire dall'età arcaica le statue, i rilievi e le epigrafi funerarie costituiscono comunque una toccante testimonianza del rimpianto dei familiari per la loro perdita - le risposte individuali, benché orientate dalle attese collettive, non coincidono necessariamente con esse - ma si vedrà che nei testi letterari e nei paradigmi figurativi del dolore fissati dalle rappresentazioni artistiche le donne appaiono diffusamente piuttosto come soggetto attivo del rito, perché a loro è affidata la regia della sequenza più privata della cerimonia funebre, la fase iniziale: dal momento critico del decesso alla preparazione del corpo, dalla sua esposizione (próthesis) per la veglia al pianto rituale.
...
Nel pensare alla "buona morte" - che non è violenta, immotivata e clandestina, priva di testimoni e del suo contorno cerimoniale, bensì accettata e suggellata dai riti eseguiti nel modo appropriato dalle persone care - la chiusura degli occhi e della bocca è dunque il primo dovere delle familiari. Segue la pulitura del corpo, lavato, unto d'olio, e poi rivestito con un abito (éndyma) che lo copre fino ai piedi - di colore bianco o rosso - steso su una pesante coltre (stròma) e infine ricoperto da un altro drappo (epiblema: una sorta di sudario che poi lo nasconde completamente durante il trasporto alla tomba). Ramoscelli e foglie di piante, non solo aromatiche - origano, tralci di vite (cfr. Aristofane, Ecclesiazuse 1030 s.) - erano deposti sotto il feretro o ai suoi piedi (sui vasi funerari attici dell'VIII sec. a.C. le lamentatrici hanno spesso un ramoscello in mano e lo agitano in aria, forse anche con la funzione di tenere lontani gli insetti). Il letto su cui viene adagiato, come mostrano le pitture vascolari, è una struttura con gambe molto alte (kline, simile a quella su cui ci si sdraiava durante i simposi), talora sollevate ulteriormente da blocchi di sostegno, che consentono alle lamentatrici di rivolgersi al defunto in intimo colloquio, nel guidare il pianto rituale, carezzandone il volto senza doversi troppo curvare. La salma ha i piedi rivolti verso la porta per affrontare il viaggio: da quella direzione provengono gli uomini in processione, nelle raffigurazioni su ceramica, levando il braccio destro con la palma della mano rivolta in fuori, un gesto di commiato maschile che viene ripetuto dinanzi al feretro, durante l'ekphora, e poi alla tomba.
...
Invocare il morto per nome compendia inoltre il modo in cui gli uomini, anche in momenti diversi della veglia funebre, esprimono il loro rimpianto per chi è scomparso, cercando di stabilire un ultimo contatto emotivo.
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La próthesis ha inizio il giorno successivo al decesso e in età storica dura solo ventiquattro ore; il terzo giorno si può trasportare il corpo nel luogo della sepoltura. Piatone raccomanda che l'esposizione non duri più di quanto basta per assicurarsi che non si tratti di morte apparente (Leggi 959a). Ma i funerali degli eroi epici, all'occorrenza, dilatano enormemente il tempo della lamentazione e dellapróthesis che ne è la cornice.
...
Pianto rituale e ruolo femminile nella veglia funebre.
Affidato dalla tradizione alle donne, il lamento rappresenta il culmine della cerimonia preliminare di addio al defunto. I gesti delle lamentatrici, illustrati dall'iconografia e dai testi letterari, si ripetono secondo schemi costanti, e le stesse componenti formali vengono registrate dagli antropologi che ne hanno studiato le sopravvivenze nel folklore euromediterraneo del xx secolo (de Martino).

Natalie Dessay, Tu del ciel ministro eletto, Pamphili-Handel



Tu del Ciel ministro eletto
non vedrai più nel mio petto
voglia infida, o vano ardor.
E se vissi ingrata a Dio,
tu custode dei cor mio
a lui porto il nuovo cor.


Da BENEDETTO PAMPHILI - GEORG FRIEDRICH HÄNDEL, IL TRIONFO DEL TEMPO E DEL DISINGANNO

mercoledì 12 novembre 2008

C'è chi corre e chi fotografa...

Destra e sinistra (terzo ed ultimo intervento sull'A, B, C della politica)

Premessa/commento. Propongo o ri-propongo (per chi l'avesse già letto) il capitolo finale del libro di Norberto Bobbio intitolato Destra e sinistra. Nella prima parte del libro Bobbio confuta tutte le tesi che vorrebbero "superata" questa che rimane una delle dicotomie più importanti della politica. In particolare contesta coloro che parlano di "morte delle ideologie", ma che in realtà vorrebbero che le altre ideologie dalla propria siano morte e seppellite. Il problema è che spesso si sono persi di vista alcuni grandi ideali per inseguire convenienze contingenti, difese corporative di apparati, furbesche scorciatoie.
Non è un caso che Bobbio intitoli questo capitolo "La stella polare" e che indichi nell'egualitarismo la principale discriminante tra destra e sinistra. Naturalmente è una tesi che farà sobbalzare coloro che per anni (nei partiti di sinistra e nel sindacato) hanno sostenuto che proprio questo fosse la causa di tutti mali della nostra società.



Norberto Bobbio, Cap. VII . La stella polare in Destra e Sinistra, Donzelli Editore, 1994

1. Una politica egualitaria è caratterizzata dalla tendenza a rimuovere gli ostacoli (per riprendere l'espressione del già citato articolo 3 della nostra Costituzione) che rendono gli uomini e le donne meno eguali. Una delle più convincenti prove storiche della tesi sin qui sostenuta secondo cui il carattere distintivo della sinistra è l'egualitarismo, si può dedurre dal fatto che uno dei temi principali, se non il principale, della sinistra storica, comune tanto ai comunisti quanto ai socialisti, è stato la rimozione di quello che è stato considerato, non solo nel secolo scorso ma sin dall'antichità, uno dei maggiori, se non il maggiore, ostacolo all'eguaglianza tra gli uomini, la proprietà individuale, il «terribile diritto». Giusta o sbagliata che sia questa tesi, è noto che in genere le descrizioni utopiche di società ideali, che muovono da un'aspirazione egualitaria, descrivono e insieme prescrivono una società collettivistica; che Jean-Jacques Rousseau, quando s'interroga sull'origine della diseguaglianza degli uomini, esce nella famosa invettiva contro il primo uomo che, cintando il suo podere, ha dichiarato «questo è mio!»; che da Rousseau trae ispirazione il movimento che da vita alla Congiura degli Eguali, spietatamente contrario ad ogni forma di proprietà individuale; che tutte le società di eguali che si vanno formando nel secolo scorso, in cui la sinistra spesso si è riconosciuta, considerano la proprietà individuale come l'iniqua istituzione che deve essere abbattuta; che sono egualitari e collettivisti tutti i partiti che escono dalla matrice marxista; che una delle prime misure della rivoluzione trionfante nella terra degli zar fu l'abolizione della proprietà individuale della terra e delle imprese; che le due opere principali di storia e di critica del" socialismo, Les systemes socialistes di Vilfredo Pareto e Socialism di Ludwig von Mises sono, il primo, una rassegna critica, l'altro un'analisi e critica economica delle varie forme di collcttivismo. La lotta per l'abolizione della proprietà in­dividuale, per la collettivizzazione, ancorché non integrale, dei mezzi di produzione, è sempre stata, per la sinistra, una lotta per l'eguaglianza, per la rimozione dell'ostacolo principale all'attuazione di una società di eguali. Persino la politica delle nazionalizzazioni che ha caratterizzato per un lungo tratto di tempo la politica economica dei partiti socialisti, venne condotta in nome di un ideale egualitario, se pure non nel senso positivo di aumentare l'eguaglianza, ma nel senso negativo di diminuire una fonte di diseguaglianza.
Che la discriminazione tra ricchi e poveri, introdotta e perpetuata dalla persistenza del diritto considerato inalienabile della proprietà individuale, sia considerata la principale causa della diseguaglianza, non esclude il riconoscimento di altre ragioni di discriminazione, come quella tra uomini e donne, tra lavoro manuale e intellettuale, tra popoli superiori e popoli inferiori.

2. Non ho difficoltà ad ammettere quali e quanti siano stati gli effetti perversi dei modi con cui si è cercato di realizzare l'ideale. Mi è accaduto non molto tempo fa di parlare a questo proposito di «utopia capovolta» ovvero del capovolgimento totale di una grandiosa utopia egualitaria nel suo contrario. Nessuna delle città ideali descritte dai filosofi era stata mai proposta come un modello da volgere in pratica. Platone sapeva che la repubblica ideale, di cui aveva parlato coi suoi amici e discepoli, non era destinata a esistere in nessun luogo, ma era vera soltanto, come dice Glaucone a Socrate, «nei nostri discorsi». E, invece, è avvenuto che la prima volta che un'utopia egualitaria è entrata nella storia, passando dal regno dei «discorsi» a quello delle cose, si è rovesciata nel suo contrario.
Ma, aggiungevo, il grande problema della diseguaglianza tra gli uomini e i popoli di questo mondo è rimasto in tutta la sua gravita e insopportabilità (perché non dire, anche, nella sua minacciosa pericolosità per coloro che si ritengono soddisfatti?). Anzi, nella accresciuta coscienza che andiamo ogni giorno di più acquistando delle condizioni del Terzo e del Quarto mondo, di quello che Latouche ha chiamato «il pianeta dei naufraghi», le dimensioni del problema si sono smisuratamente e drammaticamente allargate. Il comunismo storico è fallito. Ma la sfida che esso aveva lanciato è rimasta. Se per consolarci, andiamo dicendo che in questa parte del mondo abbiamo dato vita alla società dei due terzi, non possiamo chiudere gli occhi di fronte alla maggior parte dei paesi ove la società dei due terzi, o addirittura dei quattro quinti o dei nove decimi, è quell'altra.
Di fronte a questa realtà, la distinzione fra la destra e la sinistra, per la quale l'ideale dell'eguaglianza è sempre stato la stella polare cui ha guardato e continua a guardare, è nettissima. Basta spostare lo sguardo dalla questione sociale all'interno dei singoli stati, da cui nacque la sinistra nel secolo scorso, alla questione sociale internazionale, per rendersi conto che la sinistra non solo non ha compiuto il proprio cammino ma lo ha appena cominciato.

martedì 11 novembre 2008

La libertà

Premessa/commento. Definire cosa sia la Libertà è assai arduo: sembra un paradosso, ma le definizioni dei filosofi sono le più varie e se chiedessimo a molta gente di definire cos'è per loro la libertà, scopriremmo che si intendono cose veramente diverse. Non parliamo poi sul fronte politico dove massima è la confusione: se pensiamo al Popolo della libertà riusciremmo a definire di quali Libertà parla? Si badi bene che ad un certo punto si è persino usato l'aggettivo al plurale (delle Libertà) perché evidentemente sono molte le libertà che si confrontano ed ispirano quel partito (chiamarlo partito è sbagliato perché di fatto è un movimento con un leader auto-eletto e confermato per acclamazione).
E' comunque significativo che chi ha preso con decisione la bandiera della Libertà (o delle Libertà) sia la destra italiana. Non la confonderanno col Liberismo?

Di seguito riporto alcuni passi ormai classici sulla definizione di Libertà e ciascuno potrà stabilire quale preferisce...

Platone, La Repubblica, trad F. Sartori. Il mito di Er.
Alle anime (in attesa di una nuova esistenza) un araldo dice:
Anime dall'effimera esistenza corporea, incomincia per voi un altro periodo di generazione mortale, preludio a nuova morte. Non sarà un dèmone a ricevervi in sorte, ma sarete voi a scegliervi il dèmone. Il primo che la sorte designi scelga per primo la vita cui poi sarà irrevocabilmente legato. La virtù non ha padrone; secondo che la onori o la spregi, ciascuno ne avrà più o meno. La responsabilità è di chi sceglie, il dio non è responsabile.

J.S.Mill, On Liberty, 1858 (Il testo moderno più citato sulla libertà)
La lotta tra libertà e autorità è il carattere più evidente dei primi periodi storici di cui veniamo a conoscenza, in particolare in Grecia, Roma e Inghilterra. Ma nell'antichità si trattava di conflitti tra sudditi, o alcune classi di sudditi, e governo. Per libertà si intendeva la protezione dalla tirannia dei governanti, concepiti (salvo che nel caso di alcuni governi popolari della Grecia) come necessariamente antagonisti al popolo da essi governato. Si trattava di un singolo, o di una tribù o casta dominante, la cui autorità era ereditaria o frutto di conquista, in ogni caso non della volontà dei governatori, e la cui supremazia gli uomini non osavano, o forse non desideravano, porre in discussione, quali che fossero le eventuali misure di precauzione contro un suo esercizio troppo oppressivo. Il potere dei governanti era considerato necessario, ma anche estremamente pericoloso: un'arma che essi avrebbero cercato di usare contro i propri sudditi altrettanto che contro i nemici esterni. Per impedire che i membri più deboli della comunità venissero depredati e tormentati da innumerevoli avvoltoi, era indispensabile la presenza di un rapace più forte degli altri, con l'incarico di tenerli a bada. Ma, poiché il re degli avvoltoi sarebbe stato voglioso quanto le minori arpie di depredare il gregge, si rendeva necessario un perpetuo atteggiamento di difesa contro il suo becco e i suoi artigli. Quindi, lo scopo dei cittadini era di porre dei limiti al potere sulla comunità concesso al governante: e questa delimitazione era ciò che essi intendevano per libertà.
...
Gli uomini decidono secondo le loro preferenze personali: alcuni, di fronte alla possibilità di realizzare un bene o di rimediare a un male, incitano volentieri lo Stato a prendersene carico, mentre altri preferiscono sopportare quasi ogni sorta di male sociale piuttosto che aumentare, fosse pure di uno, il numero dei settori di attività umane riconducibili sotto il controllo statale. E, in ciascun caso particolare, gli uomini si schierano in uno dei due campi, secondo quest'inclinazione generale dei loro sentimenti, o secondo il loro grado di interesse nella questione per cui è proposto l'intervento statale, o secondo le loro previsioni sul comportamento dello Stato, giudicato nei termini delle loro preferenze; ma molto di rado prendono partito in base a una loro opinione coerente su ciò che spetti allo Stato compiere. E mi sembra che, a causa di questa mancanza di una regola o principio, attualmente i due opposti campi errino nella stessa misura: l'interferenza dello Stato è, quasi con la stessa frequenza, auspicata a torto e condannata a torto. Scopo di questo saggio è formulare un principio molto semplice, che determini in assoluto i rapporti di coartazione e controllo tra società e individuo, sia che li si eserciti mediante la forza fisica, sotto forma di pene legali, sia mediante la coazione morale dell'opinione pubblica. Il principio è che l'umanità è giustificata, individualmente o collettivamente, a interferire sulla libertà d'azione di chiunque soltanto al fine di proteggersi: il solo scopo per cui si può legittimamente esercitare un potere su qualunque membro di una comunità civilizzata, contro la sua volontà, è per evitare danno agli altri. Il bene dell'individuo, sia esso fisico o morale, non è una giustificazione sufficiente. Non lo si può costringere a fare o non fare qualcosa perché è meglio per lui, perché lo renderà più felice, perché, nell'opinione altrui, è opportuno o perfino giusto: questi sono buoni motivi per discutere, protestare, persuaderlo o supplicarlo, ma non per costringerlo o per punirlo in alcun modo nel caso si comporti diversamente. Perché la costrizione o la punizione siano giustificate, l'azione da cui si desidera distoglierlo deve essere intesa a causare danno a qualcun altro. Il solo aspetto della propria condotta di cui ciascuno deve rendere conto alla società è quello riguardante gli altri: per l'aspetto che riguarda soltanto lui, la sua indipendenza è, di diritto, assoluta. Su se stesso, sulla sua mente e sul suo corpo, l'individuo è sovrano.

L. Geymonat, La libertà, Rusconi, 1988
La distinzione tra libertà formale e libertà sostanziale risulta ancor oggi essenziale per eliminare gli equivoci numerosissimi che sovente caratterizzano il concetto di libertà.
Basti pensare come oggi circolino sempre di più scritti e discorsi in base ai quali si pretende che la libertà affermata da una certa società coincida tout-court con la libertà assoluta, cosicché nessuna altra società, diversa da quella considerata, può pretendere di difendere la libertà. In realtà questa concezione, solo apparentemente molto plausibile, cela una vera e propria « assolutizza-zione» del concetto di libertà, per mezzo della quale una particolare e storicamente determinata libertà viene presentata come la libertà. Questi ragionamenti tentano dunque di proporre una as-solutizzazione della libertà in una fase storica nella quale, invece, a mio avviso, dovrebbe risultare più agevole la « storicizzazione » della libertà. Come nella scienza si pretende che esistano delle verità assolute così, in modo analogo, molti ritengono che nell'ambito etico-sociale sia possibile individuare una libertà assoluta per mezzo della quale sarebbe possibile giudicare tutte le società storicamente realizzate dall'uomo nel corso della sua evoluzione.

lunedì 10 novembre 2008

Alta velocità, ma non per i pendolari...


Ormai è chiaro a tutti: l'Alta velocità ha mangiato tutte le risorse disponibili di Trenitalia ed ora non ci sono più i soldi per i nuovi treni per i pendolari (promessi a più riprese ed ora "scomparsi"). Non solo: Trenitalia sceglie le più remunerative linee dei treni ad Alta velocità e riduce le corse dei treni per i pendolari (cioè per chi lavora o studia). Perché è costata così cara l'Alta velocita non lo spiega nessuno: il costo al chilometro in Italia è stato circa il triplo delle tratte in Francia, Spagna e Germania. Ma in Italia la corruzione, il finanziamento occulto ed illegale ai partiti non esistono e quindi va bene così. Intanto ora arrivano i conti da pagare. Ma attenzione chi paga è sempre Pantalone.
Sull'Alta velocità il Parlamento è unanime: dietro ci sono le ditte "amiche" che foraggiano campagne elettorali e plebende varie a partiti e a politici. L'emergenza "costo della politica" non è più all'ordine del giorno: c'è stata una brevissima stagione con qualche titolo sul giornale, qualche sparata televisiva e poi il silenzio...
Quella timida riforma che era l'abolizione delle province sbandierata nel programma del Leader Maximo Silvio è scomparsa dall'agenda del Governo e l'opposizione (chiamiamola così per convenzione!) è rimasta muta, cieca e sorda...
Lo scandalo del costo degli apparati regionali (in particolare di alcune regioni come la Sicilia) e di numerosi Comuni è affare "privato" di quelle amministrazioni (non abbiamo conquistato forse il federalismo?) fino naturalemente ad una sanatoria con soldi statali per scongiurare la bancarotta (come è avvenuto per il Comune di Catania). Parlare di commissariare quelle amministrazioni che hanno fatto questi danni è sconveniente...
Mi fermo per pietà verso il mio fegato...

Angelo strombazzante al cielo

Miriam Makeba (Mama Africa) - Khawuleza 1966

Pianto antico rituale e la solitudine del morente moderna (2)

Norbert Elias in "La solitudine del morente" , il Mulino, 2005 , ci descrive le trasformazioni sugli usi legati alla malattia e alla morte.

Il ritrarsi di fronte ai moribondi (ndr il fatto che sempre più spesso si delega ad istituzioni come gli ospedali e ricoveri la "gestione" della morte), e il silenzio che gradualmente si instaura, proseguono anche quando la morte è sopraggiunta: nella preparazione della salma e della sepoltura, ad esempio. Queste pratiche oggigiorno non sono quasi più espletate da parenti e amici, ma sono ormai passate nelle mani di specialisti. Nella coscienza dei primi il ricordo del congiunto morto resta cosi fresco e vivo; il significato della salma e della tomba come centro dei sentimenti è assai meno rilevante. La Pietà di Michelangelo, la madre dolente che regge la salma del figlio, è comprensibile come opera d'arte, ma assolutamente impensabile come evento reale.

E conclude...

La morte non è spaventosa. Si entra in un sogno e il mondo scompare, sempre nel caso che tutto si svolga per il meglio. Terribili invece possono essere le sofferenze dei moribondi e il lutto dei vivi quando perdono una persona cara. Terribili sono spesso le fantasie collettive e individuali che gravitano intorno alla morte. Rasserenarle, confrontarle alla semplice realtà della finitezza della vita è un compito che dobbiamo ancora affrontare. È orribile che dei giovani debbano morire prima di aver potuto assaporare le gioie della vita e di aver dato un senso alla propria esistenza. È orribile che uomini, donne e bambini debbano vagabondare affamati attraverso paesi deserti dove la morte non ha fretta di colpire.
Molti sono dunque i terrori che circondano la morte. Dobbiamo ancora scoprire ciò che gli uomini possono fare per garantire ai loro simili una fine tranquilla e pacifica; l'amicizia di coloro che sopravvivono, la sensazione che debbono avere i morenti di non essere d'ingombro fanno senz'altro parte di tale programma. La rimozione sociale, l'atmosfera di malessere che spesso oggigiorno circonda gli ultimi istanti di vita, non sono certamente d'aiuto per gli uomini. Forse dovremmo parlare con più franchezza della morte, smettendo di considerarla un mistero. La morte non cela alcun mistero, non apre alcuna porta: è la fine di una creatura umana. Ciò che di essa sopravvive è quanto essa ha dato agli altri uomini e ciò sarà conservato nella loro memoria. L'etica dell'homo clausus, dell'uomo che si sente solo, decadrà rapidamente se cesseremo di rimuovere la morte accettandola invece come parte integrante della vita. Se l'umanità scompare, tutto ciò che gli uomini hanno fatto, tutto ciò per cui hanno combattuto, tutti i loro sistemi e credenze, umane e sovraumane, non avranno più senso.

domenica 9 novembre 2008

Pianto rituale antico e la solitudine del morente moderna

In un classico dell'etnologia moderna Ernesto de Martino, Morte e pianto rituale, Boringhieri, si descrive come si è passati dal pianto rituale collettivo a quello cristiano. Il pianto rituale pre-cristiano nasce come il controllo rituale del sofferenza, il pianto collettivo. Il rito (nelle varie forme, alcune sopravvissute fino ai giorni nostri) può percorrere tutta la tastiera della disperazione, ma appunto in forma controllata. E l'uomo è restituito alla vita, mentre la presenza assillante del morto è trasformata in un'ombra protettrice.

Scrive de Martino. "Da un punto di vista storico-religioso tali sopravvivenze (ndr il pianto rituale) , medievali o moderne che siano, hanno un valore storico o per ricostruire il lamento antico ovvero per lumeggiare le resistenze contro cui la Chiesa fu chiamata a combattere nel corso della sua opera plasmatrice del costume. Gioverà pertanto un accenno a quest'opera positiva, e ai modi con i quali essa si svolse. Stabilita in linea di principio la netta opposizione fra lamento funebre pagano e concezione cristiana della morte, il conflitto si spostò molto per tempo sul piano della denunzia degli abusi e della formulazione delle pene spirituali contro i trasgressori. Già il Crisostomo nel passo più sopra ricordato della sua omelia sull'epistola agli Ebrei passa dalla raccomandazione alla ammonizione per coloro che si abbandonano a kopetòi e threnoi, e intanto formula una precisa pena spirituale per coloro che incorrono nella colpa più grave di chiamare nei funerali lamentatrici prezzolate :

Per ora mi limito all'ammonizione, ma col protrarsi dell'abuso perseguirò tale comportamento con maggiore severità, poiché ho gran timore che continuando le cose ad andare cosi un gran danno sia per sopravvenire alla Chiesa. E successivamente prenderò misure anche per il kopctòs: per ora mi limito a denunziarlo, vivamente scongiurando ricchi e poveri, donne e uomini... Se però dovesse aver luogo un amaro evento di morte e qualcuno dovesse assoldare lamentatrici, ebbene credi alle mie parole perché parlo come sento, costui per lungo tempo lo escluderò dalla comunità dei fedeli come idolatra.
...
Per l'Occidente è da ricordare il canone 22° del terzo sinodo di Toledo (589), dove si prescrive di accompagnare il defunto al solo canto dei salmi, e si proibisce rigorosamente « il carme funebre che il volgo suole cantare ai defunti », ammonendo che i vescovi debbono « per quanto possibile » indurre i credenti e « almeno » gli ecclesiastici ad abbandonare la pagana costumanza 2. La legislazione civile non tarderà ad ispirarsi a quella ecclesiastica, aggiungendovi talora la crudezza delle pene pecuniarie e corporali".

...
Ma la Chiesa non operò soltanto con la polemica dei Padri e con i canoni dei sinodi, o influenzando la legislazione civile delle monarchie feudali del medioevo, e successivamente delle costituzioni comunali: vi fu anche una sua azione pedagogica più interiore e religiosamente impegnata mercé la efficacia storica della figura della Mater Dolorosa nella scena della Passione. In perfetta coerenza con la solenne affermazione della vittoria di Cristo sulla morte e con la polemica sulla lamentazione pagana, il Nuovo Testamento non conosce un pianto di Maria. In Giovanni, 19.25-27, Maria appare alla croce come muta spettatrice, e l'evangelista non pone sulla sua bocca nessuna espressione di dolore: Maria madre di Gesù, Maria di Cleopha e Maria Maddalena vi sono rappresentate in atto di stare davanti alla croce, chiuse in un patire interiore e raccolto, che guadagna in singolare efficacia etica proprio per il fatto che noi appena intravvediamo nello scenario della Passione il disegnarsi di queste tre ombre silenziose e immobili. Tutta una tradizione si ricollega a questo interiore patire, cui Ambrogio contendeva anche lo sfogo delle lacrime (stantem illam lego, flentem non lego), e che nella sequenza dello Stabat Mater si ravviva e umanizza in un contemplare velato di lacrime : Stabat Mater dolorosa / iuxta crucem lacrymosa / dum pendebat filius: / cuius animam gementem, / contristata!», et dolentem / pertransivit gladius.

Sulla linea di questa tradizione non troverebbe posto, a stretto rigore, la rappresentazione drammatica del dolore di Maria secondo una mimica definita e un discorso contesto di moduli, ma soltanto il lirismo religiosamente impegnato del credente che alla Mater dolorosa chiede la mediazione per aprirsi alla passione di Cristo e per morire con Cristo al peccato; " fac me tecum piangere, fac ut portem Christi mortem", come si legge nella sequenza dello Stabat. Ma questo altissimo modello del dolore cristiano non poteva operare realmente nella storia e svolgervi la sua effettiva pedagogia dell'umano cordoglio se non avesse saputo raggiungere sul piano terreno la crisi che nel cordoglio sta come rischio, e se non avesse affrontato, assorbito e trasfigurato le tecniche pagane di controllo e di reintegrazione. Solo raggiungendo questo piano il modello ma-riano del dolore poteva trascinare i dolenti verso la nuova mèta religiosa e culturale, e non importa se esso doveva affrontare tutti i rischi del compromesso, del sincretismo e del ritorno al passato.


Commento. L'azione della Chiesa si è mossa nel corso dei secoli in modo avvongente da un lato contro il paganesimo e le sue "sopravvivenze" con l'azione pastorale e pedagogica, dall'altro influenzando pesantemente il potere civile. L'attenzione della Chiesa verso fenomeni "pagani" arriva fino ad oggi ad esempio nella pesante polemica contro la festa di Halloween che ha mobilitato dal Papa fino all'ultimo parroco di provincia proprio perché il meccanismo di sovrapporre a feste religiose (Ognisanti) feste "pagane" è un meccanismo molto ben conosciuto e praticato dalla Chiesa nei secoli. Da anni nei piccoli centri della provincia lombarda è diventata tradizione che la festa del primo maggio divenga la festa per il battesimo o altre ricorrenze religiose.

(continua)

sabato 8 novembre 2008

Principi fondamentali (partiamo dall' A, B C): la democrazia

Norberto Bobbio ha definito così la democrazia:

Io ritengo che per dare una definizione minima di democrazia bisogna dare una definizione puramente e semplicemente procedurale: vale a dire definire la democrazia come un metodo per prendere decisioni collettive. Si chiama gruppo democratico quel gruppo in cui valgono almeno queste due regole per prendere decisioni collettive:
1) tutti partecipano alla decisione direttamente o indirettamente;
2) la decisione viene presa dopo una libera discussione a maggioranza.

Tratto dall'intervista "Che cos'è la democrazia?" - Torino, Fondazione Einaudi, giovedì 28 febbraio 1985


Commento. Ora la democrazia (politica, non quella economica che è ancora più difficile da attuare) ha delle regole semplici e chiare. Mi permetto di sottolineare che Bobbio parla di decisioni collettive alle quali partecipano tutti "direttamente o indirettamente" e sappiamo che è in profonda crisi proprio la democrazia indiretta (diremmo "rappresentativa"). Il guaio nostro è che la politica rappresentativa si è resa, come dire, assai autonoma dalla società che dovrebbe "rappresentare" e persegue fini che sono lontani dai bisogni primari delle persone (per bisogni primari intendo lavoro, salute, scuola, servizi sociali). La politica diventa sempre più "difficile" per la complessità delle leggi, delle procedure, dei livelli diversi di responabilità e per questo appannaggio di un ceto di specialisti e professionisti della politica.
Ora se si vuole davvero riprendere il bandolo della democrazia occorre che si ripassino le regole e si applichino innanzitutto nei partiti e poi anche nella società con la democrazia diretta. Esistono tutti gli strumenti per farlo.
Purtoppo non basta mettere l'aggettivo "democratico" ad un partito per esserlo veramente. Così come non è assai ambizioso mettere "libertà" sulla propria bandierà (ma parlerò di Libertà in seguito).

Taranto e la Prestigiacomo

Meno male che qualcosa si muove e arriva anche qualche interrogazione parlamentare (Francescato, Giulietti) sullo scandalo delle nomine (vedi post un po' più sotto su questo blog). Forse è il caso di concentrarsi sulle cose che contano e meno sulle cazzate che dice il Leader Maximo antrimenti si cade nella Sua trappola di parlare di cazzate. State certi che Lui i media li usa bene a suo favore: due comparsate a qualche convegno o il qualche piazza, due foto accanto alle sue pupattole preferite ed il gioco è fatto...

venerdì 7 novembre 2008

John William Coltrane, Giant Steps



La stupenda animazione è di Daniel Cohen, laureato in arti cinematografiche all'Università di Emerson.

Giochi di Prestigiacomo



Leggete con attenzione cosa combina la Prestigiacomo sulle nomine della Commissione IPPC (Integrated Pollution Prevention and Control). Tale Commissione ha il compito di preparare l'istruttoria tecnica relativa al rilascio dell'Autorizzazione Integrata Ambientale, di competenza statale, a circa 200 tra le maggiori aziende produttive italiane. La legge prevede che le aziende prive di AIA non sono autorizzate a produrre.
Le nomine sono state fatte dal Ministro con criterii a dir poco opinabili: personaggi chiacchierati e con curriculun giudiziari più lunghi dei curriculum professionali, amici politici, tre magistrati che nulla sanno di ambiente, una dirigente ENEL in pensione che dovrà valutare almeno 50 progetti della sua Azienda e così via... Un vero scandalo ! E non mi pare si sia alzata alcuna voce dell'opposizione parlamentare a dire qualcosa (e questo è ancora più scandaloso!)


Puoi leggere l'intero articolo (apparso sull'Espresso) sul sito del Comitato per Taranto:

http://comitatopertaranto.blogspot.com/

Mito, nascita, morte e uccelli che piangono

Deucalione e Pirra


Lo spunto per questo post mi è stato dato dalla lettura del bellissimo libro di Maurizio Bettini, C'era una volta il mito, Sellerio, 2007.
Tra i numerori miti greci analizzati (in modo discorsivo e spiritoso), Bettini ci racconta quello di Deucalione e Pirra. La coppia ha messo al mondo una prima generazione di uomini, ma non piacevano a Zeus che ha deciso di mandare un diluvio che li ha sterminati. Alla fine del diluvio Deucalione e Pirra, che si sono salvati su una barca (guarda un po'!), atterrano sul Parnaso luogo sacro ad Apollo ed alle Muse (come dire la terra della bellezza e della poesia). E qui decidono di fondare una nuova dinastia di uomini e donne cominciando a generarli in un modo un po' bizzarro: lanciando dietro le proprie spalle delle pietre. Ora il popolo greco si chiama laòs e i sassi làas ed è facile capire che il gioco è fatto (agni antichi piaceva divertirsi con queste assonanze). D'altra parte sembra che anche il latino humanus derivi da humus...
Ma ci interessa il fatto del buttare pietre dietro le spalle. E' sicuramente un rituale che ne ricorda altri come quello di Orfeo ed Euridice: Orfeo scende agli inferi per riportare indietro la moglie Euridice, ma la perde perché all'ultimo momento si gira verso di lei. Non ci si deve voltare "a guardare i morti, questa è una antica legge, farlo significa restare prigionieri del loro mondo tenebroso. Anche il padre di famiglia romano si guarda bene dal farlo. L'antico rituale voleva che, ogni anno, egli compisse una sorta di purificazione dai fantasmi antenati - i manes, gli spiriti dei morti - che sono ancora presenti nella sua casa e, in qulache modo, possiedono lui e la sua famiglia. Lui deve invitarli ad uscire, e lo fa scagliando delle fave nere dietro le proprie spalle, senza voltarsi. Insomma, l'agire senza voltarsi, il compiere azioni non davanti a sé ma dietro, vuol dire: io sto facendo qualcosa, però non voglio entrare in contatto con ciò che sta avvenendo dietro di me. Perché? Ma perché questo sarebbe troppo per me; se io guardassi sarei rovinato, sarei contaminato, oppure rovinerei l'evento che si sta realizzando dietro le mie spalle."

Lascio a voi ragionare su come la nascita sia assimilata nei rituali raccontati dai miti alla morte e cosa significa generare se non distaccarsi da un'altra creatura...

"Un lutto greco, come quello romano, è gestito dalle donne, sono loro, nel mondo antico, quelle su cui ricade in primo luogo il compito di amministrare ritualmente l'uscita dalla vita, di far fronte alla «perdita della presenza», come il grande Ernesto de Martino definiva il vuoto che si spalanca in occasione di una morte (ndr E. de Martino, Morte e pianto rituale, Boringhieri). Proviamo ad immaginare la scena di un lutto greco. Siamo di fronte a donne con i capelli sciolti die compiono gesti di disperazione molto antichi, codificati, che si battono il petto, oppure si mettono le mani sulla testa, come vediamo nelle rappresentazioni vascolari; e soprattutto donne che cantano il thrènos, un canto di lutto in forma di cantilena ossessiva e ripetuta. Nel sud dell'Italia e in altre regioni del Mediterraneo, costumi simili venivano praticali almeno fino alla merà del secolo scorso, e forse in qualche caso si praticano ancora. Le Meleagridi si abbandonano dunque al pianto funebre, ma in un modo cosi straziante che Artemide, a un certo punto, ebbe pietà di loro, il mito racconta che la dea le trasformò negli uccelli che, per l'appunto, si chiamano «meleagridi», meleagrìdes."

Quando cantavano le meleagridi ripetevano il loro nome quasi a voler ricordare in pianto straziante di quelle donne. Così avviene nel mito anche per l'usignolo che sarebbe stata Procne che aveva ucciso il suo stesso figlio e che trasformata in uccello continua a ripetere all'infinito il suo nome: Itù, Itù . Così accadeva per la rondine e l'upupa.

"Siamo di fronte ad uno degli aspetti forse più affascinanti del mito greco: la sua capacità di mettere in contatto il mondo della cultura e il mondo della natura attraverso il racconto da un lato, il ricordo di esso - iscritto nella natura attraverso una metamorfosi - dall'altro. Il mito greco, infatti, è pieno di uomini e di donne che furono trasformati in animali a seguito di una determinata vicenda. Di fronte a un animale non si è mai sicuri se, per caso, esso non rappresenti un qualche uomo o donna che furono mutati, ad un certo momento, in quell'animale da una divinità; così come accade di fronte a una pianta, a una roccia, a un fiume. Il mito è anche un modo per dare un senso, un significato profondo alla natura che ci circonda: ecco perché persine il canto di un uccello può essere capace di resuscitare il ricordo di un evento mitico".

(Le pagine citate si trovano al capitolo V del libro di Maurizio Bettini, C'era una volta il mito, Sellerio, 2007)